Luis Scola – It’s just basketball

Pubblicato da Mikhail Laurenza il

“At the end of the day it’s just basketball” 
Risponde così Luis Scola ai giornalisti che gli chiedevano cosa provasse nel tornare a giocare in Europa a distanza di 12 anni dalla sua ultima partita a Vitoria, salutata nel 2007 con il trofeo di MVP della stagione regolare di ACB prima di sbarcare a Houston. La naturalezza con cui quelle parole gli escono dalla bocca, durante la conferenza stampa di presentazione a Milano, spiegano molto del perché Luifa – chiamato così perché, a quanto pare, è un fan sfegatato del calciatore Luis Fabian Artime – imboccata la strada per i 40 anni, abbia giocato un campionato mondiale di quel livello e del perché sia stato cercato con insistenza dai top club europei in estate, il Real Madrid su tutti. Alla fine ha scelto l’Italia e l’Olimpia, che per sua stessa ammissione lo aveva già contattato prima dell’inizio della sua cavalcata straordinaria con l’Argentina. Le telefonate con l’amico Manu Ginobili, l’ammirazione per un coach, Ettore Messina, che un ventennio fa puntò su quel funambolo di Bahia Blanca incanalandolo in un percorso che lo avrebbe portato a vincere tutto con la sua Virtus Bologna, con i San Antonio Spurs e ultimo, ma non ultimo, ad essere ricordato come l’eroe della Generaciòn Dorada, lo hanno convinto ad accettare l’offerta dei meneghini

Sappiamo che un motivo, forse l’unico, per cui Luis Scola è ancora in campo si chiama Tokyo 2020, ma una domanda aleggia insistente nella testa di chi ama questo sport: come fa, nonostante l’avanzare degli anni, ad essere ancora decisivo a questi livelli?

La risposta è nel concetto di Evoluzione: Francesco Guccini nella canzone “Piccola città”, descrivendo la sua crescita come uomo passata anche per l’adolescenza non troppo felice nella natìa Modena, cantava di essere “sempre lo stesso, sempre diverso”.

È forse questo il segreto di un giocatore intramontabile: cambiare il suo gioco nel tempo adattandolo alle risposte del suo fisico e della sua mente, riuscendo ad essere ugualmente decisivo. 

Credits: Ciamillo-Castoria

VITORIA, L’ORO OLIMPICO, IL DOMINIO TECNICO IN POST BASSO DI LUIS SCOLA

Luis Scola arriva in Spagna appena 18enne dopo l’esperienza in patria al Ferro Carril Oeste, trascinando il Gijòn fino alla promozione in ACB in cui la stagione successiva – già di proprietà del Tau Ceramica Vitoria – mette in mostra tutto il suo potenziale firmando 14.8 punti di media e catturando 5.6 rimbalzi a partita. Le caratteristiche tecniche sono evidenti fin dal principio, in particolar modo in un’era cestistica in cui il concetto di ruolo era ben radicato nell’idea comune del gioco: si tratta di un’ala grande con mano delicatissima dai 4-5 metri dotata di un’insospettabile rapidità nel correre il campo dopo aver catturato il rimbalzo in difesa.

Ciò che però, più di ogni altra cosa, lascia sbigottiti tifosi e addetti ai lavori è l’utilizzo del piede perno: la capacità di svitarsi sul destro o sul sinistro, verso il fondo o il centro dell’area e di concludere entrambe le mani è già all’epoca senza eguali. È Fred Astaire con le sneakers ai piedi che si muove con eleganza all’interno dell’arco, uscendovi molto raramente. Il rapporto tiri da 2/tiri da 3 al momento dell’addio infatti arriderà abbondantemente a favore dei primi: saranno solo 19 fra Liga ed Europa le conclusioni tentate dai 6.25 (la linea verrà posta agli attuali 6.75 solo nel 2009), figlie si dei suoi istinti tecnici, ma anche di un contesto che prevedeva ancora l’utilizzo di due lunghi puri ad agire nei pressi del pitturato. Evoluzione personale che va di pari passo con quella del gioco.

