OTDaily. Non dimenticatevi della North West division

Pubblicato da Andrea Nola il

OT Daily. Pronti e via a parlare della North West division in questo post All-Star Game. La situazione di Oklahoma, Portland, Minnesota, Nuggets e Utah Jazz in questa seconda parte di stagione. 

OT Daily, North West division

Oklahoma City Thunder

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Oklahoma non dovrebbe essere a caccia di un posto ai playoff, eppure è lì. Come sono riusciti a farlo pur avendo perso Paul George prima e Russell Westbrook poi?

In molti, da subito, si sono chiesti se la squadra si stesse dirigendo verso la strada della rebuilding: pur avendo acquisito una serie di scelte future, gli OKC potevano vantare nel roster giocatori come Chris Paul e Danilo Gallinari, oltre che il sacrificabile gioiellino dei Los Angeles Clippers, Shai Gilgeous-Alexander. Infatti, per molti, i Thunder non erano tenuti a fare molto in questa stagione e, nonostante tutto, sono riusciti a fare molto in questa stagione: sono nel bel mezzo della corsa ai playoff e nessuno poteva immaginarsi un avversario così ostico durante la regular season. 

• Chris Paul ha alzato inevitabilmente il livello del gioco e della competizione, seppur a livello fisico è costantemente injury prone e ha un contratto che pesa a suo sfavore (pensando anche all’età che avanza), è pur sempre quel tipo di giocatore che, ad oggi, è capace di fare la differenza in campo;

• Danilo Gallinari ha mantenuto le aspettative della scorsa stagione e ha continuato a sorprendere per l’estrema solidità al tiro e in difesa, tanto che in molti lo davano come partente verso i Miami Heat, con un inevitabile tracollo nelle prestazione dei Thunder. Alla fine è rimasto e Oklahoma potrebbe essere la nuova underdog di questi playoff a ovest;

• Steven Adams e Shai Gilgeous-Alexander hanno raggiunto, in questa stagione, un picco nelle loro prestazioni che per quanto riguarda il loro percorso personale è definibile monstre. Entrambi hanno beneficiato della presenza di CP3 e dei maggiori possessi che gli sono stati dati, oltre al fatto che giocare senza la pressione di avere obiettivi sta di certo aiutando. 

Gilgeous guida la classifica marcatori di Oklahoma con 19.2 punti di media a partita e ha raddoppiato la media dei rimbalzi rispetto la scorsa stagione (da 2.8 a 6.1). Dennis Schroder, invece, ha esponenzialmente migliorato le sue prestazioni rispetto l’anno passato e sta riuscendo ad essere un giocatore più solido con una migliore decision-making al tiro e prendendosi comunque più tiri nel corso della partita, mantenendo anch’esso una media che si aggira attorno ai 19 punti (tirando con il 47,6% dal campo e con il 38,7% da tre). 

Questi fattori hanno fatto in modo che gli Oklahoma City Thunder siano la sesta potenza della Western Conference. La sfida più affascinante è quella post ASG: se la squadra riuscirà a mantenere questi livelli di gioco, allora sarà per tutti un vero fastidio affrontarli e Sam Presti avrà il merito di aver fatto un capolavoro mandando via Paul George e Russell Westbrook.

Minnesota Timberwolves

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Ed eccoci qua: i soliti Timberwolves.
Ma la colpa del secondo peggior record NBA a Ovest, di chi è? 

Nonostante la presenza di Karl-Anthony Towns (che è il miglior giocatore offensivo di ruolo) i Minnesota Timberwolves sono entrati nell’ASG Break con una nota terribile: dall’undici gennaio la franchigia ha vinto una sola partita (l’8 febbraio contro i Clippers per 142 a 115) e ne ha perse quattordici (14!). I Timberwolves hanno poco da essere felici, ma le acquisizioni di Malik Beasley, Jordan McLaughlin e D’Angelo Russell, stanno rendendo (almeno) divertente questa seconda parte di stagione per quanto riguarda la produzione offensiva dei Timberwolves. Perché seppur l’arrivo di Russell abbia placato i malumori di KAT, non ha arginato le imbarcate in difesa che i giocatori di coach Saunders hanno subito nella partita post Los Angeles Clippers. Perché se Towns fa una partita in cui difende e altre cinque in cui si spegne e D’Angelo non ne vuole proprio sapere (vs Raptors) allora c’è veramente poco da festeggiare. 

