The Kobe Wall

Pubblicato da Luca Mazzella il

Il Kobe Wall è il posto in cui tutti voi siete autori, tutti voi ricordate il vostro idolo, tutti voi offrite il vostro contributo per celebrare nel migliore dei modi quello che Kobe Bryant ha rappresentato. Cercate il vostro ricordo, buona lettura!

Leandro Nesi

Non sono riuscito.

Ho scritto sulla mia bacheca, ma qui non sono riuscito. Avrei dovuto, forse. Avrei voluto, sicuro. E invece me ne sono stato buono. Ho visto foto, che anche voi qui dentro avete pubblicato. Ne ho salvata qualcuna. Ho letto qualcosa delle centinaia, forse migliaia dei post che sono arrivati in questi giorni.

Adesso però una cosa ve la voglio dire: vi voglio dire che questa è la community in cui sono contento di stare, proprio quando ne stavo uscire.

Negli ultimi tempi si stava estremizzando un concetto di “tifo” che faticavo realmente a recepire come facente parte di quella che per me è la pallacanestro: e Harden è scrauso (….) e Doncic è fortissimo, e Doncic è scrauso (….) e Harden è fortissimo.

Simmons tira poco, Harden tira troppo. KAT è soft e fa schifo in difesa (ok questa forse sì ), LeBron è un po’ finito e un po’ Dio, Westbrook è un Westbrick che non ce la può fare a fare un 2+2 cestistico e poco conta sputi il sangue in campo ogni sera. Potrei continuare per ore, o potreste farlo voi per me.

Troppo.

Troppo tifo, nel senso peggiore del termine.

Da domenica l’atmosfera è diversa. Siamo tutti tifosi del Gioco, uniti dal dolore per la scomparsa di Kobe. Come ha ricordato stanotte Shaq, non dimentichiamoci mai di dire alle persone a noi vicine che gli vogliamo bene, perché il tempo a volte semplicemente non ci sarà più. In un battito di ciglia. E allora sarà troppo tardi.

Non dimentichiamoci mai, me per primo, che qui per quanto si viva per quei 40 o 48 minuti che siano, per i rimbalzi sul ferro del tiro di Kawhi, per la tripla di Steph contro OKC, per la stoppata di LeBron, tutto ciò che di importante esiste nella Vita non riguarda il Gioco. Il Gioco è un modo che abbiamo per essere felici: per ridere, per sfotterci, per gioire e per emozionarci e, a volte, anche per piangere.

Gli uomini e i ragazzi che vediamo giocare ogni notte, sono dei ragazzi che hanno pianto come tutti noi. Nella stragrande maggioranza dei casi, sono ragazzi più piccoli di noi.

Da domenica abbiamo pianto, tutti o quasi.

Abbracciamo quest’emozione per innamorarci un po’ tutti di più del Gioco prima e della Vita dopo.

Non è una morale per voi, è una morale per me.

Ricordati, Leandro, della sera in cui hai scoperto che è morto Kobe ed eri appena entrato in pizzeria. Ricordati della cena passata senza dire una parola. Ricordati delle lacrime che hai versato. Fai scorrere le cose che sono poco importanti e ama il Gioco e i Giocatori che ti sanno regalare emozioni.

Time is something that cannot be bought; it cannot be wagered with God, and it is not in endless supply, Time is simply how you live your life.

Buon viaggio,

Kobe.

Roberto Gennari

Spegnete le luci, chiudete tutto. Scrivo e cancello, riscrivo e cancello di nuovo perché niente di quello che penso in questo momento riesce ad uscire con le parole. Stavo guardando una partita di basket su Eurosport quando il telefono ha cominciato ad impazzire di notifiche. “Che scocciatura, ma che vuole tutta ‘sta gente di domenica sera?”, ho pensato. Ho guardato al primo timeout, non riuscivo a crederci. Mi si è seccata la bocca e sento uno strano formicolio alle gambe. La partita si sta giocando ancora, mentre scrivo la squadra ospite è avanti di 5 punti sui padroni di casa, la guardo ma ho lo sguardo imbambolato, niente di quello che vedo e scrivo mi sembra avere senso. Non posso dire che mi identificavo con Kobe Bryant , semplicemente perché lui era troppo talentuoso, troppo forte mentalmente, troppo agonista rispetto a me che sono un comune mortale. E allora provo a pensare a te in questi termini, penso al fatto che sei un padre di famiglia, che tra me e te c’è meno di un anno di differenza, che il fatto che tu abbia lasciato questo mondo in modo così improvviso ed insensato mi costringe a riflettere su quanto sia provvisoria la nostra condizione, su quanto davvero sia importante apprezzare ogni singola mollica di quello che abbiamo, sia esso un sorriso dei nostri figli, una buona pizza, un canestro che segniamo e che chiude una partita, che si tratti di una finale NBA o di un 3 contro 3 tra amici.

Ciao Kobe, non ti dimenticherò mai.

Stefano Liberto

Non c’è più. Ci ha lasciati. Come tutte le persone care che non ci sono più, lasciano un vuoto incolmabile. A peggiorare la cosa abbiamo saputo che ci ha lasciato anche la figlia, di tredici anni, una sua coetanea e compagna di squadra con la famiglia, una allenatrice ed il pilota, un uomo anche lui, sicuramente anche lui con degli affetti che lo piangono.
Kobe per la maggior parte delle persone era uno sconosciuto, ma al contempo è stato per noi tutto, un amico, un eroe, un idolo, una fonte d’ispirazione (ognuno di noi ha una dose di Mamba Mentality in un aspetto della vita che non è necessariamente la pallacanestro), per questo sapere che non c’è più, che se ne è andato in un modo tragico ed inaspettato ci fa ancora più male. Moltissimi di noi si ricordano di lui giovanissimo, con pochi anni in più o pochi di meno di noi esordire in NBA nel 1996 con la maglia dei Lakers, i più fortunati ne ricordano addirittura le gesta giovanili in palestre sgangherate della provincia italiana. Fattore quest’ultimo, insieme alla sua conoscenza della lingua che ce lo rendeva maggiormente vicino.
Abbiamo ancora negli occhi le prime sfide con Jordan, i primi tre titoli con Shaq & co., i playoff con Smush Parker e Kwame Brown, i secondi due con Pau e Artest, il 2/2 dalla lunetta con il tendine di Achille già rotto, gli ultimi 60 allo Staples contro Utah, il premio Oscar…una carriera che ci siamo potuti godere per intero, dall’adolescenza alla maturità…la Sua, la nostra. Forse anche per questo lo sentiamo più nostro di tanti altri campioni, di cui non abbiamo potuto vedere tutto se non attraverso vecchie VHS.
Abbiamo pianto tutti e se non abbiamo pianto abbiamo versato almeno una lacrima, avuto gli occhi lucidi, se non pensando a te che non ci sei più, pensando allo straziante dolore di Vanessa e delle bimbe.
Un lutto enorme, che ha ricevuto un cordoglio mondiale e non solo a stelle e strisce e non solo riservato dagli amanti della pallacanestro o dello sport USA, ma dagli sportivi in generali, dal mondo dello Sport, quello che sa riconoscere il valore di un uomo, di un campione, che è stato un’icona che non si è limitata al basket.
Ci sarebbe certo, una velata ombra che non ha reso universale il cordoglio per la dipartita di Kobe, volendo aprire una parentesi patetica sulla “stampa sportiva” italiana, ma il desiderio è di chiudere questa parentesi il più presto possibile. Nel nostro paese non c’è cultura sportiva, perché non si coltiva rispetto, dedizione ed impegno con un’ora di lezione a settimana come avviene con l’educazione fisica nelle nostre scuole, ma i risultati si vedono.

E’ strano e sarà strano per gli anni a venire, ma l’aspetto positivo è che come canta Guccini “gli eroi sono tutti giovani e belli”, ed anche se sei una Leggenda, di te ci rimarrà il sorriso mentre guardi la Tua famiglia a bordo campo il 13 aprile 2016 e lo sguardo pieno di furore agonistico delle giocate decisive.
Ci manchi già.

Alessandro Bottaro

DEAR KOBE,

un po’ come tu scrivesti in quella dedica alla pallacanestro tempo fa, ci siamo innamorati di te come tu ti sei innamorato del basket.

Ancora non ci crediamo… ti credevamo quasi invincibile sai?

Chilometri e chilometri di distanza ci separavano, non ti abbiamo mai incontrato, non ci siamo mai scambiati nemmeno mezza parola, eppure la tua morte ha lasciato in noi un vuoto incolmabile. L’altro giorno, quel minuto di silenzio prima della partita, è stato durissimo, quei dannati 60 secondi non passavano mai.

