Il ritorno di Young Trece (aka Paul George)

Pubblicato da Davide Piasentini il

La nostra storia inizia al Domenic Massari Park, situato nell’east side di Palmdale, California, tra E Avenue Road e 55th Street. Il parco è davvero enorme. Ci sono diversi campi da calcio e da tennis, quattro “diamanti” e, ovviamente, un paio di meravigliosi playground. Potrebbe sembrare scontato, persino banale, iniziare una storia di pallacanestro partendo dalla strada, o meglio, dall’asfalto. Mai come in questo caso, però, è fondamentale cominciare proprio da qui per comprendere fino in fondo la genesi di uno dei migliori interpreti della storia recente del gioco. È al Massari Park che il talento cestisco di Paul George inizia ad irradiare le strade di Palmdale. In questo playground, verso la fine degli anni Novanta, il giovanissimo Paul e la sorella Teiosha giocano a basket quasi ogni giorno. È lei a trasferirgli tutto il suo sapere cestistico e, soprattutto, il suo innegabile talento. I due giocano 1 vs.1, dal primo pomeriggio fino al tramonto, cercando di trovare in quel playground un rifugio dove poter essere se stessi senza doversi preoccupare di altro. Teiosha, giocatrice di successo a Pepperdine University, è una delle due sorelle più grandi di Paul. L’altra si chiama Portala, pallavolista a Cal State San Bernardino. Paul inizia a giocare a basket quando la madre Paulette viene colpita da un infarto. Lui ha appena 6 anni e per non fargli sentire il peso insostenibile di quel momento, la sorella decide di portarlo al Massari, principalmente per proteggerlo. La storia d’amore tra Paul George e la pallacanestro inizia così, come una magnifica distrazione. Non giocherà a livello agonistico sino al liceo, crescendo senza allenatori, senza alcun filtro, sviluppando la propria conoscenza cestistica attingendo quasi unicamente dal proprio istinto. Il suo rapporto intimo e personale con il basket evoca una continua ricerca della propria individualità, rappresentandone la più importante chiave di espressione, quella capace di far uscire fuori tutto e, allo stesso tempo, di chiuderlo al suo interno.

Paul George è uno dei più complessi e sofisticati giocatori della NBA. Uno difficile da ingabbiare in qualche definizione, proprio perché sempre in costante evoluzione. Un giocatore che nella sua carriera ha accarezzato dolorosamente la propria mortalità tecnica, rifiutandosi di averne paura e abbracciando con tenacia il proprio destino. È proprio questo aspetto, secondo me, a rendere Paul George un fenomenale interprete di questo gioco. La capacità di caratterizzare profondamente la sua pallacanestro, modellandola attraverso il proprio vissuto, lasciando che sia essa stessa a fluire liberamente, senza opporvisi. Come nelle lunghe giornate al Massari Park, quando il basket era una distrazione e la NBA viveva solamente appesa ai freddi muri della sua cameretta.

A boy from  L.A. Palmdale (aka The real L.A.)

Molti appassionati di basket NBA credono erroneamente che Paul George sia nato e cresciuto a Los Angeles, “born and raised” nella Città degli Angeli. Stessa cosa per il suo nuovo compagno di squadra ai Clippers Kawhi Leonard. La verità è che entrambi provengono dalla Southern California, area molto più vasta, definita dai locali “The real L.A.”, la vera Los Angeles. Il motivo è semplice: da queste parti vivono gli originali californiani del sud, lontano dal caos di Hollywood e da quella ricchezza materiale che, secondo loro, ha corrotto irreparabilmente i suoi abitanti. La vera California la trovi là fuori, o meglio “outside”. Come il titolo di una canzone dei Foo Fighters contenuta nel meraviglioso album itinerante Sonic Highways (2014), che racconta poeticamente questa intima connessione tra la metropoli e le suggestive aree limitrofe. A volte per cercare se stessi o trovare le risposte alle grandi domande, bisogna sapere andare lontano, lasciandosi alle spalle i confini del conosciuto, e liberare la propria anima dalle catene del sapere.

