Dallas Mavericks: it’s all about Luka (?)

Pubblicato da Lorenzo Pon il

Nemmeno nelle più rosee aspettative di Mark Cuban sarebbe stato lecito aspettarsi un inizio di stagione così positivo per i Dallas Mavericks, attualmente in terza posizione in una Western Conference più affollata che mai.
Il successo dei texani è da un lato imputabile a circostanze straordinarie – dal tracollo Warriors fino al (momentaneo?) flop dei Trail Blazers – ma è anche frutto di una free agency poco rumorosa ma decisamente oculata. Una volta constatato il fallimento del piano A – firmare una terza star e completare il roster con veterani al minimo salariale e qualche role-player – il front office dei Mavs ha coraggiosamente portato a termine il piano B: potare i rami secchi, confermare a cifre contenute gli elementi funzionali e colmare le lacune presenti nel roster.
Fuori Devin Harris, Trey Burke e Salah Mejri, dentro Delon Wright e Boban Marjanovic, cui si aggiungono i rinnovi di Maxi Kleber, Dwight Powell, Seth Curry e Dorian Finney-Smith.
Il tutto senza dimenticare che è finalmente tornato in pista Kristaps Porzingis, il giocatore per cui i Mavs sono andati all-in lo scorso febbraio, la seconda star da affiancare a Doncic.
Trainati dalle straripanti prestazione dello sloveno, i Mavericks stanno collezionando importanti successi e si ritrovano, in maniera decisamente inaspettata, a guidare la lega per punti segnati per cento possessi.

Quanto di questi successi è imputabile al talento cristallino del #77? Quanto alla panchina?
A che punto è Kristaps Porzingis del suo recupero?

Halleluka

Qualsiasi riflessione sui Dallas Mavericks non può che partire da Luka Doncic, considerando quanto la sua presenza in campo sia totalizzante, nel bene e nel male, per il gioco dei texani: quando l’ex Real Madrid è in panchina, i Dallas Mavericks fanno registrare il peggior dato in offensive rating (109.2 contro i 116 di media e i 117.5 registrati quando Luka è in campo); la sua presenza in campo, inoltre, garantisce occasioni illimitate al tiro per i compagni, come i 17.9 potential assist a partita (un passaggio che conduce ad un tiro di un compagno intervallato da, al massimo, un palleggio) dimostrano. Meglio dello sloveno in questa particolare voce soltanto LeBron James.

Nel momento in cui Luka sta penetrando verso il canestro, i 5 giocatori in maglia Rockets hanno lo sguardo fisso su di lui; con il corpo lascia intendere che il passaggio sia diretto a Kleber, ma all’ultimo la spara nell’angolo per Hardaway Jr. (non) marcato da Capela.

Dall’altra parte è doveroso riportare un dato quanto meno curioso, che attesta come senza Doncic in campo i Dallas Mavericks facciano registrare un plus-minus pari a + 11 e come le tre lineups più utilizzate che non comprendono lo sloveno (e Porzingis) risultino positive in termini di net rating (fonte Bleacher Report).
Al di là però dei numeri e delle perfomance che Doncic è stato in grado di inanellare in questo inizio di stagione, emerge con chiarezza un fatto: le fortune dei Mavericks sono strettamente collegate al suo rendimento, ma non necessariamente devono passare per le sue talentuose mani.
Lo spartito tattico dei Dallas Mavericks è decisamente orientato dalla presenza in campo o meno di Doncic: con lo sloveno sul parquet, Carlisle chiede ai suoi giocatori di fungere essenzialmente da bloccanti e da spot-up shooters, pronti a tirare a volontà dall’arco non appena i difensori avversari scelgono di raddoppiarlo. Non sorprende, allora, constatare come delle 39 triple tentate a partita dai Mavs, solamente 10 vengano prese quando lo sloveno è in panchina.
Il rovescio della medaglia è dato dalla frequenza con cui i giocatori dei Dallas Mavericks scelgono di cercare il tiro dalla lunga distanza quando Doncic è in panchina: dal 47.5% si scivola fino al 35.9%, con una ricerca quasi spasmodica di punti nel pitturato.
La presenza in campo dello sloveno comporta automaticamente l’esistenza di maggiori opportunità al tiro pesante per i compagni; al contrario la sua assenza impone ai bench guys, non sistematicamente raddoppiati dai difensori avversari, di impostare gli schemi offensivi secondo un differente canovaccio.

