Virtus-Fortitudo: la sfida infinita

Pubblicato da Roberto Gennari il

Parlare del derby di Bologna è come camminare sulle uova, per mille versi. Un po’ perché già tanto, quasi tutto è stato scritto su questa partita, un po’ perché Bologna non si chiama “basket city” per un qualche beffardo scherzo del destino o una coincidenza. Se ci troviamo al mare e facciamo amicizia con qualcuno di Milano, molto probabilmente ad un certo punto gli chiederemo “Inter o Milan?”. Se siamo con qualcuno di Roma, idem: “Roma o Lazio?”. Se invece ci troviamo con un bolognese, è assai più probabile che la domanda che ci viene spontaneo fare sia “Ma… Virtus o Fortitudo?” In questa cosa, che è tutto tranne che un dettaglio, è già spiegata l’unicità della partita in programma, per la prima volta, a Natale.

Se avete giocato a basket in qualche squadra, è altamente probabile che tra i vostri compagni di squadra ci siano stati almeno un virtussino e un fortitudino. Non è qui che troverete una cronistoria del derby delle Due Torri, ma non serve cercare a lungo. È necessario adesso abbandonare la terza persona, proprio perché bisogna mettere tutto nel giusto contesto, capirsi, mettere dei paletti. Io sono nato e cresciuto in Toscana nel 1979, sono un appassionato di basket, tifo per una squadra di serie A che non è né biancoblù né bianconera, se mi conoscete sicuramente sapete qual è. Ma del resto, probabilmente è impossibile scrivere di Virtus e Fortitudo rimanendo equidistanti, se si è coinvolti a livello personale.

Virtus Segafredo Bologna

Quando penso alle V nere il primo ricordo che mi viene in mente è Sasha Danilovic, invariabilmente ed inevitabilmente. Non so se è stato il giocatore più forte che ho visto con quella maglia lì, forse sì anche se Ginobili ha poi fatto un’altra carriera e anche se da non virtussino il giocatore in bianconero che ho amato di più era il mio concittadino Paolo Moretti. Ma poi ci arriviamo, una cosa per volta. Dico Sasha Danilovic perché è stato il giocatore che, mentre io ancora imparavo a giocare (non che ci sia mai riuscito del tutto, vabbè) più di ogni altro mi ha insegnato il concetto di durezza mentale.  Predrag arriva a via dell’Arcoveggio poco più che ventiduenne, ha appena vinto l’Eurolega col Partizan Belgrado dopo aver fatto fuori proprio la Virtus ai quarti, l’Olimpia Milano in semifinale e la Joventut Badalona in finale, partita vinta 71-70 in cui lui ne mette 25 e il suo compagno di backcourt 23. Si troveranno da avversari sotto le due torri, neanche a dirlo. Quando quello che poi sarà soprannominato “il ragno” o “lo Zar” firma per mettersi la casacca bianconera, Bologna non vede la finale scudetto da otto anni, da quando cioè si appuntò sul petto la stella del decimo scudetto. Ne vincerà quattro nelle sue prime quattro stagioni bolognesi, con in mezzo una pausa di due anni per vedere di nascosto l’effetto che fa giocare in NBA. Già che c’era, Sasha si riprese anche il tetto d’Europa, la prima Coppa dei Campioni vinta da Basket City, correva l’anno 1998.

Secondo me questa ve la ricordate.

Ma Virtus Bologna è anche, nel mio viale dei ricordi, Paolo Moretti, che per un giorno diventò “Morettovic”,  quando si trovò a dover fare le veci dell’asso serbo. Era il 30 ottobre 1994, Danilovic squalificato, il numero 7 giocò una partita come l’avrebbe giocata il numero 5. 26 punti con un ragguardevole 14-16 dalla lunetta, derby ancora una volta alla Virtus, anche se lui dice che il più bel ricordo che si porta dei derby bolognesi è il +41 in Coppa Italia, l’essere stato parte della squadra che ha tuttora il record di scarto in un derby (101-60, Coppa Italia 1993-94). Virtus Bologna è anche quel quintetto incredibile che rivinse l’Eurolega nell’anno della scissione tra federazioni: Rigaudeau, Jaric (che era stato anche in maglia Effe ai tempi del primo scudetto), Ginobili, Frosini (anche lui ex biancoblù, anzi, forse l’ex più rimpianto), Griffith. Forse una delle squadre più devastanti che mi sia mai capitato di vedere al di qua dell’Oceano Atlantico. Li possiamo chiamare “bachecari” quanto vogliamo (l’altra sponda di Bologna lo fa, comprensibilmente), ma la Virtus è l’ultima italiana ad aver vinto il massimo trofeo continentale per club, prima che quello di Bahia Blanca facesse rotta per San Antonio a scrivere un tot di pagine di storia NBA.