There’s a long straight road, out of the cold
And we can leave it all behind
I wanna get outside, baby, let’s get outside
I wanna get outside, outside, of me
(Foo Fighters, Outside)

Kawhi è originario di Moreno Valley. Paul, invece, è cresciuto a Palmdale, città di 150 mila abitanti a un’ora di macchina da Los Angeles. Del campetto di Massari Park abbiamo già parlato. Ora è tempo di conoscere in profondità l’amore di Paul George per la pallacanestro. Da piccolo non tifava esclusivamente per i Lakers o per i Clippers. Adorava entrambe le squadre per motivi diversi. I gialloviola per la presenza di Kobe Bryant, il suo giocatore preferito in assoluto, seguito a ruota da Tracy McGrady. I Clips, invece, per il loro essere degli “underdog”, anche se molti li definirebbero semplicemente “perdenti”. Apprezzava il loro gioco condiviso, pregno di altruismo e sacrificio, nonostante fosse chiaro che non avrebbero mai vinto un titolo. Paul era un ragazzino molto educato e rispettoso. Per alcuni lo era persino troppo, anche sul campo da basket. Non gli interessava giocare in una squadra “vera” e nemmeno emulare l’iso game del suo idolo Kobe. Voleva giocare a modo suo, in campetto come nella frequentatissima palestra YMCA. Da ragazzino era già alto 1.80, secco come un chiodo. Gli amici gli dicevano di giocare sotto canestro ma farlo non lo divertiva affatto. Gli piaceva partire fuori area, piuttosto, mettere palla per terra e tirare da tre punti. Non voleva imitare Kobe, ma reinterpretare i suoi movimenti per renderli naturali.

Paul comincia a fare sul serio con la pallacanestro solamente al suo anno da sophomore (inizia nel junior varsity team) alla “Pete” Knight High School. Lo allena Coach Tom Hegre, una delle persone che ha avuto maggior impatto nella sua crescita cestistica. L’inserimento nella squadra è facile e naturale. Paul ha la pallacanestro che gli scorre nel sangue ma in campo è poco aggressivo, tira poco e cerca sempre di coinvolgere i compagni. Nel suo anno da junior mette a referto 14 punti e 8 rimbalzi di media a partita. È un difensore sulla palla già estremamente efficace ma in attacco viene letteralmente minacciato dal proprio allenatore affinché si prenda qualche responsabilità. Coach Hegre pretende molto di più da lui nella metà campo offensiva ma non riesce a trovare la giusta leva per farlo cambiare, nemmeno promettendogli allenamenti duri e ripetuti “suicidi” lungo i 28 metri. L’allenatore considera Paul George un perfetto “secondo violino”, che necessita della presenza di un giocatore più forte al suo fianco per rendere al meglio. 

Il giovane PG accetta la valutazione del suo coach, pur essendo in totale disaccordo. Non si rivede affatto in questa caratterizzazione, così, probabilmente punto nell’orgoglio, decide di modificare radicalmente il suo approccio alla pallacanestro. Nell’estate del 2007, quella prima della sua stagione da senior, decide di lavorare ininterrottamente in palestra per diventare quel giocatore di cui la sua squadra ha bisogno per fare il salto di qualità. I risultati non tardano ad arrivare. Paul amplia il suo arsenale offensivo, diventando più completo e prendendo definitivamente possesso della squadra. L’ultima stagione agli Hawks è stellare: 23.2 punti e 11.2 rimbalzi di media a partita. George è un leader indiscusso per i suoi compagni, sia attraverso l’esempio (il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene ad ogni allenamento) che sotto il profilo tecnico.

