Miami Heat – Take Heat Seriously

Pubblicato da Leandro Nesi il

Miami: un lungo anno

Il 4 dicembre dello scorso anno Miami perde 90 a 105, in casa, contro Orlando. Il quintetto titolare:

Josh Richardson – Rodney McGruder – Hassan Whiteside – James Johnson – Wayne Ellington.

Il 2 dicembre di quest’anno, Miami sbanca il parquet (fino a quel momento immacolato) di Toronto per 121 a 110, dominando il supplementare 13 a 2. Il quintetto:

Jimmy Butler – Kendrick Nunn – Bam Adebayo – Duncan Robinson – Meyers Leonard.

Difficile non leggere I quintetti, pensare a Riley e scuotere la testa sorridendo. Pat l’ha fatto di nuovo. Ad oggi Miami è 20 vinte e 8 perse. L’anno scorso hanno chiuso a 39-43 l’annata che è coincisa con il farewell tour del Hall of Famer in pectore Dwyane Wade. 

La svolta: il tweet di Woj

Alle 3 del mattino del primo luglio (ore italiane) arriva il tweet di Woj: Miami sta per chiudere una sign and trade con i 76ers per acquisire Jimmy Butler.

La fonte è come sempre ignota ma di grossi dubbi non ce ne possono essere, Woj non ha mai sbagliato. Poche ore dopo arriva infatti l’ufficialità, con Miami che riesce ad assicurarsi le performance di un “top player” a oramai 8 anni dalle acquisizioni di LeBron James e (lacrimuccia) Chris Bosh.

Le reazioni sono diversificate: c’è chi è perplesso e si domanda perché un talento come Butler che entra nel suo prime possa finire in una squadra che non è una contender neanche aggiungendo Jimmy. C’è chi sostiene che Butler e Riley siano due personalità talmente simili che non sarebbe potuta finire diversamente. C’è chi dice che Butler ha perso l’occasione di firmare per una “vera” contender. C’è chi dice che Butler renderà Miami una contender.

Come sempre, tutti hanno un’idea.

Come sempre, il campo darà il verdetto e dirà chi aveva indovinato, chi ci era andato vicino e chi, invece, aveva sbagliato. 

Ah man, that's good wine

 “Sono il Signor Wolf, risolvo problemi.”

Così più o meno mi immagino sia andato il primo incontro fra Pat Riley e Jimmy Butler, con Jimmy nei panni dello strepitoso personaggio interpretato da Harvey Keitel in Pulp Fiction. In realtà Riley ha ammesso che durante il primo colloquio con Butler abbia anche esagerato nel corteggiamento al punto che Jimmy stesso lo abbia ‘ripreso’. Alla fine, però, citando Riley: “Il colloquio è stato come una degustazione di un buon vino. Jimmy è arrivato, ha annusato, dato una sorsata e capito che il vino era ottimo”. 

Coach Spo, un genio troppo spesso sottovalutato

Dietro ai successi di Miami si cela, non tanto nascosto, il genio di Spoelstra. Negli ultimi anni la corsa playoff non è mai stata lunghissima, vista la mancanza di star power post addio di LeBron e ritiro di Bosh, ma è anche vero che sono anni che Miami rende di più di quel che realmente vale sulla carta. Non sarebbe giusto non citare South Beach e Pat Riley fra le motivazioni che hanno portato Butler a Miami, ma altrettanto ingiusto sarebbe tralasciare l’enorme lavoro fatto da Spoelstra da quando si è seduto in panchina.

Gli ultimi playoff mancati risalgono al 2015 e per Spoelstra sono stati un tassello fondamentale per renderlo ciò che è oggi. Lui stesso ha parlato di essere caduto in un’offseason al limite della depressione (“I went to a dark place”), ma Erik ha avuto la forza di reinventarsi coach ‘da progetto’ più che da allenatore che prova a vincerle tutte. I risultati parlano per lui, con giocatori che nel tempo hanno reso molto di più di quanto fosse lecito aspettarsi (Robinson e Adebayo su tutti), giocatori che si sono reinventati (Winslow da PG), giocatori che hanno trovato continuità (Dragic). 

Rotazione ampia

Uno dei punti cardine della Miami di oggi ha a che fare con la profondità del roster: non è da primi quattro posti (Indiana, Boston, Philadelphia e Bucks sono migliori), ma man mano che si guarda verso la panchina e gli uomini che sono effettivamente di rotazione, il livello degli uomini di coach Spo se la gioca con quello delle dirette avversarie. Otto giocatori sopra i 20 minuti di utilizzo, con Leonard che parte in quintetto e ne gioca 19.

