The Amazing Ja Morant

Pubblicato da Davide Piasentini il

“What’s your natural position?
I’m a Point God
What makes you a Point God?

The ability to not only make plays for me but also my teammates. Just everything I bring to the table, honestly. Try to play an all-around game and do whatever I can to help my team win”.

Point God”.

Così si è definito Ja Morant, rookie dei Memphis Grizzlies, nel celebre podcast “Posted Up” di Chris Haynes lo scorso maggio, poche settimane prima del Draft. Una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, raccogliendo diverse critiche dagli appassionati. In molti, come spesso accade, si sono fermati al titolone, senza ascoltare il resto del discorso e, soprattutto, senza contestualizzarlo. Per Morant essere “Point God” significa anche sacrificarsi per i compagni, migliorandoli attraverso il proprio gioco, e fare tutto il possibile per guidare la squadra alla vittoria. Un concetto piuttosto maturo, per certi versi scontato, che ha messo subito in evidenza due caratteristiche del rookie di Memphis: la fiducia in sé stesso e la mentalità vincente. Dopo i primi mesi tra i professionisti, i critici e gli scettici sono diventati sempre meno. Quelli che all’inizio si chiedevano chi cazzo fosse il ragazzino “autoproclamatosi Point God” hanno cominciato a guardarlo con occhi diversi.

Ja Morant non è un giocatore come tutti gli altri.
È speciale. Davvero speciale.

No question about it. Mentre tutto il mondo NBA si è innamorato cestisticamente di Luka Doncic, prima di essere stato travolto dalle triple impossibili di Trae Young ed essersi emozionato pensando a quello che potrà diventare Zion Williamson, Ja Morant ha rapito i nostri sogni e li ha trasformati in qualcosa di mai visto prima.

Ci ha fatto guardare il basket con lo sguardo di chi attende la meraviglia da un momento all’altro.

Dalzell

Negli Stati Uniti il basket si respira ovunque. Certo, ci sono stati e città in cui domina incontrastato il football, altre in cui è il baseball a far volare i sogni della gente. Il basket, però, vive in ogni quartiere, in ogni strada e in ogni casa, soprattutto nella comunità afroamericana. Se prendete una cartina degli USA e puntate il dito in un posto a caso, le probabilità che vi troviate un playground, lì o nelle vicinanze, sono altissime. E dove c’è un playground, un campetto con due retine pronte ad essere stracciate, troverete qualcuno che è disposto a raccontarvi una storia. Dalzell è una cittadina di poco più di 2000 anime, situata nel cuore del South Carolina, che probabilmente non possiede le caratteristiche per essere definita uno dei posti da visitare “almeno una volta nella vita”. No, qui ci sono perlopiù terre da coltivare, trattori di ogni tipo, grandi abitazioni con un barbecue bene in vista e tanta, tantissima atmosfera del Sud. Nelle tavole calde la gente parla dell’imprevedibilità del meteo, anche se spesso le giornate si assomigliano tutte, di politica, con un tono che oscilla pericolosamente tra certezze e disillusione, e dei cambiamenti epocali che minacciano ogni giorno le loro esistenze, rendendo tutte le conversazioni nostalgiche e, allo stesso tempo, necessarie. Lungo Old Camden Road, la via principale che taglia in due la città, il traffico scorre lentamente. Nessuno ha fretta di andare dove deve andare. Non è una questione di pigrizia ma della ferma volontà di non essere schiavi del tempo. Tra una stazione di benzina e l’altra, qualcuna abbandonata, vivono famiglie unite, profondamente religiose e ancorate a dei valori che alcuni progressisti definirebbero “superati”. I lunghi vialetti che conducono alla porta di casa simboleggiano la più grande certezza delle loro vite.