Ci hai insegnato cosa vuol dire amare questo incredibile sport, dare il 100% in campo ogni volta che ci si mette piede, a non mollare mai e a tenere la testa alta anche nei momenti più difficili. Come ci hai insegnato “Mamba Mentality” è cercare di migliorarsi giorno dopo giorno, la passione intesa come un amore viscerale per questo gioco, l’attenzione e la cura minuziosa ai dettagli, l’abilità di insistere fino allo sfinimento, la capacità di risorgere dai fallimenti e dalle sconfitte più forti di prima, saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.

Kobe, con i tuoi highlights hai fatto sognare noi, come altri milioni di persone: da adulti a bambini, in tutto il mondo. Non dimenticheremo mai le volte che, con scarsi risultati, cercavamo di imitarti nelle nostre camerette. Gli innumerevoli buzzer beater: “3…2…1… KOBEEE”, che però finivano sempre miseramente con un airball; si riprendeva la pallina e via un altro “KOBEEE”, fino all’attesissimo ciuff nel cestino.

Tutte quelle volte che nei campetti e nelle partitelle ad allenamento provavamo ad imitare il tuo fade-away. Quel movimento così difficile e di bassa percentuale, che in partita non ci passava neanche per la testa provare, se non volevamo scaldare la panchina.

Definirti iconico sarebbe quasi sminuirti, eri ovunque: nei negozi, nei tornei, nei campetti, nelle palestre, ed indossare una tua maglietta, una divisa, un qualcosa col tuo nome o faccia sopra, ci avvicinava a te, facendoci credere invincibili.

Abbiamo riconosciuto in te due diversi giocator:, il rookie n.8 che non abbiamo mai visto, ma che ci è stato raccontato, esplosivo, grintoso, infermabile, relentless come diresti tu; seguito da un immarcabile n.24, che tirava qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani, un giocatore oramai veterano, che impersonifica a pieno il Black Mamba.

Qualsiasi tifoso sapeva che quando tu ti mordevi la maglia… non ce n’era per nessuno, la partita era già decisa.

I tuoi insegnamenti continueranno ad accompagnarci, non solo in campo, ma anche fuori, perché la “Mamba Mentality” non è solo un modo di vivere la pallacanestro ma anche di vivere la vita.

Il mondo intero piange per te, ma soprattutto l’Italia, perché una parte di essa ti apparteneva, infatti negli anni dopo il “Mamba Out” avremmo tanto voluto vederti con una divisa della Serie A1…

Non ti dimenticheremo mai, ti porteremo sempre con noi. Ogni canestro, tiro, passaggio, palleggio, palla recuperata, persa, rimbalzo, qualsiasi cosa faremo con una palla a spicchi, la faremo pensando a te. Cercheremo sempre di imitarti portando avanti la tua figura, tentando di spiegare alle prossime generazioni, ciò che tu, Kobe, hai insegnato a noi.

Sorridiamo nel commemorarti con questo messaggio, pensando a tutti i fantastici momenti che abbiamo passato con te, ma non vogliamo dimenticare la piccola Gigi, che se ne è andata anche lei su quel maledettissimo elicottero. Una piccola creatura che alla tenera età di 13 anni vede finire la sua vita.

Il dolore che le tue figlie stanno provando è impensabile, ma vogliamo credere che Vanessa, tua moglie, continuerà determinata e decisa, anche con queste due crudeli e strazianti perdite alle spalle.

Per loro rimarrai sempre il “girl’s dad” e per noi rimarrai il Black Mamba.

Ancora grazie e ancora ciao Kobe.

Alessandro e Gabriele

Andrea Lecchi

Ho appreso la notizia della morte di Kobe da una stupida notifica su Telegram durante un aperitivo con gli amici, non un semplice aperitivo, quello organizzato per il mio compleanno… improvvisamente cambio umore, mi isolo con il cellulare, continuo ad aggiornare pagine internet e di social network per avere la conferma… nessuno, tranne TMZ ha scritto niente.. sento come un piccola speranza che sia solo una fake news… poi wikipedia aggiorna la pagina di Kobe con la data della sua morte e tra me e me dico “va bè tutti possono modificarla”… purtroppo con il passare dei minuti iniziano ad arrivare le conferme e mi rendo conto che è tutto vero..

Sono quasi due giorni che penso a quanto fastidio e dispiacere provo ad associare un evento cosi triste ad un giorno che dovrebbe invece essere importante per me.. sarà impossibile non dedicare, ogni anno, un pensiero ad un personaggio che con le sue storie di passione e sacrificio mi ha ispirato parecchie volte, nello sport e nella vita..

Si, il giorno del mio compleanno fa ancora più male!

Luca Restaino

Tranquillo Kobe io l’ho capito.

Dopo migliaia di anni il grande capo lassù si è reso conto che nemmeno lui poteva più farcela a raddrizzare da solo sto mondo che sta andando allo scatafascio. Quindi chi poteva chiamare per risolvere il problema se non te? L’uomo da solo sull’isola, quello che da solo ne ha vinte a decine di partite, anche a costo di segnarne 81 da solo perché gli altri semplicemente non giocavano il suo stesso sport.

Allora dai è tutto apposto ce ne faremo una ragione, metti sotto il grande capo perché il mondo ha bisogno di una raddrizzata…ma tanto sono sicuro che nemmeno l’onnipotente riuscirà mai ad arrivare in palestra prima di te.

Grazie di tutto Kobe da quel ragazzino che ha iniziato a seguire l’Nba quando tu la dominavi. Forse è proprio per questo che non sei stato tu il mio preferito, sarebbe stato troppo facile tifare per il più forte ed una cosa che nella vita proprio non mi riesce. Di sicuro però sei stato quello che ho rispettato e ammirato più di tutti e dopo l’incredulità e il lutto ho provato a “scherzarci” su tanto per colmare un pochino quel vuoto che si è creato in me ieri sera.

Mamba for ever!

Dario Lo Monte

Ho cominciato solo da poco più di un anno a seguire il basket. Un anno in cui ho imparato moltissimo, un anno in cui mi sono appassionato, un anno in cui ho letto e ho cominciato a capire la storia di questa immensa lega e di questo fantastico sport. Nella mia vita sono sempre stato appassionato di calcio, però questo sport, il basket, devo dire che spesso ti emoziona in un modo che davvero non si può descrivere e purtroppo non ci sono cresciuto. Sono nato e cresciuto in un paesino però certi nomi, anche se li sentivo solo di sfuggita alla tv, non si potevano dimenticare. Uno che mi è rimasto sempre impresso è stato Kobe Bryant.

Quando per caso a me e mio fratello capitò sotto mano un gioco della nba, per la precisione nba live 05. Beh sceglievamo sempre i Lakers, ovviamente per lui. E poi ogni volta che avevo una pallina di carta in mano, si puntava al cesto ed era sempre un ‘Kobeeee Bryaaaant!’ Una persona che trasudava energia, misticità, semplicemente un titano. ogni volta che lo vedevo in tv lo guardavo con rispetto nonostante non avessi mai seguito il basket. E in quest’ultimo anno ho capito la sua grandezza come giocatore, ma anche come persona leggendo tantissime storie e aneddoti su di lui, della sua eccezionale etica del lavoro e di come stava allenando nei training camp molte star nba. Ed ogni volta che guardavo un match e lo vedevo a bordo campo, con sua figlia, lo ammiravo per il rispetto che tutti in automatico gli portavano. Chiudo semplicemente dicendo che Lebron mi ha convinto a gettarmi in questo fantastico mondo, ma Kobe mi ha fatto versare la prima lacrima. Non so come, non so perché, dato che sono un neofita nel basket, ma è stato come perdere un amico, un fratello. Una tristezza enorme, che tuttora mi sveglia nella notte. 

Le leggende non muoiono mai. 

Buon viaggio a te e alla tua piccola adorata.

Riccardo Monteferri

Mi ci è voluto un giorno intero per elaborare quello che domenica sera avevo letto e appreso, ma nonostante le emozioni sento il dovere di rendere omaggio ad uno dei più grandi.

Ricordo ancora quando ho mosso i miei primi passi verso la pallacanestro, un mondo nuovo e sconosciuto di cui non sapevo nemmeno una regola. Nonostante questo, però, la palla a spicchi mi affascinava e c’era un ragazzo con la maglietta giallo e viola che mi lasciava a bocca aperta ogni volta che lo vedevo giocare.

