Essere Lonzo Ball

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Essere Lonzo Ball

Almeno una volta nella vita, chiunque ha provato la sensazione di trovarsi sopra un palcoscenico e di essere, senza volerlo, illuminato dai riflettori. Che bisognerebbe fare in queste situazioni? Cercare di sciogliersi, mantenere la calma e non pensare alle possibili critiche che potranno arrivare dall’esterno.

Facile dirlo a parole, difficile a farsi se quella ribalta si chiama NBA e, in modo particolare, Staples Center, il campo che senti un po’ tuo perché distante solo 30 minuti di auto dalla tua città nativa. Peggio ancora se, quando ti presenti a stringere la mano al commissioner Adam Silver come seconda scelta assoluta al Draft, tutti sanno tutto della tua vita.

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Lonzo Day

Il 25 settembre 2017 è il Media Day dei Lakers, evento in cui per la prima volta il mondo intero ha la possibilità di vedere vestito in gialloviola il più grande dei figli di LaVar. Quest’ultimo si presenta davanti ai microfoni con ai piedi le prime scarpe del BBB (Big Baller Brand, azienda di cui Lonzo ai tempi era proprietario del 51% delle azioni), le ZO2, acquistabili nei negozi alla modica cifra di 495$ per paio, e abbastanza teso. Le risposte alle domande dei giornalisti sono secche, molto politically correct e pongono l’accento sull’obiettivo stagionale della sua nuova squadra: i Playoff. D’altronde, con talenti del calibro di Lonzo e Brandon Ingram, i Lakers non possono non puntare in alto già nell’anno del debutto del loro nuovo playmaker titolare, il sostituto dello “scartato” D’Angelo Russell.

Andrew D. Bernstein/gettyimages

Magic Johnson, ai tempi President of Basketball Operations dei gialloviola, non ci mette molto tempo a definirlo “la nuova faccia della franchigia”, aggiungendo inoltre che non sarebbe sorpreso nel caso in cui un giorno la canotta #2 venisse appesa sul soffitto dello Staples Center. Come se non bastasse, Magic chiude con “has greatness written all over him”. Senza neanche aver giocato una partita NBA nella sua vita, al 19enne nativo di Anaheim viene già associato un termine forte quanto pressante come grandezza che, se associato ai Lakers, ci mette poco a diventare un’aspettativa che in pochi sanno realmente sostenere. In che modo allora Lonzo cerca di allentare questa situazione? Semplice, scrivendo e cantando versi.

Lonzo nel rap

Due settimane prima del Media Day, Ball fa uscire il suo primo singolo rap in coppia con Kenneth Page intitolato Melo Ball 1, guarda caso coincidente con il nome delle scarpe appena lanciate dal fratello LaMelo, ai tempi ancora liceale ma già, ovviamente trattandosi di un Ball, al centro dell’opinione pubblica americana e non solo. In questa canzone Lonzo elogia suo fratello e il suo talento sul parquet, impreziosito dalle sue scintillanti nuove scarpe. Ma il play dei Lakers non si ferma qui: il 28 settembre 2017, quindi sempre prima del debutto in NBA, mette sul mercato la sua seconda canzone, ZO2, ossia un altro mix di esaltazione personale e promozione del proprio brand. Un mese dopo, registra un altro pezzo chiamato Super Saiyan in onore di Goku (a cui lui si paragona) e di sé stesso (come se non lo avesse fatto abbastanza precedentemente…).

Il 15 febbraio 2018 esce il primo e finora unico album di Zo, sotto il nome Born 2 Ball, e per festeggiarlo decide di partecipare assieme a LaVar a una puntata del Lip Sync Battle, show televisivo americano che mette a confronto, a suon di rime, vari personaggi famosi. Ecco qui i video dello “scontro” tra i due e commentateli voi, io non ho il coraggio di farlo.

Nello stesso anno, LaVar aveva già programmato il primo concerto di Lonzo, previsto in estate in Lituania in occasione del M.A.M.A Award, una sorta di Grammys locali, ma l’evento è saltato a causa delle incongruenze dell’eccentrico papà con il coach di LaMelo e LiAngelo al Vytautas, tale Vyrginijus Seskus. Con il termine della carriera dei due giovani Ball in terra baltica, per Zo si chiudono le porte della prima esibizione live della sua giovane carriera. E, a posteriori, forse è stato meglio così.

