OT Daily. Dai giovani Grizzlies ai Mavs: South West Division

Pubblicato da Lorenzo Pon il

OT Daily. Eccoci arrivati alla South West Division: contiene il futuro ROTY, Zion Williamson, le ambiguità degli Spurs, i nuovi Houston Rockets e il talento cristallino di Doncic.

OT Daily. La South West Division


Memphis Grizzlies

Unselfish Team

OT Daily. “Siamo semplicemente una squadra altruista. Rinunciamo volentieri ad un buon tiro per cercarne uno migliore e questo si riflette sul nostro numero di assist”.
Ja Morant ci dice la prima cosa importante che dobbiamo tenere a mente a proposito di questa squadra: ai Grizzlies piace far girare la palla. Tanto e velocemente.
Non sorprende allora scoprire che la franchigia del Tennessee risulta prima per assist a partita e quarta per fast-break points, rispettivamente 27.6 e 15.4% sul totale dei punti segnati.
Il sistema di gioco architettato da Taylor Jenkins – coach alla prima vera esperienza su una panchina NBA, di cui non si parla affatto e di cui invece si dovrebbe parlare – è pensato su misura per esaltare le caratteristiche di Morant: transizione fulminea, tre tiratori sull’arco e un lungo che porta il blocco a Ja in grado di tagliare verso il canestro o di tirare dalla media/lunga distanza.
C’è voluto qualche mese perché i meccanismi di squadra si affinassero, ma ad oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nel mese di gennaio i Grizzlies vantano un record di 11-4, terzo migliore della lega, sono la terza squadra per punti segnati e la prima per assist prodotti, rispettivamente 118.9 e 28.6 a partita, il tutto grazie a quattro giocatori che viaggiano a più di 15 punti di media e ad altri tre che non raggiungono di un soffio la doppia cifra.
Quest’ultimo dato, in particolare, ci consente di arrivare al secondo punto fondamentale sui Memphis Grizzlies. L’esplosione di Morant è la causa necessaria per spiegare le recenti prestazioni della squadra, ma non la causa sufficiente: oltre allo strabiliante talento della seconda scelta assoluta allo scorso NBA Draft, c’è molto altro in Tennessee.
Ci sono i 21.6 punti a partita di Dillon Brooks, ottenuti tirando con un irreale 45.3% dal campo su 8 tentativi a partita, ci sono le quasi 2 stoppate a partita di JJJ, una delle grandi rivelazioni di questa stagione, capace di incidere pesantemente anche sul gioco offensivo di squadra, sia dentro che fuori dall’area avversaria. E come non citare, poi, la solidissima stagione di Brandon Clarke, scelta #21 giunta ai Grizzlies grazie ad una trade con i Thunder, sesto uomo dalle grandi qualità a rimbalzo e in post basso, dove sta facendo la differenza nei minuti in cui Jackson Jr. riposa in panchina e, spesso e volentieri, anche nel quarto periodo di gioco al posto del “veterano” Valanciunas.