Avevo appena sette anni, ero e sono un ragazzo molto timido ed ogni volta che provavo a parlare di basket con i miei amici, avevo paura di essere giudicato perché raccontavo di tiri che si facevano con le mani e non con i piedi.

La passione però aumentava anno dopo anno e la voglia di imitare e diffondere il verbo di questo sport era sempre più grande. La voglia di fare il salto da scuola a calcio a minibasket era impensabile per un ragazzo veramente troppo insicuro.

Nel 2010 arriva la svolta, le mie prime Finals. Un classico, Boston vs Lakers. Una serie bellissima, durata 7 partite e che nessuno avrebbe voluto veder finire. La Gara 5 di quella serie fece scattare qualcosa in me, una prestazione individuale del 24 che le parole non riescono a descrivere. Una prova di forza fisica e mentale ai confini della realtà, una fiducia nei propri mezzi che solo una divinità può avere.

Da quella partita ho capito che cosa volessi e cosa dovessi fare per superare la mia timidezza e le mie insicurezze: “Credere in me stesso, senza sperare che qualcun altro lo facesse al mio posto”. Inutile dirvi che da quel momento iniziai il mio percorso cestistico, fatto, nel suo piccolo, di vittorie e sconfitte.

Ammetto che, con il passare degli anni, Lebron sia diventato il mio idolo, ma alla domanda: “Chi ti ha fatto innamorare di questo gioco?” La risposta è sempre stata la stessa: “Kobe!”. Sì, perché se ho iniziato ad appassionarmi al basket e all’NBA è perché c’era lui, perché c’era Kobe Bryant.

Nel 2016 quando annunciò il ritiro piansi, come un bambino. La sera lessi quella lettera di addio che descriveva il mio sogno. Il giorno dopo l’ultima partita con i Jazz vidi che fece 60 punti, scoppiai in lacrime davanti ai miei compagni di scuola. Non mi importava di quello che avrebbero pensato, una leggenda aveva appena lasciato per sempre il parquet.

Poi, l’ultimo ricordo. Lebron ti passa nella classifica All Time dei Marcatori e gli rendi omaggio sui social. Un momento iconico, emozionante che mi ha fatto pensare: “Posso dire di aver vissuto al tempo di Kobe e Lebron”.

Una domenica che doveva essere come le altre ma che il destino ha deciso di farci ricordare per sempre. Immobile, con le lacrime agli occhi, davanti allo schermo del cellulare, vivo attimi della mia vita con la speranza di aver appena letto una Fake News. Purtroppo, però, è tutto vero, nessuna smentita ma solo tante conferme. Non so cosa pensare e cosa dire, ma ora sono convinto e in qualche modo so che da oggi non siederai più al tavolo degli eroi ma a quello delle leggende, perché i primi passano, le seconde, invece, sono per sempre.

Ciao Mamba, ciao Kobe.

Giorgio Calignano

Ci posso provare a buttar giù due righe…non sono di quelli che sta mai troppo male per chi non conosco, una naturale empatia umana per chi invece è più coinvolto di me ma nulla di più…non sono nemmeno uno che ha di solito idoli sportivi particolari, amo gli sport, adoro conoscere, entusiasmarmi, tifare, analizzare, ma senza qualcuno a cui guardo nello specifico in modo troppo diverso dagli altri…anche qui certo ci sono simpatie specifiche dovute a capacità pazzesche o storie particolari di qualcuno, ma nulla di più…ma…ma ci sono le eccezioni…e come idoli sportivi veri e propri, che trascendono anche lo sport che praticano ne ho…ne avevo (dannazione) due…uno sta ancora lì a 38 anni e spiccioli a lanciare una pallina gialla dall’altra parte di una rete con una grazia fuori dal comune, mantenendo uno stile esemplare al di fuori del rettangolo…l’altro è…era (cazzo) un ossessivo compulsivo, indemoniato, studente e mentore insieme, innamorato del suo lavoro di cui è stato stupefacente interprete, esempio di approccio per eccellere in qualunque cosa interessi veramente…e questo bastardo ha deciso di essere un’eccezione anche per il mio “non starci troppo male per chi non conosco”, unico anche in questo…è stato uno shock, vero e proprio…onestamente non importa nulla di titoli, punti, leggende più o meno romanzate…non importa di rivalità, sfide lanciate al mondo o solo a se stesso…non importano quei video visti in loop su YouTube…l’unica cosa certa che vedo oggi è che se n’è andato un mio modello, che era lì come granito, e che ero veramente curioso di vedere cos’altro avrebbe costruito, giusto per ispirare tutti ancora, far vedere che si può continuare a eccellere, basta essere “un po’ duri” come lui…e invece basta così…il magone continuerà ancora un po’ perché il modello non svanisce, ma sapere che devi usare il tempo passato per parlarne è uno schifo…un vero schifo…ciao sconosciuto.

Lorenzo Tantillo

Un minuscolo omaggio.

Lo vedrò ogni volta che sarò in camera mia.

Mamba per sempre

Angelo Carlo

Parole forti, toccanti di Lebron, anche per chi l’ha avuto come nemico sportivo, che racchiudono il pensiero di tutti noi che, chi più, chi meno, con Kobe è cresciuto, appassionandosi sempre di più al basket. Non sarà più la stessa cosa, già stanotte, guardando la partita, era come se mancasse qualcosa, forse anche per il clima e per il tributo che il Mondo Lakers, doverosamente, gli ha dedicato. I Lakers sono storia, ne sono passati tanti lì, tanti che hanno fatto la Storia di questo Sport, tanti che vengono annoverati tra i migliori di sempre, da Chamberlain a Kareem, da Magic a West, da Worthy a Nash, fino a Lebron e Davis, senza dimenticare il tuo Fratello di vittorie, Shaq, ma tantissimi altri. Come detto da lui “Non esisterà mai e non è mai esistita una coppia più forte di noi due insieme” ed ha ragione, pienamente ragione. Eravate la completezza piena in questo sport, forza, dinamicità, potenza, esplosività, tecnica, carisma, tutto tutto tutto. Manchi Kobe, per noi che amiamo lo sport, che ci emozioniamo per un canestro, una meta, un gol, una buca, un servizio vincente, un rovescio, un arrivo in volata al traguardo, una scalata di montagna, una gara con sorpassi e controsorpassi, sei stato veramente tanto e rimarrai tale perché un Mito, una Leggenda, non scomparirà mai.

” Prima di cominciare con il discorso che ho preparato, voglio ricordare tutte le vite che sono andate perdute domenica mattina: Alyssa Altobelli. John Altobelli. Keri Altobelli. Payton Chester. Sarah Chester. Christina Mauser. Ara Zobayan. Gianna Bryant e Kobe Bryant. Mi ero preparato qualcosa di scritto ma tradirei la fiducia di tutta la Lakers Nation se leggessi qualcosa di preparato perciò vi parlerò dal cuore. La prima cosa a cui penso è il senso di famiglia. Guardandomi intorno vedo che tutti siamo in lutto, stiamo soffrendo, abbiamo il cuore a pezzi, ma in momenti del genere l’unica cosa da fare è appoggiarsi alla spalla di uno di famiglia. Prima di venire qui avevo sentito parlare della Laker Nation e di quanto sia presente questo sentimento di famiglia, ed è quello che ho sentito nell’ultima settimana, da domenica mattina fino a questo momento. Non solo dai giocatori, dal coaching staff o dall’organizzazione, ma da tutti. Tutti quelli che sono qui fanno parte di una vera famiglia, e so che Kobe, Gianna, Vanessa e tutta la famiglia Bryant vuole ringraziarvi dal profondo del cuore, come Kobe ha detto nel suo ultimo discorso qui in questa arena. So che prima o poi ci sarà una commemorazione per lui, ma guardo a questa serata come a una celebrazione dei 20 anni di Kobe, del sangue, del sudore, delle lacrime, del corpo allo strenuo, e delle innumerevoli volte in cui si è rialzato, delle infinite ore di lavoro, della determinazione a diventare il più grande giocatore possibile. Stanotte celebriamo il ragazzo che è arrivato qui a 18 anni e che si è ritirato a 38, e che è diventato il miglior padre che abbiamo visto negli ultimi tre anni. Kobe è un fratello per me. Sin da quando ero al liceo, guardandolo da lontano, a quando sono entrato in questa lega, guardandolo da vicino, fino a tutte le battaglie che abbiamo avuto durante le nostre carriere, la cosa che abbiamo sempre condiviso è la determinazione a vincere e a essere grandi. Il fatto che io sia qui ora vuol dire tantissimo per me: insieme ai miei compagni vogliamo portare avanti la sua eredità non solo per questa stagione, ma fino a quando potremo continuare a giocare a basket perché è quello che amiamo ed è quello che Kobe avrebbe voluto. Perciò, nelle parole di Kobe Bryant: Mamba out. Ma nelle nostre parole: noi non lo dimenticheremo mai. Vivrai per sempre fratello. Vi amo tutti”

Mamba Lives 💜💛!!!