Con Adebayo sulla soglia dei 10 tiri a partita, sono sei i giocatori che prendono circa o più di dieci conclusioni per Miami ma l’attacco rimane profondamente bilanciato: chi prende più tiri è infatti Nunn, con 14.2. Butler 13.8 e poi via via gli altri, con Adebayo a 9.7 e Robinson a 8.4

Jimmy, Mr. Wolf

Ovunque la si voglia guardare, qualunque statistica si voglia leggere, Butler è il fattore numero uno del cambio repentino avuto dal record di Miami. Jimmy, val la pena ricordarlo era ai Bulls e li ha portati ai Playoff. È stato scambiato per LaVine, Dunn e la scelta che è diventata Lauri Markkanen e Minnesota è andata ai Playoff. A Phila è andata ad un tiro di Kawhi al limite dell’incredibile dal giocarsi un supplementare di gara 7 che avrebbe potuto portare Phila ad affrontare Giannis e i Bucks nelle finali di Conference.

Oggi Jimmy è il leader di una squadra che era legittimo aspettarsi sarebbe arrivata alla postseason, non di certo fosse in pace per arrivare a quasi 60 vittorie. Miami non farà 60 vittorie, ma intanto ad oggi oltre al già citato scalpo a domicilio dei Raptors campioni in carica, c’è stato anche quello elargito ai Bucks. Entrambe, Toronto e Milwaukee, hanno perso una sola partita in casa fino ad ora. Il merito (così come il demerito) non è mai di un solo giocatore e men che meno in una squadra corale come gli Heat di quest’anno. Jimmy, però, è semplicemente superlativo. Prima, un po’ di numeri.

Butler è:

sesto in PIPM dietro a Antetokounmpo, Harden, James, Leonard, Davis. Il PIPM è il Player Impact Plus Minus.

Sesto nel RAPTOR (metrica targata fivethiryeight ).

Sesto in win shares.

Terzo nelle deflections, le palle deviate, a partita.

Secondo in steals.

Quarto in loose ball recovers, quindi il recupero dei cosiddetti palloni a metà strada fra due giocatori (50-50 balls, in gergo).           

Attualmente sta facendo registrare i carreer highs in rimbalzi (6.9), rubate (2.1), assist (7) e stoppate (.8)

Numeri da capogiro e che al tempo stesso non rendono giustizia, perché l’impatto di Butler in una squadra e in questi Heat non è misurabile.

Non possono essere i numeri a dire quanto Jimmy sia forte, nonostante i numeri lo urlino al mondo intero. E il motivo è che Butler dei numeri se ne frega. Al contrario di quasi tutte le altre superstar della Lega, vedendolo giocare si ha come l’impressione che sia costantemente a risparmio energetico pur non risparmiandosi su nessun possesso. Sembra un controsenso, ma non lo è. Butler è un agonista feroce che sa far canestro, ma se la squadra gira lui si limita a farla girare meglio. Un facilitatore. Jimmy risolve problemi, proprio come Mr. Wolf. Quando i problemi non ci sono, potresti quasi non accorgerti della sua esistenza.

Contro Toronto la squadra ha disputato una partita ai limiti dell’impeccabile su ambo i lati del campo e Butler era lì, ad osservare la partita e fare quel migliaio di piccole cose che non per forza vanno a tabellino, ma che servono alla squadra: un urlo ai compagni, un continuo flusso di parole in difesa, un blocco forzato, una palla sporcata e, ovviamente, qualche canestro. Poi però, la partita arriva all’overtime:

      –        canestro con fallo da rimessa da fondo, con una ricezione in mezzo angolo e tiro immediato con coefficiente di        difficoltà notevole.

      –        canestro in equilibrio iper-precario dopo aver sfruttato il blocco di Adebayo.

      –        intercetto del passaggio orizzontale di Adebayo per Lowry e canestro in 1 Vs 0 in contropiede.

Sette punti, una rubata, un overtime vinto “da solo” e la prima sconfitta annuale in casa per Toronto servita.

La sera dopo, però, c’era Boston e per di più nuovo in trasferta per gli Heat. Miami era visibilmente stanchissima dopo una partita “vera” contro Toronto e Jimmy lo entra in campo con una “rabbia” offensiva di tutt’altro tipo:

37 punti, 6 rimbalzi, 4 assist e la sensazione, per chi guardava la partita, che sapesse che senza i suoi punti non ci sarebbe stata storia. Miami è crollata alla distanza, vincendo solo il primo quarto prima di prendere una discreta ripassata dai biancoverdi, ma ciò non toglie quanto Jimmy ci abbia provato e quanto sembrasse un giocatore diverso dalla sera precedente.

Un giocatore che in spogliatoio è un Leader e in campo fa ciò che serve per vincere, e per impatto su una franchigia Butler è uno dei migliori della Lega. 

