Ben Simmons – Superhero

Pubblicato da Roberto Gennari il

Pull me out of the aircrash
Pull me out of the lake
I’m your superhero
We are standing on the edge…

A Benedetto Croce dobbiamo la classificazione dei predicati universali, che si possono tutti ricondurre a quattro fondamentali, che sono le “categorie dello spirito”: economia, estetica, etica e logica. Nella pallacanestro, sappiamo bene che le categorie dello spirito sono essenzialmente playmaker, guardia, ala, centro. Anche saper giocare a basket presuppone una certa padronanza di quattro “fondamentali”, che sono palleggio, passaggio, tiro, difesa (e tutto il resto).

Guangzhou Long Lions v Philadelphia 76ers

Foto Getty Images

Abbiamo semplificato e giocato con concetti complicatissimi perché quello che ci preme dire è che Ben Simmons è un giocatore che sfugge a numerosi tentativi di classificazione, e soprattutto considerando la sua scarsa padronanza del fondamentale noto come “tiro”, non dovrebbe essere lì, non dovrebbe essere così forte, e la storia di Einstein e il calabrone è già stata usata più volte. Ben Simmons tira male, ma veramente male, non tanto per l’altezza (non sarà mica il primo 2.08 nella storia del basket a non avere tiro da fuori…), quanto per la sua fastidiosa tendenza a giocare da point guard, anzi point forward, anzi point quello che volete voi, per lunghi tratti della sua permanenza in campo.  Nella NBA di oggi, dove le categorie dello spirito non sono così rigide e ben definite come lo erano ai tempi di Croce, Ben Simmons sembra meno anomalo, anzi sembra semplicemente un figlio dei suoi tempi.  Eppure, al tempo stesso, è un giocatore unico, uno come pochissimi nella storia del gioco.

Prima categoria. Ball Handling.

Ben Simmons è sempre stato un giocatore dotato di un ball handling assolutamente fuori dal comune per un giocatore di quell’altezza. Ai tempi di LSU, dove giocava più vicino a canestro, si fece notare anche come rimbalzista: delle 33 partite del suo anno da one-and-done, furono ben 23 le occasioni in cui andò in doppia cifra. In una di queste 23 partite, distribuì anche 10 assist. Una peculiarità del Ben Simmons versione pre-NBA era quella di poter aprire il palleggio e guidare la transizione direttamente agendo da play aggiunto.  

Brett Brown's link to LSU star Ben Simmons

Foto USA Today

Ovviamente, con quella statura, Simmons era già allora un unicum nella pallacanestro a tutti i livelli, e nella fretta tipicamente americana a trovare paragoni illustri, Ben Simmons si ritrovò abbastanza presto appiccicata addosso l’etichetta di “nuovo LeBron James”. Immaginatevi che gioia.  Aggiungeteci poi che la sua stagione a Louisiana State, ateneo che ha mandato in NBA tre dei “50 migliori della storia NBA” nominati nel 1996 (Bob Pettit, “Pistol” Pete Maravich e Shaquille O’Neal), non era stata granché a livello di risultati di squadra, e otterrete che il partito di quelli che si stracciavano le vesti al grido di Overrated! (sopravvalutato) era già nato e ingrossava le fila. Comprensibile da un certo punto di vista: LSU veniva da una partecipazione al torneo NCAA dell’anno precedente, aveva due dei primi quindici prospetti liceali del 2015 (Simmons, dato al numero 1, e Blakeney numero 15, oltre a Brandon Sampson che comunque era un four stars prospect e dato intorno al numero 50-60 della nazione), e nei ranking prestagionali era data tra i primi 20 college della nazione, grazie soprattutto a Big Ben. La realtà poi fu abbastanza diversa, perché nonostante gli exploit di Ben (21 con 20 rimbalzi alla sua quarta partita collegiale contro Marquette, 43 punti, 14 rimbalzi, 7 assist, 5 recuperi, 3 stoppate contro South Florida pochi giorni dopo, giusto per citarne due) il record fu talmente deficitario da costare ai Tigers l’accesso al torneo NCAA. LSU decise poi di non accettare inviti per altri tornei poststagionali (si parlava di in invito per loro all’NIT), Ben Simmons andò al draft, portandosi dietro tante incognite ma soprattutto questo ball handling clamoroso per un giocatore così alto.  Ben Simmons è tutto tranne che Ben Grimm, l’uomo dal cuore sensibile, gli occhi azzurri e le mani di pietra con cui non riesce a fare niente se non distruggere.

Seconda categoria. Passing.