Michele Marchiolletti

È come se il mondo si fosse fermato a ieri sera.

Una classica pizzata tra amici si è trasformata in una serata triste, spenta, senza coinvolgimento, solo con l’intento di avere più notizie, di comprendere se quello che stava filtrando fosse vero o no. Attimo dopo attimo, minuto dopo minuto, quello che prima sembrava un sussulto si stava trasformando in una tragica realtà.

Ancora adesso mentre sto scrivendo faccio ancora fatica ad accettare l’evidenza, quella che il tuo idolo non è più tra noi.

Per chi come me ha iniziato a vedere la pallacanestro a fine degli anni ’90, Kobe era tutto. Troppo giovani per il primo Jordan e troppo “anziani” per Lebron. Kobe era il presente, il centro della pallacanestro. Ti trasmetteva il suo amore nei confronti del gioco e la facilità con la quale segnava e ridicolizzava gli avversari rendendo il tutto magicamente facile, cosa che non poteva essere vero.

Io, come molti altri, sono figlio del suo step back e della calza alta solo da una gamba e della voglia di allenarmi sempre tutti i pomeriggi. Era impossibile vedere una sua partita e non innamorarsi di come trattava quel pallone.

Quando nelle Finals del 2000, con il sesto fallo di Shaq trascinò i suoi all’overtime e alla vittoria contro i Pacers di Miller; quando volle allenarsi con il dito ingessato; quando fu l’unico con le palle di andare da Shaq e dargli del “ciccione”; quando in quel Gennaio del 2006 ne mise 81, in totale onnipotenza cestistica; quando nel 2009 non si mosse di mezzo millimetro rispetto ad una finta su rimessa di Barnes; quando provava ad insegnare l’attacco triangolo a Ron Artest; quando fu l’ultimo a mollare nella serie contro Dallas del 2011; quando si ruppe il tendine d’Achille ma volle tirare i liberi arrivando alla lunetta senza l’aiuto di nessuno, fino ad arrivare alla sua ultima partita quando ne mise 60 giocando senza una gamba, solo per dimostrare chi fosse ancora il più forte. Potrei andare avanti per ore, solo per il gusto di elencare tutto ciò che ha reso quel giovane cresciuto a Pistoia e Rieti il giocatore che tutti hanno amato, sperando di generare un sorriso a chiunque legga queste righe.

Per me Kobe era questo, era il mio idolo, quindi con la sua fuoriuscita (faccio ancora fatica a chiamarla con il suo nome) è come se una piccola parte di me si spegnesse. La parte del bambino che sognava l’NBA e voleva imitare le gesta del suo eroe, reso ancora più mitico dal fatto che in fondo, lui “era stato uno di noi”, perché parlava l’italiano, perché amava la nostra terra e ogni volta che poteva ci omaggiava inserendo un’espressione della nostra lingua nelle celebrazioni importanti. Ogni cosa che amava la diceva in italiano, come la sua Gianna che era la sua copia in tutto e per tutto e lui di questo ne andava fiero.

Si sa come funziona in questi aspetti, gli Dei quando devono scegliere si portano a sé sempre i migliori…

Mamba Out, questa volta per davvero.

Purtroppo…

Matteo Campana

Mi ritorna in mente l’estate del ‘96…avevo appena finito l’esame di terza media,arrivavano le vacanze e nel giorno della prova scritta c’era stata gara 6 delle finals,i miei Bulls battevano 4-2 Seattle,quarto titolo,MJ MVP..tutto normale insomma…

Qualche giorno più tardi andai in edicola e mi cadde l’occhio su un giornale American SuperBasket…in copertina Jordan ed in basso un titolo ben preciso GAME OVER…

Ovviamente si parlava delle finals ma successivamente l’attenzione del giornale passava al Draft…talenti incredibili…Iverson,Allen,su tutti forse,ed alla numero 13 un ragazzino appena maggiorenne uscito dalle superiori(incredibile)di nome Kobe Bryant,scelto da Charlotte e scambiato subito per Divac…i Lakers in estate avrebbero poi firmato Shaq….
Tra me e me dissi,ma come hanno già Eddie Jones?
Invece Jerry West decise di investire sul quel ragazzino…quanto ebbe ragione…
Ho seguito tutta la carriera di Kobe,non l’ho mai amato,anzi!
Dicevo:”imita Jordan,vince solo perché ha shaq,non sono i suoi Lakers ma sono di Shaq….”
3 titoli.
“Ora che no ha Shaq vedremo….81 punti”
“I Lakers hanno una grande squadra e molte partite le risolvono gli altri…”
2 titoli….
Ma quando ti sei ritirato ho sentito un vuoto dentro…e nella tua ultima prestazione mostruosa mia sono alzato in piedi ed ho applaudito da solo,in casa mia con le lacrime agli occhi…i grandissimo o li ami o li odi…tu sei stato un grandissimo…
Domenica il destino ti ha reso leggenda…onestamente non ci credo ancora….
Grazie di tutti Kobe,grazie per avermi smentito tante volte…
Ti voglio bene

Ale Caremi

Anch’io come molti di voi hanno fatto ho voluto fare un tatuaggio in onore del mio idolo d’infanzia.

È da quando ho saputo della sua morte che ogni giorno mi metto una sua canotta, ora lo porterò sempre con me.

Grazie di cuore Kobe.

Mamba 4 Life ❤️

Francesco De Santis

Scattammo questa foto con i miei amici il giorno del suo ritiro. Credetemi, da tifoso Bulls l’ho sempre “osteggiato” soprattutto per i continui paragoni dei media con MJ… ma la sua grandezza è stata innegabile.

E quel giorno misi la sua maglietta con orgoglio, perché era giusto rendere omaggio così ad uno dei più grandi sportivi che io abbia visto giocare.

Salvo Mannino

Non sono potuto venire a Los Angeles a portarti un fiore e onorarti, ma ho voluto farlo ugualmente stamattina nella mia città…

𝐺𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝐾𝑜𝑏𝑒, 𝑌𝑜𝑢 𝑤𝑖𝑙𝑙 𝑏𝑒 𝑚𝑖𝑠𝑠𝑒𝑑🙏🏿❤️🌹💛

Noemi Dalla Vecchia

Ci ho messo quasi una settimana per riuscire a scrivere quello che segue, settimana in cui ho affrontato tutti gli stadi che portano all’accettazione di ciò che è successo.

Mi sono autoconvinta che la notizia non fosse vera, mi sono arrabbiata, non so con chi e non so bene per quale motivo, mi sono chiusa in un silenzio che voleva urlare dalla tristezza. Ma alla fine sono dovuta giungere alla conclusione che fosse veramente successo e vorrei spendere qualche parola in merito a ciò che Kobe Bryant è stato per me.
La prima volta che sono entrata in un palazzetto e ho preso in mano una palla da basket avevo 5 anni: è stato amore a prima vista. Dopo la prima settimana di allenamenti avevo già deciso che quello sarebbe stato il mio posto felice e che non avrei mai praticato nessun’altro sport con una tale passione (così è stato e così è tutt’ora).
A 7 anni ho iniziato a sentir parlare di lui, ho cominciato a guardare video (per quanto la mia capacità di usare la tecnologia fosse abbastanza scarsa): anche quello è stato amore a prima vista.
La pallacanestro è stata per me tutto ciò di cui avevo bisogno, in qualsiasi periodo della mia vita; è stata la mia compagna di giochi quando volevo divertirmi, è stata mia amica quando volevo ridere, ma anche quando avevo bisogno di rifugiarmi nel silenzio. Abbiamo passato momenti meravigliosi, ma abbiamo anche litigato alcune volte e poi fatto sempre pace.
Ricordo che quando avevo 12 anni mi hanno chiesto quale fosse la persona che più di tutte avrei desiderato conoscere, la mia risposta non ha avuto bisogno di nessuna riflessione: Kobe Bryant. Kobe per me rappresenta l’essenza dello sport: impegno, costanza, continua ricerca e nessuna giustificazione.
Il basket mi ha insegnato che non importa tu sia maschio o femmina, infilati un paio di scarpe e scendi in campo. Non importa che tu sia il più giovane o il più vecchio, non importa quale sia il tuo colore di pelle, chi siano i tuoi genitori, quale sia il tuo lavoro o quanti lavori effettivamente tu abbia, il canestro non fa differenze. Mi ha insegnato che, chiunque tu sia, qualunque sia il tuo umore in quel momento, puoi lasciare tutto fuori dalla palestra, dimenticare chi sei e cercare solo di fare del tuo meglio.
Voglio ricordare Kobe come un’opportunità, l’opportunità di imparare senza arrendersi, l’opportunità di non lasciarsi sopraffare da differenze culturali o di qualsiasi altro genere. Voglio ricordare Kobe ogni volta che sono stanca ma vado ad allenarmi lo stesso, ogni volta che sbaglio un tiro e cerco di segnare il successivo.
Voglio che Kobe venga ricordato in ogni lacrima, ogni goccia di sudore, ogni vittoria e ogni sconfitta, perché Kobe è un po’ in ognuno di noi e lo sarà sempre.

