Raccontare Gianmarco Pozzecco

Pubblicato da Roberto Gennari il

Impossibile.
Ci sono così tanti momenti highlight nella carriera di Gianmarco Pozzecco da Gorizia che è impossibile sceglierne uno solo: la festa per lo scudetto della stella di Varese, insieme a coach Recalcati, Andrea Meneghin, Jack Galanda e una città intera? O la gioia incontenibile per la vittoria nel derby contro Cantù, fresco di nomina a capo allenatore di Varese, quando per la prima volta si strappò la camicia a fine partita per esultare? Già, impossibile scegliere.

(foto IlSole24Ore)

Ci sono così tante cifre eclatanti nella carriera del Poz che è impossibile isolarne una: il titolo di miglior realizzatore del campionato, stagione 2000-2001, in maglia Varese, quando realizzò anche il suo career-high a quota 42 punti segnati, in una gara contro Avellino. Le partite da 14 assist. Lo scudetto a Varese, poi la supercoppa sempre con la maglia di quella squadra che al tempo si chiamava Roosters, l’argento olimpico ad Atene, l’Oscar GIBA 2001 come miglior giocatore del campionato italiano. E poi la Fortitudo, Saragozza, i due anni in Russia al Khimki, l’epilogo della carriera a Capo d’Orlando. Fino a quel 15 maggio 2008, al Palasport Giacomo Del Mauro. Avellino passa il turno, Capo d’Orlando è eliminata. A tre minuti dalla sirena finale della partita, esce lui, e la partita viene interrotta per tributargli un lungo applauso del pubblico e dei giocatori.

 

Eppure niente di tutto ciò ci dice niente su Pozzecco, il giocatore per certi versi più emozionante che sia mai passato dal campionato italiano.  Uno che quando lo vedevi giocare, con quel fisico tutto sommato normale (1.81 per 74 kg il dato “ufficiale”), in mezzo ai giganti, ti sembrava impossibile che potesse essere lì, competere a quei livelli.  Glielo hanno detto in tanti, nei primi anni della sua carriera, li ha smentiti tutti, uno per uno. Raccontare Pozzecco con le cifre sarebbe inutile, fuorviante, ingiusto. Così proviamo un approccio diverso: lasciamo da parte i freddi numeri per dare spazio alle sensazioni, a quello che per noi ha rappresentato Pozzecco, per ringraziarlo di tutte le volte che ci ha fatti balzare in piedi e gridare “no dai, questo è impossibile!”

Emozionante.

emozionante agg. [part. pres. di emozionare]. – Che suscita emozione, eccitazione; avvincente, appassionante, elettrizzante, coinvolgente: una partita e.una letturaun film davvero e.; un panorama emozionante.

Questa è la definizione di “emozionante” che troviamo nel dizionario Treccani Online. Se riassumiamo tutto in un concetto semplice, “emozionante” è tutto ciò di fronte a cui è impossibile restare indifferenti. E Gianmarco Pozzecco, “il Poz”, “la mosca atomica” (soprannome che lui – comprensibilmente – non amava granché, e che quindi eviteremo di menzionare di nuovo da qui in avanti) è stato un giocatore, ed è oggi un allenatore, di fronte a cui è assolutamente impossibile restare indifferenti. Lo era già sin dai suoi primi vagiti nel basket professionistico, a Udine prima e Livorno poi, ma è con il suo trasferimento a Varese, nel 1994, che vengono gettate le basi per la nascita di questo personaggio leggendario. Ancora oggi, la prima immagine che viene in mente pensando al Pozzecco giocatore, è quella con la maglia biancorossa sporca di sangue, il naso rotto, i capelli fucsia, a festeggiare uno scudetto che da quelle parti mancava da 21 anni, e non si è più rivisto da allora. Gianmarco Pozzecco, gloria della Pallacanestro Varese inserita nella Hall of Fame della società lombarda, acerrima rivale di Cantù, omaggiato nella sua ultima partita al Pianella dagli Eagles con lo striscione “ciao Poz: un saluto al nostro migliore peggior nemico”. Quando Pozzecco ha giocato la sua ultima stagione con la maglia di Capo D’Orlando, nei palazzetti di tutta Italia c’era un clima che somigliava – in piccolo, ok, ma neanche troppo – ai farewell tour dei giocatori NBA più amati, da Jordan a Bryant a Wade. Non è ovviamente possibile paragonare Pozzecco a nessuno di loro, casomai il primo accostamento che viene spontaneo è quello con Allen Iverson, piccolo grande uomo con una rapidità sul campo, una capacità realizzativa e un cuore così grande da farlo sembrare il più grande di tutti.

(foto Ciamillo Castoria)

Unico.