OT Daily. L'inizio di una nuova era

Le schiacciate di Morant con la testa sopra il ferro sicuramente sono tra i motivi per cui i tifosi dei Grizzlies, dopo anni di insuccessi, sono tornati a sorridere. Ma non si risolve tutto in Morant.
Un anno fa, dopo 40 partite, i Memphis Grizzlies avevano collezionato un record di 18-22, esattamente lo stesso ottenuto in questa stagione. La quarantesima partita rappresentò allora, e ha rappresentato anche nella stagione in corso, uno spartiacque fondamentale:nel 2018/2019, la quarantesima partita si risolse in una sconfitta, la sesta consecutiva, che portò i Grizzlies a vantare un poco invidiabile record di 1-14 nelle ultime 15 partite giocate.
Quest’anno la quarantesima partita, giocata contro i Golden State Warriors, si è trasfomata in una vittoria, la quinta consecutiva, a cui per la verità hanno fatto seguito altre due importanti vittorie, che hanno portato la squadra guidata da Jenkins ad occupare l’ottava posizione nella Western Conference, risultato decisamente insperato ai box di partenza.
L’anno scorso c’erano ancora Gasol e Conley, simboli di quel Grit&Grind che aveva già vissuto le sue stagioni migliori e che, stancamente, si trascinava avanti.
Quest’anno ci sono Morant e Jackson Jr., ma anche Brooks e Clarks e tanti altri giovani interessanti.
Risolta la questione Iguodala, accasatosi agli Heat assieme a Jae Crowder e Solomon Hill – ai Grizzlies sono arrivati Winslow e Waiters – i Grizzlies in estate avranno molta flessibilità salariale, potendo gestire con tranquillità i rinnovi e mantenendo un’enorme flessibilità in vista della free agency 2021.
Dopo un solo anno, è iniziata una nuova era a Memphis.


New Orleans Pelicans

OT Daily. Una lenta risalita

OT Daily. Dopo un inizio di stagione davvero complesso, che ha visto i New Orleans Pelicans racimolare la miseria di 6 vittorie in 28 partite disputate, la franchigia della Louisiana ha lentamente iniziato a risalire la china. Nel solo mese di gennaio, trascinati dalle prestazioni di Ingram e di un sempre più convincente Lonzo Ball, i Pellies hanno ottenuto nove vittorie.
L’ottava piazza nella Western Conference, valida per staccare un pass per i Playoffs, dista solamente cinque vittorie, ma è più che lecito pensare che i Pelicans non chiederanno altro alla stagione se non di poter inserire a poco a poco Zion nei meccanismi di squadra e di continuare a lavorare sull’intesa dello zoccolo duro di giovani talenti Lonzo-Hart-Ingram-Hayes guidati dalla leadership di Jrue Holiday.
Il rientro di Zion da un lato e il netto miglioramento delle prestazioni di squadra, sembrano aver definitivamente messo a tacere qualsiasi voce riguardante una partenza dell’ex 76ers.
La dirigenza ha ribadito negli ultimi giorni prima della fatidica trade deadline l’intenzione di proseguire con questo roster e rimandare qualsiasi tipo di decisione alla prossima estate.
Più volte accostato a diverse contender, su tutte Nuggets e Heat, Holiday – che secondo diversi rumors aveva palesato la volontà di giocare per il titolo – dovrà accontentarsi di fare da mentore ad uno dei più intriganti young core della lega.