Nonostante il suo nome inizi a circolare con più frequenza negli ambienti universitari, non sono molti gli scout a prenderlo realmente sul serio. Palmdale non rappresenta propriamente un palcoscenico cestistico importante a livello nazionale e questo sfavorisce il suo recruitment. “Fly under the radar”, si dice negli States. Paul George è una stella a livello liceale ma la fila per offrirgli una borsa di studio non c’è. Anche nella sua squadra di AAU, i Pump-n-Run, non è il giocatore che gode di maggior considerazione. È il suo compagno Jrue Holiday ad essere nel mirino delle migliori università del paese. Per George nemmeno un invito ai tornei giovanili più importanti. Niente Mc Donald’s All-American. Niente Jordan Brand Classic e Nike Hoop Summit. Il suo nome non compare nemmeno nella top 100 di ESPN. Qualche college che l’ha notato, però, c’è. Ci provano Georgetown e Penn State, ma alla fine Paul sceglie di andare a Fresno State, dove lo aspettano più minuti e un ruolo da protagonista assoluto.

Con la maglia dei Bulldogs allenati da Coach Steve Cleveland diventa subito il go-to-guy della squadra. Nella gara contro St. Mary’s, dove segna 25 punti e cattura 10 rimbalzi, il suo primo biglietto da visita: una clamorosa schiacciata sulla testa di Mickey McConnell, che viene poi trasmessa ininterrottamente da tutte le tv nazionali. Con la maglia numero 24 sulle spalle (ritirata proprio in questi giorni), indossata in onore dell’idolo Kobe Bryant, gioca due stagioni molto importanti dove migliora esponenzialmente, sia atleticamente che a livello tecnico. S’ingrossa un pò, e ci voleva poco visto la sua struttura fisica di partenza, lavorando molto in sala pesi e, soprattutto, sviluppa il suo ball handling, accrescendo di molto anche la sua abilità nel playmaking. Paul George si afferma subito come grande talento a livello collegiale, attirando le attenzioni della NBA, soprattutto per le sue incredibili doti difensive. Il #24 dei Bulldogs è intenso, veloce e con un sofisticato QI cestistico. Anche l’atletismo è di primissimo livello e lo dimostrano le decine di schiacciate esibite nelle sue due annate a Fresno. Al termine della stagione da sophomore i numeri parlano chiaro: 16.8 punti (42.4% dal campo e 90% ai liberi), 7.2 rimbalzi, 3 assist e 2.2 recuperi di media a partita. Le sue quotazioni in vista del Draft 2010 sono cresciute rapidamente durante l’anno, così Paul decide di provare il salto tra i professionisti. Il ragazzo di Palmdale giocherà finalmente nella NBA.

La nascita di PG

George viene scelto con la decima assoluta dagli Indiana Pacers, i quali credono molto nelle sue potenzialità come difensore e tiratore dal perimetro. Un classico “3-and-D”, profilo estremamente ricercato dalle squadre NBA. I punti di svolta dell’esperienza di Paul a Indianapolis sono due. Il primo durante i Playoffs del 2011, quando nella serie contro i Chicago Bulls, numero uno del tabellone a Est, parte stabilmente in quintetto base e, soprattutto, impressiona per la difesa su Derrick Rose. I Pacers vengono eliminati in 5 partite ma lo status di George esce rafforzato. Nessuno si aspetta, però, che possa diventare qualcosa più di un ottimo role player. Nelle prime due stagioni viene schierato spesso da shooting guard ma nel 2012 la sua carriera prende un’altra direzione tecnica. Danny Granger, giocatore simbolo di Indiana e miglior realizzatore della squadra, s’infortuna al ginocchio sinistro, compromettendo la sua stagione. Coach Frank Vogel allora decide di spostare Paul George nel ruolo di small forward, cambiando totalmente le prospettive tecniche della squadra. 

Il ragazzo di Palmdale esplode improvvisamente, diventando rapidamente la prima opzione offensiva. Il salto di qualità è soprattutto mentale. Nella sconfitta esterna contro Golden State del 1 Dicembre, ad esempio, PG finisce con 0 punti e 0/7 dal campo. Al ritorno ad Indianapolis, appena sceso dall’aereo (attorno alle 7 del mattino), si precipita in palestra per lavorare ossessivamente sul proprio tiro. L’obbiettivo è segnarne 500, purificandosi dopo la pessima prestazione. Nella partita seguente, contro i Chicago Bulls, ne stampa 34, con un 14/25 dal campo, oltre a 9 rimbalzi, 3 recuperi e 2 stoppate. Una prestazione che testimonia perfettamente il suo mindset e la sua ossessiva etica del lavoro. La stagione 2012/2013 si conclude con la conquista del premio di Most Improved Player (17.4 punti, 7.6 rimbalzi e 4.1 assist di media), oltre alla convocazione all’All Star Game e alle meravigliose Eastern Conference Finals contro i Miami Heat di LeBron James e Dwyane Wade. I Pacers perdono 4-3 ma George dimostra di essere un giocatore sensazionale, marcando benissimo LeBron e segnando canestri pesantissimi.