Nelle 7 stagioni di permanenza con la casacca rossoblù il Tau raggiungerà traguardi impensabili, come la prima vittoria assoluta della Liga in cui mette a segno quasi 15 punti a gara o le 3 Final Four di Eurolega consecutive dal 2005 al 2007 dove Luifa si afferma come terminale offensivo letale, venendo inserito nel quintetto ideale della rassegna nel 2006 e nel 2007. I baschi passano dall’essere una buona squadra ad un top team costantemente ai Playoff di Eurolega, capace di sfornare giovani talenti come lo stesso Scola, ma anche Nocioni, Splitter ed inserirli in un contesto di giocatori navigati come Stombergas, Macijauskas, Bennett, Oberto. È proprio in questo periodo che fa la conoscenza di Messina, incrociandolo per due volte: nel 2001 è l’ex vice di Popovich a trionfare – regalando alla Virtus di un Ginobili fuori dal comune la prima edizione dell’Eurolega contro gli uomini di Dusko Ivanovic – ma nell’aprile del 2005 Luis Scola otterrà una piccola grande rivincita sfoderando una prestazione da 34 punti al Palaverde di Treviso, utile al Tau per schiantare la Benetton per 98-59 in gara 1 dei quarti Playoff. In quella prova è racchiuso tutto il bagaglio tecnico di un giocatore al top della forma fisica con un Q.I. cestistico decisamente superiore alla media, capace trovare i due punti con la tecnica o coi muscoli, tagliando dal lato debole, sfruttando un pick ‘n’ roll profondo da bloccante oppure beffando il suo difensore con uno short roll, movimento che userà con sempre maggiore frequenza nel corso della carriera per creare separazione col marcatore e piazzare il tiro dalla media distanza: un espediente quest’ultimo, gli permetterà di performare anche in una Lega di atleti straordinari come la NBA.

Non è un caso che solo qualche mese prima di questa partita fosse arrivato quell’oro olimpico che ha scolpito nell’eternità la leggenda della Generaciòn Dorada, di una nazionale argentina capace prima di battere gli USA in semifinale trascinata da un Manu Ginobili all’apice della carriera ed MVP del torneo, e poi di conquistare l’oro in finale contro un’Italia commovente. In questa leggenda Luis Scola lascia un’impronta importante, è il miglior marcatore contro gli azzurri con 25 punti (cui aggiunge 11 rimbalzi) e compie lo scatto mentale definitivo per affermarsi come leader anche emotivo per la propria squadra di club, grazie all’influenza carismatica di gente come lo stesso Ginobili, Hermann, Sanchez, Nocioni o Fabricio Oberto.

LA NBA: IL PROGRESSIVO ALLONTANAMENTO DAL PITTURATO

Proprio con l’amico Oberto si incrociano i destini sportivi al momento dell’approdo negli States; Luis Scola infatti avrebbe dovuto attraversare l’Atlantico due anni prima, nel 2005, ma le richieste di buyout del Tau furono inaccessibili per gli Spurs, che lo scelsero al Draft del 2002. I texani virarono così sull’ex Valencia, giocatore meno dotato tecnicamente ma con un’intelligenza cestistica paragonabile a quella del connazionale. In Texas Luis arriva in ogni caso nell’estate del 2007, direzione Houston, dove i Rockets hanno appena acquistato i suoi diritti in cambio di un greco di belle speranze di nome Vassilis Spanoulis.

L’argentino si rivela da subito una pedina fondamentale per Rick Adelman che lo utilizza costantemente da sesto uomo per portare punti e leadership al secondo quintetto di cui è il punto di riferimento assoluto: la sua tendenza offensiva non cambia più di tanto rispetto all’Europa, è fisicamente al top della forma ed ha la forza per potersela vedere 1vs1 anche contro i migliori centri della Lega americana. Laddove la differenza atletica si fa più evidente Scola trova ancora nel suo piede perno il modo per beffare il suo marcatore, utilizzando sempre più spesso le sue finte per “passare sotto” alle sue braccia non appena quest’ultimo ha staccato i piedi da terra.

Nelle sue prime due stagioni i Rockets arrivano ai Playoff, in cui vede addirittura aumentare il suo minutaggio e la sua produzione offensiva rispetto alla stagione regolare. I numeri dicono che il suo raggio di azione in questo periodo si sviluppa principalmente nei pressi del ferro; quasi il 70% dei suoi tiri infatti, viene preso ad una distanza di massimo 3 metri da canestro.  