Zo & Zion

Se la stagione di Brandon Ingram, a caccia di un oneroso contratto in estate, è stata estremamente costante e ha rispettato in pieno le aspettative, lo stesso non può dirsi di Lonzo Ball.
Arrivato in pompa magna nell’ambito della trade Davis per essere il terzo perno (oltre a Ingram e Zion) su cui costruire il futuro della franchigia, le prestazioni dell’ex Lakers non sempre sono state all’altezza del suo potenziale talento. Nel mese di dicembre, Lonzo ha mantenuto una media di 10.7 punti e 4.9 assist in 29 minuti di utlizzo a partita, regalando poche prestazioni convincenti e palesando tutti i suoi limiti offensivi, riassumibili in un 39% dal campo in stagione (nel mese di novembre, si scende al 36.4%).
Con l’inizio del nuovo anno, Lonzo, complice l’assenza per otto gare di Holiday, ha visto la sua produzione aumentare considerevolmente, mantenendo una media di 14.6 punti, 7.3 rimbalzi e 8.8 assist ad allacciata di scarpe, risultando il giocatore con il maggior impatto positivo per la sua squadra (plus-minus più alto tra i titolari, ad eccezione di Zion, le cui poche partite disputate non costituiscono un campione statistico abbastanza affidabile).
Se il lavoro compiuto sul suo tiro dall’arco gli ha consentito di compiere un enorme passo in avanti – per rendere l’idea, nella passata stagione Lonzo tirava con il 32.9% dall’arco su 5 tentativi a partita, quest’anno è passato al 36.4% su 6.5 tentativi – l’ex Lakers sembra essere ancora molto carente quando si tratta di conclusioni vicino al ferro. I tiri presi nel pitturato, infatti, vengono convertiti solamente con il 23.8%; la situazione non migliora facendo poi riferimento ai dati sul mid-range, dove Lonzo converte le sue conclusioni con il 27.8%.
Migliorare in questo tipo di situazioni, può consentire al figlio di LaVar di raggiungere finalmente quello status che tutti avevano pronosticato per lui: quello di All-Star.
Sul miglioramento di Lonzo Ball, così come della squadra in generale, influirà in modo determinante Zion Williamson. Come detto sopra, abbiamo visto troppo poco della prima scelta assoluta per poterci avventurare in qualsiasi disamina tecnica; è possibile, tuttavia, riflettere sul modo in cui Zion andrà ad alterare gli equilibri che si sono creati in questa prima metà di stagione nello spartito tattico dei Pelicans.
La franchigia della Lousiana, fino a questo momento, risulta essere tra le squadre che si affidano e che beneficiano maggiormente del tiro pesante: sesti in stagione per percentuale dall’arco (37.1%), quinta nella lega per tentativi da tre a partita (38.3).
L’inserimento di un giocatore con le caratteristiche tecniche di Zion sembra essere precisamente l’anello mancante per consentire alla squadra di fare il salto di qualità: un giocatore che ha bisogno di avere il pitturato libero per spadroneggiare sul piano fisico e che necessita tiratori sul perimetro da servire per punire le difese sul raddoppio.
Dalla capacità di Zion di diventare un eccellente distributore di palloni quando attacca l’area avversaria, passerà molto del futuro dei Pelicans.
Lonzo, così come tutti i giocatori che circondano la prima scelta assoluta, avranno il compito di farsi trovare pronti e approfittare dei “buchi” lasciati dalla difese avversarie nel tentativo di contenere lo strapotere fisico di Zion.

Se invece di ostinarsi a cercare il passaggio per Hayes, andando poi a commettere un fallo in attacco, Zion avesse servito Alexander-Walker, l’azione sarebbe sicuramente terminata in un altro modo.

Il percorso che la prima scelta assoluta allo scorso NBA Draft dovrà seguire assomiglia e non poco a quello di Giannis Antetokounmpo: nel momento in cui aggiungerà al suo arsenale una buona capacità di lettura per servire i compagni sugli scarichi – sperando che le sue condizioni fisiche ci consentano di ammirarlo – diventerà realisticamente un’arma totale, capace di dominare le difese avversarie e di migliorare anche gli altri giocatori in campo.


San Antonio Spurs

OT Daily. Il momento della svolta (?)