A Dalzell si lavora durante la settimana e si va a messa la domenica. Tutti conoscono tutti e nonostante le persone detestino che si parli di loro in giro, nessuno è disposto a fare il primo passo per cambiare le cose. Poco lontano da qui, ad appena un quarto d’ora di macchina, c’è la città di Sumter, capoluogo dell’omonima contea e centro nevralgico della vita di tutti i giorni. Qui si trovano il cinema multisala, il Walmart, i fast food più importanti e le banche. Ed è qui che ci sono anche i playground più belli per giocare a pallacanestro all’aria aperta. All’inizio degli anni ’90, però, era Dalzell il cuore pulsante del basket del South Carolina. Alla Hillcrest High School, infatti, giocava uno dei più straordinari talenti della storia recente del gioco. Il suo nome è Walter Ray Allen Jr. All’epoca c’era una fila infinita per assistere alle partite dei Wildcats, vincitori del campionato statale 1992/1993, e il frastuono del pubblico dentro la palestra si sentiva nitidamente anche a kilometri di distanza. È già difficile pensare che un posto come Dalzell possa aver visto nascere un campione del calibro di Ray Allen. È altrettanto incredibile il fatto che la cosa sia potuta succedere di nuovo. Vent’anni dopo.

A once-in-a-lifetime player

Temetrius Jamel Morant, meglio conosciuto come Ja, è cresciuto a Dalzell con il padre Tee e la madre Jamie. Inizia il suo percorso nella pallacanestro nel modo più naturale possibile e lo fa attraverso la passione dei suoi genitori. Papà Tee, infatti, è stato compagno di squadra di Ray Allen alla Hillcrest HS, prima di giocare al college per Claflin University, mentre mamma Jamie giocava da point guard ai tempi del liceo. A casa Morant la pallacanestro ha sempre rappresentato il linguaggio comune, quello in cui tutti si sentono a proprio agio, anche nel mostrare le proprie fragilità. È il padre ad influenzare maggiormente il figlio, mettendogli una palla da basket tra le mani già all’età di 6 anni. Nel giardino dei Morant, oltre all’immancabile barbecue, si possono trovare gomme di trattore, svariati coni, sedie e altre cianfrusaglie. Assieme al canestro e alla palla, inseparabile compagna, fanno tutti parte del kit di allenamento di Ja. Eh si, perchè papà Tee, dopo aver lasciato il basket alla sua nascita per diventare barbiere, lo allena da quando ha 8 anni, cercando di stimolarlo e di trasmettergli i valori necessari per affrontare la vita. Il modo in cui ti comporti sul campo racconta chi sei più di qualsiasi altra cosa. Questa è la convinzione di Tee, un uomo che ha sempre creduto nelle qualità di suo figlio, anche quando tutto il resto del mondo guardava dall’altra parte. Ja adora suo padre, nonostante non sia stato sempre morbido con lui da bambino, e sa perfettamente che è grazie a lui se oggi è diventato un giocatore di pallacanestro. Mamma Jamie, invece, si è guadagnata credibilità con le sue doti di leadership, anche queste derivanti dal suo passato da giocatrice: “Una point guard deve essere paziente e conoscere davvero il ruolo di tutti”. Essere madre, dopotutto, non è poi così differente.

