L’altro lato della montagna – Paul George

Pubblicato da Vincenzo Piglionica il

La cosa più assurda è l’atmosfera calma in cui tutto quanto è avvenuto. È come se l’aria fosse andata via dal palazzetto dello sport. Probabilmente ero solo scioccato io, ma mi è sembrato di sentire ogni singola persona tra la folla boccheggiare. Potevo vederli mentre si coprivano il volto.
 
Il preparatore si stava avvicinando a me.
All’inizio non ho sentito nulla. Ho provato a mettermi in piedi e ad uscire, ma non ci riuscivo. Non avevo ancora visto in che condizioni fosse la mia gamba.
 
Poi ho visto alcuni spettatori tirare fuori il cellulare e iniziare a riprendermi. Surreale. Allora ho capito che qualcosa probabilmente non andava. Così ho abbassato lo sguardo e ho visto la mia gamba…
Un secondo prima ero un ventiquattrenne che giocava con il Team USA e si preparava a un’altra corsa per il titolo con i Pacers…un attimo dopo vedevo scorrermi davanti agli occhi tutta la mia carriera.
 
La prima volta in cui sono finito nella Top 10 di Sportscenter, dopo aver schiacciato in testa a un avversario nella prima partita a Fresno State.
La mia prima partita contro i Celtics, quando ho visto entrare in campo uno dopo l’altro Rondo, KG, Pierce, Ray Allen, Shaq…sembravano i Monstars di Space Jam, dico sul serio!
La prima volta che mi è toccato di marcare T-Mac, per il quale provavo una sorta di venerazione, tanto che alla fine della partita mi sono seduto nello spogliatoio e mi chiedevo se fosse realmente accaduto.
 
Ero a terra, e mentre aspettavo la barella mi chiedevo: “Tornerò mai ad essere lo stesso giocatore?”
 
Grazie a Dio, mia madre era tra gli spettatori quella sera. Abbiamo sempre avuto un rapporto speciale, e fu lei a starmi accanto in ambulanza mentre mi portavano in ospedale. Continuava a dirmi: “Andrà tutto bene figlio mio, andrà tutto bene”.
 
Se quelle parole le avesse pronunciate chiunque altro in quel momento, non avrebbero avuto alcuno peso. Ma dette da lei, assumevano tutt’altro significato. Perché mamma ha conosciuto il vero dolore: quello che stavo provando io non era minimamente paragonabile a ciò che aveva dovuto sopportare lei quando ero bambino.
Quando avevo sei anni, fu colpita da un infarto ed ebbe due coaguli di sangue. Ad un certo punto, i paramedici dissero che non c’era più nulla da fare. Ero troppo piccolo per capire a quale miracolo stessi assistendo, ma furono in grado di rianimarla, e lei intraprese un percorso di recupero che durò anni. Abbiamo avuto molto di più di quanto avessimo chiesto nelle nostre preghiere, davvero…purtroppo però, mamma subì una parziale paralisi, che richiedeva tanta riabilitazione tra mille dolori. È stato un percorso lungo.
 
Ricordo che mettevo sempre una sedia accanto al suo letto in ospedale, e le tenevo la mano finché non ci addormentavamo entrambi. Quando l’hanno riportata a casa, sistemammo il lettino per la sua riabilitazione in sala. Io preparavo i cuscini, le lenzuola, li stendevo per terra e mi mettevo lì, accanto a lei, per dormire insieme.
 
Ora potete capire perché quando in quell’ambulanza era lei a dirmi che tutto sarebbe andato bene, non potevano essere parole vuote per me. Ci credevo per davvero.
 
Durante i mesi di recupero, in certe occasioni mi sono sentito depresso, deluso, frustrato. In mamma trovavo la forza. Sapeva che sarei tornato in campo, perché stavo facendo ciò che più avrei voluto fare nella vita. Non esagero, chiedetelo a lei. Probabilmente vi racconterà di quando restavo fuori 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 vestito di nero come un ninja, senza neppure portare le scarpe. Scalzo, alle 11 di sera, sotto la pioggia, a giocare a basket. Certo, potevamo permetterci le scarpe, il problema non era quello. Ma io non avrei tollerato di perdere 30 secondi per allacciarmi quelle scarpe…dovevo uscire a giocare.
 
Se invece vi trovaste a parlare con le mie sorelle, vi racconterebbero del mio primo 5 vs 5 a YMCA, quando tutti gli altri bambini erano in perfetta tenuta e io portavo i miei pantaloncini ‘fatti in casa’: presi un paio di jeans, li tagliai all’altezza delle ginocchia e il gioco era fatto.
 