OT Daily. I San Antonio Spurs dopo metà stagione si ritrovano, per l’ennesima volta, nel limbo: troppo poco attrezzati per poter pensare di puntare al titolo, troppo abituati a vincere per accettare di rinunciare alla partecipazione numero 23 (VENTITRE) consecutiva ai Playoffs.
Una pratica e rapida dimostrazione di questa situazione?
L’estate appena passata ha visto i texani compiere la prima fondamentale mossa per garantirsi un nuovo ciclo di successi: blindare Dejounte Murray, reduce l’anno prima dalla rottura del legamento crociato anteriore, per i prossimi quattro anni con un contratto da 64 milioni di dollari. Dopo una lunga riabilitazione che l’ha tenuto lontano dal campo per un’intera stagione, a ottobre Murray era pronto a prendere le redini della squadra, cosa che in effetti accade, venendo inserito nel quintetto titolare a discapito di Patty Mills e Derrick White.
Nelle prime partite il numero #5 degli Spurs fa registrare numeri incoraggianti, ma gli viene concesso un minutaggio limitato, per non sovraccaricare eccessivamente un fisico che ha patito un infortunio di tale entità. Tutto normale.
Con il passare delle settimane e, infine, dei mesi, il suo minutaggio è aumentato di poco, fino a raggiungere ad oggi quota 24.06 minuti a partita.
La point-guard titolare degli Spurs, il giovane di maggiori prospettive intorno al quale ricostruire un progetto vincente, gioca un minuto a partita in più di Patty Mills, veterano e fedelissimo di Popovich in uscita dalla panchina. Oltre a questo fatto, già abbastanza esemplificativo della volontà degli Spurs di privilegiare una qualificazione ai Playoffs oggi piuttosto che dei successi domani, sulle 40 partite disputate fino a questo momento, in 8 occasioni Murray si è accomodato in panchina, cedendo il posto in cabina di regia proprio a Mills.
Chi sperava che un’inversione di marcia si realizzasse entro la trade deadline si è illuso: Aldridge, DeRozan, Belinelli e tutti i giocatori potenzialmenti appetibili per una contender, resteranno in Texas per portare a provare gli speroni ancora una volta ai Playoffs.
A partire dalla prossima stagione, DeRozan (se esercita la player option), Aldridge, Gay e Mills entrano nell’ultimo anno di contratto: per non ritrovarsi con in mano un pugno di mosche, perdendo i propri giocatori letteralmente in cambio di nulla, è imperativo che gli Spurs si decidano a ripartire da zero quest’estate, lasciando maturare i giovani e puntando a scelte alte al Draft. Non c’è più tempo per rimandare il processo di rebuilding.

Che cosa succede nel secondo tempo agli Spurs?

Considerato che, almeno per il momento, gli Spurs hanno tutte le intenzioni di provare a raggiungere i Playoffs, è opportuno soffermarsi su un aspetto che si è rivelato fondamentale nel determinare la mediocrità della stagione dei texani sino a questo punto.
Nel primo tempo delle partite sin qui disputate, gli Spurs hanno subito 108.9 punti per 100 possessi, segnandone 108.6. Cifre non entusiasmanti, da squadra di metà classifica quale in effetti sono. L’aspetto interessante viene però facendo riferimento ai dati per il terzo e il quarto periodo di gioco. Nel secondo tempo, gli Spurs subiscono 115 punti per 100 possessi (terzo peggior valore della lega) e producono 113.8 punti (settimo miglior valore della lega).
Che cosa succede tra primo e secondo tempo agli Spurs?  La squadra che ci ha abituati nell’era Popovich ad essere in tutto e per tutto un meccanismo ben congeniato, soggetto a regole precise e difficilmente variabili: una difesa di ferro e un attacco non estremamente prolifico basato su una bassa frequenza di tiri dall’arco compensata da una grande efficienza in questo fondamentale?
Partiamo dalla difesa. La motivazione più evidente per spiegare questo calo è data dalla combinazione di due fattori: il declino di Aldridge e la tendenza di Popovich a privilegiare quintetti small nella seconda frazione di gara.
Utilizzando l’ex Trail Blazers per ampi periodi di gioco come un vero e proprio cinque, cui ruotano attorno quattro esterni, la difesa degli Spurs si espone pericolosamente ad essere dominata sul piano dei centimetri. Se si osservano i parametri statistici che mutano di più tra primo e secondo tempo per la difesa dei texani, il problema appare lampante: nel terzo e quarto periodo,  il numero di tiri liberi degli avversari aumenta, il numero di rimbalzi difensivi catturati diminuisce. Nel primo tempo gli Spurs concedono agli avversari 8.9 tiri liberi in media (sesto miglior valore della lega), nel secondo ne concedono 13 (ventesimi nella lega); nella prima frazione i texani catturano 19.2 rimbalzi difensivi, nel secondo tempo 16.9.
Nel momento in cui Aldridge agisce da principale rim-protector, è inevitabile che gli esterni avversari abbiano gioco facile nell’aggirare i tagliafuori dei più “piccoli” pari-ruolo degli speroni.
Per quanto riguarda il fronte offensivo, da un lato bisogna considerare la capacità di giocatori come DeRozan e Aldridge – soprattutto il primo si è reso protagonista di grandi prestazioni nell’ultimo mese – di salire di colpi, dall’altro la maggiore imprevedibilità che deriva dalla contemporanea presenza sul parquet di diversi creatori di gioco (Mills, Murray, White, DeRozan, Lonnie Walker, ecc.).
Questa tendenza della squadra di Popovich a subire pesantemente gli attacchi avversari nella seconda frazione di gioco, quando si decide il vincitore della partita, dovrebbe rappresentare la definitiva prova della necessità di ricostruire la squadra: se un sistema che si è basato per un ventennio su un canovaccio ben determinato, inizia a mostrare i segni del tempo, è il momento di fare un passo indietro e lasciare spazio alle nuove leve.