L’amore di Ja per la pallacanestro è la naturale conseguenza del suo amore per la vita. Parte tutto da lì. Dal giardino di casa, a palleggiare tra le sedie e migliorare l’esplosività saltando dentro i copertoni con una palla medica stretta tra le mani. Il basket ha permesso a Ja di crescere e di dare il giusto spazio alla sua irrefrenabile originalità. Il giovane Morant non è mai stato un giocatore come gli altri. Se poteva passarla con due mani, lo faceva con una. Se doveva fare un palleggio rapido per un crossover, lo faceva ad una velocità ancora più alta, magari facendo scomparire la palla dietro la schiena. Ball handling, visione di gioco e genialità. Da lui ci si aspetta sempre qualcosa di meraviglioso ogni volta che attacca il canestro avversario. È con queste incantevoli note che Ja Morant scrive la sua composizione cestistica negli anni alla Crestwood High School di Sumter. Al liceo diventa una stella assoluta, mettendo assieme record su record con la squadra della scuola. La gente si innamora del suo modo di giocare e della sua incredibile sensibilità sul parquet. Ja “sente” le partita in maniera speciale. Vede cose che gli altri non vedono. Immagina basket, attingendo a piene mani dal suo istinto e dalla sua creatività. Vederlo giocare ti rapisce e non ti lascia più andar via. In quattro anni mette a referto 1679 punti e nelle ultime due stagioni i suoi numeri dicono 27 punti, 8 rimbalzi e 8 assist di media a partita. Ma non è tutto. Nel suo senior year, cresciuto di 8 cm (183 cm), inizia anche a schiacciare. Non lo fa come tutti gli altri. No, altrimenti non sarebbe Ja Morant. Lo fa meglio degli altri. Più in alto e con più forza. Dalle parti di Dalzell e Sumter iniziano a chiamarlo “once-in-a-lifetime player”. Uno di quei giocatori che nascono una volta sola. Il nome Morant inizia a farsi strada timidamente grazie ai tornei estivi AAU, in particolar modo nel periodo in cui gioca per i South Carolina Hornets assieme a un certo Zion Williamson. Zion diventerà di lì a poco un fenomeno globale, reso virale da internet e dal mondo social per il suo straordinario atletismo e le sue schiacciate devastanti. Ja, invece, non godrà della stessa fama. Durante l’estate precedente il suo senior year pochissimi scout universitari si interessano a lui (South Carolina State e Maryland Eastern Shore). Morant non è affatto un prospetto conosciuto. Il suo talento è confinato nella piccola Dalzell, dimenticato tra i campi da coltivare e le stazioni di benzina abbandonate. Il destino, però, ha in serbo per lui qualcosa di speciale. Qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.

Viral Star

Estate 2016. James Kane, assistant coach dei Murray State Racers, ha viaggiato per 7 ore dal Kentucky al South Carolina, per la precisione verso la Spartanburg Day School, sede di un importate evento AAU. La scuola è diventata rapidamente il centro del mondo cestistico per merito del suo giocatore più celebre: il classe 2000 Zion Williamson. Kane è in città per visionare da vicino Tevin Brown, swingman proveniente dall’Alabama e obbiettivo numero uno di Coach Matt McMahon per i suoi Racers. Murray State non è un college di primissima fascia e, proprio per questa ragione, la fase di scouting deve essere particolarmente attenta e meticolosa. Ci vuole grande sensibilità cestistica per cogliere quello che tutti gli altri non vedono. James Kane è arrivato a Spartanburg proprio con questo obbiettivo. Poco prima di assistere ad una partita del programma, l’allenatore decide di farsi un giro fuori dalla palestra principale. Dopo tutte quelle ore di macchina sente una voragine nello stomaco. Ha terribilmente bisogno di uno snack per tirare avanti fino a sera. Un bel sacchetto di patatine, magari le Cheetos, così formaggiose e croccanti, è proprio quello che ci vuole. Fortunatamente, appena fuori dalla palestra, Kane trova un piccolo chiosco e se le compra. All’apertura del sacchetto, un intenso profumo di formaggio si libera nell’aria. La perfezione di un momento racchiusa in tutta la sua semplicità. Kane decide di mangiare in piedi e, magari, fare due passi. Una sorta di compromesso tra l’impatto calorico delle patatine e la necessità di sgranchirsi le gambe dopo un viaggio sette ore. Mentre aspetta l’inizio della partita nel campo principale, però, la sua attenzione viene catturata dal 3vs3 che si sta giocando nella piccola palestra ausiliaria. C’è un giocatore, in particolare, che rapisce il suo sguardo. Il ball handling è magico, così come la visione di gioco, puntellata da una serie di passaggi spettacolari. Poi, all’improvviso, una windmill che quasi stacca il ferro dal tabellone. Kane non riesce a credere ai suoi occhi. Come faceva un giocatore del genere ad essere nel campetto ausiliario e non in quello principale. 

L’allenatore si guarda intorno e non vede nemmeno uno scout prendere appunti. Ci sono pochissime persone che assistono alla partitella e una di queste la sta riprendendo con una GoPro. Al termine della gara, Kane gli si avvicina, chiedendogli se conoscesse il nome del ragazzo: “Si, si chiama Ja Morant. Piacere, io sono Tee Morant. Suo padre”. Da quando Ja ha iniziato il liceo, infatti, il suo vecchio riprende ogni sua partita, in caso qualche scout volesse avere gli highlights. Dopo aver conosciuto il giovane Morant, Kane chiama immediatamente Coach McMahon, impegnato ad Atlanta nel recruiting: “Questo ragazzo diventerà un professionista. Qualsiasi cosa tu stia facendo, lasciala perdere e vieni qui domani”.

