OT Daily. Miami è tornata: il punto sulla SouthEast Division

Pubblicato da Fabio Pezzolla il

OT Daily. Tra contender, futuro e "color che son sospesi".

MIAMI HEAT (4th, 34-17)

La “giovane” South East Division (una delle 3 che ha visto la luce nel 2004) si è presentata ai nastri di partenza di questa stagione senza squadre che avessero grandi pretese di arrivare fino in fondo.
Con il passare delle partite, I Miami Heat hanno reso sempre più chiaro al resto della Association che considerare un gruppo del genere fuori dai giochi era stato un chiaro azzardo.
Parliamo di una squadra che ha tirato fuori dal Draft un giocatore di grande talento come Tyler Herro alla 13, l’ingaggio a due spicci dalla D League di Kendrick Nunn, vera e propria sensation “outta nowhere” e grande sorpresa della stagione, senza ovviamente dimenticare l’arrivo del nuovo salvatore della patria, Jimmy Butler, chiamato a scaldare i cuori dei fan dopo il romantico addio a Flash D-Wade, il tutto sotto la gestione di un vero fuoriclasse del pino.
Il grande lavoro del fin troppo bistrattato coach Spoelstra infatti sta dando i propri frutti alla grande quest’anno: ha sviluppato alla perfezione un diamante grezzo come Bam Adebayo, passato da promettente centro difensivo ad essere uno dei big men più affidabili della lega, addirittura in quota tripla doppia; e che dire dell’apporto silente di Goran Dragic, adattato alla perfezione a sesto uomo da vero professionista, o ancora il contributo utilissimo di Duncan Robinson, tra i più solidi e affidabili del roster.

Il gruppo è tra i più giovani della lega, con ben 8 giocatori sotto i 25 anni e appena 4 sopra i 30 (di cui uno, l’inossidabile Udonis Haslem, è ormai più una mascotte che altro).
Alla luce dell’ottima stagione fin qui, Pat Riley ha deciso di offrire a Butler e Spo un veterano di prim’ordine che portasse leadership ed esperienza al gruppo: dopo mesi di esilio dorato a Memphis, Andre Iguodala è diventato un Heat alla trade deadline, in cambio di Winslow (un peccato, perché non è mai diventato il giocatore che prometteva di essere al Draft: di tempo ne ha ancora, e a Memphis non avrà troppe pressioni in un gruppo giovane e affamato) e una prima scelta futura.
Non è stato l’unico affare tra le due franchigie, che hanno mosso anche dei pesi morti a roster: gli Heat si sono liberati dei 55 milioni garantiti in due anni a Johnson e Waiters, accollandosi i 20 complessivi di Hill e Crowder garantiti solo per quest’anno; una mossa da maestri che dà ossigeno al cap.
Di Iggy non c’è molto da dire che già non sappiamo: ex MVP delle finali, se sta bene è un giocatore che può indirizzare una serie PO. Se sta bene. appunto.

La squadra sembra davvero competitiva, i meccanismi appaiono oliati quasi alla perfezione dalla sapiente mano dell’alchimista Spo (che di successi in postseason se ne intende), il talento e la profondità non mancano: strappare ai Celtics il terzo posto nella conference non è impossibile, e a quel punto andare fino in fondo ad est non sarebbe un’utopia (ma scavalcare addirittura i Bucks pare francamente arduo).
Non è affatto detto, però, che i giochi siano finiti qui: dal mercato buyout potrebbero arrivare altre sorprese: Pat sa come si fa.

ORLANDO MAGIC (8th, 22-30)

Tifare Magic non deve essere facile: a guardare in faccia la cruda realtà, per i fans di Orlando il post Dwightmare è stato un vero incubo, come suggerisce il fortunato termine coniato dai giornalisti all’epoca del passaggio di Howard ai Lakers.
Dal 2012, infatti, si è dovuta attendere la scorsa stagione per un record positivo (42-40) dopo 5 anni passati nei bassifondi, con una squadra mediocre e una dirigenza incapace di costruire e valorizzare un core davvero competitivo sul quale ricostruire: Oladipo se n’è andato da incompiuto nel 2016, e il trio Vucevic, Fournier e Gordon è un manifesto al “vorrei ma non posso”.
Fortunatamente, quest’anno sembrano intravedersi due spiraglio di luce per il futuro, nel mezzo di un’altra triste cavalcata all’8th seed: Jonathan Isaac manda ottimi segnali alla sua terza stagione NBA, Fultz appare in convinta ripresa dopo le interminabili noie fisiche.
Dal pianeta Bamba purtroppo ancora niente, con il timore di aver pescato un bust che si fa sempre più concreto: giovanissimo, certo, ma due stagioni così sono davvero il worst case scenario all’atto della pick nel 2018.