Houston Rockets

Ot Daily. Dopo mesi in cui gli Houston Rockets venivano accostati praticamente a qualsiasi rumor di mercato – pensare che per diversi giorni è circolata con insistenza la notizia del tentativo della dirigenza di cedere Westbrook – con un giorno d’anticipo sulla trade deadline, ecco il botto di mercato: grazie ad una trade a quattro squadre, Capela si accasa agli Hawks, Gerald Green ai Nuggets e ai texani arrivano in dote Covington e Jordan Bell.
L’intenzione di D’Antoni non potrebbe essere più chiara e più netta: la squadra vivrà e morirà con il tiro da tre punti, lasciando l’area libera per le penetrazioni alternate di Harden e Westbrook e disponendo gli altri giocatori sul perimetro in attesa di poter sparare dall’arco.
Questa scelta, ancora prima di incidere sul piano del gioco, come ovviamente farà, ha una notevole importanza psicologica: i Rockets hanno passato un mese di gennaio particolarmente travagliato e l’avvicendamento Capela-Covington può in qualche misura dare nuova linfa mentale ai texani.
Nell’ultimo mese, infatti, i Rockets hanno collezionato un record di 7-7 che ha portato la squadra ad essere quinta nella Western Conference, con Mavericks e Thunder a inseguire distanti rispettivamente una e due vittorie.
Le difficoltà dei texani sono state dovute, in grandissima parte, al momento negativo vissuto da Harden a partire dall’anno nuovo. Il numero #13 dei Rockets, infatti, ha ceduto per la prima volta in stagione lo scettro di miglior realizzatore di squadra a Westbrook, e non certo a causa di una diminuzione di tiri presi a partita. Nel mese di gennaio, Harden ha tirato con il 35% dal campo e addirittura con il 27% dall’arco, risultando in diverse occasioni un fattore negativo per la squadra.
Archiviate le difficoltà di gennaio, il mese di febbraio è iniziato con il piede giusto: tre vittorie consecutive, di cui quella con i Mavs particolarmente importante, e un Harden nuovamente devastante. È lecito a questo punto domandarsi che direzione prenderà la stagione dei Rockets e in che modo questa risulterà influenzata dall’arrivo di Covington e dalla partenza di Capela.