Heroes come and go, but legends are forever.

Davide Torresani

Non me ne capacito e non dormo.

E più non prendo sonno, più non me ne capacito:

‘Kobe è morto’

Queste parole, arrivate come un fulmine a ciel sereno, hanno zittito gli animi e reso increduli milioni di persone.

Nella stessa giornata in cui si festeggiava un nuovo traguardo di Lebron ai ‘danni’ di Kobe, lui ci ha lasciati.

Ancora queste parole: ‘Kobe è morto’

Sembra quasi impossibile vedere la vulnerabilità di queste persone, che per la maggior parte di noi è stato possibile solo ammirare sul parquet! Quello stesso parquet dove sembrano eroi, dove sembrano invincibili, dove sembrano appunto invulnerabili! E poi così, di punto in bianco, se ne vanno lasciando vuoti incolmabili che non ci si spiega neanche come facciano.

E la gente che dice: ‘Vi disperate per qualcuno che neanche conoscete’ forse non sanno forse cosa vuole dire guardare un’atleta con gli stessi occhi con i quali un bambino guarda un giocattolo tanto desiderato!

Lui non era un semplice atleta:

Era un alieno sul parquet 

Un bravo padre ed una persona meravigliosa

Un mentore ed un esempio per tutti coloro che, come lui, amano la palla spicchi.

Sarà che non era di questo mondo; 

Sarà che da lassù ce lo invidiavano;

Sarà che doveva succedere e basta.

Una cosa è certa, ci mancherai moltissimo e sicuramente noi non ci dimenticheremo mai di TE.

Grazie Black Mamba.

Vincenzo Raia

Vorrei scrivere pagine e pagine su Kobe. Le idee ci sarebbero, la voglia anche ma ogni volta che mi decido a buttare giù un’idea mi paralizzo, così ho deciso di esprimere quello che provo tramite questa foto, scattata ieri sera prima della partita Lakers – Blazers. Lo sguardo verso un qualcosa che una volta era nostro e che ora non c’è più, qualcosa che ci ha toccati e che porteremo con noi per sempre. D’altronde come ha detto Lebron al termine del suo discorso

“In the words of Kobe Bryant, ‘Mamba out’. But in the words of us, not forgotten”

Isacco Mazzocchi

Quel tuo lato romantico era chiaro a tutti fosse uno degli aspetti più caratteristici della tua personalità. 

Che l’Italia ti fosse rimasta nel cuore pure. 

Non vedevi l’ora di poter sfoggiare il tuo accento italiano americanizzato con quel vocione grosso, ad ogni occasione.
Quando ne intravedevi la possibilità, buttavi subito la battuta ad un italiano o ad un europeo in NBA che sapevi parlasse italiano.
Proprio come facevi col tuo amico e compagno Sasha Vujacic. E questa sua caratteristica, nella tua testa, lo rendeva un compagno speciale.
Lui lo sapeva. L’ avevate fatta diventare la vostra lingua sul campo. Lo sgridavi, lo stimolavi, lo caricavi.. e, quando lo facevi con lui, preferivi farlo in lingua italiana.
Sul web girano molte tue interviste che lo testimoniano.
Il meglio, però, l’hai dato quando hai unito le tue passioni: l’amore per i tuoi cari e l’amore per l’Italia. E lo hai fatto alla notte degli oscar.
Era un’occasione importante. Era la tua vittoria fuori dal campo, oltre ai 5 anelli. Era la dimostrazione di quanto già valevi e potevi dare oltre al gioco del basket, a carriera finita.
Era l’evidenza di come hai vissuto quella tua passione per tutta la carriera. Era un ringraziamento sentito.
Davanti ad una platea tutta americana, in occasione della premiazione del tuo cortometraggio “Dear Basketball”, la dedica alla tua famiglia l’hai voluta fare così:
“Ti amo con tutto il mio cuore”

Giuseppe Salvador

Lo so…. l’ennesimo post su Kobe… non volevo scriverlo, non scrivo mai, mi limito ad apprezzare i post altrui (ed in questi giorni ne ho apprezzati molti) ed eventualmente commentare quando penso di aver qualcosa da dire. Questa volta farò un eccezione…

Faccio partire la registrazione della partita dei Lakers contro Blazers, parte il tributo a Kobe, scorrono i video,salto la musica,arrivo al discorso di Lebron…

Al mio fianco mio padre, quasi 85 anni, invalido oramai, una vita che segue il basket, ci ha giocato, nel nostro paese ha fondato la prima squadra negli anni 60 penso. Lebron parla in sottofondo, mi chiede se capisco quello che dice, gli rispondo di sì… non dico altro perché inizio ad avere gli elefanti negli occhi ed il nodo in gola, poi mi giro e vedo che si era tolto gli occhiali, aveva gli elefanti negli occhi anche lui…
Non sempre andiamo d’accordo, ma il basket ci unisce sempre e Kobe, per noi, ne è stato uno dei suoi più grandi esponenti.

Marco Bozio Bralino

Chi è il tuo giocatore preferito?” “Kobe” Non ti consideravo il giocatore più forte di sempre, quello per me rimarrà sempre MJ. Non eri quello a cui mi ispiravo,a cui copiavo I movimenti ed il modo di giocare, quello è LeBron. Eppure. Eppure c’è sempre stato qualcosa di diverso in te, qualcosa che ti distingueva dagli altri. I movimenti: ogni tuo movimento sembrava provato e riprovato dieci, cento, mille volte, come se il caso per te non dovesse esistere, come se in ogni circostanza tu dovessi sempre sapere cosa fare, come se tu SAPESSI sempre cosa fare. Lo sguardo: l’ineluttabilità del risultato, quella percentuale di tiro che nel quarto quarto saliva vertiginosamente, quella voglia di vincere che non ti lasciava fino all’ultima sirena. Mi ricordo la tua ultima partita, dopo una stagione che non ti ha reso onore, dove dentro quella maglietta con il tuo nome stampato sopra c’era un giocatore che non era più Kobe. E poi è arrivata quell’ultima partita. Non me ne frega un cazzo dei sessanta punti, dopo una vita trascorsa a sudare ogni singolo canestro, troppi di quei punti sembravano essere troppo facili per te. Fino agli ultimi minuti, dove per fortuna Utah era davanti: così quel giocatore che per una stagione ha indossato la tua maglietta ha lasciato il posto al vero Bryant, quello che non avrebbe mai accettato la sconfitta, quello che ha deciso di portarsi a casa l’ennesima vittoria e che, come quasi sempre, ha ottenuto quello che voleva. “Chi è il tuo giocatore preferito?” “…” Eri famoso per essere uno scorer dal mid range, eppure hai vinto la gara delle schiacciate, hai realizzato più triple in una partita di chiunque altro, prima che gli Splash Brothers cambiassero il gioco, eri la migliore guardia difensiva della Lega e per essere uno che la passava poco, l’unico giocatore della storia con così tanti punti ed assist è James. La Mentalità. Banale, vero? Eppure è davvero così semplice, se volevi una cosa la prendevi o ti impegnavi al massimo per guadagnartela. Ti sei ritirato e, perché no, hai vinto un Oscar. Questo è Kobe Bryant. Scelto alla tredici e subito scambiato, quello di cui si diceva che vincesse solo perché aveva Shaq. Le sveglie all’alba, le rinunce, il lavoro duro ed ecco che dai ieri sera sono qui, con la testa che mi dice che eri solo un ex giocatore ed il cuore che si chiede cos’altro fossi per lasciare dietro questo vuoto. “Chi è il tuo giocatore preferito?” “Kobe. Ma Kobe non è solo un giocatore.”