Il capo allenatore obbedisce, avendo percepito l’eccitazione nel tono del suo collaboratore. I due guardano da bordo campo la sfida tra Brown e Morant, casualmente impegnati uno contro l’altro il giorno seguente, e McMahon si innamora immediatamente dello stile di gioco di Ja. Lo visiona anche la settimana successiva nel torneo di Greensboro, dove mette a referto 40.5 punti di media in quattro partite. L’allenatore di Murray State, augurandosi che nessun altro scout avesse visto quello a cui aveva assistito, gli propone una borsa di studio proprio nel parcheggio della palestra. Non poteva aspettare oltre: “Voglio che tu sia la nostra point guard”. Morant rimane profondamente colpito dalla fiducia e dalla stima di Coach McMahon, e accetta di visitare il campus della scuola a inizio di Settembre. A Murray State ancora non lo sanno ma lui ha già deciso di accettare la loro proposta. Per comunicarglielo, però, vuole fare le cose a modo suo. In occasione della cena a casa McMahon, organizzata nei giorni della visita all’università nel Kentucky, Morant finge di sentirsi poco bene, lamentandosi di alcune vampate di calore. Mentre si dirige verso il bagno per rinfrescarsi, papà Tee avvisa l’allenatore che probabilmente sarebbero rientrati in hotel, saltando la cena. I pensieri di McMahon iniziano improvvisamente a farsi più neri, aprendo le porte a scenari apocalittici incentrati sul possibile rifiuto della borsa di studio. Una volta uscito dal bagno, però, Ja si presenta davanti a tutti con addosso una maglia e un cappellino di Murray State.

I’m ready, I’m coming to Murray State”.

Inizia così l’avventura di Ja Morant con la maglia dei Racers. Due stagioni spettacolari, amplificate ulteriormente dai social e da internet. Le sue schiacciate clamorose, così come i suoi assist immaginifici, finiscono in decine e decine di siti e pagine, condivise globalmente via Twitter e Facebook. Morant diventa in pochissimo tempo una star virale e il suo nome inizia ad affiancarsi anche a quello dell’inarrivabile Zion Williamson.

Allenarlo significa anche sapersi togliere di mezzo e lasciargli orchestrare lo scorrere della partita”.

Le parole di Coach McMahon sintetizzano al meglio l’esperienza di Morant a Murray State. L’allenatore non ha voluto educare troppo il suo talento, ma ha cercato solamente di sgrezzarlo, lasciandolo divampare liberamente. Un giocatore che sul parquet vede cose che per gli altri sono invisibili, non può e non deve mai essere limitato. Anzi, deve essere incoraggiato a farlo. A Murray State i suoi compagni di squadra lo apprezzano sin dal primo allenamento, certificando ulteriormente la scelta dell’allenatore di farne la sua point guard titolare. Quando c’è così tanta fiducia attorno alle capacità di un giocatore, la strada per lui inizia in discesa. E Morant gioca per i Racers come se non avesse fatto altro per tutta la sua vita. La naturalezza del suo playmaking, spettacolare e razionale allo stesso tempo, abbinata ad un atletismo totalmente fuori dal comune, lo proiettano immediatamente nel quintetto base. Sono proprio Jonathan Stark e Terrell Miller, le stelle della squadra, a beneficiarne maggiormente. Giocare al fianco di Morant è molto semplice. Basta correre assieme a lui e la palla, prima o poi, arriva coi tempi giusti. I due lo capiscono in fretta e a trarne giovamento, oltre alla squadra, sono le loro statistiche offensive. Nelle due stagioni a Murray, l’ascesa di Ja è inarrestabile. A far parlare di lui in tutta la nazione sono soprattutto le sue giocate sopra il ferro. Roba che ti fa saltare sulla sedia e ti fa perdere il controllo delle tue azioni. Pura droga cestistica senza controindicazioni. L’unico problema, se così vogliamo chiamarlo, è che crea una fottuta dipendenza.