The Bench Guys

Ancora più della stagione strabiliante dello sloveno, è la panchina il vero fattore X che sta portando i Mavericks verso successi insperati. La second-unit dei Mavs risulta quarta per punti segnati (43.2 a partita), prima per plus-minus (+4.8, addirittura meglio dei Clippers) e terza per minutaggio (20.6 a partita).
L’efficacia della panchina porta con sé un ulteriore elemento fondamentale per capire pregi e difetti di questi Mavericks: 11 dei 14 giocatori di rotazione hanno iniziato da titolari almeno una partita in stagione. Se da un lato questo numero evidenzia la varietà di soluzioni cui coach Carlisle può attingere, dall’altro evidenzia delle gerarchie che, esclusi Doncic e Porzingis, sono ancora tutte da definire.
La prima caratteristica che balza all’occhio osservando i giocatori in uscita dalla panchina per i Mavericks è la massiccia presenza di ball-handler: Tim Hardaway Jr., Jalen Brunson, Seth Curry, Delon Wright e il redivivo J.J. Barea. Quattro tra questi cinque giocatori sono costantemente utilizzati come risorse in uscita dalla panchina.
Il quintetto tipo in uscita dalla panchina dei Dallas Mavericks è composto da tre dei giocatori sopracitati, da Justin Jackson come ala grande undersized e da uno tra Dwight Powell e Maxi Kleber come centro.
Mentre i quintetti titolari delle altre squadre NBA sono abituati a gestire più giocatori in grado di giocare un pick and roll da portatori di palla, lo stesso non può dirsi delle lineups in uscita dalla panchina. Il movimento perpetuo di Curry attraverso i blocchi, la capacità di Hardaway Jr. di battere il proprio uomo dal palleggio, le letture di Brunson, i tagli di Wright e l’estro di Barea offrono a coach Carlisle una serie pressoché infinita di possibilità, costringendo le difese a collassare su un pick and roll e aprendo spazio per una tripla o per una comoda conclusione al ferro.

La contemporanea presenza di Wright e Curry impone ai T’wolves una scelta: esporre Dieng ad un potenziale mis-match su Brunson. Teague e Culver aiutano, liberando spazio per Wright e Kleber sul perimetro, ma senza sufficiente convinzione.
Risultato: canestro per Brunson che, in alternativa, poteva anche servire due compagni liberi sul perimetro.

Sacrificare centimetri in nome di un maggior numero di combo-guard a disposizione consente ai Mavs di guadagnare un considerevole vantaggio nei primi minuti di gioco, quando da un lato le difese avversarie sono più morbide su Doncic, e dall’altro il coach avversario deve ancora studiare le contromosse da opporre alla varietà presente nella panchina dei texani.
A testimonianza di questo, i Dallas Mavericks guidano la lega per punti segnati nel primo tempo, attestandosi su un’impressionante media di 61.4 punti a partita.
I problemi sorgono quando le difese salgono di colpi e quando le varianti tattiche a disposizione dei Mavs sono state già ampiamente sfruttate: nel clutch time.
Doncic e compagni hanno sin qui collezionato un record di 5 vittorie e 5 sconfitte in partite con un margine inferiore o uguale a cinque punti; queste difficoltà si traducono in un dato alquanto eloquente: i Dallas Mavericks sono diciannovesimi nella lega per plus-minus in situazioni clutch (-0.6), lo stesso valore dei Cleveland Cavaliers e dei New York Knicks, per rendere l’idea.
L’unico giocatore con un net-rating positivo in situazioni clutch è Seth Curry, mentre i due giocatori che dovrebbero decidere le partite quando la palla scotta di più fanno registrare un pessimo -8.9 e -11.4 (rispettivamente Doncic e Porzingis). Sebbene questi dati si basino su un campione giocoforza piuttosto esiguo, rappresentano comunque un indicatore importante di uno dei principali punti deboli della franchigia texana: l’incapacità dei Mavs di chiudere le partite resta sin qui uno dei dati più preoccupanti per una squadra che non ha più intenzione di nascondersi e che punta apertamente a giocarsi le sue chance ai Playoffs. L’ulteriore maturazione di Doncic e un potenziale innesto di qualità durante la free agency potrebbero parzialmente risolvere i problemi, ma la soluzione a questo tipo di problema, come ad altri, si può (e si deve) cercare in casa.