Mirko Cascio

Ciao Kobe, 

Sarò breve, avrai sicuramente un’infinità di pensieri da leggere

è devastante questa giornata, è surreale, non ci sei più.. Ancora non ci credo che ci hai lasciato, milioni di persone che tanto ti hanno ammirato, che sono cresciute guardandoti in TV come un idolo, ora sono senza un amico.. Hai lasciato un vuoto enorme in tutti noi 

Penso a te da quando mi sono svegliato questa mattina e sono senza parole per descrivere tutto, allora ho deciso di raccontarti come sei diventato per me un’idolo sportivo, una persona da ammirare, una persona a cui dire GRAZIE

Iniziai ad ammirati un po’ per caso, durante le olimpiadi del 2008, non sapevo nemmeno bene le regole del basket, ma, da appassionato di sport, andava guardato anche quello.. 

Bryant, da subito, era diventato il mio “preferito”, un po’ come succede a tutti i bambini, quel giocatore che ti entra nel cuore fin da subito.. Ma poi più nulla, non potevo più seguirti in nessun modo, fino al 2010 quando lessi che i Lakers avevano battuto i rivali di sempre ed erano diventati campioni NBA.. Ma nei Lakers gioca Bryant giusto? Quel ragazzo che tanto mi aveva colpito.. Allora una corsa continua a recuperare tutto quello che mi ero perso di te, statistiche, video, curiosità.. fino al 2012 quando finalmente ebbi l’occasione per poterti ammirare, di nuovo le olimpiadi, di nuovo Kobe, di nuovo amore

e che partita quella finale.. 

Conoscevo davvero poco di basket, di altri giocatori, ma conoscevo tutto su di te, non mi sbagliavo quattro anni prima, eri davvero il mio giocatore preferito

E non sapevo ancora, che, col passare degli anni, ti potessi ammirare tanto, non solo come giocatore ma anche come persona straordinaria, ricca di insegnamenti per tutti noi, non solo nello sport ma nella vita di tutti i giorni 

Ora sono qui a ricordarti, con le lacrime e un paio di pantaloncini dei Lakers in mano, comprati nel 2012, io, “quelli di Kobe”, mio fratello, “quelli di James”, quei pantaloncini che sono l’inizio della nostra passione per L’NBA, un’amore nato grazie a te, e di questo te ne sarò sempre grato 🙏🏻

Ti devo dire una cosa però; oltre a te ho un altro idolo sportivo, si chiama Del Piero ed è Juventino, come me, e se c’è una cosa che ho sempre odiato di te, questa è la tua fede calcistica, ma a pensarci bene, chissene frega, nel braccio destro abbiamo tutti e due sangue viola e oro e questo ci legherà per sempre 💛💜

Ora devo salutarti, per sempre, ma tranquillo, rimarrai per sempre nel mio e nei nostri cuori, e anche in questo sei riuscito a vincere..

Riposa in pace leggenda, e con te, Gigi e tutte le persone presenti su quel maledetto elicottero.

Mirko, un tuo ammiratore 

1978 – ∞

Giona Vioto

È assurdo… Non mi ricordo quando mai ti ho esaltato, quando mai sei stato, nei miei pensieri e nelle mie parole, il migliore di tutti…

Non sei il motivo per cui mi sono innamorato del basket, lo è Ginobili. 

Non sei il giocatore con la tecnica e le movenze più affascinanti che conosca, lo è McGrady.

Non sei colui il cui cognome è scritto sulla mia schiena quando vado al campetto, lo è Harden.
Non sei colui che ritengo il più forte di tutti i tempi, lo è Jordan
Quando andavo a scuola, passavo pomeriggi a guardarmi le migliori giocate in NBA, e nelle tue (seppur bellissime) non ci trovavo nulla di sovrumano.

Non ti ho mai messo al primo posto, anche se (parlando in termini patriottici) sei il più legato al mio paese… eppure, la sera del 26 gennaio ho pianto come un bambino.

Quando ho letto per la prima volta dell’incidente non ci credevo… Ho guardato e riguardato pagine e social diversi, ma la notizia era sempre la stessa. Ho pianto, incredulo, senza riuscire a fermarmi.

E così ho passato giorni, nei momenti liberi, a riguardare gli stessi video e foto che guardavo da quattordicenne, video di ciò che sei stato dentro e fuori dal campo, e ho notato ogni volta una cosa affascinante: la tua espressione. 

Non so per quale motivo ma mi dava un senso di pace, serenità. Non ho mai visto una tua foto senza il tuo sorriso, e quando questo non c’era vi ritrovavo una determinazione disarmante, ma pacifica, non lasciava trasparire il minimo senso di rabbia e rancore, come se tu avessi tutto il mondo ai tuoi piedi.

E così ho capito, che cosa sei per me. Tu senza volerlo per tutti questi anni mi hai trasmesso tranquillità, voglia di fare, di arrivare all’obiettivo e tanta, ma tanta voglia di amare.

Tu senza che né io né te lo sapessimo, sei stato un maestro di vita, e se per tutti tu eri un idolo, io preferisco la parola amico.

Tu sei una persona che fa innamorare della vita, non solo del basket. 

Tu sei una persona che ha tecnica e movenze per affrontare qualsiasi situazione. 

Tu sei una persona il cui cognome mi renderebbe fiero di averlo stampato sulla schiena tutti i giorni. 

Tu sei il più grande eroe della mia generazione, e di chissà quante altre.

Tu sei mio amico, sei amico di chiunque guardando il tuo viso sereno che non invecchia mai ha pensato almeno una volta dopo una giocata perfetta “Grazie Kobe”.

5… 4… 3… 2… 1…

Palla nelle nostre mani.. Non ti dimenticheremo MAI

Grazie Kobe

Nicolo Lapi

Non sono molto bravo con le parole e mi è impossibile spiegare il dolore e l’infinità tristezza che ho provato per la morte del mio più grande idolo d’infanzia. Così ho deciso di omaggiarlo con questo piccolo tributo che volevo condividere con voi. 

Riposa in pace Mamba!! #8#24

Danilo Marano

IMPROVE THE WORLD

Succede ogni volta che, entrando in aula, conosco una nuova classe, nuovi ragazzi e ragazze. Si parla della Bellezza della Scuola, regno di Libertà e di Fiducia, poi, immancabilmente, arriva la domanda.

“Ma quanto è alto, prof?”

Un sorriso rivela quanto mi aspettassi quella domanda, poi la solita risposta.

“Quanto Michael e Kobe”.

Gli occhi di alcuni brillano, rivelando una passione comune che sarà poi centro di quotidiani confronti (secondo lei come sceglieranno Giannis e Lebron all’All Star Game, prof?), altri invece inarcano le sopracciglia in una richiesta inespressa.

E allora mi tocca parlare di Loro. “Padre” e “Figlio” nella mia visione cestistica, il secondo che ha cercato di imitare movimenti, stile e risultati del più grande. Diventando, semplicemente, il giocatore più elegante ad aver calcato il parquet. Il più elegante e il più innamorato della pallacanestro. Tanto innamorato da dedicarle la sua vita, andando oltre il “non posso farcela” sino a un “ce la farò” che sa tanto di “DEVO farcela”.

Kobe ha capito che la vita di ognuno è un inno agli altri, un invito a guardare e a ispirarsi, a prendere un modello che sia sempre un gradino più in su, e a salire con quella figura a guidare l’andatura, diventando noi stessi riferimento per chi ci guarda. Siamo tutti modello di qualcuno, che sia un figlio, un familiare, uno studente, un amico. Non dovremmo mai dimenticarcelo, nemmeno per un attimo. Kobe ha interpretato questo credo al meglio, rendendo anche il suo addio alla pallacanestro giocata un atto di amore verso chi ama il Gioco, portando istantaneamente i limiti di ognuno di noi un po’ più in là, donandoci la convinzione di poter, tramite lui, con lui a nostro modello, riuscire in ciò che ritenevamo impossibile, fare ciò che pensavamo irraggiungibile.

Si chiama migliorare il mondo. Kobe l’ha fatto, a livelli da Oscar. Sta a noi portarlo agli altri che verranno. Perché Kobe è in ognuno di noi. Anche senza avere un canestro davanti agli occhi. Basta crederci.

5…4…3…2…1. Ad maiora, semper.

Legends never die.

Grazie, Kobe.

Ciao, GiGi.

Antonio Marrese 

Chatèlet, Parigi, cammino osservando la mostra fotografica in onore di Tony Parker, vedo le facce di tanti campioni incontrati da Tony nella sua carriera, nella mia testa non attendevo che vederne una in particolare e d’improvviso, un brivido lungo la schiena. 💜💛

Raffaele Scuotto

Stairway to heaven, Kobe.