Media minuti Media punti Media rimbalzi
2007-2008 (Regular Season)
24.7
10.3
6.4
2007-2008 (Playoff)
36.7
14.0
9.3
2008-2009 (Regular Season)
30.3
12.7
8.8
2008-2009 (Playoff)
32.6
14.4
8.4

Più passano gli anni, più il gioco cambia e Scola, studioso di ogni aspetto tecnico e tattico prima che giocatore, comincia ad adattarsi piano piano ad un basket, soprattutto quello NBA, che sta eliminando il tiro dalla media distanza. Nelle tre stagioni successive, il numero di tiri presi da meno di un metro cala progressivamente in favore di delle conclusioni tentate tra i 5 metri e l’arco dei 7.25: lo short roll diventa una soluzione utilizzata con sempre maggiore frequenza per portare lontano da canestro il centro avversario e aprire l’area ai tagli dei suoi esterni. 

Gli anni passati tra Phoenix e Indiana accentuano sempre di più questa trasformazione dallo Scola giocatore di post basso allo Scola tiratore piazzato, ma è a Toronto sotto l’egida di coach Casey che avviene l’evoluzione definitiva: la stagione è quella 2015/2016 in cui Raptors verranno fermati solo alle finali dell’Est per 4-2 dai Cleveland Cavaliers futuri campioni. Durante le 76 partite di stagione regolare con i canadesi Luis Scola si prende ben 161 conclusioni da oltre l’arco che equivalgono a più di un quarto dei tiri totali tentati dal campo. Numeri pazzeschi se si pensa che nelle prime 8 stagioni americane furono solo 60, poco meno un terzo. L’argentino abbandona parzialmente il movimento di roll sul blocco per sviluppare quello di pop, proiettando così il suo corpo fuori dalla linea dei 3 punti, facendosi trovare spesso pronto sul lato forte o debole quando non coinvolto direttamente nel gioco a due; le ultime 36 partite NBA a Brooklyn non fanno altro che certificare la doppia dimensione acquisita negli anni.

(Nella tabella di Basketball reference sottostante si può osservare il progressivo allontanamento da canestro di Luis Scola: 3 piedi corrispondono all’incirca ad un metro, 16 piedi a quasi 5 metri)

L’ESPERIENZA CINESE

Anche il basket cinese è di alto livello; ci giocano gli americani, ci sono giocatori locali forti”

No, il campionato cinese non è il soggiorno pre-pensionistico vissuto all’ombra del dragone che molti pensano; o almeno, Luis Scola non la vede per niente così. È facile credere che a 37 anni compiuti sia prossimo al ritiro, ma l’idea che corre irrefrenabile nella sua testa è quella di diventare il recordman mondiale con 5 edizioni all’attivo e di superare l’australiano Andrew Gaze al secondo posto nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi, dietro all’irraggiungibile Oscar Schmidt che nei pressi di Caserta conoscono molto bene. Il reparto esterni guidato da Campazzo d’altronde è di talento ed in Nazionale hanno ancora bisogno di lui sia per motivi carismatici che tecnici, data la scarna presenza di lunghi capaci nella nuova generazione. Sfrutta quindi al massimo le due stagioni in Oriente per consolidare la sua evoluzione tecnica: saranno 244 le triple prese in 83 partite della Chinese Basketball Association convertite nel 32% dei casi. Il recente Mondiale mette in mostra la straordinaria bidimensionalità di un giocatore che ha saputo ampliare e implementare le sue soluzioni, cercando costantemente un modo per continuare a competere contro i migliori. 

Contro i migliori non solo compete, ma li batte anche: nel ruolo di unico lungo domina sotto le plance (saranno 8.8 i rimbalzi di media nel torneo) e si conferma, come nel 2010 e 2014, il miglior realizzatore dei suoi a 17.9 punti di media, portando l’Argentina post Generaciòn Dorada ad una medaglia d’argento inimmaginabile. Il migliore nella sostanza, non nella forma: non più o non solo i punti guadagnati danzando sul piede perno, ma anche quelli infilati dalla lunga distanza, sapendo variare senza nessun problema il gioco a due con Facundo Campazzo a seconda di chi si trovi di fronte. Per maggiori informazioni, chiedere a Jokic e Gobert portati costantemente fuori dalla loro comfort zone negli scontri diretti. Una squadra apparentemente senza nessuna velleità di podio è stata capace così di sovvertire ogni pronostico, passando dall’inventiva del Facu, dal talento offensivo di Laprovitola ma anche dal cuore di Garino, Deck o Delìa: passando, come accade ormai da più di 15 anni, dalle mani e dalla leadership di “El Capitàn”, come ormai lo chiamano compagni e tifosi dell’Albiceleste. Un uomo, con la sua grandezza, capace di dare un senso alla nuova generazione di cestisti argentini che molti, forse troppi, pensavano ormai destinata ad essere schiacciata sotto il peso di quell’oro per l’eternità. Un uomo capace ancora una volta di finire nel miglior quintetto di un Mondiale e di ricevere gli applausi sentiti dei vincitori. Un argento che, senza retorica, vale quanto una vittoria.