Ben Simmons venne nominato “Mr. Basketball USA” nel 2015. Appena due anni dopo essersi trasferito dall’Australia. L’albo d’oro di questo premio è talmente di livello da imbarazzare alla lettura: pesco tre nomi a caso di gente che l’ha vinto prima di lui e vi dico Wilt Chamberlain (1955), Lew Alcindor – o se preferite Kareem Abdul-Jabbar (1964 e 1965) e LeBron James (2002 e 2003). Della stagione a LSU vi abbiamo già detto. Aggiungeteci che ai pre-draft camp aveva, stando a quanto riportarono i testimoni oculari, un atteggiamento altezzoso, quasi snob. In quei giorni presero la tessera al partito dei detrattori anche Tracy McGrady e l’ex coach, attualmente vice presidente della NBA, Stu Jackson. C’è una statistica piuttosto carina che abbiamo ottenuto facendo una ricerca su Basketball-Reference (sempre sia lodato):  quanti giocatori alti almeno 2.06 hanno saputo tenere una media di almeno 8 rimbalzi e almeno 8 assist nella storia della NBA? Due, prima di Ben Simmons. Il primo, vabbè, che ve lo dico a fare, è stato Wilt Chamberlain, nella famosa stagione 1967-68 in cui si mise in testa di voler essere il miglior assistman della Lega: ci riuscì a metà, nel senso che fu il primo della NBA per assist totali ma non per assist a partita. Comunque, com’è come non è, in quella stagione The Stilt segnò “solo” 24,8 punti a partita, tirando giù quasi altrettanti rimbalzi (23,8) e distribuendo 8,60 assistenze.  La stessa impresa è poi riuscita per tre stagioni consecutive a Earvin “Magic” Johnson, nel 1980-81, 1981-82 e 1982-83.  Il terzo giocatore a mettere insieme questi numeri nella storia della NBA è stato Ben Simmons, nel suo primo anno nella Lega.

Questo, oltre a fare di lui l’unico rookie da 15-8-8 di ogni epoca (insieme ad Oscar Robertson), ne fa già un giocatore che per certi versi si colloca ai limiti della legalità.  Il concetto per cui Magic Johnson e Penny Hardaway erano dei giocatori con una visione di gioco fuori dal comune,  perché a differenza degli altri play potevano osservare il gioco con una visuale “dall’alto”, si sublima e trova il suo definitivo compimento in Ben Simmons, uno a cui vent’anni fa avrebbero detto di stazionare al limite dell’area dei tre secondi, spalle a canestro e il braccio alzato per ricevere, a fare a sportellate con dei cristoni alti quanto o più di lui e cercare di segnare col passo d’incrocio dal post basso. E se ogni tanto metteva un piazzatone dalla media, beh, tant mieux. Ben Simmons è il giovane Peter Parker, quello a cui un pizzicore dietro al collo suggerisce come evitare un pericolo prima che si manifesti, e agire con una frazione di secondo di anticipo rispetto ai normali esseri umani.

Terza categoria. Shooting.

Già, il piazzatone. “Ben Simmons è ad un jumper decente di distanza dal diventare uno dei più grandi di tutti i tempi”. Qui la frase non è nostra ma di Charles Barkley, uno che qualche partita NBA l’ha giocata e qualcun’altra l’ha analizzata. Così sui due piedi, uno che ne capisce almeno quanto chi legge questo pezzo e sicuramente più di chi lo scrive. C’è questa tripla messa in una partita di preseason che conta quanto il due di coppe quando briscola è bastoni, che ha generato tutta una narrativa social che come sempre accade in questi casi fa ridere per i primi cinque minuti, sorridere per i successivi dieci, sbadigliare per un altro quarto d’ora e poi ti fa venir voglia di prendere il monitor a testate.  Ma c’è una cosa che dobbiamo salvare di questa tripla e di tutta la serie di reazioni, vere o ironiche, dei fan di pallacanestro di tutto il mondo:  tutti quanti aspettano solo il momento in cui Ben Simmons comincerà a segnare da fuori per potersi stropicciare gli occhi di fronte al prossimo “King” della Lega.

La cosa autenticamente strabiliante di Ben Simmons, a ben guardare, è però proprio questa: ha un impatto nelle partite, in una Lega in cui è auspicabile avere cinque giocatori sul parquet che siano pericolosi da oltre l’arco, nonostante non tiri MAI da fuori (nella sua carriera, in media, ha tentato una conclusione da tre ogni dieci partite, sbagliandole tutte, al momento in cui scriviamo il presente) e venga conseguentemente battezzato dal difensore.  Il rookie dell’anno 2017-2018 segna in media sedici punti abbondanti a partita, a cui aggiungere gli otto rimbalzi e otto assist di cui sopra. Lo fa realizzando canestri col 55% dal campo e con una percentuale dalla lunetta, quella sì, che necessita di ulteriori, urgenti e sostanziali miglioramenti (siamo poco sopra il 58% in carriera, troppo poco per praticamente qualunque ruolo per un giocatore professionista).  Ben Simmons, insomma, sa fare praticamente tutto quello che c’è da fare durante una partita di pallacanestro, tranne tirare. Ragguardevole eccezione, direte voi. Eppure, anche così, ha un impatto sulle partite, le influenza, a tratti quasi le domina, potendo sfruttare tutte le altre qualità sviluppate nel suo gioco. Ben Simmons è l’avvocato cieco Matt Murdock, che ha sviluppato a tal punto gli altri quattro sensi da poter avere una carriera da supereroe pestando i cattivi, in un fumetto Marvel e in una bellissima serie TV uscita agli albori di Netflix.

