Milos Teodosic: Ogni cosa al suo posto

Pubblicato da Andrea Cassini il

C’è sempre stata una sorta di dissonanza nel veder giocare Milos Teodosic. Un corto circuito che funziona su più piani e su più livelli – ma sempre negli occhi di chi guarda, perché il giocatore è di un’integrità tecnica che conosce pochi termini di paragone – e che forse nasce dalla discrepanza tra le vette, altissime, che Teodosic promette e la realtà del gioco del basket che non riesce a stargli dietro, e ancora le nostre aspettative che restano incredule, disorientate come da una finta di passaggio.

Poterlo ammirare a un palmo di naso sui campi della Legabasket, come del resto sta accadendo anche con Sergio Rodriguez e Luis Scola, è un privilegio che si fa ancora più grande per chi segue da vicino la Virtus Bologna e può vedere anche il Teodosic degli allenamenti, della sala stampa, degli spazi esterni al campo e alla partita. Ed è anche un modo per riempire queste discrepanze, per sciogliere l’enigma.

Il primo Milos Teodosic, quello che gioca tra Železnik, Olympiakos e i primi anni al CSKA, è un gioiello di istinti cestistici purissimi, di quelli che si fanno fatica a contenere nei 28 x 15 in listelli di legno. Difatti il primo Teodosic è anche un esemplare dall’identità sfuggente, e la sua idea di pallacanestro resta schiacciata in un gioco di opposti: da un lato la tensione verso l’esterno, l’apertura al gioco di squadra di un assistman che ha in testa geometrie ariose per sfruttare ogni centimetro di campo; dall’altro l’inevitabile protagonismo di chi certe volte deve fare per conto suo perché gli altri non pensano velocemente quanto te, non pensano come te – ed è un ruolo che rischia di creare un’immagine di banale egoismo, di un basket votato all’apparenza prima che alla sostanza. Ettore Messina, che l’ha allenato al CSKA per poi ritrovarselo subito da avversario in NBA e adesso nel campionato italiano, ha immortalato questa dissonanza con parole efficaci: “È creativo, ha fantasia, è un artista. Io penso come un coach, più razionalmente, ed abbiamo naturalmente avuto alcuni scontri, ma lui può vedere cose che noi nemmeno immaginiamo. Essendo un allenatore so più o meno dove andrà la palla, anticipo la giocata. Teo è invece uno di quei pochi giocatori che riesce sempre a stupirti”. Senza contare che, più o meno dal suo esordio, Teodosic richiama il paragone con Pistol Pete Maravich, che nei decenni è diventato, a torto o a ragione, l’icona di un certo basket estetico, che vede la sua peggiore declinazione nel narcisismo: lo stesso Ettore Messina, del resto, l’ha paragonato a Vincent Van Gogh. Questa è l’accusa principale a cui si appoggia il fronte della critica, quando Teodosic anno dopo anno entra nella discussione per il migliore giocatore d’Europa: non avrà vinto troppo poco, obiettano alcuni, per i mezzi che ha a disposizione? Forse non è esattamente così – e del resto, mentre scriviamo la Virtus Bologna è imbattuta in Legabasket e ha un ruolino di marcia invidiabile in EuroCup. E forse, pochi casi come quello di Teodosic mostrano quanto sia inutile imbastire confronti storici e assegnare riconoscimenti individuali in un gioco di cui, col tempo, Teodosic sembra giunto a comprendere l’intima natura, e noi possiamo provare a comprenderla insieme a lui con lo stesso procedimento: mettere ogni cosa al suo posto.