Come quella schiacciata contro UT Martin, dopo aver saltato di netto il povero Quintin Dove.

A Morant bastano due stagioni per passare da giovane sconosciuto, il cui nome non appariva in nessun ranking, ad essere uno dei migliori prospetti della nazione. La passione e la gioia che ci mette in ogni cosa che fa sul parquet, oltre al suo sconfinato potenziale tecnico, lo rendono un giocatore di grande attrattiva per le franchigie NBA. Nel suo anno da sophomore, l’ultimo con la maglia dei Racers, mette assieme 24.5 punti (50% dal campo), 10 assist, 5.7 rimbalzi e 1.8 recuperi di media a partita e guida la squadra fino al secondo turno del torneo nazionale (eliminati da Florida State), dopo aver realizzato una tripla doppia (17 punti, 16 assist e 11 rimbalzi) nella straordinaria vittoria contro Marquette. 

È il primo giocatore della storia della NCAA a registrare almeno 20 punti e 10 assist di media in una singola stagione, impreziosita da diverse triple doppie e prestazioni sensazionali nella metà campo offensiva. Poco prima di dichiararsi eleggibile per il Draft NBA, inoltre, conquista il premio di OVC Player of the Year e il Bob Cousy Award (miglior point guard). Le quotazioni di Morant, ora, dicono che sarà una delle prime tre scelte assolute. 

Da Dalzell alla NBA. Il sogno impossibile sta diventando realtà.

Point God

Mi ha reso chi sono oggi e gli sono riconoscente per tutto quello che ha fatto per me”. Con queste parole un commosso Ja Morant ha ringraziato il padre Tee, sempre al suo fianco, dopo essere stato scelto alla numero 2 dai Memphis Grizzlies nell’ultimo Draft, lo scorso 20 Giugno al Barclays Center di Brooklyn. L’inizio della carriera NBA del ragazzo di Dalzell non poteva essere più emozionante e sentito di così. Il giusto prologo di una carriera che potrebbe lasciare un segno indelebile nella storia del basket americano. Morant, dopo aver raccolto l’eredità pesante di Mike Conley, ceduto in estate da Memphis agli Utah Jazz, è considerato, allo stato attuale, il candidato numero per il premio di Rookie of the Year. In questo inizio di stagione con i Grizzlies ha dimostrato le sue doti di eccellente penetratore, esibendosi in una serie di movimenti che hanno ben poco di ordinario, per complessità e coefficiente di difficoltà. E poi il ball handling, veloce, imprevedibile e virtuoso, e un atletismo incontenibile, forse già uno dei più esplosivi della lega. La cosa che più entusiasma di Ja Morant, però, è la sua capacità di immaginare il gioco attraverso letture offensive che abbinano estetica ed efficacia come se l’una fosse, paradossalmente, conseguenza dell’altra.

Nelle prime 43 partite di regular season, il record di Memphis è 20-23. Al momento sarebbe tra le prime otto della Western Conference. Una squadra guidata da una point guard di 20 anni che sembra destinata alla grandezza. E si, poi ci sarebbero i numeri individuali. Anche quelli sono importanti, nonostante la loro inevitabile freddezza rispetto alle sensazioni che si possono provare vedendolo giocare. Gli dedichiamo una riga, non di più.

17.9 punti (49% FG, 40% 3P, 80% FT), 7 assist, 3.5 rimbalzi, 1.1 recuperi in 30 minuti di media a partita.   

“I’m a Point God”. Ripensando a quella dichiarazione potrebbe risultare facile prendere posizione in maniera critica nei confronti di Ja Morant. Non ci sarebbe nulla di più sbagliato. Essere una “Point God” è il punto d’arrivo del suo percorso, non quello di partenza. Non è presunzione ma aspirazione. Per uno che viene dal nulla di Dalzell non potrebbe essere altrimenti. Non si sarebbe nemmeno mai alzato dal letto se non avesse avuto la convinzione di poter fare grandi cose nella vita.

Ambizioso, affamato e determinato. La meta la conosciamo. Il percorso per arrivarci, invece, è appena all’inizio.

Un privilegio esserne testimoni.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.