Turning point

Dopo tutte queste vicende, i Lakers e lo stesso Adam Silver sono un po’ stufi delle uscite, troppe volte senza senso e incentrate esclusivamente a far parlare di sé, di LaVar Ball chiedendogli (non proprio con clemenza) di levarsi dalle scatole. Ecco, adesso mettiamoci nei panni di Lonzo, al termine dell’estate del 2018 e di un’annata da rookie non all’altezza della greatness tanto rumoreggiata al media day, nonostante i 10 punti, 7 assist e 7 rimbalzi (arrotondando per eccesso) di media. Indossiamo le vesti di un giovincello di cui si parla su tutti i media non per visioni di passaggio e difesa sul parquet ma per quante views fa su YouTube una sua canzone, quanto seguito ha la serie trasmessa su Facebook Watch intitolata Ball In The Family (in cui una sorta di Big Brother riprende la vita quotidiana di tutti i membri della famiglia) o di quale ultima sparata del papà è stato protagonista.
Ad un certo punto, tutta questa situazione diventa insopportabile e un evento in particolare aiuta Lonzo ad aprire gli occhi e a dare una svolta alla propria vita. Nel marzo 2019, esplode lo scandalo che vede coinvolto il Big Baller Brand e Alan Foster, proprietario del 16,3% del marchio e una sorta di secondo padre per Lonzo e i suoi fratelli. Foster viene accusato dai Ball di aver concesso prestiti per un milione e mezzo di dollari (poi diventati quattro) a un gruppo di investitori prelevando, all’insaputa degli altri proprietari, la somma dal conto dell’azienda. Per Zo è come ricevere una coltellata alle spalle.

Ovviamente, ci sono rimasto male per tutto ciò che ho condiviso con lui“, ha dichiarato Lonzo Ball, “ha preso molte decisioni per conto mio, visto le sue indubbie qualità da manager. Quindi fa male, molto male”.

A partire da questa vicenda accadono tutta una serie di eventi a catena: innanzitutto, i Lakers con un comunicato esprimono “preoccupazioni” per le scarpe marchiate BBB, accusandole di esser state uno dei fattori dei ripetuti infortuni alla caviglia accorsi al playmaker (lo stesso Lonzo pochi mesi dopo confermerà che le ZO2 erano scarpe non adatte alla pallacanestro e che si rompevano più volte durante un partita); poco dopo, Ball rimuove dai profili social personali ogni riferimento al marchio personale, copre il tatuaggio BBB (https://www.instagram.com/p/BvfsXTqhreP/?utm_source=ig_embed) e pubblica una foto con una maglietta targata Nike, preannunciando l’accordo con il grande produttore americano.

Ma a Zo non basta. Vuole chiudere definitivamente ogni legame tossico con il suo passato. Sapendo benissimo già ad aprile di essere una delle vittime sacrificali dei Lakers per arrivare ad Anthony Davis, rompe con il suo storico agente Harrison Gaines, con il manager Darren Moore e, soprattutto, con LaVar.

Quando la gente mi conosce per davvero e capisce il mio carattere dice spesso cose del tipo: ‘Non pensavo fosse così’ o frasi simili, solo per via di quello che mio padre dice e fa con i media. Alla fine, io dico sempre alla gente che io sono io e mio padre è mio padre. Non devono mettermi insieme a lui. Ma sicuramente quando sono arrivato nella lega, tutti mi prendevano di mira“.

Queste parole Lonzo le ha pronunciate poco prima dell’inizio dell’avventura in Louisiana e sanno di frustrazione mista a liberazione. Il ragazzo è stato troppe volte su quella dannata ribalta mediatica e non ha mai avuto il coraggio di tornare dietro le quinte, almeno fino alla scorsa estate, quando ha dichiarato, sorprendendo tutti, di aver interrotto le relazioni con il papà: “Non parliamo più molto, tanto che non so dire come si senta lui in questo momento. So soltanto che vuole sempre il meglio per me. Dovrebbe essere felice, di più non so”.

Ci sono voluti 22 anni ma ora il messaggio è chiaro: Lonzo Ball vuole prendersi il palcoscenico della pallacanestro mondiale, tralasciando tutto il contorno nauseante. Già, perché quando si parla di lui tendiamo a dimenticarcelo ma Zo è uno che a basket ci sa giocare per davvero.