I was told a million times
Of all the troubles in my way
Mind you grow a little wiser
Little better every day
But if I crossed a million rivers
And I rode a million miles
Then I’d still be where I started

(Queen – Keep Yourself Alive)

Ma raccontare Pozzecco non è raccontare Allen Iverson, così come non è raccontare nessun altro giocatore prima o dopo di lui. Gianmarco Pozzecco è un istrione, un giocatore solare, un combattente, un estroso. Non ha la spinta gangsta che muove tanti giocatori americani, provenienti da quartieri così poveri, pericolosi e difficili che ogni possesso giocato in ogni partita da professionisti viene giocato col coltello tra i denti di chi non sa cosa gli riserverà il domani, ma sa soltanto che lì non ci vuole tornare ed è disposto a tutto perché non gli accada. Non ha avuto il dono di natura di avere delle doti fisiche che da sole garantiscono una carriera ai massimi livelli, come potremmo dire oggi dei vari Giannis Antetokounmpo, Kevin Durant e via discorrendo. Però ha avuto dalla sua la rapidità: di piedi, di mani, di testa. Ha avuto un carattere che gli ha permesso di superare tutto quello che si è sempre frapposto tra lui e il successo. Ha incarnato nella sua fisicità e nella sua attitudine sul parquet la frase resa celebre da Muhammad Alì: sii leggero come una farfalla, pungi come un’ape.

(foto Ciamillo Castoria)

E ancora oggi, che lo vediamo guidare le sue squadre in una delle vesti che più difficilmente avremmo immaginato per lui, quella di capoallenatore, lo sappiamo che il Poz è uno vero fino in fondo, uno senza filtri, uno che con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, ha capito prima di tutti gli altri che l’unico modo per lui per restare in pista era mantenersi unico, vero, restare sé stesso costi quel che costi. Come rivendicò orgogliosamente subito dopo aver vinto lo scudetto con Varese. “Giocavo in C e dicevano che non potevo. Sono arrivato in A e dicevano che un grande club non m’ avrebbe mai preso. Giocavo qui e dicevano che con me non si andava da nessuna parte. Conosco il disco, ma adesso suono il mio. Ho vinto, e da protagonista. Sono un pagliaccio, ma sono il numero uno dei pagliacci.”

Carismatico.

Pozzecco si è affermato sui massimi palcoscenici aspettando il suo momento di prendersi la squadra in mano. A Varese ha visto prima emergere l’astro nascente di Arijan Komazec, poi la consacrazione di Bill Edwards, l’ascesa di Andrea Meneghin, la rivelazione di Veljko Mrsic, la consacrazione di Jack Galanda.  Pozzecco è sempre stato lì, in una squadra che giocava un basket camaleontico, con tanti giocatori capaci di giocare in più ruoli, lunghi capaci di tirare da fuori, guardie e ali capaci di portare palla e all’occorrenza di difendere su almeno tre ruoli, e poi lui. Genio e sregolatezza, il primo a credere in sé stesso, un giocatore che stava coi più grandi soprattutto in due cose: fiducia nei propri mezzi e voglia di divertire. In un basket, quello europeo, col pragmatismo a farla da padrone, Pozzecco era come Magic Johnson, come Drazen Petrovic, come Larry Bird e Dejan Bodiroga:  se è possibile fare un canestro spettacolare, o un assist da lasciare a bocca aperta, che diamine, facciamolo! La gente paga il biglietto per venire a vedere uno spettacolo, e il Poz gli offre esattamente questo.  Ma dobbiamo sfuggire alla visione riduttiva dell’istrione fine a sé stesso.  Pozzecco credeva e crede ancora oggi in quello che fa:  coniugare passione e divertimento come unico modo di vivere la pallacanestro, anzi, forse come unico modo di vivere in generale.

(Foto Ciamillo Castoria)

Fatto sta che con il suo modo di essere inimitabile, il “personaggio” Pozzecco è riuscito, nel bene e nel male, a diventare uno degli sportivi più famosi e amati degli ultimi anni in Italia, non solo nel basket ma in generale.  Restare sé stesso come unica via possibile di esistere, sul parquet come fuori. Le interviste del Poz (e del suo compagno di backcourt, Andrea Meneghin, che oggi ne commenta le partite nella sua nuova veste di telecronista) non sono mai state banali, prevedibili, scontate. Si andava a intervistare un giocatore sapendo che in un modo o nell’altro sarebbe stato lui a guidare il discorso. Come in tutto ciò che lo riguarda, prendere o lasciare.

Mediatico.