BELGRADO, IL PIREO E UN QUADRO DI VAN GOGH

Nato 90 chilometri a sud di Belgrado, verso la Bosnia, in una cittadina nota perlopiù come teatro della decapitazione collettiva che gli Ottomani, a inizio ‘800, riservarono ai principi serbi, inizia presto a guardare a nord, verso la capitale. Direzione Stella Rossa, per la precisione – una scelta che per certi versi è una vocazione in terra serba, e che dice già molto su chi sia Milos Teodosic. A Belgrado in effetti ci arriva, nel 2004, ma gioca nel più piccolo club del FMP Železnik che oggi, ironia della sorte, non esiste più perché inglobato dalla Stella Rossa. Ma lui non pare soffrire di complessi d’inferiorità, né si lascia ammorbidire dalla passione personale. Tra 2006 e 2007 organizza una festa a sorpresa per l’intero basket europeo: porta lo Železnik in semifinale della ULEB Cup, quella che oggi è la EuroCup, e in finale della Lega Adriatica con delle medie statistiche e una personalità che appaiono decisamente fuori quota per un fresco ventenne. C’è da credere che quella serie finale persa contro il Partizan Teodosic avrebbe sognato di giocarla, con risultato opposto, indossando una canotta rossa, ma non c’è tempo per i rimpianti: c’è una chiamata dalla Grecia, e inizia la leggenda.

Da una rivalità mai vissuta, quella tra Partizan e Stella Rossa, a una che verosimilmente tormenta Teodosic nel sonno persino oggi che ha raggiunto una sorta di pace agonistica. Nell’estate 2007 sbarca ad Atene con un contratto ricco e blindato, sponda Olympiakos Pireo, ma fra la sua squadra e la vittoria ci sono sempre i verdi del Panathinaikos, e un Dimitris Diamantidis che si erge a suo singolare e letale alter ego. In quattro anni di permanenza, Milos Teodosic porta a casa soltanto due coppe di Grecia; gli altri titoli domestici, compresi quattro campionati che andranno a ingrossare un filotto di nove successi consecutivi, vanno tutti nella bacheca del Panathinaikos. Entrambe le squadre puntano alto anche in Europa, ma il copione si ripete. Nella Eurolega 2008/2009 il Panathinaikos elimina l’Olympiakos in semifinale – procederà poi vincendo anche la coppa – mentre l’anno successivo, quando Diamantidis e compagni abbassano finalmente la guardia, c’è il Barcellona a fermare l’Olympiakos, stavolta in finale, con un netto 86-68. Sono anni cardine per la maturazione della vulgata che vedeva Milos Teodosic al pari di un Van Gogh meraviglioso, ombroso e dannato, interprete di una pallacanestro estetica, tendente a specchiarsi nella propria bellezza, all’accumulazione di assist, punti e giocate spettacolari con poco riguardo per il risultato e per la squadra. Per certi versi il 2010 è proprio l’anno da croce e delizia: con oltre 13 punti e quasi 5 assist di media, ad oggi suoi career high nella competizione, Teodosic vince il premio di MVP dell’Eurolega nonostante la sconfitta in finale. Passa un altro anno, un’altra vittoria dei rivali del Panathinaikos sia in Grecia che in Eurolega. Teodosic è all’apice individuale della carriera, e stante la crisi dell’economia greca l’Olympiakos fatica a rinnovare il contratto a un giocatore valorizzato da un riconoscimento di MVP. Lui compie un’altra scelta che dice molto sul suo carattere: cambia squadra e si accasa al CSKA Mosca, che ha ambizioni ancora più alte dell’Olympiakos e il budget per supportarle.

SCIOGLIERE LA MALEDIZIONE

Il primo anno a Mosca è una campagna di Russia a tutti gli effetti, una doccia fredda di proporzioni napoleoniche. Il CSKA raggiunge la finale di Eurolega, che vista la qualità del roster a disposizione di coach Messina è una sorta di obiettivo minimo, e Teodosic è il migliore dei suoi con 15 punti in una partita dal punteggio bassissimo. Ma dall’altra parte c’è proprio l’Olympiakos – che per aggiungere il danno alla beffa vincerà anche il campionato greco – che gela Teodosic con la brutale friendzone dell’ex: un ultimo quarto da 22 a 8 e il floater di Georgios Printezis a 0.7 secondi dal termine completano una delle rimonte più improbabili nella storia del torneo.