I (quasi) rookie meraviglia

Duncan Robinson (genitori tifosi Spurs, anyone?) ha chiuso il mese di novembre con 7.2 triple a gara tentate, mandandone a segno il 41.5% e toccando il picco realizzativo con 9 triple su 15 tentativi contro i derelitti (once again) Cavs. L’altra (e fino ad ora unica) volta in cui è andato oltre le 10 triple tentate è stato nel blowout rifilato ai Rockets, serata in cui ne ha segnate 7 su 11 tentativi. Quattordicesimo per triple a bersaglio in stagione, Spoelstra gli chiede di tirare appena vede una finestra aperta e lui non si lascia pregare. Tira quasi indifferentemente in spot up o in uscita dai blocchi, e ha come ulteriore freccia nella propria faretra tagli backdoor quando la difesa decide di anticipare troppo forte. Attualmente ha scollinato le 25 partite giocate dopo un primo anno in cui ne sono arrivate 15, per di più a fine stagione quando gli infortuni avevano decimato il roster degli Heat. Duncan, pur rimanendo un tiratore, ha un vasto bagaglio di soluzioni:

handoff, specialmente con Adebayo

spot up sfruttando i raddoppi su Butler

transizione

Rispetto a quel poco che si è visto l’anno scorso (di qui il ‘quasi rookie’) sembra un altro giocatore. Ha lavorato sul suo gioco, sul mettere la palla per terra (che però ancora mette poco) e sulla varietà di soluzioni prese. Ad oggi, è uno dei quattro giocatori a roster per Miami che tirano oltre il 39% con più di quattro tentativi a partita. Non male per un undrafted che l’anno scorso è entrato nelle rotazioni per necessità di far numero dopo una marea di infortuni..

Herro arrivava in NBA come un prospetto atteso (pur se non attesissimo): uscito da Kentucky University e scelto dagli Heat, che per lui spendono la chiamata in lotteria con la #13. Tiratore ma non solo, ha un buon ball handling e “vede pallacanestro”, si è dimostrato da subito un buon giocatore di pick and roll. Palleggia molto meglio con la destra che con la sinistra e discorso similare vale per le conclusioni al ferro, ma: tiratore pulito tecnicamente e concettualmente, raramente lo si vede prendere un brutto tiro. Giocatore “ben educato” dall’alto IQ cestistico, è un agonista che vuole il pallone quando scotta. Anche per questo pare sia molto apprezzato da Butler, che lo ha preso sotto la propria ala protettrice. Contro i Bulls la prima partita “da campione” con triple clutch e, soprattutto, le mani alzate per chiedere il pallone quando la partita più scottava, nel finale dell’Overtime. Giocatore che non ha paura e Jimmy, Spoelstra e Riley queste cose le apprezzano. 

Per chiudere, il rookie del mese: Kendick Nunn, undrafted anche lui. Carriera in high-school stellare, poi il liceo in Illinois (a casa, è nativo di Chicago) lo fa un po’ perdere. Al terzo anno sembra svoltare cestisticamente, ma problemi non banali con la legge ne fanno perdere le tracce. G-League con i Warriors e poi Miami. Ha giocato una preseason mostruosa, è partito titolare per Miami per l’infortunio di Butler e si è guadagnato minuti e fiducia da parte di Spoelstra. Un altro che vuole stare in campo (e ci sta) quando la partita è sul filo. Giocatore su cui rimane il dubbio sulla stabilità di testa, ma ad oggi è più che lecito sia il beneficio del dubbio, sia considerarlo per il rookie dell’anno. 

Bam Adebayo, MIP ogni sera

Bam Adebayo è uno di quei giocatori che vedi giocare una notte, lo vedi giocare dopo 15 giorni ed è migliorato sensibilmente in qualcosa. Lavoratore, professionista esemplare, sguinzagliato nello spot di centro dopo che Whiteside è stato spedito a Portland, si è rivelato come uno dei centri migliori della Lega per rendimento. Giocatore che in campo sa fare tantissime cose, è un rollante d’èlite già oggi: fra i rollanti con almeno 3 possessi è quello che ha la % di realizzazione più alta e il secondo per punti per possesso dietro di un soffio al solo Jarrett Allen.

Offensivamente è diventato una minaccia costante dal gomito, tanto Spoelstra lo usa in vari modi diversi fra loro ma non nell’efficacia:

handoff per un compagno

assist per una tripla o un passaggio sotto canestro

attaccare il canestro da rollante

jumper, che sono ancora rari, ma Jimmy lo ha sfidato ad una scommessa. Per ogni partita in cui Bam tenta una tripla, Butler paga 500 dollari. Per ogni partita in cui Adebayo non ne tira neanche una, paga Bam. 