Dallas Mavericks. Il caso Porzingis

Quasi due anni ai box, passati a rinforzare il proprio corpo e a lavorare solamente in palestra, non possono non lasciare un po’ di ruggine in un giocatore di pallacanestro. Se poi quel giocatore si chiama Porzingis ed è alto 2.21 metri, un periodo di appannamento è più che giustificabile.
Ciò che preoccupa nel gioco fin qui espresso da Porzingis, tuttavia, non sono tanto le percentuali al tiro (peggior dato in carriera in FG%, 41%, e un drammatico crollo in FT%, dove è scivolato al 69.2%), quanto le scelte compiute sul parquet.
Arrivato per essere la star da affiancare a Doncic, il secondo go-to guy, il lettone sta essenzialmente svolgendo il ruolo di spot-up shooter, limitandosi a giocare innumerevoli pick&pop con Doncic e cercando rarissimamente una soluzione alternativa di tiro.
Il risultato di questa tendenza è evidente: massimo in carriera di triple tentate (6.3 tentate a partita, convertite con un buon 37%), 79% dei tiri presi dal campo sono assistiti e drastica riduzione dei tentativi nel pitturato (si scende dal 45.8% del 2017/2018 fino al 32.9% di quest’anno).

In questo caso, come in molti altri, Porzingis è completamente avulso dal gioco dei Mavs: non gioca il P&R con Luka, non prende posizione in post, non taglia verso il canestro e non si libera del suo marcatore per una tiro dall’arco.
Di chi è la “colpa”?

È difficile comprendere se questa tendenza faccia parte di un piano premeditato di Carlisle per consentire al lettone di riprendere confidenza con il suo corpo e con i suoi mezzi senza dover forzare o se sia uno dei possibili effetti collaterali del dividere il campo con un giocatore ball-dominant come Doncic; quello che è sicuro, è che in questo momento Porzingis non è un fattore per i Mavs. O meglio, è un fattore negativo.
Senza il lettone in campo, Dallas fa registrare il secondo miglior valore in Offensive Rating di squadra, segnando 119 punti per 100 possessi e il terzo miglior valore in Defensive Rating, subendo  105.8 punti per 100 possessi, valore che li collocherebbe nelle 10 migliori difese NBA.
Se si fa riferimento al quarto periodo di gioco, momento in cui, come abbiamo visto, Dallas fatica tremendamente a chiudere le partite, le cifre di Porzingis sono ancora più impietose: 30% dal campo, 19% dall’arco e una true shooting percentage pari al 41%. Stats non degne di un giocatore che ha firmato in estate un rinnovo al massimo salariale e che è destinato ad essere, con Doncic, la pietra angolare su cui rifondare i successi della franchigia texana.
Sebbene la panchina stia sopperendo alle mancanze di Porzingis, almeno fino a questo momento, e le voci di mercato attorno ai Dallas Mavericks in cerca di un terzo violino da affiancare alle due star europee siano piuttosto insistenti, un pieno recupero psicologico e tecnico del lettone è la condicio sine qua non per tentare di fare strada in post-season.
Carlisle, conscio di questa necessità, sta tentando diverse strade per cercare di far tornare l’ex Knicks ai suoi precedenti livelli, non ultima quella di spostarlo nella posizione di centro, nella speranza che il suo gioco vicino al ferro – sicuramente uno dei punti di forza durante gli anni passati al Madison Square Garden – torni a rappresentare una costante o quantomeno una valida alternativa.
Per rendere l’idea basta pensare che nella sua migliore annata ai Knicks – 2017/2018 – Porzingis era ottavo nella lega per possessi in post-up, situazione in cui generava 5.4 punti a partita segnando con il 43% dal campo. In questa stagione, il lettone gioca un post-up con un’irrisoria frequenza del 14.2%, producendo appena 1.5 punti segnati con un pessimo 31% dal campo.
Il limitato numero di possessi in post, oltre a rappresentare un evidente danno per Porzingis stesso, danneggia la squadra in maniera evidente almeno sotto un altro profilo. Una ritrovata confidenza nei propri mezzi nei pressi del ferro, infatti, costringerebbe i difensori avversari ad un raddoppio costante sul lettone, aprendo lo spazio per una conclusione dall’arco di Doncic – il cui gioco off-the ball è ancora ampiamente da sviluppare e da verificare – e dei vari Hardaway Jr. e Seth Curry.

La posizione profonda di Porzingis rappresenta la minaccia primaria per i Rockets, costretti a raddoppiare su di lui con Rivers e Capela e a lasciare Dorian Finney Smith completamente solo nell’angolo per una tripla aperta.

La frequenza di giocate in post e il miglioramento nell’efficienza in questa situazione da parte di Porzingis possono rappresentare uno spartiacque fondamentale per i Mavs, una vera e propria alternativa alla costruzione canonica dell’azione, troppo spesso basata esclusivamente su una passiva consegna del pallone nelle mani di Doncic.
Diventare grandi per i Mavs non è più un’utopia, ma per fare il vero salto di qualità, non si può prescindere dal pieno e definitivo recupero di Porzingis.