Lonzo (finalmente) sul parquet

L’amore del più grande dei fratelli Ball per la palla a spicchi nasce sin da piccolino, giocando nei vari playground di Anaheim ed esplodendo poi a Chino Hills quando, insieme a LiAngelo e LaMelo, riscrive la storia del liceo. Dopo che nell’anno da junior ne ha messi 25 con 11 assist, 5 stoppate e 5 recuperi a ogni partita, nell’ultima stagione alla high school viaggia con una tripla doppia di media (24 punti, 11.3 rimbalzi e 11.7 assist) facendo scorpacciata di premi individuali e trascinando i suoi Huskies in un’annata storica senza sconfitte (35-0 il record finale). Lonzo è una forza della natura, un play alto ben più di 190 cm con sensazionali doti di ball-handling e passaggio a cui si aggiunge una notevole versatilità nella metà campo difensiva.

Ball è uno dei (se non il) prospetto più interessanti degli USA e infatti tutti i college d’America gli fanno la corte. Ma il diretto interessato non ci mette molto a decidere: UCLA, sita a 45 minuti di macchina da Anaheim, è la prescelta. Ai Bruins, coach Alford gli affida immediatamente la squadra e Zo alla prima uscita firma 19 punti+ 11 assist+ 8 rimbalzi, facendo diventare virali sui social i suoi highlights. É impressionante come la pallacanestro trasudi dalle sue mani con una naturalezza a dir poco straordinaria.

Il 4 febbraio 2017 l’intera NBA si ferma davanti alla tv per guardare la sfida tra le due prime scelte del Draft che si terrà da lì a pochi mesi: è tempo di UCLA contro Washington, o meglio di Lonzo Ball contro Markelle Fultz. In realtà la partita poi sarà tutt’altro che equilibrata (105-77 il finale a favore dei Bruins) ma il duello tra le stelle si lascia guardare: nonostante le scorribande del #20 (che chiuderà con 25 punti), il figlio di LaVar impressiona soprattutto nella propria metà campo. Un’azione è indicativa: Fultz sfrutta il blocco del compagno e, vedendo il contenimento del lungo avversario, si alza per il tiro da oltre l’arco (ai tempi affidabile, come testimonia il 4/9 messo a referto in quella partita); Ball, rimasto un filo dietro al blocco, salta ed estende il braccio, stoppa Markelle, salva il pallone che stava per finire fuori, vola in transizione e ne appoggia due comodi.

Nonostante l’apporto strepitoso di Zo e la testa di serie numero 3, l’avventura di UCLA al torneo NCAA si interrompe alle Sweet 16 per colpa di Kentucky e del suo leader De’Aaron Fox (che ha segnato 39 punti in faccia ai Bruins). Lonzo chiude la carriera al college collezionando numeri molto appariscenti: 14.6 punti, 7.6 assists e 6 rimbalzi di media. Ma i difetti nel suo gioco ci sono, lampanti e messi in evidenza dai detrattori.

Oltre all’ingombrante presenza del papà e la tenuta mentale tutta da testare, il difetto più importante di Ball è il tiro, in particolare la meccanica. Il coach a Chino Hills, Steve Balk, è stato il primo che ha cercato di sistemare la posizione di braccia e mani sul pallone ma “Una volta ha segnato 23 triple consecutive e poteva andare anche oltre. Si è fermato e mi ha detto ‘Siamo apposto adesso’?”.

Look away kids! (Foto di bleacherreport.com)

Effettivamente Ball aveva le percentuali dalla sua parte: infatti, nonostante non fosse la sua migliore arma sul parquet, nell’anno a UCLA ha tirato con il 41% da oltre l’arco su oltre 5 tentativi a partita. Ovviamente, da ragazzo intelligente qual è, Zo non aveva problemi a capire che quell’aspetto doveva essere sistemato ma in quel momento non è stato in grado di autoconvincersi che lassù, nella NBA, niente è semplice o regalato. Tutto si può riassumere in una parola: maturità (dentro e fuori dal campo). Poi ecco, come detto sopra, se consideriamo anche tutto il contesto, fare quello step per diventare uomini (prima che professionisti) è ancora più complicato.