Al di là degli arrivi, Minnesota deve e può puntare su di un giocatore che si è dimostrato costante nelle sue prestazioni e in estrema crescita a questo punto della stagione: Kelan Martin. Il ventiquattrenne ex Butler Bulldogs e Ludwigsburg si è dimostrato – e si sta dimostrando – un fattore per quanto riguarda il tiro dal perimetro. Nelle cinque partite che precedono l’All-Star Game, Martin si è fatto notare per la qualità nel tenere la palla e per aver raggiunto in quattro di queste cinque partite 20+ punti con il 56% al tiro dal campo. Attenzione però: Martin queste medie le ha i G-League, con Iowa. La sua chiamata da parte dei piani alti, però, pare essere imminente, perché oltre ad essere un fattore per quanto riguarda la gestione del pallone e l’apertura di spazi utili per il tiro dei compagni, si è dimostrato anche un ottimo elemento per il timing e i movimenti off-the-ball nella fase difensiva (di cui Minnesota ha estremamente bisogno).

Con l’uscita di KAT a tempo indeterminato dal parquet, si potrebbero aprire spazi in rotazione per quanto riguarda la gestione del giocatore da parte di Saunders e chissà che non possa esserci “l’acquisto” di un nuovo giocatore che è già in casa. 

Denver Nuggets

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Partiamo così: Nikola Jokić ha detto che dall’inizio della stagione ha perso (almeno) dieci/undici chili.

Ma parlando di basket possiamo dire che i Denver Nuggets, a questo punto della stagione, stanno cominciando a delineare le rotazioni in ottica playoff. Tanto da aver deciso di scambiare Beasley, Hernangomez e Vanderbilt per McRae, Bates-Diop e Noah Vonleh. I Denver Nuggets sono sicuri di una cosa: possono competere per il titolo con Nikola Jokić come la loro superstar e Michael Porter Jr. come fattore X. Ma Denver ha dimostrato a più riprese come il collettivo è ciò che fa la differenza nei risultati, per evidenti motivi di tenuta del campo di Jokić e perché non si può ancora fare affidamento su Porter Jr. che non è ancora abbastanza pronto per competere a certi livelli. Certo è che la sempre più crescente consapevolezza di Jamal Murray e l’esperienza di Millsap nei playoff sono un fattore.

Tutti i giocatori nelle rotazioni dei Nuggets hanno o presentano un potenziale chiave per essere decisivi in ogni partita: McRae è un giocatore assai versatile e, nei momenti chiave, potrebbe essere schierato per mantenere il vantaggio quando si tratta di difendere; Mason Plumlee è la chiave per la difesa 1vs1 quando Nikola Jokić avrà bisogno di riposare; Michael Porter Jr. è potenzialmente l’arma in più per portare punti necessari per vincere la partita o per mantenere a galla i Nuggets quando i tiri non entrano. Ma i Nuggets ne avranno veramente bisogno? Solo il tempo ce lo dirà.

Coach Malone sa che quest’anno la gestione di Jokić sarà necessaria per non farlo arrivare alla fine della corsa poco lucido e con poca resistenza sul lungo andare della partita. La presenza di Jerami Grant potrebbe determinarsi come un fattore necessario per rendere il serbo ancora di più un fattore nella pericolosità offensiva in campo: la presenza in difesa dell’ex OKC potrebbe togliere delle responsabilità alla superstar di Denver che ipoteticamente potrebbe rientrare meno e conservare più energie per quanto riguarda la fase offensiva. 

Certo è che i Nuggets devono pescare le giuste carte nel corso della partita per far sì che tutta la squadra giri a dovere e che i propri giocatori siano a livello di chi gli si pone davanti. Ma gli acquisti di questa stagione possono e devono essere un tassello decisivo per la corsa al titolo. Perché spesso ce ne si dimentica: ma i Denver Nuggets competono per quel traguardo (o almeno ci provano). 