Il Poz è personaggio a tutto tondo, inutile nascondersi. Senza filtri, autentico, ma al tempo stesso conoscitore del basket e del suo mondo. Stilare un greatest hits delle sue dichiarazioni più famose, particolari e simpatiche è compito improbo e richiederebbe un articolo a parte. E forse sminuirebbe il personaggio. Questo suo essere “originale” e al tempo stesso così autentico ha fatto di lui una celebrità del piccolo schermo in tempi in cui le dichiarazioni degli atleti cominciavano ad essere fatte con la fotocopiatrice, fatte le debite eccezioni.  Nel 2001 Italia 1 lo sceglie per condurre Candid Camera Show. Anni dopo, SKY lo ha scelto come co-conduttore di Rhythm and basket. Ha collaborato con SportItalia e con LA7 per programmi come NBA News e Sotto Canestro. Si era poi trasferito nel buen retiro di Formentera, dedicandosi a faccende che non hanno molto a che fare col basket. Le sue esperienze in panchina lo hanno nuovamente messo sotto i riflettori, e lui, che è solo capace di essere sé stesso nel bene e nel male, non si è sottratto, anzi. L’esperienza a Capo d’Orlando, due anni in A2 di cui uno da subentrato e uno da protagonista, con Matteo Soragna e Gianluca Basile, suoi compagni nella gloriosa spedizione di Atene, come giocatori. Poi Varese, il Cedevita come vice del suo compagno di scudetto Veljko Mrsic, la Fortitudo e infine Sassari.

(foto Ciamillo Castoria)

Le sue interviste lo rendono ancora oggi il personaggio che tutti ascoltano, perché è gioviale, mai banale, imprevedibile, schietto e onesto. Sembra quasi che giochi un po’ col suo personaggio, e invece no, è proprio autentico fino in fondo. Questo è il motivo per cui, da anni, quando parla il Poz, tutti ascoltano, anche chi in pubblico dice di snobbarlo.  Quando assunse l’incarico di capo allenatore a Varese, i suoi “sei comandamenti” diventarono virali, facendo tornare a parlare di basket anche testate e siti generalisti. Che cosa dicevano questi sei comandamenti?

  1. Rispetta e ama i tuoi compagni
  2. Non essere in ritardo
  3. Vai fuori quando vuoi, mai prima di una partita
  4. Dimmi tutto
  5. Sono qui per aiutarti a realizzare il tuo sogno
  6. Divertiti

La foto di queste parole, scritte a mano dal Poz nello spogliatoio di Varese, venne ripetutamente condivisa nei social anche da gente che non ha mai visto un minuto di pallacanestro in vita sua. Se non è essere mediatici questo, allora noi non sappiamo cosa lo sia.

Vincente.

Il Poz vince anche quando perde. Vince perché stabilisce un legame empatico coi giocatori e coi tifosi che è un qualcosa che va oltre il mero risultato. Vince perché crea sinergie fortissime, spinge i giocatori a dare il massimo per lui. A costo di commettere reato di blasfemia, lo diciamo: per certi versi, Pozzecco è un vincente nella maniera in cui lo era John Wooden:  la vittoria, secondo il celebre coach di UCLA, non stava nella prestazione del singolo, ma nell’aver dato il meglio di quello che si poteva dare in campo, giocando un “basket jazz” (il virgolettato è di Kareem Abdul-Jabbar), dove si insegna ai giocatori a seguire un canovaccio e adattarsi alle azioni, più che seguire schemi rigidi e fissi. Certo, ci vuole anche il talento, perché senza quello non si va da nessuna parte. Ma guardando giocare le squadre di Gianmarco Pozzecco head coach, guardando la Dinamo Sassari delle 22 vittorie consecutive, capace di vincere la FIBA Europe Cup, di eliminare la Reyer Venezia in Coppa Italia e l’Olimpia Milano nei playoff scudetto, di vincere la supercoppa italiana battendo sia i campioni d’Italia della Reyer sia i vincitori della Coppa Italia della Vanoli Cremona, vediamo che il marchio di fabbrica di Pozzecco non è in un aspetto specifico del gioco ma in un’attitudine in campo. E non inganni l’atteggiamento dell’allenatore:  Sassari è oggi la squadra con il miglior defensive rating e con il miglior net rating del campionato, sintomo di squadra determinata e concentrata sui due lati del campo. E allora c’è solo un modo di chiudere questo lungo racconto, ed è con le parole del diretto interessato.

“Per troppi anni il basket è stato guidato da gente che pensava che la goliardia fosse sinonimo di scarsa professionalità. Non è così o almeno non la penso in questo modo, anzi, a riguardo ho ben chiara una scena vista quando ero piccolo: c’era mio papà seduto a un tavolo con quelli che allora erano i suoi giocatori. Non smettevano di scherzare e di raccontarsi i tanti episodi divertenti passati insieme: quello è il clima che mi piace.”

Questa è la via di Gianmarco per la vittoria, da sempre e per sempre.


Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.