Ero talmente preso dalla pallacanestro da non pensare ad altro. Era più di una passione, era una malattia. Quando dico che non facevo altro se non giocare a basket, intendo esattamente questo.
Per capire quello che dico, dovreste conoscere il contesto da cui vengo, e il momento che stavamo vivendo. Se non siete californiani, vi do qualche indicazione. Conoscete Hollywood, no? E Beverly Hills? Ecco, io non vengo da lì. Sapete quelle colline che vedete quando vi trovate in quei luoghi? Io abitavo dalla parte opposta. Palmdale, Antilope valley, l’altra Los Angeles. Molte famiglie si sono spostate lì negli anni Ottanta da quartieri come South central, Inglewood o Compton, sperando in una vita migliore. Una piccola città piena di colletti blu in mezzo al deserto, dove non c’era nulla da fare se non giocare a basket o andare al centro commerciale. Pensateci un attimo su: siamo nel 2000, ho 10 anni, Kobe e i Lakers stanno per compiere il loro three-peat e i giovani Clippers stanno venendo su con Lamar Odom, D-Miles ed Elton Brand. Un momento pazzesco per il basket losangelino, mentre la mia famiglia era divisa tra i Lakers e i Clippers.
 
Kobe era il mio idolo, ho costruito il mio gioco ispirandomi a lui. Ma quando hai davanti un Darius Miles venuto fuori dalla high school, che raccoglie quei lob pass e poi si tocca la fascetta in fronte coi pugni chiusi…Kobe era il migliore, ma quei Clippers erano un fenomeno culturale. Per me il basket era un’ossessione, se vi foste avvicinati a me allora, non vi avrei parlato di altro.
 
Mia sorella Teiosha ha cinque anni più di me. Ci spostavamo sul vialetto di casa per giocare a basket. Più precisamente, ci portavamo dietro il nostro canestro in una piccola zona chiusa del vialetto e giocavamo 1 vs 1. Papà non avrebbe mai accettato che giocassimo davanti a casa, lo avremmo visto gridare imbestialito: “NON AZZARDATEVI A COLPIRE LA MIA MACCHINA CON QUEL PALLONE DA BASKET!”
Il nostro canestro era in condizioni penose. Il ferro era praticamente piegato, mentre la canna che reggeva il cesto era interamente ricoperta di nastro isolante nero. Molto triste, ma era il nostro canestro. E non pensate che gli esiti fossero scontati: Teiosha mi massacrava. Aveva il tiro dalla media di Tim Duncan, nel pitturato, fuori, sotto le plance. Era The big fundamental. Credo di non averla mai battuta fino al mio anno da sophomore al liceo, e dopo quella volta me la sono sempre svignata per evitare una rivincita.
 
Il problema è che dalle nostre parti nessun talent scout veniva a fare un po’ di recruiting. Non conoscevo nessuno che giocasse a pallacanestro a livello universitario. Crescevo, YouTube diventava sempre più popolare e io passavo ore ad ammirare i ragazzi della AAU da Los Angeles e New York: sembravano vivere in un altro mondo. Lance Stephenson, DeMar DeRozan, Jrue Holiday: erano praticamente miei coetanei, ma per me erano quasi dei personaggi famosi.
 
Io non avevo nulla su cui fare affidamento. Teiosha prese per Natale un paio di Jumpsoles, io le prendevo in prestito e giravo tutto il giorno per il quartiere. “Arriverò a schiacciare. Solo altri sei mesi e ci riuscirò”.
A volte prendevo il mio zaino, lo caricavo di pietre e andavo a correre per il deserto dietro casa. Niente iPod, solo il rumore del vento.
 
Dovevo passare dall’altra parte di quelle colline, sentivo che avrebbero dovuto vedere ciò di cui ero capace. Sapevo che non avrei fallito, lo capii dopo aver visto mio padre prendersi cura di tutta la famiglia quando mamma era malata.
Lavorava in un negozio di canestri, ed eravamo nei primi anni Duemila, quando il basket spopolava in zona. Tutti avevano il loro canestro. Per arrotondare, si mise anche a fare il carpentiere, lo vedevo alzarsi alle 3 del mattino e tornare a casa non prima delle 7 di sera. E nonostante questo, aveva tempo per noi, per portare le mie sorelle al centro commerciale, o per portarmi qualche volta a pescare. No, dopo aver visto mio padre lavorare, non potevo fallire.
In realtà ci ho messo un po’ di tempo a farmi notare. Nessuno si era accorto di me fino al secondo anno di high school. Devo ringraziare Dana e David Pump, che dopo avermi visto in qualche occasione mi invitarono ad unirmi al loro team AAU, il Pump-n-Run. Fu molto di più di un semplice posto in un roster. Erano soliti allenarsi giù, in diverse zone di Los Angeles che non avrei mai potuto raggiungere: mamma non guidava, e papà era sempre fuori per lavoro. Mi misero a disposizione una macchina, che mi avrebbe portato al campo di allenamento e poi riportato la sera a casa. Questo mi ha cambiato la vita.
Non starei qui a raccontare questa storia senza quel loro gesto. Non sarei mai arrivato dove sono ora. Ero obiettivamente lontano da ogni radar nei miei primi allenamenti, i compagni di squadra mi guardavano e mi dicevano: “Ehi fratello, non ho mai sentito parlare di te. Chi sei?” Mentre io al contrario dicevo: “Io sì che ho sentito parlare di te!”
 
