Toronto Raptors – The Heart of the Champions

Pubblicato da Leandro Nesi il

“We had nonbelievers all along the way, and I have one thing to say to those nonbelievers: Don’t ever underestimate the heart of a champion!”

Difficile non iniziare da Rudy Tomjanovic, se si parla dei Toronto Raptors dell’annata 2019/2020. 

Il recap è piuttosto semplice: a luglio 2018 Kawhi Leonard viene scambiato per Poeltl e DeRozan dagli Spurs e approda in Canada per un anno di “esilio forzato”. Toronto gestisce bene il fisico e la testa di Leonard, aggiunge un fuoriclasse lungo la via come Marc Gasol e arriva ai Playoff. “Ma tanto ora si squagliano come sempre”, era il commento più in voga (anche se qualcuno ne aveva parlato in modo diverso —–> tipo qui). 

I primi mormorii arrivano dopo la prima gara persa contro i Magic, in gara 1 dei Playoff. I secondi arrivano con la serie difficilissima contro Philadelphia vinta ben oltre l’ultimo respiro. Le due sconfitte in fila con i Bucks di Giannis Antetokounmpo avevano di fatto lasciato partire i primi elogi funebri ai canadesi, i quali hanno poi vinto quattro gare in fila con Milwaukee e vinto una serie di Finale contraddistinta, purtroppo, dal grave infortunio occorso a Klay Thompson e dal gravissimo infortunio di Kevin Durant. 

Il titolo, le lacrime, la parata. 

Immagini destinate a rimanere nella mente di tanti appassionati, una Nazione in festa.

L’addio di Kawhi, in larga parte preventivato, ha immediatamente livellato le aspettative degli stoici canadesi verso il basso: già quest’estate si parlava di smantellare in vista dell’estate 2021, a partire da Gasol e Lowry. Il geniale GM Masaj Ujiri si è ben guardato dallo (s)vendere i propri talentuosi giocatori, mostrandosi sicuro di poter essere almeno competitivo. Qualcosa dopo il giro di boa e prima dell’All Star Game, Toronto ha il terzo record dell’NBA dietro ai Lakers e agli apparentemente inarrestabili Bucks, nonostante un numero notevole di piccoli e medi infortuni che hanno costretto tasselli cruciali del roster ai box:

Pascal Siakam ha saltato 11 partite, Toronto ne ha vinte 6 e perse 5.

Kyle Lowry ha saltato 12 partite, e Toronto ne ha vinte 9.

Fred VanVleet ha saltato 9 partite, vinte 6 perse 3.

Marc Gasol ha saltato 12 partite, vinte 6 perse 6 e adesso è nuovamente infortunato e ha già saltato altre svariate partite. 

Serge Ibaka ha saltato 10 partite, vinte 8 perse 2

Ma questi come diamine fanno a stare 39 vinte e 14 perse?

Presto detto: Siakam potrebbe vincere di nuovo il MIP e non ci scandalizzeremmo più di tanto.  Ibaka è tornato a livelli strepitosi, forse i migliori da anni a questa parte.  Lowry nella nuova veste da guardia tiratrice è perfetto. VanVleet è un condottiero vero. La difesa a zona di Nurse e Scariolo è splendida

Siakam, MIP al quadrato

L’anno scorso Pascal Siakam è stato Most Improved Player of the Year, e nonostante candidati forti (Sabonis, per esempio) di fatto la competizione non è neanche iniziata: Pascal è passato dal segnare 7 punti scarsi a partita a segnarne 17, in una squadra che per giunta è arrivata al vertice della Eastern Conference. 

Le sue leve lunghe, l’hustle difensivo e tutto quel che ne consegue lo hanno reso il trionfatore della categoria. Ovvio, far punti in una squadra che ha Kawhi Leonard è più semplice per via delle attenzioni che The Claw focalizza su di sé, e anche per questo la curiosità di vederlo quest’anno all’opera era tantissima. 

Pascal non ha deluso le aspettative. 

Brutalmente: gioca più minuti dell’anno scorso, ha leggermente diminuito la percentuale da 2 ma quello è l’unico dato in cui è peggiorato. Segna di più, prende più rimbalzi, fa più assist. Per chiudere, fa più punti (da 17 a 24 di media) ma il dato più interessante è quello delle triple: stessa identica percentuale dello scorso anno (37%) su più del doppio dei tentativi (ora 6 a partita). Nel processo di crescita di Siakam c’è da considerare quanto sia in generale sottovalutata la possibilità di allenarsi quotidianamente con compagni di altissimo livello: Pascal ha sicuramente fatto tesoro di quanto visto “on daily basis” da Kawhi e lo ha usato per migliorarsi e diventare un giocatore più completo. Parallelamente, lo stesso percorso lo ha intrapreso in Oklahoma Shai Gilgeous-Alexander giocando spalla a spalla con un Maestro come Chris Paul: giovani, affamati, che hanno la possibilità di osservare e “rubare” da giocatori esperti e molto più avanti nel processo di affermazione personale. 