Anche grazie ad Adebayo, gli Heat sono terzi per punti da handoff e primi per punti per possesso sui pick and roll quando a concludere è il rollante. Bam, quindi, è usato soprattutto al gomito e molto poco in post up, dove gli Heat tendono proprio a non andare, giocandoci solo il 3% dei possessi offensivi.

Il meglio però, Bam lo dà nella metà campo difensiva: è un matchup terrificante per qualunque giocatore sul parquet ed è oggi forse l’unico giocatore insieme a Ben Simmons che difende attivamente e senza andare in reale difficoltà tutti e cinque i ruoli. Spesso le squadre avversarie cercano il cambio difensivo per levare la marcatura di Butler sul proprio miglior esterno, ma Adebayo è tutto tranne che un cambio “buono” per l’attacco. Ha difeso con efficacia su Dinwiddie e inseguito Joe Harris sui blocchi, è stato il difensore primario di Pascal Siakam contro Toronto e di Giannis contro i Bucks. Un All-Defensive Team, ad oggi, senza se e senza ma. A testimonianza del tutto, la rincorsa con clamorosa stoppata ai danni del malcapitato Eric Bledsoe, finito dalla parte di quella che per Spoelstra è la stoppata più bella mai vista di un suo giocatore. 

Ecco, rimane il dubbio sia la migliore, ma qui lo sforzo che Adebayo fa per rincorrere una guardia esplosiva ed atletica come Bledsoe, per di più a fine partita, è veramente impressionante. 

What is still missing?

Ad oggi non è facile dire cosa manchi a Miami per essere realmente una contender. Punti? Ni. Difesa? No. Una star? Probabilmente no, perché una star minerebbe l’attacco enormemente bilanciato di Spoelstra.

Sono pochissimi i giocatori che possono far fare un reale salto di qualità a Miami, oggi. La suggestione tricolore vedrebbe Gallinari benissimo nel sistema di Spoelstra e in coppia con Bam Adebayo nel front court degli Heat: Danilo potrebbe garantire quello spacing necessario per l’attacco di Spoelstra, essere ben supportato in difesa da Adebayo e garantire un po’ di punti dal palleggio quando il tiro degli uomini di rotazione dovesse risultare meno preciso.

L’alternativa, ugualmente suggestiva, è uno dei migliori su piazza: Jrue Holiday. Jrue con Butler chiuderebbe un backcourt difensivo strepitoso, rognosissimo da affrontare per qualunque reparto esterni della Lega e darebbe più fiato a Butler consentendogli di portare meno palla nelle partite più dure. 

A new Hope

Miami è una delle franchigie che hanno segnato il decennio appena trascorso. Le firme di LeBron e Chris, i due titoli, le quattro finali. Il canestro decisivo di LeBron con quel jumper che era da tutti considerato il suo punto debole, le triple di Shane Battier in gara 7, la sconfitta con Dallas che sembrava aver gettato una macchia indelebile nella carriera di James e che, per certi versi, è stata decisiva per i tre titoli vinti per il nativo di Akron. E ancora, il rientro a casa di Wade e il ballo in aeroporto di Gab Union, la stoppata di James su Splitter e quell’ “it was about damn time” di LeBron che stringe il Bill Russell Trophy e la tripla di Ray Allen. Gli ultimi anni di Wade, il farewell tour, immagini che rimarranno negli occhi degli appassionati per sempre.

Gli Heat post-titoli sono stati sfortunati da un punto di vista salariale, con i problemi fisici di Bosh e quelli di Dion Waiters proprio quando sembrava mentalmente pronto a compiere quel salto che non è mai riuscito a fare. Non più di un anno fa la situazione contratti sembrava suggerire un futuro prossimo molto duro per la franchigia guidata da Riley, 12 mesi dopo Whiteside è approdato a Portland, Waiters è fuori squadra ed è arrivata la firma di Butler. Lo scouting eccellente ha fornito giocatori che oggi sono ampiamente in rotazione a costo zero e all’alba della nuova decade Miami è pronta a scrivere nuove pagine da protagonista in NBA. Non ci sono più LeBron e Chris, non c’è più neanche Dwyane, simbolo della franchigia per più di quindici anni. Ci sono Tyler, Kendrick, Justin, Goran, Duncan.

Ci sono Bam e Jimmy.

Dietro alla scrivania c’è ancora Pat, in panchina continua a sedere Erik, con quel soprannome ‘Tape Guy’ che ricorda come anche lì si prediliga la “classe operaia”. 

A South Beach, dopo un piccolo inverno, si è tornati a sognare l’estate. 


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.