I Magic sembrano ormai indirizzati ad un altro ottavo posto agevole ad Est, pronti a fare da sparring partner per i dirompenti Bucks al primo turno.
Gordon, Fournier e Vucevic sono buoni giocatori (soprattutto il centro), ma non sono dei fenomeni sui quali costruire una franchigia, né tantomeno dei trascinatori dal punto di vista emotivo: Vucevic ha 100 milioni tondi tondi garantiti fino al 2023, quando avrà 32 anni (se non altro, il contratto è in “discesa”: prenderà 22 milioni per allora, con il cap che sarà cresciuto), Gordon 54 fino al 2022 (forse si può ancora sperare che non sia solo questo), mentre Fournier ha la PO per la prossima stagione a 17 milioni e potrebbe considerare la FA dopo aver veleggiato intorno ai 20 di media.
La squadra è giovane, ma mancano delle vere colonne sulle quali costruire: Isaac e Fultz possono diventare pezzi importanti, ma finchè non arriverà dal draft il fenomeno di turno (qualcosa alla Ja Morant) le acque non si smuoveranno: difficile succeda, finchè si rimane impantanati a metà del guado, tra “coloro che son sospesi”.
Intanto, i Magic sono 1-7 nelle ultime 8 partite e l’impegno sembra latitare. Spingere il panic button l’anno prossimo potrebbe davvero essere l’unica via d’uscita.

WASHINGTON WIZARDS (9th, 18-32)

Se a volte vi viene la tentazione di lamentarvi degli infortuni che affliggono la vostra squadra del cuore, fate un sorriso e ricordatevi che almeno non tifate Wizards o AS Roma (e se sono proprio loro i vostri beniamini, vi mando un grande abbraccio).
Dal crac di Wall  un anno e mezzo fa (dovrebbe tornare all’inizio della prossima stagione), la sfortuna non ha mollato un attimo la squadra della Capitale, che si è trovata spesso e volentieri a schierare quintetti che definire raffazzonati sarebbe un complimento.
Certo, abbiamo avuto la possibilità di ammirare l’esplosione di talento di McRae sopra i 35 punti o l’hustle di Payton Jr. (tra i miei giocatori preferiti quest’anno), ma le sconfitte intanto si sono accumulate in assenza del profeta Beal, unico faro nell’oscurità Wizards.
La trade deadline ha regalato due scambi all’insegna del futuro: hanno lasciato la compagnia Thomas e McRae, mentre sono arrivati Jerome Robinson dai Clippers, 22enne sophomore chiamato con la 13 nel 2018 che finora non ha certo fatto scintille, e Shabazz Napier, che giovanissimo non è a 28 anni ma che sta giocando il basket migliore della sua carriera e ha pure messo a referto la sua prima tripla doppia.

Al momento, l’obiettivo principale del front office Wizards è cercare di costruire per il futuro intorno alla stella Beal e al validissimo Hachimura, che ha già dimostrato di avere la stoffa per essere un signor lungo.
Di contorno, tanti giocatori utili e ancora giovani come Bertans, che a 27 anni sembra finalmente sbocciato stabilmente tra i migliori panchinari della lega, o ancora Wagner e Bryant, senza tralasciare l’impegno degli underdog Payton e Mathews che lottano giorno per giorno per conquistarsi il posto nella lega, fino ad arrivare a Troy Brown Jr che è in costante crescita nel suo anno da sophomore e potrebbe davvero consacrarsi come gran giocatore a fianco della coppia Beal-Hachimura.
Il futuro sembra sorridere ai Wizards, e il cap pure, che sta per alleggerirsi dei 15 milioni regalati al fenomeno parastatale Mahinmi (che spettacolo, la FA del 2016…): una bella presa al draft, abbinata al ritorno di Wall (in che condizioni bisognerà stabilirlo) potrebbe davvero consacrare i Wizards tra le grandi sorprese della prossima stagione.

CHARLOTTE HORNETS (12th, 16-35)

Da metà dicembre in poi, una stagione che sembrava migliore di quanto si poteva prevedere dopo il triste addio di Kemba Walker si è tramutata per gli Hornets in una vera e propria tragedia: sono brutalmente venuti a galla tutti i limiti di un roster in cui il talento è davvero centellinato, l’inesperienza la fa da padrone (anche sul pino) e la dirigenza non è esattamente tra le più illuminate della NBA.
Dal 18 dicembre ad oggi, gli Hornets sono 3-18 e hanno allegramente collezionato diverse scoppole imbarazzanti: la squadra è totalmente disfunzionale, molti giocatori stanno già pensando ad un futuro lontano da qui e gli unici a cercare di combinare qualcosa, non a caso, sono i giovani affamati che hanno contratti per i prossimi anni a Charlotte.
Devonte Graham è stato una bellissima sorpresa e si candida a franchise player del futuro, Rozier fa quello che ci si aspettava facesse (pur con tutti i suoi limiti e di certo valendo molto meno di quei 20 milioni che gli sono stati offerti per venire in mezzo a questa confusione), Bridges e Washington sono due scelte al draft che sembrano abbastanza azzeccate e con buoni margini.
Il resto è praticamente un macello totale.
Se Cody Zeller in qualche modo fa il suo, con un lauto contratto garantito da 15 milioni anche per il prossimo anno, i quattro moschettieri Batum, Biyombo, Williams e Kidd-Gilchrist (che sembrano due ma in realtà è uno) sono delle tasse che nessuno può permettersi di pagare nell’NBA del 2020.