Testa alta, sguardo solito, si appresta a varcare la soglia del paradiso un omone, accompagnato dalla piccola figlioletta. Subito venne riconosciuto e la prima cosa che fece fu chiedere dove potesse trovare una palestra per potersi allenare insieme alla piccola GiGi.

Un uomo si fa avanti e lo accompagna in palestra. Kobe lo conosce, sa bene chi è. Len Bias. Prima di iniziare l’allenamento i due si fermano tanto tempo a parlare, ma proprio tanto. Len, pronto a mostrare le sue doti in campo, si mostra scosso, quasi triste, e sussurra con voce sottile a Kobe: “Vorrei tanto averti conosciuto prima Kobe, avere una persona come te al mio fianco mi avrebbe aiutato a non commettere tutti quegli errori, ad essere un uomo migliore, un cestista migliore.”
Palla a Kobe, parte il suo agonismo è il solito, virata, appoggio al canestro 2 punti per il Mamba.
Nel frattempo la notizia dell’arrivo di Kobe gira e si precipitano a dargli il benvenuto Wilt, Drazen, John Havlicek Moses Malone e tanti altri colleghi e non. Tante chiacchiere, i saluti alla piccola Gigi non mancano mai, l’affetto è tantissimo, tanto che persino i Santi si son chiesti se non fosse arrivato qualcuno più amato e venerato di loro.
Improvvisamente si spalancano le porte della palestra. È David, David Stern. Silenzio. Tutti in attesa delle sue parole.
David si guardò bene intorno e chiamò a sé Wilt e Kobe. “Voi siete i capitani”. Team Wilt Vs Team Kobe. Stava per avere inizio il match più bello della storia. Stava per iniziare l’All Star Heaven Game.

Giovanni Mura

Appuntamento fissato da due settimane, il programma era tutt’altro. Purtroppo è cambiato.

Ci sono tatuaggi che non vorresti mai fare, un dolore che non vorresti mai provare. Ma ti porterò sempre con me.

“Ti amerò per sempre”.

Federico Tironi

Troppi pensieri nella testa rischiano di essere tradotti in parole banali.

Per cui riassumo dicendo che sei stato il motivo per cui ho allacciato le scarpe tanti anni fa.

Sei il motivo per cui le allaccio ancora e sei il motivo per cui lo farò fino a che sarò in grado di prendere in mano una palla da basket.

Non c’era invece motivo per salutare tutti così presto..

Una parete in casa sarà sempre t

Luca di Mauro 

Tifoso dei Lakers dai tempi dei mitici scontri Magic-Jabbar-Worthy vs Bird-McHale-Parish, mi sono subito innamorato in senso sportivo di te quando ti ho visto giocare la prima volta a 18 anni.

Ho capito subito che avresti fatto parte della storia del basket mondiale.

Quando sono entrato in macchina quella domenica, non potevo crederci, ho cominciato ad avvertire tutti i miei conoscenti appassionati, anche se continuavo a non credere alle mie orecchie….

Tanti lo hanno già scritto, ma é sempre così strano come si possa essere così tristi per una persona che non si conosce di persona, magari perché si sperava di poterlo ancora vedere almeno una volta.

Questo l’ho comprato nel 2008 nelle Filippine, luogo di altri innamorati del basket.

Giuseppe Merola

Ciao Kobe, volevo dirti semplicemente grazie…

Grazie Kobe per avermi dato la possibilità di innamorarmi del basket.

Grazie Kobe perché anche i movimenti più difficili tu li rendevi facili.

Grazie Kobe perché sei d’ispirazione per tutti gli sportivi, ma soprattutto perché sei un grande uomo.

Grazie Kobe per aver reso il basket uno sport migliore.

Grazie Kobe perché hai regalato l’emozione di vederti realizzare 81 punti in una sola partita.

Grazie Kobe perché non potevo amare idolo migliore di te. Sei un esempio!

Grazie Kobe perché hai regalato al mondo una grande eredità…la mamba mentality.

Grazie Kobe se prima di essere leggenda del basket e dello sport, eri uomo, padre e marito, guardando la tua famiglia con occhi innamorati, con gli occhi di Kobe Bryant.

Arrivederci Kobe perché anche se da questo mondo sei andato via, un giorno presto o tardi che sia, ti rivedrò, che sia da cestista o da coach, per trasmettere la tua passione, la tua mentalità a Gigi la tua piccola eredità sul parquet, e al resto di noi.

Anche via da qui, continuate a far vedere come si gioca a basket, perché sicuramente voi sarete sempre un passo più avanti.

Ti voglio bene, un tuo fan che ha ereditato un piccolo soprannome da bambino dedicato a te

Davide Giuseppe Ferrara

Tra tutte, questa è la tua frase che mi ha ispirato più di qualsiasi altra.

Credere in sé stessi, anche contro le avversità. Soprattutto contro i dubbi e le critiche degli altri. Quella fiducia in sé stessi, un’autostima che si spinge quasi al confine con l’arroganza, che però ti permette di andare avanti per la tua strada nella vita. Facendo qualsiasi cosa ti piaccia fare, al massimo delle tue possibilità. Come per esempio giocare a basket, a qualsiasi livello, da tanti e per molti altri ancora spero. Questa mentalità io la ho da diverso tempo e il merito è stato in buona parte tuo: che per me sei stato il primo idolo con Shaq e poi ovviamente di Lebron, che è il tuo degno erede.
La tristezza non è ancora passata, non so quando passerà. L’unica cosa certa è che nel mio piccolo, continuerò a seguire questo motto come ho fatto fino adesso, nella vita come nel basket. Non ti ho mai incontrato di persona, ma ho visto tante di quelle tue partite, tante di quelle interviste e di quei documentari su di te che mi sembra di aver perso un parente. So a memoria tantissime tue statistiche e mi ricordo persino i commenti dei telecronisti su alcune delle tue azioni più belle. Questo perché per me eri un idolo, e anche se potrà sembrare stupido mentre scrivo queste parole mi viene da piangere
😢 E pure tra 30 anni mi verrà da piangere parlando a chiunque del LEGGENDARIO KOBE BRYANT.❤️
Avrai sempre un posto speciale nella mia mente, come in quella di altre milioni di persone.
BLACK MAMBA
❤️

Andrea Santillo

Ciao Kobe,

Me devi perdonare se ci ho messo un po’ a buttare giù du righe per te, ma io sta cosa che non ci sei più non riesco proprio ad accettarla.

La prima volta che ho visto il tuo nome su na canotta avevo circa 7 anni. Ero giù pe strada, e il mio amico Matteo tirava la palla a canestro, uno di quelli “portatili” presi da Dechatlon, davanti al garage e indossava la tua numero 8, gialla e viola, bellissima. Avevo iniziato n’anno prima a Giocare allo sport più bello del mondo. Quello che tu hai amato e che amo io. So sincero, non sapevo ancora chi fossi, giocavo a basket con gli amichetti ma non è che già guardavo le partite e quindi per me esisteva solo Jordan, perché ovviamente papà di lui mi parlava. Così quando la sera so rientrato a casa ho chiesto a papà di te, e li ho visto il tuo primo video di highlights su internet.

E via… da quel momento il basket per me sei diventato TU.

Ogni terzo tempo tentato ero te.

Ogni tiro tentato ero te.

Ogni palla recuperata ero te.

Ogni assist.. no quelli no xD

Ogni fottuta palla in mano era un: “KOBE KOBE KOBE KOBE”.

Mo si, mo capivo perché Matteo aveva quel fottuto sorriso stampato in faccia quando aveva la Tua canotta addosso.

L’amore per il gioco si è consolidato nel tempo e, nei successivi 15 anni della mia vita, ho avuto la palla a spicchi nelle mani e KOBE BRYANT nella testa. E quindi si, ho amato il gioco e ho amato TE. 

Crescendo ovviamente ho iniziato ad apprezzare non solo il tuo gioco, ma gli stimoli che trasmettivi. Quella tua ossessione per ciò che facevi è stata e sarà stimolo per milioni di ragazzi dentro e fuori dal campo. Un lascito molto più grande di ciò che hai fatto sul parquet. 

Magari avessi avuto io quella determinazione da piccolo. Non è da tutti KÒ, uno ce può pure prova a svegliasse alle 5 pe fa na corsetta la mattina, ma la realtà è che dentro devi avere qualcosa di speciale e qualcosa in PIÙ rispetto gli altri. E tu stanne certo ce l’avevi. Sta cazzo di MAMBA MENTALITY. Sei riuscito a da un nome ad un atteggiamento che ormai si utilizza in tutto il mondo. Lo dovrebbero inserì nel vocabolario e studiarlo a scuola.

