Phoenix Suns – Sotto un nuovo Sole

Pubblicato da Leandro Nesi il

Flashback: 19 vinte, 63 perse. I Suns chiudono la stagione regolare 2018-19 con un record identico a quello dei Cavs post LeBron James (parte II) e migliore solo di quello dei Knicks, 17-65. Il giorno dopo la fine della stagione regolare, l’11 aprile, la proprietà di Phoenix decide di promuovere a General Manager James Jones, già fautore di due trade niente male: Trevor Ariza per Kelly Oubre Jr., Ryan Anderson per Tyler Johnson. Passano meno di due settimane e Jones prende un’altra decisione importante: Igor Kokoskov non è più l’allenatore dei Suns, al suo posto, dopo un altro paio di settimane, viene annunciato Monty Williams. Le parole con cui viene annunciato da Jones sono: “[…] Monty infonderà saggezza cestistica e lezioni di vita nel nostro spogliatoio”. Non si parla di basket: si parla di migliorare gli uomini, lo spogliatoio, quel “creare una cultura vincente” che tanto era mancato negli ultimi anni. 

When the sun has set, no candle can replace it

George R.R. Martin, nel suo “A song of Ice and Fire” riferisce la frase all’amore di un uomo, ma il discorso qua si può ampliare: una volta che una cultura vincente si impossessa di una franchigia, il percorso è indirizzato verso il successo. Che poi il successo arrivi dipende da una serie infinita di concause, che vanno dalla chimica di squadra all’allenatore, accoppiamenti playoff, infortuni, una palla che rimbalza sul ferro quattro volte ed entra oppure esce. Non è compito del GM di una squadra ponderare l’imponderabile, ma è suo compito mettersi nelle
migliori condizioni possibili perché la squadra possa avere successo. Il compito di Jones, però, non è partito esattamente fortissimo: la lotteria non è stata benevola, restituendo la pallina della scelta numero 6 a Phoenix, che aveva il 14% di probabilità di ottenere la #1 assoluta, insieme proprio ai Knicks e ai Cavs (per la cronaca, tutti a secco). I Suns scelgono di scambiare la scelta numero sei con Minnesota, prendendosi la numero undici e Dario Saric. In un draft in cui il talento atteso è molto distribuito, fare un downgrade e prendersi il croato è una mossa che, a priori, era sembrata più che buona. Da un punto di vista tattico, Saric è un lungo con buone mani in grado di allargare il campo. Da un punto di vista umano, ne parlano come di un bravo ragazzo e di un buon lavoratore. 

L’offseason dei Suns è proseguita mettendo una serie di pedine fondamentali nel roster:

      –          Ricky Rubio

      –          Aaron Baynes

      –          Frank Kaminsky

      –          Jevon Carter

Un roster rivoluzionato e pensato. Un allenatore capace. Uomini che hanno giocato in contesti vincenti (Rubio e Baynes) o role players efficaci (Kaminsky e Carter).

Pronti via, e subito o quasi una doccia fredda: la squalifica di Ayton, scelto alla #1 l’anno precedente e di cui si è detto un gran bene, un gran male e poi una pasticciata via di mezzo. La verità è che Ayton è giocatore con talento e che l’anno precedente ha giocato in un contesto perdente, senza un playmaker che si potesse definire tale. Per un giovane centro non lo scenario ideale. Nonostante questo, l’anno è stato chiuso con cifre ed efficienza mica da ridere, ma l’esplosione della Doncic-mania prima, e della Young-mania dopo (con dualismo fra i due annesso) ha creato una quasi dimenticanza del caraibico. I problemi di Ayton evidenziati l’anno passato fanno tutti riferimento alla metà campo difensiva, in cui però va detto che né Doncic né tantomeno Trae siano fuoriclasse assoluti. 