Biyombo vive di rendita dai PO coi Raptors del 2016 ed è all’ultimo anno di un contratto che gli permette di guadagnare 17 milioni per prendere qualche rimbalzo e schiacciare la palla nel canestro ogni tanto.
Williams prende 15 milioni, è in scadenza e ha 33 anni, giocatore in declino che potrebbe però far comodo ad una contender: la formula dice chiaramente buyout, e infatti sembra che le cose siano fatte e il giocatore stia per unirsi ai Bucks che ne avrebbero un gran bisogno.
Kidd-Gilchrist, 26 enne da 8 anni con questi colori (addirittura dai tempi dei Bobcats) fu una seconda scelta assoluta tra le più sciagurate mai viste nel ricco Draft 2012 (poteva essere usata per prendere uno a caso tra Beal, Lillard, Middleton, Green e Drummond): sa difendere decentemente e basta, le sue cifre sono in caduta libera dal 2016 ad oggi ed è sostanzialmente il tipico giocatore che nell’NBA moderna non ha senso: 13 milioni e scadenza anche per lui, ormai separato in casa.
Chiudiamo il quadro con il meraviglioso contratto di Nic Batum, arrivato da Portland come signor giocatore con annesso contratto da 120 milioni in 5 anni firmato nel 2016. Si, perché dopo una stagione da 3.5 punti a partita in 22 partite giocate, firmerà al 100% una simpatica player option da 27 milioni per il prossimo anno.
Il resto del roster è composto da Monk, Hernangomez e un insieme di giovani più o meno mediocri che servono a poco e nulla.
E niente, l’anno prossimo si liberano 45 milioni di spazio salariale che non serviranno a nulla perché a Charlotte non ci viene nessuno.
Si spera nel draft… e che questa stagione finisca il prima possibile.

ATLANTA HAWKS (14th, 14-39)

Dopo il drammatico 2-15 a cavallo tra dicembre e gennaio, che aveva relegato gli Hawks all’ultimo posto della lega con un record di 8-32, nelle ultime 13 partite sono arrivati dei segnali di ripresa con un discreto 6-7 che sembra annunciare la fine della fase più dura della tempesta.
Senza girarci troppo intorno, finora la stagione degli Hawks è stata una delusione: una squadra che può contare su un one two punch giovane e talentuoso come Young (tra i futuri dominatori di questa lega e già oggi un giocatore fantastico) e Collins non può permettersi figuracce a ripetizione.
Comunque sia, il problema è molto relativo: quest’anno Atlanta non poteva di certo puntare al titolo, e visto come si sono messe le cose avere una scelta altissima al prossimo draft e aggiungere ulteriore talento ad un gruppo che ne è pieno non farà certo male.
Sono arrivate ottime notizie anche dagli scambi, con l’arrivo di Clint Capela dai Rockets in una enorme trade da 12 giocatori e 4 squadre coinvolte.
Ad Atlanta arrivano il centro svizzero e Nenè (ormai pronto al ritiro e già tagliato) in cambio sostanzialmente di una prima scelta futura (dei Nets), una seconda scelta del 2024 (dei Warriors) ed Evan Turner  e i suoi 18 milioni in scadenza.
Arrivano anche Dedmon (e il suo fastidioso contratto da 40 milioni garantiti fino al 2022) e 2 seconde scelte in cambio di Len e Jabari Parker, il primo in scadenza e il secondo con PO: scelta che ha fatto un po storcere il naso ma che regala agli Hawks altri due future scelte che possono sempre venire utili come merce di scambio.

Un colpaccio incredibile, che porta gli Hawks ad avere un core Young-Collins-Capela che promette scintille ad alta quota e una compatibilità che appare molto buona.
A queste colonne si aggiungono una montagna di giovani talentuosi come Hunter e Huerter, che hanno già fatto vedere ottime cose, oltre ovviamente alla sesta scelta assoluta dello scorso anno Cam Reddish che nonostante le indubbie difficoltà è un talento purissimo, e nell’ultimo mese sembra avere svoltato insieme alla squadra, scollinando i 20 per ben 3 volte mancando la doppia cifra solo in due occasioni.
A questo vero e proprio Eldorado di talento giovane si dovrà aggiungere una scelta molto alta al prossimo Draft (magari addirittura la prima assoluta, palline permettendo) e un cap che si alleggerirà dei 25 milioni del povero Chandler Parsons (già tagliato e presumibilmente al termine della propria carriera NBA dopo il brutto incidente) e dei 19 di Jeff Teague, con appena 57 milioni garantiti per il prossimo anno.
Atlanta non è certo il sogno dei top FA, ma una situazione salariale così allettante non si vedeva da parecchio tempo: con le mosse giuste in off season e un po’ di fortuna al prossimo Draft, Atlanta può davvero diventare un enorme glitch nel sistema NBA…


Fabio Pezzolla

Fabio Pezzolla

Fabio, nato a Milano, classe 1996. La mia passione per il basket è nata nei primi anni 2000, quando tre supereroi in maglia neroargento mi hanno incantato. Devoto tifoso Spurs (e milanista!), amo raccontare a modo mio aneddoti e storie dell'NBA del passato e del presente.