Nella stagione 2013/2014, Indiana conquista il miglior record a Est (56-26) e Paul si afferma come uno dei giocatori emergenti più forti della lega. Per lui alla fine 21.7 punti, 6.8 rimbalzi, 3.5 assist e 1.9 recuperi in 36 minuti di media a partita. I Pacers, però, vengono sconfitti ancora una volta dai Miami Heat, sempre nelle Finali di Conference. Una grande delusione per George, che sente particolarmente la rivalità con la squadra di LeBron e credeva fortemente di poterlo battere. L’occasione per rifarsi arriva durante l’estate del 2014, quando viene convocato da Team USA per i prossimi Mondiali in Spagna. Questa esperienza rappresenterà il momento più duro di tutta la sua carriera.

That f*ckin’ day

1 Agosto 2014. Tutti ricordano quello che è successo a Paul George durante quel fottuto scrimmage di Team USA a Las Vegas. Non è certo qualcosa che si dimentica facilmente. Un infortunio orribile che ha cambiato per sempre la sua vita. La cicatrice è ancora visibile sulla sua gamba destra. Una piccola protuberanza ossea, conseguenza dell’operazione subita, gli ricorda ogni giorno quel momento. Aveva perso la speranza, dubitando seriamente di poter tornare a giocare a pallacanestro. Ricorda ancora nitidamente le ore e i giorni successivi all’incidente. Si chiedeva se sarebbe mai tornato a camminare normalmente e, soprattutto, si faceva la domanda che ogni essere umano in quella situazione si sarebbe fatto: “Perchè io? Perchè è capitato a me?”. L’esperienza dell’infortunio lo cambia profondamente, fissando nuovi orizzonti per la sua esistenza. In pochi giorni lo sconforto lascia spazio alla necessità di tornare a giocare, che per lui, nemmeno troppo velatamente, significa tornare a vivere.

The worst has happened. The best is next”.
Il peggio è già accaduto. Il meglio deve ancora venire.

Paul George ritorna sul parquet con la maglia dei Pacers il 5 Aprile 2015. Otto mesi dopo il gravissimo infortunio alla gamba. Più maturo e, soprattutto, più motivato che mai.

The Comeback

La “nuova vita” cestistica di Paul si traduce anche nel cambio del numero di maglia. Abbandonato il 24, legato alla prima parte della carriera, sceglie il 13, che si porterà dietro i nickname “PG-13″ e “Young Trece” (tredici in spagnolo). La storia con i Pacers, invece, è arrivata alle battute finali. Se da una parte Paul sta lentamente tornando il giocatore che era prima dell’infortunio a livello fisico, dall’altra il progetto di Indiana pare direzionato verso il restyling del roster. Le ultime due stagioni di George a Indianapolis si concludono entrambe con l’uscita al primo turno dei Playoffs. Nel 2016/2017, George termina la regular season con 23.7 punti, 6.6 rimbalzi, 3.3 assist e 1.6 recuperi di media a partita. Il suo contratto in scadenza nell’estate del 2018 e la ferma volontà di cambiare aria, obbligano i Pacers a lasciarlo andare.