Con la squalifica di Ayton sono arrivate le prime voci, insistenti, di una nuova annata da dimenticare per Phoenix. I Suns, invece, hanno cominciato l’anno giocando bene, giocando una pallacanestro intelligente, guidati dal miglior Rubio forse mai visto in NBA, in una squadra in cui ognuno dei giocatori ha ben chiaro quale sia il lavoro che deve fare in campo, e ognuno lo esegue dando il massimo. Sembra passata un’era geologica dalle partite che l’anno scorso si vedevano con la squadra dell’Arizona in campo, e a testimoniarlo ci sono i due scalpi eccellenti dei Nets e dei Los Angeles Clippers, con un’eccellente partita giocata contro i Lakers a testimoniare un cambiamento profondo attuato dalla franchigia. 

Intanto, un po’ di numeri: Phoenix ha 7-4 di record, è prima negli assist per partita, seconda per effFG% e nona nel pace (il che accresce il valore del primo posto negli assist per partita), con Offensive Rating (punti per 100 possessi) di 111.7, che la classifica al quarto posto assoluto nella Lega. In aggiunta a questi numeri, c’è quello che forse la dice più lunga sulla qualità dell’attacco dei Suns: Phoenix è seconda per tiri “wide open”, ovvero tiri aperti. L’anno scorso, per intenderci, era ventottesima. Per quanto riguarda un po’ di (rozze) statistiche difensive, gli avversari hanno una effFG% di 51.9% e un Defensive Rating di 105.5.

Essere primi negli assist va oltre gli 8.8 smazzati da Rubio a sera, è indice di un ball-sharing notevole ma sicuramente il centro focale dell’attacco dei Suns passa per le mani e per il talento dello spagnolo, come si può vedere nell’immagine qui sotto, che evidenzia la rete di assist che vanno da Rubio a tutti gli altri, e dagli altri al solo Rubio (immagine di pbpstats.com). In particolare, vale la pena sottolineare che i 28.1 assist di squadra generano il 67.1% di canestri di Phoenix. Una squadra che si passa (bene) la palla. 

Suns Assist Network - Thanks to pbpstats.com

Il backcourt

Rubio è esattamente al centro della rete, il che certifica senza alcun possibile dubbio il suo essere centrale nello scacchiere di coach Williams. Baynes, Booker, Oubre sono, in assenza di Ayton, i tre più serviti dall’ex Jazz. Ricky, motivato dal mondiale e reso probabilmente ancor più sicuro di se stesso con l’MVP della competizione iridata, sta giocando la sua pallacanestro fatta di giochi a due: Baynes, Saric, Kaminsky possono tutti e tre più o meno indifferentemente tagliar dentro (roll) o uscir fuori (pop) dopo il blocco (pick) e i risultati sono un gran mal di testa per le difese avversarie. 

Uno degli assist di Rubio per Baynes

Booker è, viene da dire finalmente, un giocatore utile quanto forte. Abbandonate le velleità da playmaker e la necessità (e volontà) di tener palla in mano, sta giocando per quel che è, una shooting guard di primissimo livello, un tiratore formidabile sia in spot up che dal palleggio. I numeri, pur se da prendere con le pinze a causa di campione basso, parlano del miglior tiratore da tre fra le guardie dell’intera NBA (con più di 40 tentativi) con un incredibile 53.2%. Fra tutti i giocatori che segnano almeno 25 punti, è terzo in FG%, primo in 3P%, terzo in FT% e primo in TS%. Lo stesso Devin ha dichiarato che il suo coach gli ha detto, fra le primissime cose, “Everything you want is on the other side of hard”. Tutto quel che vuoi, lo puoi ottenere solo con la fatica. Ad oggi i Suns sono a +94 di differenza canestri con Booker in campo e -24 senza. Non dover avere costantemente la palla fra le mani ne ha aumentato l’efficienza in maniera incredibile, piazzando nel 98imo percentile (solo il 2% di giocatori sono meglio di lui) per punti per possesso in handoff, nel 96imo percentile di punti per possesso sui tagli e tira con il 55% se in catch and shoot. Ancor più importante, il 54% dei suoi canestri sono assistiti. Un giocatore che, messo nelle condizioni migliori, diventa un’arma di distruzione di massa. 