I Dallas Mavericks saranno una contender quest'anno?

La nuova e improvvisa mania esplosa tra i fan NBA di tutto il mondo per Luka Doncic ha probabilmente portato alla perdita di una visione critica obbiettiva riguardo al reale valore degli attuali Dallas Mavericks. Se ad oggi appare molto difficile vederli fuori dalla post-season, sembra altrettanto improbabile che la squadra di Carlisle possa ambire a qualcosa di più di un’uscita, seppur combattuta, al primo round di Playoffs.
Questo giudizio tiene conto della totale inesperienza della maggior parte dei giocatori a roster in post-season, delle difficoltà sin qui palesate nel chiudere le partite e dell’attuale stato di forma di Porzingis.
Quello che è sicuro è che, per la gioia di Cuban e di tutti i fan dei Mavs, Dallas, ai primi di dicembre, è già molto più avanti nel suo percorso di crescita di quanto fosse lecito aspettarsi, soprattutto tenendo in considerazione i margini di miglioramento del gigante lettone.
Forte di questa consapevolezza, la dirigenza si trova di fronte ad un bivio, fondamentale per il futuro a medio-lungo termine dei Mavs: cercare con tutte le forza di arrivare ad una terza star con cui tentare di arrivare al titolo o lasciare che questo roster prenda confidenza nei propri mezzi e puntare alle prossime (soprattutto a quella del 2021) free agency.
Ad eccezione di Tim Hardaway Jr., lo zoccolo duro su cui si basa la rotazione dei Mavs è già stato firmato per almeno altre due stagioni oltre a quella attualmente in corso, andando ad occupare solamente 74 milioni nel salary cap dei texani. Con questa situazione, la franchigia texana avrebbe la possibilità di presentarsi alle porte della free agency estiva del 2021 con un gruppo di 7-8 giocatori cui aggiungere una star (saranno potenzialmente free agent Antetokounmpo, LeBron, Leonard, George, Holiday, Beal, Gobert, per rendere l’idea).
La scelta sul sentiero da imboccare potrebbe essere condizionata da tanti fattori, non ultimo quanto “veritiero” sia il record dei Mavs ad oggi. Stando ad un indice che misura la difficoltà delle gare disputate fino a questo momento in stagione, i texani hanno avuto il nono calendario più favorevole dell’intera lega.
Sebbene questo dato non tolga automaticamente valore a quanto fatto dai ragazzi di coach Carlisle fino ad oggi, sicuramente impone un attenta riflessione.
Viste le star potenzialmente disponibili via trade con cui rinforzare la squadra subito (Griffin, Love e D’Angelo Russell), ai Mavs conviene con ogni probabilità tirare i remi in barca ed aspettare candidati più adatti per colmare le lacune della squadra.
I texani, infatti, hanno un disperato bisogno di una guardia che copra le spalle a Doncic in difesa e, sul fronte offensivo, che sia capace di sgravare lo sloveno della responsabilità di costruire ogni singola azione d’attacco.
Assumendo poi che Carlisle utilizzi sempre più spesso Porzingis come centro, la necessità di portare a roster un’ala capace di difendere forte sul perimetro e di aprire ulteriormente il campo diventa evidente.
Due nomi per rendere l’idea? Jrue Holiday e Robert Covington. Due giocatori che hanno poco a che fare con i pezzi più pregiati attualmente sul mercato ma tremendamente funzionali al possibile ultimo scalino da scalare per la squadra di Cuban.
Tra i giocatori sul piede di partenza ad oggi solamente Iguodala farebbe comodo ai Mavs – come del resto farebbe comodo a quasi ogni squadra NBA.
L’arrivo dell’ex Golden State Warriors può tuttavia bastare per proiettare i Dallas Mavericks tra le candidate al titolo già oggi? Conviene davvero andare all-in quest’anno, tentando di vedersela con squadre, obbiettivamente, meglio attrezzate per il titolo?
Probabilmente la risposta a queste domande è la stessa: no.

La pazienza potrebbe regalare una mezza delusione oggi ma la chance di giocarsi il titolo domani. 

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Lorenzo Pon

Lorenzo Pon

Nato e cresciuto a Genova, ho iniziato a seguire la pallacanestro quasi per caso, fino a diventarne completamente dipendente. Aspirante giornalista innamorato di Jokic e dei Boston Celtics