Altri tre anni, altrettante Final Four perdenti per il CSKA – certo, nel frattempo domina il campionato russo, ma non è abbastanza. Milos Teodosic è sul banco degli imputati. La sua storia assume i connotati di una maledizione, che nel suo caso è però anche una leggenda, impreziosita dal suo volto imperscrutabile, dall’espressione perennemente svagata quando scende in campo. Una faccia da poker, e chi gioca a Texas Hold’em sa che bisogna stare attenti quando si pescano asso e re nella mano iniziale. AK, “Anna Kournikova” la chiamano in gergo gli appassionati prendendo in prestito il nome dell’ex-tennista russa, perché “è bella, ma non vince mai”.

È emerso un altro contrasto, un’altra di quelle contrapposizioni sul cui filo si può leggere la carriera di Milos Teodosic. Sul parquet è inespressivo, stralunato, serafico come un Tim Duncan ma senza il suo portamento da leader silenzioso: pare galleggiare sul campo, a passi piccoli e senza sbracciare, tanto che sembra occupare meno spazio dei 196 centimetri d’altezza che figurano sulla carta d’identità. Non fa sfoggio di quel furore agonistico tipico dei serbi, eppure vive momenti di una furia nevrile, si esalta quando il livello della competizione sale ed è clutch come pochi altri giocatori. Per certi versi ha davvero il piglio di un Van Gogh, diviso a metà fra le pennellate morbide, circolari di una Notte Stellata – un paesaggio che, come le linee del campo per Teodosic, si apre solo nella mente di chi guarda – e la folle ostinazione di chi è migliore degli altri ma non accetta l’imperfezione. D’altronde, già ne abbiamo parlato, nel suo curriculum ci sono scelte coraggiose, emblematiche. Dopo il terzo fallimento in Eurolega il presidente del CSKA Andrey Vatutin si sfoga contro i giocatori per, a suo dire, lo scarso impegno. Teodosic finisce alla sbarra insieme al connazionale Nenad Krstic. Krstic abbandona la barca temendo che affondi, e lo stesso fa coach Ettore Messina. Milos Teodosic resta a Mosca per un ultimo giro di giostra. Sarà quello buono. In un 2016 che sembra sovvertire gli equilibri del basket europeo (in Final Four finiscono anche Lokomotiv Kuban e Caja Laboral), il CSKA batte il Fenerbahce in finale, 101 – 96 dopo un tempo supplementare. Teodosic cede le luci della ribalta a Nando De Colo, ma entra dalla panchina e mette la firma del campione: 19 punti, 5 rimbalzi, 7 assist. Non è l’MVP, ma entra di diritto nella discussione sul giocatore più forte d’Europa: è sopravvissuto alle critiche, e ha il massimo trofeo continentale in bacheca per chi valutasse i meriti sportivi solo in termini di metalli preziosi.

NESSUN UOMO È UN’ISOLA

Abbiamo detto che l’annata del 2007 con la maglia del Železnik è stata il ballo dei debuttanti per Milos Teodosic, ma occorre fare un distinguo: fedele alla dimensione mozartiana del proprio talento, Teodosic era anche un enfant prodige che ammaliava gli scout del Vecchio Continente facendo incetta di trofei con i settori giovanili della nazionale serba: tre medaglie d’oro e un premio di MVP tra U-16, U-18 e U-20. La nazionale serba, per lui, è sempre stata un terreno fertile per coltivare la sua idea di pallacanestro, una cupola sotto cui l’aria era più pura di quella di campionati e coppe europee. In nazionale Milos Teodosic impara a incastrare le proprie abilità in un roster che non è stato costruito solo su principi economici e tecnici. Impara a guardare verso l’esterno, a riempire i polmoni della sua pallacanestro di ampi respiri, a mettere ogni cosa al suo posto. Nel 2010 la nazionale è un palcoscenico per sublimare il suo stato di grazia, per confermare ed elevare nei territori della leggenda la sua stagione da MVP dell’Eurolega: nei quarti di finale dei Mondiali in Turchia, contro la Spagna, sigla il decisivo 92-89 a pochi secondi dalla sirena con un tiro su cui, a conti fatti, non c’è molto da dire, ma su cui si potrebbe scrivere un libro. Una tripla scagliata dal palleggio, da nove metri, con parabola altissima per superare l’apertura alare di Jorge Garbajosa, con ancora qualche istante sul cronometro per imbastire un gioco a due o una penetrazione a canestro. Uno di quei tiri che traggono giustificazione della propria essenza per il solo fatto di essere andati a bersaglio.