Paul ha in mente una cosa sola: tornare a Los Angeles per giocare con i Lakers. Subito o, al massimo, tra un anno, quando sarà free agent. Una situazione complicata, soprattutto per gli altri potenziali acquirenti, consapevoli di non essere la sua preferenza a lungo termine. Gli Oklahoma City Thunder, però, scelgono di prendersi il rischio, scambiando per lui Victor Oladipo e Domantas Sabonis.   Nella prima stagione a OKC, la squadra vive di alti e bassi, con quest’ultimi che chiudono nettamente in vantaggio al termine del campionato. Il sodalizio tecnico con Russell Westbrook, il grande interrogativo per tutti gli addetti ai lavori, non porta immediatamente i risultati sperati. I Thunder giocano male e faticano tutto l’anno a trovare continuità di rendimento e, soprattutto, risultati. La sconfitta al primo turno di Playoffs contro Utah sembra sancire formalmente la conclusione dell’esperienza di George a Oklahoma City. Succede, invece, quello che non t’aspetti. Paul decide di restare ai Thunder, firmando un contratto di 4 anni per 137 milioni di dollari, lasciando a bocca asciutta i Lakers. L’affetto incondizionato della gente di OKC e, soprattutto, il profondo legame con il compagno Russell Westbrook rappresentano i motivi principali della scelta. La stagione 2018/2019 sarà la migliore di sempre per il ragazzo di Palmdale. Per lui 28 punti, 8.2 rimbalzi, 4.1 assist e 2.2 recuperi di media a partita. Il massimo in carriera in tutte le categorie. Paul George si classifica al terzo posto nella corsa all’MVP, vedendo per la prima volta il suo nome inserito concretamente nella discussione. Il suo gioco non è mai stato così maturo. Affascinante nei suoi movimenti offensivi ed esaltante nella metà campo difensiva. Uno dei two-way player più forti di tutta la NBA.
Oklahoma City, nonostante gli evidenti miglioramenti rispetto alla stagione precedente, fallisce nei nuovo ai Playoffs. Sono i Portland Trail Blazers di Damian Lillard, stavolta, a sbatterli fuori in cinque partite. PG, o meglio “Playoff P” come ama definirsi durante la post season, mette a referto 28.6 punti, 8.6 rimbalzi e 3.6 assist di media a partita ma non riesce ad evitare l’eliminazione dei suoi, entrando nella storia dalla parte sbagliata. È proprio lui in Game 5 a marcare Lillard nell’azione dell’iconica tripla da 11 metri che decide partita e serie. L’ennesima eliminazione convince Sam Presti, GM dei Thunder, a rivedere l’intero progetto sportivo della franchigia. L’idea del rebuilding del roster si concretizza a inizio Luglio. Russ vola a Houston. Young Trece, invece, torna finalmente a casa.

Back to Southern California

L’arrivo di Paul George e Kawhi Leonard ai Clippers, alla corte di Coach Doc Rivers, ha scatenato una narrativa sfrenata attorno alla nuova stagione NBA. Il ritorno a casa dei due losangelini, contrapposto al duo gialloviola LeBron James/Anthony Davis (arrivato via trade dai Pelicans), ha dato origine alla “Battle for L.A.”, una lotta sportiva per la conquista del trono della città e del titolo NBA. Dopo due operazioni ad entrambe le spalle, Paul George è finalmente pronto a debuttare in regular season e a scendere in campo al fianco di Kawhi, “Sweet Lou” Williams, Montrezl Harrell e a “Mr. 94 Feet” Patrick Beverley.

“Quello che volevo era tornare a casa”.

L’ennesimo ritorno della sua carriera sta per cambiare nuovamente faccia alla lega. Paul ha saputo trovare dentro se stesso, anche attraverso la sofferenza fisica, la sua redenzione cestistica. Un percorso esistenziale che ha trasformato la sua pallacanestro, rendendola qualcosa di speciale, oltre il vuoto della retorica e l’esaltazione dell’epica sportiva. Vedendolo giocare si finisce inevitabilmente per essere rapiti da quell’eleganza meravigliosamente anacronistica, fugace e persistente al tempo stesso, che lo definisce e scolpisce nella nostra immaginazione.

Ogni notte è come se la luna riflettesse il suo talento per la prima volta.
Da Palmdale allo Staples Center. Il cerchio si chiude.

Young Trece è di nuovo casa.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.