Quarta categoria.  Defense (and intangibles)

Ben Simmons non ascolta Drake, non è un fan del/della trap, né della musica dance: chi lo conosce bene, dice che la sua più grande passione musicale sia l’opera lirica. Giusto nel caso in cui aveste dei dubbi sul suo essere atipico, fuori dagli schemi, impossibile da classificare. Magari non vedremo mai Ben Simmons vincere un premio come DPOY (chi può dirlo, in realtà?), ma non possiamo neanche dire di lui che sia un debito fisso tipo quelli che prendevamo a scuola. Tutt’altro. Non è il tipico giocatore che puoi battere ad ogni azione difensiva, perché non difetta di mobilità negli scivolamenti, dove per giunta mette in evidenza un’ottima tecnica individuale, probabilmente anche grazie al padre, Dave Simmons, ex giocatore e allenatore, né ovviamente di capacità di contestare il tiro, di assorbire un contatto o di uscire da un blocco.  Ben Simmons è reattivo, e la sua rapidità, reattività, comprensione del gioco e capacità di concentrazione (ah, e la statura: vi ho già detto che è 2.08, vero?) fanno sì che possa difendere quasi su chiunque. A Philadelphia peraltro si trova in buona compagnia, visto che mal che vada ha alle spalle un discreto rim protector in Joel Embiid.  Tutte queste cose, un allenatore le “vede”, anche se magari non finiscono in una casella statistica specifica. Però nel caso di Ben Simmons, i numeri vengono ancora una volta a supportarci nell’affermare la sua unicità. Nella scorsa stagione, Simmons è stato l’unico giocatore in tutta la NBA ad aver difeso contro tutti i cinque ruoli avversari per almeno il 10% del tempo, e ad aver tenuto tutte e cinque le posizioni al di sotto del loro normale livello di produzione (per 100 possessi).  Non a caso, spesso i Sixers gli affidano l’attaccante più temuto della squadra avversaria.

Il problema vero di Ben Simmons, ammettiamolo, è che vi sta antipatico. Con quello sguardo da uno che ha la puzza sotto il naso, i selfie con Steph Curry a 14 anni, la decisione di lasciare l’Australia perché non c’era nessuno che potesse competere con lui, gli endorsement ricevuti già ai tempi di LSU da Dick Vitale e Barack Obama, il fatto che si ostini a non snaturarsi come giocatore, a guidare le truppe, ventitreenne generale navigato, pur senza saper mettere a punto quel maledettissimo jumper che chiunque potrebbe segnare con buone percentuali, se potesse allenarsi ogni giorno come lui.  Tutto questo contribuisce a rendere Ben Simmons un giocatore antipatico perché è ancora più difficile spiegare, a noi stessi, agli avversari, agli altri, come faccia ad essere già così uno dei giocatori più forti della NBA attuale.  Ben è la cosa più vicina a LeBron James che ci sia oggi in NBA, e al tempo stesso è un giocatore profondamente diverso, e non  poteva essere altrimenti, visto il background, la storia personale, gli anni della formazione diametralmente opposti rispetto al Kid from Akron.  Ben Simmons è James Howlett, noto ai più come Logan:  non vola, non spara raggi laser dagli occhi, non ha poteri telepatici.  Un attimo prima si fuma un sigaro, quello dopo ti fa a fette.  Semplicemente, è il migliore in quello che fa.

Epilogo. Titoli di coda. The head of state Has called me by name But I don’t have time for him. C’è questa canzone bellissima dei Radiohead che si chiama Lucky, “fortunato”.  È stata composta in circa cinque ore, realizzata per una compilation a scopo benefico e inserita, l’anno seguente, in uno dei dischi più belli della storia del Rock. È una canzone nata già bellissima, un diamante grezzo da non lavorare troppo, per non rischiare di snaturarla o di farla diventare troppo ordinaria, è talento e intuizione nella sua forma più pura.  Ben Simmons è “Lucky”, una canzone che non è perfetta, eppure difficilmente potrebbe essere meglio di così.  

Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.