Iper-Small Ball

Dopo la cessione di Capela, i Rockets non si sono mossi per cercare di colmare il vuoto sotto le plance con un altro centro: la decisione è proprio quella di invertire rotta e di schierare P.J. Tucker nelle vesti di big man e di circondarlo con Harden, Westbrook e due 3&D.
Prima di entrare nel merito della questione, è opportuno osservare come alla prima partita in cui verrà testato questo quintetto iper-small i Rockets si troveranno di fronte probabilmente il peggior matchup possibile: i Los Angeles Lakers.
Al netto di questa osservazione e di una singola partita che, a prescindere dal risultato, ci dirà poco su quanto l’esperimento di Morey e D’Antoni sia valido, è giusto cercare di analizzare i possibili risvolti di questa scelta, positivi o negativi che siano.
Iniziando dal lato degli scettici, è chiaro che il primo problema che i Rockets si troveranno a fronteggiare è quello della difesa del pitturato. I Rockets sono stati nel corso della stagione una delle peggiori squadre in termini di efficienza difensiva dentro l’area, concedendo51.2 punti nel pitturato a partita agli avversari. La perdita dell’unico vero rim-protector su cui la franchigia poteva contare rischia di aprire una vera e propria voragine nell’area dei texani che difficilmente potrà essere compensata dall’eccellente lavoro svolto da Covington nella difesa perimetrale. L’impiego di Tucker, almeno per la maggior parte dei minuti, come vero e proprio centro, inoltre, priverà i Rockets del più versatile dei suoi difensori, capace di marcare indistintamente guardie e giocatori del calibro di Antetokounmpo e Durant.
Guardando, infine, ai Playoffs, è difficile ipotizzare in che modo i Rockets riusciranno a gestire eventuali matchups contro alcuni dei migliori bigmen della lega: giocatori come Anthony Davis e Jokic  – senza trascurare Gobert e Porzingis – rischiano di avere davvero vita semplice contro un quintetto così “piccolo” e la presumibile idea di schierare in questi frangenti Jordan Bell e Isaiah Hartenstein sembra quantomeno rivedibile, vista la scarsa esperienza dei due.
Cercando di vedere invece il bicchiere mezzo pieno, l’assenza di un centro tradizionale come Capela presenta almeno due vantaggi sul piano offensivo.
Il primo è concedere a Westbrook totale libertà nel penetrare a canestro e attaccare il ferro o servire un compagno per una tripla senza trovare l’area avversaria “intasata” dalla presenza di Capela e del suo marcatore. Nell’ultimo mese l’ex Thunder ha mantenuto una costanza di rendimento impressionante, riducendo notevolemente i suoi tentativi dall’arco in favore di conclusioni vicine al ferro, decisamente più congeniali al suo gioco. La partenza di Capela potrebbe rappresentare un elemento decisivo affinché Westbrook riesca a rimanere così incisivo per i Rockets.
Il secondo, decisamente più evidente, è dato dalla possibilità per i Rockets di approfittare del loro vantaggio fisico sul fronte offensivo per punire la lentezza di piedi dei lunghi avversari, sia a difesa schierata che in transizione.
Le incognite sono moltissime, non resta che vedere come se la caveranno i nuovi iper-small Houston Rockets.



Dallas Mavericks

OT Daily. Dopo aver sorpreso l’intera lega sin dal primo giorno, dimostrandosi squadra già in grado di proiettarsi tra le grandi della iper competitiva Western Conference, i Dallas Mavericks hanno lasciato scorrere la trade deadline senza portare a casa nessun colpo.
Per mesi i rumors li hanno dati interessati a Iguodala, accasatosi ai Mavs, a Covington, finito ai Rockets, e perfino a Drummond, rimasto nella desolazione cestistica di Detroit.
La decisione di non forzare nulla per lasciare intatto il nucleo della squadra – che va ben oltre Doncic e Porzingis, visto che i Mavs hanno una delle (se non la) migliori panchine dell’intera lega – non fa che dimostrare il grado di fiducia che Cuban ha nel lavoro di Coach Carlisle.
La squadra funziona, molto meglio di quanto si potesse pronosticare all’inizio, in tutte le sue componenti: tralasciando per un secondo il livello di gioco mantenuto da Doncic in stagione, sono i cosiddetti “role players” che stanno facendo realmente la differenza per i texani.
Brunson, Curry, Powell (prima dell’infortunio), Hardaway Jr. e Finney-Smith. Con la sola eccezione di Hardaway Jr., che avrà la possibilità di esercitare la player option nel suo contratto o di uscire per testare la free-agency o trovare un nuovo accordo con i Mavs, gli altri quattro giocatori hanno già un accordo con i Mavs fino alla stagione 2021/2022, andando ad impegnare complessivamente appena 25 milioni nel salary cap.
Forti di questa consapevolezza, unita al fatto che i due giocatori simbolo della franchigia hanno 20 e 24 anni, consente ai Mavs di non dover accelerare i tempi, sacrificando scelte utili e andando a minare una chimica di squadra che Carlisle ha saputo creare in pochissimi mesi.

OT Daily. Porzingis-Doncic: un'intesa da trovare

Se si dovesse tirare in ballo quello che, ad oggi, è sicuramente l’elemento più problematico per gli equilibri dei Mavs, non ci si può esimere dal parlare della (al momento) inefficace coesistenza tra Porzingis e Doncic.
Dopo aver inanellato tre partite consecutive con più di 30 punti a referto ed eccellenti percentuali dal campo (tutte senza Doncic in campo), è stato lo stesso gigante lettone a parlare della necessità di mantenere lo stesso livello di gioco quando è in campo anche il ROTY della passata stagione.
Per mesi la spiegazione più logica per il rendimento non entusiasmante di Porzingis sul fronte offensivo si è basata sulla sua necessità di rientrare in forma dopo l’infortunio al legamento crociato anteriore. Coach Carlisle avrebbe quindi scelto di far agire il numero #6 da spot-up shooter per sobbarcarlo del minor carico offensivo possibile, lasciando che a guidare le redini dell’attacco texano fosse proprio Doncic. Ora, questo è stato ed è ancora sicuramente vero, ma solo parzialmente. L’argomento è stato infatti toccato all’inizio dell’anno nuovo dal coach in persona, il quale ci ha tenuto a rendere chiara in modo definitivo la sua idea sull’utilizzo di Porzingis: “Smettiamo di insistere con questa storia che KP deve andare in post. Non deve, non deve farlo”.
Ampliando il discorso, Carlisle fa riferimento all’evoluzione del gioco e alla necessità di adattarsi alla nuova lega, in cui un possesso in post è un “brutto” possesso paragonato alla possibilità di prendere una conclusione dall’arco. L’allenatore, insiste poi nel sottolineare come l’attacco dei Mavs risulti più efficiente quando il lettone si posiziona sull’arco rispetto a quando gioca spalle a canestro.
Nonostante le affermazioni del coach, un problema di convivenza tra i due c’è, come testimoniano le dichiarazioni di Porzingis e la discrepanza tra le cifre ammassate quando è in campo o meno con lo sloveno. Posto che la soluzione, a questo punto, non sembra da ricercare nel portare l’ex Knicks più vicino al ferro, è presumibile pensare che Carlisle opterà per una gestione il più possibile alternata tra i due, schierando quintetti in grado di valorizzare al massimo le caratteristiche delle due star europee.
L’esplosione in questa stagione di Doncic – francamente impronosticabile prima dell’inizio della regular season – ha portato gli addetti ai lavori a sviluppare altissime aspettative nei confronti dei Mavs.
La squadra ad oggi è a 2 sole lunghezze dalla quarta piazza nella Western Conference, con il proprio miglior giocatore nel pieno della sua seconda stagione NBA e la coppia del futuro alla prima esperienza insieme sul parquet. L’intesa è sicuramente ancora da trovare, ma Cuban e Carlisle hanno ben chiaro un punto: non c’è bisogno di correre, il tempo è dalla parte dei Mavs.


Lorenzo Pon

Lorenzo Pon

Nato e cresciuto a Genova, ho iniziato a seguire la pallacanestro quasi per caso, fino a diventarne completamente dipendente. Aspirante giornalista innamorato di Jokic e dei Boston Celtics