Volente o nolente, il fotogramma diventa un altro reperto nella storia del Teodosic solista, del Teodosic solo e altezzoso su un’isola deserta – anche perché la Serbia finirà fuori dal podio e tornerà a Belgrado senza nemmeno una medaglia. Nel 2014 invece la nazionale diventa un’oasi per ritemprarsi dalle critiche, per scrollarsi di dosso l’etichetta di “bello ma perdente” e forse anche per riconquistare fiducia in se stesso. Ai Mondiali spagnoli c’è uno sforzo corale, ci sono i prodromi di una squadra che per un ciclo di quattro anni farà il bello e il cattivo tempo in Europa – ma di nuovo, per un sinistro refrain, vincerà forse meno di quello che avrebbe potuto. C’è coach Djordjevic, forse la figura più importante nella maturazione vissuta da Teodosic nella seconda fase della sua carriera. C’è una nobilissima medaglia d’argento dietro agli Stati Uniti, Teodosic è protagonista della semifinale buttando fuori la Francia con una spallata da 24 punti. La Serbia si ripete due anni dopo a Rio de Janeiro, un’altra sconfitta in finale contro gli Stati Uniti e un altro argento, ma stavolta la medaglia pesa di più perché porta il segno dei cinque cerchi olimpici. C’è da credere che Teodosic viva l’avventura brasiliana con tutt’altra condizione mentale rispetto al 2010 e al 2014: ha vinto l’Eurolega, si è tolto un macigno dalle scarpe e una scimmia particolarmente ostinata dalla spalla, galleggia per il campo ancora più leggero del solito e insieme a Djordjevic ha imparato che a volte bisogna rallentare, anche se cervello e occhi viaggiano più veloci di chiunque altro sul parquet, per lasciare che i compagni di squadra ci raggiungano e che ogni pezzo scivoli senza sforzi al giusto posto. “Nessun uomo è un’isola” scriveva il poeta John Donne, e così lo commentava il monaco Thomas Merton: “Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo”.