Fortitudo Pompea Bologna

La parte “meno nobile” di Bologna ha un tifo altrettanto appassionato, e definirla meno nobile è per certi versi comunque riduttivo e ingiusto. Nel periodo dal 1996 al 2006, presidenza Giorgio Seragnoli, la Effe è arrivata in finale scudetto per 10 volte in 11 anni, mancando l’atto finale solo nel 1999, prima di una inesorabile, rovinosissima caduta e di una faticosa risalita. Nei miei anni universitari, e in quelli immediatamente dopo, i biancoblù hanno portato nelle loro bacheche 2 scudetti, 1 Coppa Italia e 2 supercoppe italiane, perdendo un’Eurolega soltanto in finale – in malo modo, purtroppo, a dire il vero – contro il Maccabi Tel Aviv. Se penso alle maglie della Fortitudo, che oggi si chiama Fortitudo 103 in omaggio all’indirizzo in cui venne fondata la società (Via San Felice 103, per l’appunto) mi viene in mente una batteria di italiani che hanno regalato alla nazionale azzurra le più grandi gioie: Carlton Myers, Gregor Fucka, Gianluca Basile, Marco Belinelli, Stefano Mancinelli, che tra presente e passato è un trait d’union che non possiamo far altro che ammirare e rispettare incondizionatamente. Ed è vero che il Baso è il primo a cui di solito si associa la maglia Effe, ma per me IL giocatore Fortitudo per antonomasia può essere soltanto Myers. Che non è che ci abbia giocato una carriera intera, con quella maglia. Solo sei stagioni, dal 1995 al 2001, molto meno del Mancio. Ma in quelle sei stagioni ha messo in mostra un repertorio offensivo meraviglioso, una voglia di emergere che era quella che aveva la “seconda squadra” di Bologna. E Basile, ragazzi. Basile e i suoi tiri ignoranti, Basile e il suo talento, Basile e la sua umiltà, Basile e il suo sorriso contagioso: raramente un giocatore è stato così amato da tutti, tifosi e avversari. Il Baso, gli scudetti Fortitudo, li ha vinti entrambi, sia il primo, storico, contro Treviso, sia il secondo, quello del canestro di Ruben Douglas e dell’instant replay che tenne col fiato sospeso Bologna, Milano e tutta Italia.

L’urlo liberatorio della squadra, la Effe è Campione d’Italia!

E poi il Beli, cresciuto nel vivaio della Virtus con le stimmate del predestinato: l’esordio in A1 a 16 anni, poi il passaggio tutt’altro che indolore in Fortitudo a giugno 2003, a scrivere pagine memorabili di un campionato italiano di un livello clamoroso, fino a quella chiamata numero 18 al draft NBA, il figlio di San Giovanni in Persiceto che se ne va nel campionato più bello del mondo, orgoglio Virtus che l’ha formato come giocatore, orgoglio ancor più grande dei “maragli” che l’hanno consacrato come una stella in Italia ed Europa.  A pensarci bene, in quegli anni la sola cosa che è mancata alla Effe è stata una vittoria in finale scudetto contro quelli che non è nemmeno opportuno chiamare “cugini”. C’è mancato poco, in una delle tante, tantissime istantanee di una sfida infinita.

Istantanee

Senza parole nel traffico del mondo, vivo
Inquadro istantanee orbitando sul mio giorno
Guardando contro sole la vita che si muove…

Ci sono stati derby prima di quelli di cui vi parlo io. Ci saranno derby dopo. Ma ci sono momenti, in questi derby dagli anni novanta in poi, che si sono fissati nella mia mente con inchiostro indelebile. Fucka che sbaglia il secondo libero, Danilovic che segna e subisce il fallo di Nique Wilkins, gara-5 della finale 1998 che va al supplementare, uno scudetto già cucito sulle maglie biancoblù che improvvisamente si scolla e se ne va su quelle bianconere. Altro che gol di Calori nel diluvio di Perugia, la più grande beffa dello sport italiano, probabilmente, è stata proprio questa. Non me ne vogliano i tifosi delle Vu nere, ma se lo avessero fischiato a me un fallo del genere mi sarei beccato una squalifica di lunghezza epica: sono passati oltre vent’anni ed è giusto dirselo con l’animo appena appena più disteso. Ma anche la coreografia dei tifosi biancoblù in occasione del derby numero 100.

La maxirissa in Eurolega; la tripla di tabella di Rigaudeau che pareggia un altro derby, sempre di Eurolega, a quota 57 e che poi la Fortitudo si porta a casa lo stesso in un secondo supplementare dove non segna più nessuno (4-2 per la F il parziale degli ultimi 5 minuti); la schiacciata di Mancinelli che chiude quello che fino ad ora è l’ultimo atto di una storia infinita. Una partita che non è solo una sfida tra “fighetti” e “maragli”, una partita che non potrà mai essere come le altre, per chi vive a Bologna ma anche per chi, come il sottoscritto, è nato un po’ a sud di Basket City, ha appena compiuto quarant’anni, è cresciuto lustrandosi gli occhi col momento più alto della pallacanestro felsinea e non vede l’ora che il presente gli regali nuove emozioni. Buon derby a tutti, virtussini, fortitudini e spettatori neutrali: di sicuro vincerà il basket.


Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.