La varietà offensiva di Booker

La grande sorpresa di questo inizio di stagione è, senza ombra di dubbio, Kelly Oubre Jr. Giocatore forte e talentuoso sì, ma che aveva nella continuità e nell’efficienza da tre due limiti enormi. Sicuramente essere chiuso a Washington nel ruolo da Otto Porter e trovarsi a giocare in diversi ruoli non lo aveva aiutato. Per ora, quindi con un campione di partite ancora limitato, sembra aver fatto anche lui un salto di qualità ed è difficile non attribuire parte del merito a quel Ricky Rubio che fino a poco tempo fa veniva schifato come pochi giocatori in NBA. Certo, vederlo così (video sotto) impegnato in difesa si lascia veramente guardare..

Le due stupende stoppate in Suns Vs Heat

Il reparto lunghi

In assenza di Ayton, Baynes sta giocando la sua miglior pallacanestro in NBA. Difesa (clip della difesa su Simmons), blocchi durissimi (sempre nella legalità), tagli al ferro per due punti comodi (grazie Ricky) o triple che ad oggi mette con un incredibile 47.1%, specie se paragonato al 28% in carriera fino a quest’anno.  

Frank Kaminsky è giocatore che già a Charlotte aveva lasciato intendere di poter essere un role player notevole, non solo per la sua capacità di allargare il campo ma anche per il contributo importante sotto le plance. Forse, in questo periodo ha anche stupito, giocando meglio delle (almeno mie) aspettative.

Dario Saric è passato dall’essere pedina importante nello scacchiere della Phila del Process a moneta di scambio per Jimmy Butler a inutile in una Minnesota che senza Butler non è mai riuscita a rimanere sullo standard imposto da Jimmy, e infine a pezzo di una trade per salire di posizioni al draft da parte dei Wolves. Una carriera che sembrava aver intrapreso una strada tutt’altro che in discesa, ma che si è rinvigorita con l’arrivo ai Suns. Saric gioca bene, fa il suo, può stare benissimo in campo e anzi è un valore aggiunto. 

La difesa di Baynes su Simmons, fonte @KevinOConnorNBA

La panchina

Carter ricorda un poco Beverley come tipo di applicazione difensiva, anche se fisicamente è meno forte e ha braccia meno lunghe. Di certo è un giocatore di intensità che dà tutto in campo, ogni volta. Queste sono cose che per squadre “minori” sono fondamentali, e una volta di più un plauso va al General Manager Jones, per averlo voluto e ottenuto. Tyler Johnson, testa fumantina e “cacciato” da Riley e Spoelstra, è un buon giocatore e il suo a livello soprattutto realizzativo difficilmente lo fa mancare. Mikal Bridges non è e forse non diventerà buono quanto si poteva sperare il giorno in cui è stato draftato, ma è anche lui un ragionevole filler in un roster che, con il ritorno di Ayton sarà anche sufficientemente profondo. Cam Johnson ha già fatto vedere lampi di quello che sembra poter essere tranquillamente un talento da NBA, per ora utilizzato principalmente come spot up shooter. 

When the sun has set, no candle can replace it

James Jones ha preso una franchigia in profonda difficoltà e ha cominciato a pavimentare la via perché la squadra torni competitiva. Non è un percorso che finisce oggi o quest’anno, ma sarà un percorso lungo. Le sconfitte, che arriveranno, dovranno essere interpretate come un qualcosa di fisiologico nel processo di crescita di un gruppo di uomini prima e giocatori poi. La via, però, sembra segnata. I Suns hanno deciso di tornare grandi, e lo hanno fatto affidandosi a un giocatore che ha visto e ha capito come si vince e che una cosa l’ha capita: non si vince per caso. In questo il suo pensiero sposa al 100% quello di coach Monty Williams e il suo “Everything you want is on the other side of hard”.

Ci vorrà il tempo che ci vorrà e come sempre un solo errore rischierà di buttar tutto quanto di buono fatto via, ma ad oggi e con tantissime partite da giocare in stagione, si può quasi dire: un nuovo Sole sta sorgendo sull’NBA. 


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.