TRY AGAIN. FAIL AGAIN. FAIL BETTER

Che tra 2016 e 2017 Milos Teodosic sia tra i migliori giocatori europei è lapalissiano, ma in America non hanno dubbi nemmeno nell’assegnargli la palma di migliore in assoluto, tramite le consuete votazioni dei General Manager delle trenta franchigie NBA. Una di esse, i Los Angeles Clippers, avanzano un’offerta che Teodosic non può e non vuole rifiutare. È di nuovo una scelta atipica, coraggiosa, cambiare squadra e addirittura cambiare continente e paradigma cestistico quando si è all’apice della carriera, per vittorie e popolarità. Una scelta difficile anche perché i precedenti non sono esattamente incoraggianti: se da un lato gli ultimi anni hanno visto l’esplosione dei giocatori international in NBA, con il premio di MVP a Giannis Antetokounmpo, dall’altro è sempre più evidente che gli international di maggiore successo siano quelli che passano in NBA in giovane età o addirittura godono di una formazione cestistica americana. Teodosic sa che esiste il rischio di ripercorrere le orme di Jasikevicius, Spanoulis, Datome o del recente esempio di Sergio Rodriguez, nessuno di loro mai veramente in grado di adattarsi e, soprattutto, di vincere quella saudade per il basket casalingo. Lo scoglio più grande, per molti giocatori europei, è la competitività: in NBA talvolta si finisce in un limbo dove non si compete per nessun traguardo, tranne le statistiche individuali, e sulla soglia dei trent’anni Teodosic non ha tempo per fare da chioccia a un progetto giovane, né è intenzionato a esibirsi in una sterile passerella – nonostante le tentazioni del pubblico e della stampa NBA, che lo accolgono come una sorta di macchina da assist spettacolari. Per sua fortuna trova in Doc Rivers un’anima affine, uno che non vuole saperne di darsi al tanking nonostante i Clippers abbiano ceduto Chris Paul, Blake Griffin e Deandre Jordan, vuole traghettare la squadra con onore – ci riuscirà, alla grandissima, nella stagione appena trascorsa – mettendo Milos Teodosic al centro di un nuovo, sebbene più modesto, progetto tecnico. Al di là dei paragoni con Pete Maravich, il termine di confronto forse più realistico per Teodosic è quello di Steve Nash, e non è un caso che un’intera progenie di point guard che sta dominando la scena NBA sia nata proprio dal prototipo del canadese, estremizzandone la propensione al tiro da fuori; Teodosic non poteva e non può avere l’impatto atletico di un Curry o un Lillard, ma lo stampo da cui proviene fa gola a molti allenatori. Per colpa di una fascite plantare, però, quel progetto tecnico non decolla mai e all’alba della seconda stagione americana Teodosic ha perso le motivazioni. Doc Rivers continua ad aspettarlo, a professare fiducia e stima, ma Teodosic a un certo punto lo ammette: “Sono venuto in NBA, l’ho vista e ho capito che l’Europa è molto più adatta a me”. Il taglio a stagione in corso è inevitabile. Per alcuni l’avventura in NBA di Teodosic assomiglia a un cammeo, per altri a un fallimento in piena regola, e lui non nasconde il buio dei due anni losangelini perché di quella parola, “fallimento”, ormai non ha più paura. Se l’è sentita dire fin troppe volte. Più semplicemente, nella sua pallacanestro che è un gioco di geometrie tutte rivolte all’esterno, con i Clippers non ha mai trovato il giusto incastro. Per questo motivo lo spettro della mancata partecipazione ai Mondiali di Cina 2019 è un tormento ancora più pesante. Erano l’occasione per ripartire con slancio, insieme a coach Djordjevic, insieme a una nazione che lo ama e lo aspetta per vincere, e che per giunta approcciava la manifestazione da favorita assoluta: lo sappiamo tutti poi com’è andata, con un’eliminazione prematura ai quarti di finale, ma Teodosic per l’appunto non c’era, di nuovo alle prese con un piede malandato.

IL GIUSTO INCASTRO

Mancava ancora qualcosa. Milos Teodosic non poteva tornare in Europa con l’amaro in bocca, rassegnarsi a qualche stagione da girovago a caccia di stimoli agonistici – difficile trovarne, per chi come lui è stato così in alto – prima di imboccare l’inevitabile viale del tramonto di un atleta. C’era da trovare il pezzo mancante che entrasse in quello spazio che rimaneva vuoto, nell’intelaiatura della sua carriera e del suo essere uomo e giocatore. E ancora una volta, la risposta arriva aprendo le orecchie e rivolgendosi all’esterno, all’amicizia, alla mutua crescita e ai trascorsi personali. Coach Djordjevic lo invita a Bologna. C’è tanta pallacanestro da giocare alla Virtus, una pallacanestro importante; così gli dice, e così lo convince. Ci sarà da cambiare, lo avvisa, da adattarsi e migliorarsi, ma se è Sale a chiederglielo, Teodosic è sicuro di poterlo fare. Il numero 4 sulla maglia non è disponibile, è stata ritirata in onore di Roberto Brunamonti, allora raddoppia e sceglie il 44. Era un omaggio a Dejan Bodiroga e non se la sentiva di tradirlo. Anche la scelta del numero è una scelta che racconta qualcosa. Nessun idolo d’oltreoceano con il 23, nessun culto numerologico personale, ma un tributo a un amico e connazionale, un uomo che sente vicino a sé e di cui segue l’esempio – a tratti anche divergendo dalla sua strada, perché Bodiroga non ascoltò mai le sirene dalla NBA e Milos Teodosic aveva deciso di esplorare l’America anche per capire cosa il collega si fosse perso. “Mi sarei sentito in colpa se non fossi venuto qui” commentò in merito all’esperienza NBA, mostrando che si trattasse esclusivamente di una questione di quando. “Ho voluto dimostrare che potevo giocare con quei ragazzi. Mi dispiace solo di non avere vinto prima l’Eurolega e di non essere arrivato prima negli USA”.