Pascal è il punto fermo della ricostruzione di Toronto e sembrano lontani secoli i post delle folle di detrattori che sostenevano il suo fosse un rinnovo troppo esoso per Toronto. Era agosto e se ne parlava come di una follia della dirigenza: passati solamente pochi mesi sembra che l’unica follia sarebbe stata quella di non rinnovarlo..

Ibaka: welcome back Ma Fuzzy

“Still, I’d keep telling myself, ‘you are a ma fuzzy man.’ Ma fuzzy means a person who doesn’t give up, no more expectations, the only person who can stop you is you, right? So, I used to tell myself that I’m a ma fuzzy man, the only person who can stop me is me”.

Ibaka verrà sempre ricordato come quello rinnovato “al posto di Harden” da Sam Presti, con il primo (catastrofico) errore che ha visto sgretolarsi quella che senza mezzi termini poteva essere una delle più grandi dinastie della storia del gioco. Dopo un lungo periodo di assestamento, con l’approdo in Canada Ibaka è tornato a splendere:

Difensivamente stellare

L’apporto difensivo di Ibaka è cambiato negli anni e si è sempre più specializzato nell’aspetto che era più carente ad inizio carriera, ovvero la capacità di switchare con i più piccoli. 

Shooter di alto livello

Quattro tiri su 10 sono tiri in catch and shoot, divisi equamente fra tiri da due e tiri da tre. Entrambe le soluzioni sono convertite con il 40% circa.

La metà dei suoi tiri è da vicino canestro, dove è iper-efficiente con il 64%. Negli anni ha saputo sempre più allargare il proprio raggio d’azione fino a diventare il giocatore di oggi, pericoloso più o meno in ogni parte del campo, un giocatore non battezzabile e che, soprattutto, tira senza paura.

Leader carismatico

L’aspetto emotivo è uno degli aspetti determinanti per le sorti di Toronto. Serge non ha paura: affronta le partite con uno spirito guerriero su entrambe le metà campo senza lesinare, se serve, di prendersi tiri pesanti come dimostra il recente canestro della vittoria contro i Pacers al termine di una rimonta esaltante. E in fondo uno come Serge perchè dovrebbe aver paura? È Ma Fuzzy.

“So, Ma Fuzzy is a word that I use, that’s where I come from, every time I would wake up and walk to go play basketball it used to be 2 to 3 hours of walking just to go play basketball and come back. On my way, I used to keep telling myself ‘it’s 93 degrees out here, you got no food in your stomach,’ and I’d be hungry and want to go.”

Lowry, the new Shooting Guard

Quando si parla di un playmaker 5 volte All Star, bisognerebbe in linea di massima togliersi il cappello prima di farlo. Kyle Lowry è stato bersagliato per anni per i fallimenti di Toronto in post-season, dividendosi i demeriti con il fratello di avventura DeMar DeRozan (ancor più bersagliato di lui). Mandato via DeMar, Kyle sapeva di non avere più scuse e i playoff disputati l’anno scorso sono stati, in una sola parola, stellari. Lasciamo da parte le cifre, Kyle ha giocato con grandissima intensità, forse risultando persino il migliore dei suoi nella serie di Finale (nonostante il premio di MVP sia andato nelle enormi mani di Kawhi).

Quest’anno Lowry ha (in parte) cambiato ruolo, giocando con più costanza off the ball e lasciando molto più il ruolo di playmaker titolare a Fred VanVleet. I risultati lasciano ben sperare per vari motivi che vanno dalla minor stanchezza accumulata alla possibilità di spendersi ancora di più in difesa, dove a livello di impatto è secondo veramente a pochi nella lega fra le guardie per la capacità di stare con attaccanti anche molto più grossi di lui. Anche quest’anno è in cima alla lista di sfondamenti presi, dietro solamente ad Harrell, a testimonianza del coraggio con cui gioca ogni partita. 

Fred VanVleet: Undrafted no more

La storia di Fred VanVleet è di quelle da film: da scartato a NBA Champ. Se esiste una sceneggiatura già pronta per Hollywood è proprio quella su di lui. L’anno scorso sesto uomo, quest’anno playmaker titolare della squadra campione in carica.

“One day, he’ll be an All-Star”.

Lo dice Lowry, ma non è detto che non si possa verificare. Fred prende il 50% dei tiri in più rispetto lo scorso anno e li converte con la stessa percentuale, giocando 9 minuti in più a gara. L’aspetto difensivo, dove da sempre sorgono i grandi dubbi per via del suo fisico, non lascia per nulla a desiderare e anzi lo si vede lì, al secondo posto delle deflections per game dietro il solo Jrue Holiday. Anche lui, proprio come Siakam, sta sicuramente giovando dei consigli, dell’aiuto e della fiducia che Lowry riversa in lui e in effetti gioca con una sicurezza strepitosa inanellando 21.5 punti, 8 assist, 2 rubate e tira con il 40% da 3 e con il 45% da 2 quando Lowry è fuori dal campo. 

Raptors Defense: We the North

Dove però Toronto vince le partite è nella metà campo difensiva.

A roster ci sono giocatori con braccia lunghissime (OG Anunoby, Pascal Siakam, Serge Ibaka, Chris Boucher, Kyle Lowry), giocatori di fatica come VanVleet e, quando sta bene, un professore difensivo come Marc Gasol. Marc purtroppo è stato spesso infortunato quest’anno, il che ha costretto coach Nick Nurse e Sergio Scariolo ad inventarsi qualcosa che potesse sopperire all’assenza del catalano.

Le alternative sono state varie: la più ovvia, Ibaka da centro. Serge come detto ha risposto presente, e di fatto è la soluzione più utilizzata. Chris Boucher, former MVP della G-League ha avuto tanti minuti da centro ma fisicamente è abbastanza leggero e, di fatto, fa fatica ad avere un impatto per tanti minuti consecutivi.

Toronto per tutto l’anno è stata una delle squadre che più di tutte ha attuato una difesa a zona. Spesso 1-3-1, sfruttando le capacità di recupero di Siakam, OG e Lowry su tutti.

L’alternativa più intrigante, però, è quella che ha avuto definitiva consacrazione nell’incredibile rimonta contro i Pacers di settimana scorsa:

Toronto era sotto a livello “quasi disperato” nell’ultimo quarto. Indiana di fatto stava annichilendo Toronto non tanto da sotto ma da fuori, con Boucher e Ibaka costretti nei cambi sistematici della difesa e spesso accoppiati a Oladipo, Brogdon, persino McConnell. Quel tipo di switch per una o due azioni è una situazione sostenibile ma nel lungo periodo dell’intera partita stava portando troppi benefici ai Pacers.

Per evitare questo tipo di situazione, Nurse e Scariolo hanno optato per Siakam da 5, difesa che cambia su ogni blocco e la guardia che forza il cambio si trova accoppiata con Anunoby o Siakam, due atleti spaventosi difficoltosissimi da affrontare in uno contro uno sia attaccandoli verso il ferro (la stoppata è dietro l’angolo) sia tirandogli in faccia, perché hanno braccia talmente lunghe da oscurare sempre e comunque la visuale del canestro.

Per recuperare in fretta, poi, Toronto ha optato per una zona press a tutto campo. L’idea, come in qualunque zona press a tutto campo è:

1)     Cercare di recuperare qualche pallone velocemente

2)     Ritardare l’ingresso nel gioco per gli avversari

I Pacers sono andati completamente in confusione: hanno perso rapidamente due palloni ma, ancor più grave, nei casi in cui la metà campo veniva passata rallentavano l’azione per cercare di far scorrere il tempo. Indiana però è squadra che fonda il suo attacco sulla fluidità con cui si muove il pallone, sul passarsi la palla e sul continuo movimento di tutti e 5 gli uomini sul parquet. Di fatto, nel tentativo di “perdere tempo” l’attacco è finito fuori ritmo al punto da andare in blocco totale per minuti, consentendo il recupero dei canadesi, recupero conclusosi con il tiro da fuori di Ibaka per il definitivo sorpasso Raptors.

Quella contro i Pacers è stata una partita importante, per Toronto. Intanto, perché è bene ricordare che due squadre fra Heat, Celtics, Pacers, Raptors, Sixers e Bucks usciranno al primo turno di Playoff. Recuperare una partita del genere potrebbe lasciare strascichi importanti in quella che sarà una postseason interessantissima ad Est. 

Vincere partite del genere, senza comunque l’apporto tattico ed emotivo di Gasol, dà un’ulteriore spinta ai Raptors e una ancora più grande consapevolezza dei propri mezzi.

Possono davvero vincere l'Est?

No. Non credo. Di fatto soprattutto i Bucks e dopo la trade deadline anche Miami sembrano più attrezzate di Toronto. Tantissimo faranno gli accoppiamenti, avere un primo turno “morbido” potrebbe sparigliare tanto le carte rispetto ad una squadra magari costretta alle 7 gare già dal primo turno. Oggi ci sarebbe Miami Philadelphia e Boston Pacers, per dire.

La via per il trono è lunga e sicuramente difficile e non è detto che questa nuova favola abbia un lieto fine e i Raptors sembrano ben messi per accoppiarsi con le corazzate dell’Est. A luglio si parlava di smobilitazione e di follia nel caso del rinnovo di Lowry e Siakam.

Oggi, timidamente, si parla di lottare per il trono della Eastern.

Davvero:

Don’t ever, EVER, underestimate the heart of a champion!”


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.