Il nuovo Lonzo

Da una seconda scelta assoluta ci si aspetta che cambi il volto di una franchigia e a Los Angeles non l’ho fatto. Ma ora mi sento benedetto ad essere dove sono. A New Orleans vedrete il vero Lonzo”.

Aldilà del contenuto, il modo in cui Ball ora pronuncia queste parole rispetto a due anni fa è completamente diverso. Sicuro, forte, ci crede davvero in quello che dice. Con meno telecamere, meno giornalisti (un po’ sono da Ingram, la maggior parte inseguono Zion) e soprattutto senza Los Angeles, i Lakers, Magic Johnson e tutta quella ribalta che ha capito di non essere in grado di sostenere, Lonzo si sente rinato, finalmente a proprio agio. Lontano da tutto e da tutti, in un posto dove poter essere sé stesso e far valere solo il campo.

L’aver rotto (o allentato) i legami con la maggior parte dello staff che lo aveva seguito nella crescita professionale ha portato Lonzo a fare delle riflessioni su sé stesso anche come giocatore. Uno come lui con quelle clamorose doti dl passaggio ha bisogno di un tiro quantomeno dignitoso per far emergere tutte le altre armi a disposizione. Di nuovo ci ha messo forse un po’ troppo a capirlo, ma quest’estate Ball ha seriamente rivoluzionato la sua meccanica.

L’aggiustamento più evidente è legato allo spostamento del pallone dal lato sinistro del petto a un più corretto posizionamento frontale della sfera nella seconda parte del movimento. Lonzo ha finalmente eliminato quel movimento in più che portava la sua shooting form a:

– Essere difficilmente replicabile alla perfezione
– Sbagliare il posizionamento dei gomiti e la conseguente rotazione del pallone
– Rallentare notevolmente il rilascio

Ora dal raccoglimento del pallone fino alla frustata finale del polso, Lonzo ha messo su una meccanica fluida e che toglie il tempo al difensore in estensione per la stoppata. Il frutto più evidente di questo lavoro estivo è la percentuale da oltre l’arco, arrivata fino al 36% in questa stagione e in costante ascesa dopo un inizio complicato, mentre dalla lunetta Ball mostra che il lavoro sul fondamentale è ancora in fase embrionale (dopo l’orribile 41% dell’ultima annata ai Lakers, con i Pelicans raggiunge un migliore ma non scintillante 56%). Ma ora, finalmente, la strada imboccata sembra quella giusta.

Un nuovo tiro, una ritrovata serenità e una squadra perfetta per crescere. Dopo un avvio difficile e un piccolo infortunio, Zo sta trovando la sua dimensione nel sistema dei Pelicans, accelerando un ritmo che NOLA tiene già alto di suo (6° pace della Lega) e difendendo dal play all’ala piccola senza problemi. E, attenzione, oltre alla crescita spaventosa di Brandon Ingram e l’inizio scintillante di Zion, il miglioramento del record dei Pelicans porta anche la firma del #2, giocatore insostituibile per Alvin Gentry soprattutto in difesa, metà campo in cui è sempre stato un fenomeno. Scivolamenti, deflections (siamo a 3 a partita, 18°in NBA), aiuti dal lato debole, stoppate, recuperi: in ogni fondamentale difensivo è assolutamente sensazionale.

Da guardare e riguardare, ad esempio, quest’azione dello scorso anno: dopo aver retto sul primo passo di Augustin, allunga una mano dal lato debole per ostacolare la penetrazione di Iwundu; poi torna con un close-out stupendo su Augustin, scivola di nuovo alla grande contro il #14, cambia al volo su Iwunudu e chiude il capolavoro con un blitz su Vucevic rubandogli il pallone. Unico.

Essere Lonzo Ball è stato sempre difficile, ai limiti dell’insopportabile e della crisi di nervi. Ma ora qualcosa è cambiato e il nativo di Anaheim è tornato a veleggiare sul parquet, trovando serate di gloria anche dal punto di vista offensivo (una su tutte, la tripla doppia da 27+10+10 contro Houston impreziosita dal 7/12 da tre punti) e quel carisma che sembrava rimasto a UCLA.

Essere Lonzo Ball è stato difficile ma forse ora, senza più troppi riflettori e attenzioni, è un po’ più semplice.


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Classe 1999, studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo dopo essermi drogato, giocando nelle minors, di pallacanestro. Amante di Marjanovic e della Virtus Roma, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.