Che ne è, nel dicembre 2019, dell’etichetta di “bello ma perdente” che alcuni gli affibbiavano? Non versa in buone condizioni, perché in campionato la Virtus semplicemente non smette di vincere. 10 vinte e zero perse, mentre scriviamo. E della nomea di solista, narcisista, più apparenza che sostanza? Basta guardare una partita della truppa di Djordjevic per rendersi conto che i risultati, sebbene il campione sia ridotto, non mentono. C’è una rara sintonia tra gli interpreti, e su tutti spicca il rapporto tra Stefan Markovic e Teodosic, quasi una versione evoluta di quello, scintillante, tra lo stesso Teodosic e De Colo negli ultimi anni del CSKA, o forse una declinazione di quello, a distanza, con Dejan Bodiroga. Markovic sta vivendo una stagione da protagonista e lui lo asseconda agendo spesso e volentieri da realizzatore puro. Si muove negli spazi lasciati liberi dalle attenzioni che la difesa rivolge al compagno, non sprinta intorno ai blocchi, d’altronde non è mai stato un fulmine di guerra e dopo l’infortunio le sue gambe hanno perso una marcia, ma sfrutta piccoli spostamenti di direzione per creare vantaggio. Le eccezionali percentuali al tiro da due, 66.7%, non sono un caso: indicano una gamma di soluzioni giuste, mai forzate, anche nei pressi del ferro. Dalla linea da tre punti è libero di agire da franco tiratore, ma appena riceve palla, spesso ancora prima di averla in mano, lo sguardo va ai compagni. Vince Hunter, Frank Gaines, Giampaolo Ricci, Kyle Weems. Hanno imparato in fretta dove posizionarsi e Milos Teodosic sembra capace, con una lucidità pari ai momenti migliori della carriera, di leggere chiaramente ogni movimento delle pedine in campo, e con straordinaria rapidità – pur muovendosi al suo ritmo compassato. L’impatto sulla partita di Teodosic, da tentacolare, onnipresente, si è fatto chirurgico, ragionato. C’è persino una giocata difensiva negli highlights della stagione, non proprio la specialità della casa, ma per chiudere la sfida contro Treviso con una rubata e assist in contropiede a Teodosic basta leggere in anticipo le intenzioni dell’attacco e fare un passo verso la linea di passaggio. Per chi ha bisogno dei numeri, ce sono tanti da snocciolare: oltre 16 punti e quasi 6 assist di media, con il 40% nel tiro dalla distanza. E ci sono anche le giocate da riguardare al replay con la bocca aperta: come il recentissimo passaggio dietro la testa per Pajola, contro Cantù. Ma la clip forse più rappresentativa arriva dalla EuroCup, nella partita contro Monaco. Col punteggio in parità e 1.3 secondi da giocare, Teodosic è prima diversivo e poi fulcro dello schema disegnato da coach Djordjevic per la rimessa. Finta un blocco, corre per smarcarsi, riceve, si gira e tira da tre sopra le mani protese della difesa. È un canestro che per parabola e importanza ricorda quella bomba da nove metri tra Serbia e Spagna nel 2010, ma stavolta Teodosic è il maestro che mette la pennellata su uno schema di squadra, su uno sforzo di gruppo. Non è architetto, esecutore e giudice di ogni suo canestro, tutt’altro. È un giocatore che non è mai solo su un’isola, che chiede e accetta aiuto; a Bologna l’ha trovato, e una partita vinta alla volta sta mettendo ogni cosa al suo posto.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass