Nicolò Melli e la NBA: “L’organizzazione qui è spaventosa”

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Grazie a NBA Italia e Connexia abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una Conference Call con il nostro Nicolò Melli protagonista da questa stagione negli USA con la maglia Pelicans. Nicolò è stato molto disponibile a rispondere alle domande provenienti dai media italiani.

Foto di Matteo Marchi

Le parole di Nicolò Melli

Come giudichi l’andamento tuo e della squadra di questo primo quarto di stagione di regular season?

Abbiamo avuto un andamento abbastanza altalenante ma tutto sommato positivo. Stiamo facendo un processo (come lo chiamano qui), un percorso di crescita. Anche io sto cercando di ambientarmi e, nonostante non giochi moltissimo, l’importante è farsi trovare pronti, in qualsiasi occasione.

Quale giocatore affrontato ti ha colpito di più finora?

LeBron James, senza dubbio. Come gestisce le partite, come le aggredisce quando vuole lui, la potenza fisica che ha. Veramente inarrestabile.

Vlade Divac ha dichiarato che, appena arrivato in NBA, la differenza più grande rispetto all’Europa riguarda i tempi delle rotazioni in difesa. Condividi? 

Assolutamente. In NBA c’è un altro ritmo sia per velocità verticale che per rapidità orizzontale (gli aiuti e i recuperi difensivi sono fulminei qui). C’è proprio un’altra mentalità di gioco, non paragonabile all’Europa da questo punto di vista, e io cerco di adattarmi un passo alla volta.

Riguardo il tuo ruolo in campo, hai trovato delle differenze importanti in NBA a livello di fisicità e durezza nei contatti? 

Diciamo che in campo ancora non ho un ruolo ben definito, a causa anche dell’infortunio di Zion. Oltre a correre molto di più, qui il campo è notevolmente più aperto, sfruttando al massimo un atletismo che, vedendolo da dentro, appare ancora più insensato. Nella NBA tendono inoltre a fischiare meno contatti di quanto accada in Europa e, anche per questo aspetto, c’è bisogno di un’ po di apprendistato.

Cosa ne pensi della facilità che hanno, rispetto a 10 anni fa, i giocatori europei adesso nel fare il salto in NBA? È merito anche della “nuova” Eurolega?

La NBA è sempre più aperta al mercato globale e questo permette anche i giocatori del Vecchio Continente di potersi confrontare direttamente con i giganti degli USA. Non penso minimamente che questo cambiamento sia legato al nuovo formato dell’Eurolega, quanto piuttosto ad un netto miglioramento del movimento europeo, sia a livello di squadra che di giocatori.

All’interno dello spogliatoio dei Pelicans, ti considerano un rookie o un veterano?

Direi che sono un po’ un rookie con l’asterisco, nel senso che partecipo ai “nonnismi” (famosi in NBA con il nome di rookie duties, che per fortuna a New Orleans non sono niente di veramente umiliante) per fare gruppo ma comunque tutti i miei compagni sanno chi sono e qual è il mio passato.

Hai un rimpianto per non essere andato in NBA prima? Senti di aver preso una decisione corretta tentando adesso la carriera oltreoceano?

Non ho rimpianti perché, ad esempio, a 24 anni non ero assolutamente pronto per quest’avventura e anticipare di uno o due anni questa decisione, sebbene non possa avere la controprova, non avrebbe cambiato di molto il tutto. Sono assolutamente contento del percorso che ho fatto finora.

Ti aspettavi un cambiamento del genere, sotto tutti i punti di vista, arrivando negli USA?

Sì, mi è veramente cambiata la vita e non solo nell’ambito della pallacanestro. Qui sono cambiati obiettivi, routine, prospettive ma più o meno avevo preventivato tutto.

Cosa ne pensi del tuo compagno di squadra Brandon Ingram? 

È un talento naturale, realizzatore unico e quello che sta facendo in questa prima parte di stagione è assolutamente pazzesco. È importante che anche tutti noi altri riusciamo a seguirlo per diventare grandi in futuro.

Con quale compagno di squadra hai legato in modo particolare?

Su tutti, Darius Miller, mio compagno anche al Bamberg, ma in generale siamo un bel gruppo, molto unito e anche con i veterani Jrue Holiday e JJ Redick ho un ottimo rapporto.

[OVERTIME] Quanto i back-to-back influiscono sulla condizione fisica e mentale di un giocatore al suo primo anno in NBA?

Onestamente non avendo giocato tantissimo non ho sentito molto l’impatto delle due partite in due sere consecutive. Tuttavia, la cosa che veramente mi ha sorpreso è stata l’organizzazione, dai voli agli alberghi, dalle ore di sonno all’alimentazione, tutto è programmato nei minimi dettagli per farti performare al meglio sul parquet. Per quanto riguardo lo stress mentale, ne riparliamo tra 25 partite quando mi sarò e ci saremo stabilizzati definitivamente.

[OVERTIME] Prima partita NBA contro i Toronto Raptors: 4/5 da tre e 14 punti, una partita di grande qualità e carisma. Come ti sei sentito nel riuscire ad essere così incisivo in casa dei campioni NBA alla prima uscita con i Pelicans?

Io la chiamerei più una fortuna del principiante quella sera. La palla è andata dentro ma non mi sono esaltato particolarmente per quella prestazione. Tuttavia, assistere dal vivo alla cerimonia della consegna degli anelli è stato certamente speciale, anche a livello di atmosfera all’interno dell’arena.

Chiudiamo con la Nazionale. Sarebbe cambiato qualcosa secondo te se fossi stato presente al Mondiale in Cina? E in ottica futura, parteciperai al Preolimpico?

I ragazzi in Cina hanno fatto un ottimo Mondiale e sono convinto che, anche se avessi partecipato, non sarebbe cambiato il risultato finale. Alla Nazionale ho sempre dato la mia disponibilità e la darò anche per il Preolimpico anche se ovviamente dipende tutto dalle mie condizioni fisiche. Spero di arrivare nelle condizioni migliori possibili per questo appuntamento.


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Nato nell'anno dell'ultimo Europeo vinto dall'Italbasket, sono studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo dopo essermi drogato, giocando nelle minors, di pallacanestro. Amante di Marjanovic e della Virtus Roma, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.