In fondo la parte più divertente della free agency di quest’estate è stata proprio questa. La gente mi diceva: “Wow, tu e Kawhi…in fondo vi conoscete dai tempi dell’AAU!”
Di qui capisci chi è veramente di Los Angeles, perché alla fine io e Kawhi non gravitavamo affatto attorno alla stessa orbita. Non ho conosciuto Kawhi prima del college, e allora lui giocava a San Diego.
 
Avrei dovuto incontrarlo durante un camp di LeBron nel mio anno da freshman a Fresno. Tutti parlavano di questa iniziativa, e la voce era “Questo Kawhi, dicono che sia davvero bravo!”
Nei primi due giorni Kawhi non si fece vivo. Questo non fece altro che aumentare l’attesa. Fu una specie di esperienza mistica. “Kawhi. Ragazzi, dicono sia davvero fortissimo!
Mi feci male all’inizio del camp, e fui costretto a lasciar perdere. Non pensai nient’altro di Kawhi finché non ci incontrammo quando lui era a San Diego State. Scorro il loro roster e…”Forward – Kawhi Leonard”. WOW!
Inizio però a chiedermi se davvero fosse come lo descrivevano.
 
Ragazzi! Non appena prese a riscaldarsi, sembrava come se Kawhi sapesse cosa mi passava per la testa. Ci fronteggiammo dalla palla a due fino alla fine, fu una serata fantastica. Ovviamente non spiccicò mezza parola, ma la sua intensità era su un altro livello. Ricordo di averlo squadrato a fine partita, quasi a dirgli: “Ok, amico, sei diverso dagli altri. Sei uno tosto!”
 
Nessuno quella sera poteva immaginare di avere davanti due futuri all-star. Due ragazzi cresciuti appena fuori Los Angeles, abbastanza fuori dai radar che contavano. Due ragazzi che giocavano a Mountain West un martedì sera.
 
Dopo tutti questi anni, ci troviamo compagni di squadra.
 
Questo viaggio da Pump-n-Run, a Fresno State, ai vari DNP durante il mio anno da rookie, al Most improved, ad all-star con i Pacers, fino ad OKC…Ecco, datemi un secondo per dire quanto abbia davvero amato giocare per i fan dei Thunder. Sono stati davvero speciali con me, dal primo momento. E ho sviluppato un legame autentico con Russ, qualcosa di raro in questa lega. Sono stato davvero bene a OKC.
 
Questo ritorno a casa è incredibile per me visto in questa cornice: sono trascorsi 10 anni da quando ho lasciato la mia famiglia per trasferirmi al college, e nessuno avrebbe davvero pensato che potesse finire così. Mamma e papà sono letteralmente impazziti sin dalle prime chiamate degli agenti e dalle prime volte in cui hanno visto il mio nome accostato al draft NBA. Guidavano per tre ore e passa da Palmdale a Fresno per vedermi giocare le partite casalinghe, ogni volta. Sette ore in macchina fra andata e ritorno, solo per vedermi giocare.
 
Per loro, sarò sempre il ragazzino che trascina a piedi nudi quel canestro sgangherato fino al vialetto chiuso. In fondo, nella loro testa non è passato così tanto tempo da allora.
Per questo sono stato felicissimo quando ho preso il telefono e detto a mia madre che stavo tornando a casa, per giocare con i Clippers. Penso sia difficile avere anche solo una minima idea di quanto sia stato complicato per lei muoversi per venirmi a vedere giocare negli ultimi anni. Mamma è combattiva, non si lamenta mai, ma salire su un aereo non è facile per lei. Ora per papà sarà semplice guidare fino allo Staples per accompagnarla alle partite…e tutto questo è meraviglioso!
 
Sia chiaro, io non sono della Los Angeles famosa.
Sono cresciuto nell’altra Los Angeles. E ne sono orgoglioso. Sono quello che correva verso il deserto con lo zaino pieno di pietre, che sognava di finire nei radar che contano, che sperava di passare dall’altro lato delle colline, che desiderava ardentemente giocare allo Staples, che sognava quelle luci scintillanti.
 
Los Angeles non è solo quella che vi fanno vedere in TV, riprendendola dall’alto di un dirigibile. Io voglio rappresentare l’altra parte di L.A. E voglio vincere.
 
Per questo sono qui. Vogliamo portare un anello all’altra Los Angeles. Punto, fine della storia.

Vincenzo Piglionica

Vincenzo Piglionica

Classe '87, potete disturbarlo se vi va di parlare di NBA e geopolitica, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Nella foto è quello a cui non hanno dedicato la statua