Portland Trail Blazers

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Portland ha un quintetto degno di nota, ma è ancora dipendente dall’andamento di Damian Lillard. Se quest’ultimo mette 30 o più punti, allora è probabile che la vincano; se non è così è sicuro che la perdono. Perché seppur l’ottima stagione di Hassan Whiteside e Carmelo Anthony abbiano dato più o meno risultati visibili, dall’altra parte la squadra gira poco e male e C.J. McCollum sembra solo l’ombra del giocatore delle passate stagioni. 

L’acquisto di Trevor Ariza, poi, ha lasciato un grandissimo punto di domanda. L’idea che i Blazers volessero emulare un Iguodala 2.0 è più vicina al vero che al falso, ma fino ad oggi è stato un risultato fallimentare su più fronti. Seppur con buone percentuali al tiro, Ariza non è neanche più l’ombra del giocatore che ammiravamo a Houston, eppure per Portland è quel tassello che mancava per la rincorsa ai playoff. Prima dell’arrivo dell’ex Sacramento Kings, Portland era 19-26, con il suo arrivo sono a sei vittorie e cinque sconfitte, con un record di 25 vittorie e 31, sconfitte. Il risultato è praticamente rimasto uguale, ma rimane forte l’idea che la capacità di adattarsi ad ogni contesto, da parte di Ariza, sia il segno di un giocatore che sa come giocare e come fare la differenza. Nelle undici partite giocate per Portland, Ariza ha segnato in media 10.1 punti in 31.5 minuti di media. Il perché Trevor Ariza sembra essere così indispensabile è dato dal fatto che non sembra essere mai fuori posto in campo. 

Portland sta giocando una stagione al di sotto delle aspettative, ma sta brillando nelle prestazioni dei singoli, dove Damian Lillard spicca in una stagione da MVP. 

Solo il tempo ci dirà se gli sforzi di quest’ultimo porteranno la franchigia dell’Oregon ai playoff. 

Utah Jazz

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In una stagione in cui Utah non è partita nel migliore dei modi, complice anche i problemi nell’adattarsi di Conley al gioco della squadra (o viceversa) e al fatto che Ingles non rendeva subentrando dalla panchina, la squadra di coach Quin Snyder è riuscita a prendere il ritmo del proprio sistema di gioco e i singoli hanno maturato ancora più consapevolezza nell’importanza del loro ruolo nel gioco di squadra. Se da una parte Bojan Bogdanović si è scoperto scorer puro (con due partite da soli 30+ punti e nessuna statistica aggiunta) e Donovan Mitchell ha trovato il suo bilanciamento per essere quel giocatore su cui Utah vuole fare riferimento, dall’altra parte continua la costante crescita di Rudy Gobert che, oltre ad essere diventato ancora più decisivo in difesa, è diventato anche un fattore of-the-ball nella fase offensiva degli Jazz, rendendosi ancora di più un fattore di pericolo per le difese avversarie.

L’arrivo di Jordan Clarkson ha contribuito e non poco alla produzione offensiva da parte della second-unit. L’ex Cleveland Cavaliers sembra infatti essersi immerso totalmente negli schemi offensivi di Snyder, pur avendo ancora qualche difficoltà nei movimenti in difesa e perdendo qualche possesso “facile” di troppo. 

Certo è che la franchigia di Salt Lake City è diventata nel corso della Regular Season la squadra che nessuno vuole incontrare nella post season. Ostica in difesa, pericolosa in attacco. La maggiore consapevolezza nei mezzi individuali e nella forza del collettivo hanno fatto in modo che Utah tornasse ad essere ciò che per tutti era ad inizio della stagione: una contender al titolo. 

Andrea Nola

Andrea Nola

Abruzzese, classe ‘95. Laurea in sociologia e criminologia. Se mi chiedete cos’è il basket (per me) vi risponderò tra una parola e l’altra con i nomi di Tracy McGrady prima e Kirk Hinrich poi.