MILANO: LA CONVIVENZA DELLE DUE ANIME DI LUIS SCOLA

“Preferisci usare l’esperienza da veterano che oggi hai o il cuore da giovane coraggioso che sembri ancora avere?”

“Se potessi sceglierei di avere la freschezza di un giovane con l’esperienza di un veterano”

Ci sono due anime che vivono all’interno di Luis Scola e che, nonostante le modeste dichiarazioni di cui sopra, riesce all’occorrenza ad alternare o a far convivere dentro di sé. Sono in primis due anime tecniche, certo, ma anche due anime emotive che viaggiano al ritmo della partita che affronta ogni volta.

Il suo arrivo a Milano è stato decisivo, impattante, stravolgente: l’esordio a Monaco in Eurolega va molto oltre il -29 di plus-minus o i 17 punti realizzati: i numeri in questo caso contano poco o niente. La sola presenza dell’argentino ha tranquillizzato un ambiente che ha fatto cerchio attorno alla sua persona, è arrivato a vincere le successive 5 partite in Europa e ha saputo digerire e far digerire ai tifosi anche due sconfitte consecutive interne in campionato con una certa leggerezza; roba non banale per un popolo pretenzioso come quello biancorosso.

Il campo invece ci dice che la capacità di Luifa di alternare le sue due anime tecniche è immediata ed efficace a seconda del contesto, che sia LBA od Eurolega.

Se in Europa stiamo assistendo alla versione delle ultime 5 stagioni, in Italia gli appassionati di vecchia e nuova data stanno ammirando lo Scola “old style” , quel ballerino all’interno del pitturato in grado ancora di far stropicciare gli occhi. In campionato infatti è spesso usato come lungo puro, vera e propria boa capace di segnare vicino al ferro, grazie al vantaggio fisico che spesso ha sul diretto marcatore, o di smistare la palla ad uno dei tanti tiratori a disposizione dell’Olimpia, senza dimenticare la straordinaria efficienza che ogni volta scaturisce dal gioco a due col Chacho, molto più utilizzato rispetto all’Eurolega.

Fuori dai confini Scola diventa invece un tiratore abile nel farsi vedere puntuale sul lato debole per il piazzato o trova il canestro dalla spazzatura quando la difesa converge sul secondo lungo milanese: non è un caso che il numero di assist sia all’incirca la metà rispetto a quelli consegnati in LBA e il numero di tiri da 3 presi sia enormemente maggiore.

Partite giocate Tiri da 2 Tiri da 3 Media assist
LBA
3
12-21
0-1
3.0
Eurolega
6
29-58
8-18
1.8

Sempre lo stesso, sempre diverso

La capacità di far convivere all’interno della stessa stagione queste due anime tecniche passando con naturalezza dall’una all’altra spiegano tantissimo del perché Luis Scola sia ancora in campo a quasi 40 anni, riuscendo ad essere “sempre lo stesso” in termini di efficacia e “sempre diverso” a seconda di quello che richiede il contesto.

E poco, pochissimo importa dell’avversario che ci sia davanti a lui o dell’età che piano piano avanza, Luis gioca ancora con l’entusiasmo di un ragazzino dimostrando sul campo di poter competere al massimo livello possibile.

Senza cedere di un millimetro alla tentazione del ritiro, senza sentire la stanchezza delle tante stagioni sulle spalle, mostrando sempre un solo e grande sorriso che ognuno di noi dovrebbe avere ogni volta che abbiamo la sfera arancione fra le mani.

Il motivo ce lo spiega lui ed è un motivo semplice. C’è chi direbbe “for the love of the game”, ma Luis va ancora oltre:

“At the end of the day it’s just basketball”


Mikhail Laurenza

Mikhail Laurenza

Giocatore dilettante, allenatore dilettante, scrittore dilettante, innamorato per professione. Il basket è mio padre e i suoi insegnamenti. Il basket è la ragione.