Sia Tu che il Basket avete accompagnato praticamente tutta la mia vita. Purtroppo delle gambe malconce e il lavoro m’hanno allontanato del campo. Ma come ho 10 minuti liberi stai certo che mi sparo tutti gli highlights della notte. E fino al giorno del tuo ritiro non ne perdevo una dei Lakers. 

“Chissà Kobe che ha combianato stanotte”.

Era come chiedersi cosa avesse combinato un tuo amico la sera prima. Te volevo proprio bene cazzo. 

Il giorno che te sei ritirato dal campo avevo la tua canotta, alla fine me la so presa anche io la numero 8 bellissima che aveva Matteo, e alle 4:30 del mattino mentre dicevi addio al gioco che amavamo entrambi, io tra le lacrime avevo il sorriso stampato in faccia. Sorridevo perché ti ero GRATO di tante cose e ero contento perché di te non mi ero perso niente.

GRAZIE BRO.

Domenica sera non è andata così però. Alla prima notizia ovviamente non ho voluto dar retta e sono uscito con degli amici. Non ero in me però, avevo proprio paura fosse vero. Rientrato a casa mi fermo sul divano.

Silenzio, su Sky parlano di te e dopo 10 min che ascolto Flavione omaggiarti scappo in camera. Adesso con la mia ragazza sono a letto e passano il video di DEAR BASKETBALL.

CROLLO. Piango disperato tra le braccia di Alice.

Un idolo, un eroe, un amico, un fratello m’ha abbandonato. Una fottuta nebbia t’ha portato via da tutti noi.

Sai che è successo dopo?

Ho guardato Alice e singhiozzando gli ho detto:

“Amo voglio torna a gioca, lo devo fa per Kobe”

Te rendi conto? Cazzo nel momento in cui te ne sei andato sei comunque riuscito ad ispirarmi. Un altra volta. E chissà quante altre persone in quel momento hanno provato una necessità di dare il massimo nella vita come ci hai insegnato tu.

Sei una LEGGENDA. Vivrai per sempre in me e in tutti noi. Non vedo l’ora un giorno di parlare di Te ai miei figli speranzoso che possano loro apprendere i tuoi valori.

Ti abbraccio forte, e ancora di più abbraccio tua figlia Gigi. Chissà quanto ancora dovevi e dovevate dare a sto mondo.

Ah, lunedì sera mi sono visto con il mio amico Matteo, con le tue canotte indosso e sullo schermo la tua storica ultima prestazione allo Staples abbiamo brindato al nostro eroe, al nostro amico comune.

Ciao MAMBA. Ciao amico mio.

Grazie di tutto.

Andrea.

Dario D’Angelo

Dopo il turbinio di emozioni dovuto alla recente tragedia che continua, comunque, a lacerarmi il cuore, sento il bisogno di dire giusto due, massimo tre parole.

Ovviamente la sera in cui Kobe ha deciso di volare sui campetti al di là delle nuvole è stata un continuo navigare tra mille notizie, aggiornamenti, certezze e poi speranze, speranze e poi certezze. 

Fino alla tremenda conferma.

Ho spulciato ovunque sul web, sui social, ovunque, la sera stessa nella speranza che fosse tutto uno scherzo, la solita fake news e nei giorni seguenti fino ad oggi per leggere, ricordare e condividere con chi come me ha perso più di un semplice cestista.

Mi sono imbattuto in pagine nate 20 minuti dopo la morte, in pagine che promuovono gadget commemorativi, pagine di rappresentanza di Kobe uomo, Kobe giocatore, Kobe personaggio tv.

Tutte nate il giorno stesso. 

La sera stessa. 

Qualcuna il giorno dopo.

Proprio pochi istanti fa ho terminato un’agghiacciante conversazione contro una pagina nata 10 minuti dopo la notizia, pagina che si erge come “tramandatrice” della Mamba Mentality. 

Guarda caso, ne sentono il bisogno adesso. 

Guarda caso, nel modo più congeniale agli sciacalli per elemosinare like.

Scorro, nervosamente, fino ad incrociare un post di questa pagina. 

E allora mi viene in mente il perchè prima della mia iscrizione e poi della mia frequentazione.

Perchè Overtime! non è una semplice pagina Fb, non è un’accozzaglia di post, statistiche, non è alla continua ricerca di consensi, di vetrine e abbellimenti sterili. 

Non è speculazione, non è fama né gloria.

È, semplicemente, una FAMIGLIA. 

Perchè in famiglia si condividono sorrisi, gioie, dolori, ci si confronta di continuo e sempre con il rispetto del pensiero altrui.

La mia stima era già tanta ed in questi giorni per me siete stati una terapia, perchè oltre all’altissimo tasso tecnico e di conoscenza che rende il confronto costruttivo ed una goduria per gli appassionati come me, di elevato c’è soprattutto il contenuto ed il valore umano.

Perchè dove c’è spessore umano, è inevitabile ci sia tantissima qualità.

Grazie, di cuore a Luca Mazzella ed i moderatori tutti.

Un vostro fan ancora più accanito.

Dario❤️

Felice Caporaso

Cara piccola Capri,

Oggi è il mio compleanno ma è da stamattina che non riesco a far altro che pensare alla famiglia Bryant, in particolare modo a te, a te che sei la piccolina di casa Bryant e che purtroppo sarai l’unica a non avere un ricordo del tuo caro papà… Ma non preoccuparti di questo: tuo padre ha lasciato un’eredità che resterà immortale nei secoli, ha insegnato a migliaia, milioni di persone cosa significa combattere,lottare, vincere, andare oltre i propri limiti, fissare l’asticella sempre più in alto, essere in competizione sempre e comunque. Ci ha insegnato che è possibile fare 81 punti in una gara, che si può arrivare a fine terzo quarto ad aver segnato più punti di tutti avversari insieme, che si possono segnare 60 punti anche in condizioni fisiche impossibili, che si può vincere il quinto titolo e piangere come un bambino, che ci si può allenare sempre di più, che l’etica del lavoro e il rispetto per lo sport sono determinanti.Avrai sicuramente la possibilità di vedere tanti video, tante immagini che ti racconteranno di quanto Kobe Bryant sia stato un giocatore incredibile, uno dei più grandi della storia. Ma io ti do un altro consiglio: appena ne avrai le capacità, leggi leggi e leggi più che puoi! Leggi i libri che hanno scritto su di lui, sull’uomo Kobe,i post e l’affetto che tanta gente piena di shock e dolore ha riversato sui social da tutto il mondo, e scoprirai che il Kobe Bryant giocatore nonostante sia stato uno dei più grandi di tutti i tempi, non è che solo una piccola parte dell’immenso persona che è stata tuo padre. Se mai ne avessimo avuto bisogno, in questi tristi giorni ne abbiamo avuto dimostrazione! Perché Kobe ha lasciato un vuoto immenso a 360 gradi e l’impressione e’ che stavamo solo scalfendo la superficie di quello che sarebbe potuto essere. Lo so, tutto questo non ti ridarà tuo padre ma almeno potrai consolarti sapendo che Il tuo papà e’ stato amato e sempre lo sarà da milioni di persone.

Un abbraccio forte

Orazio Patti

Sono cresciuto sotto la giurisdizione di Michael Jordan,con le battaglie contro Huta e Seattle,non ho vissuto il dominio di Kobe i suoi 80 punti,le sue imprese in generale,non ho mai comprato una sua maglia o un paio delle sue scarpe,in quel periodo non seguivo propio il basket mediatico,in generale ero puntato sulla mia persona come giocatore,da un paio di anni mi sono riavvicinato alla NBA,e nell’ultimo anno,sarà stato lo spirito paterno che cresce in ognuno di noi ma amavo vedere quel padre con sua figlia legati oltre all’amore che ci può essere fra due familiari all’amore reciproco per il Basket.

Quando ho saputo dell’incidente,la prima cosa che ho pensato è stato a sua figlia,speravo non fosse con lui,ma era inevitabile …..

Che tristezza ragazzi,che tristezza.

Lorenc Dardha

Che dire, sei stato un idolo per me,per generazioni di ragazzi,sei stato una leggenda del basket. 

Sei stato uno dei primi cestisti che ho conosciuto,insomma,chiedi a chiunque ragazzino di dirgli il none di qualche cestista famoso,ti dirà di sicuro Micheal Jordan e Kobe Bryant.

Oggi è uno di quei giorni che rimarrà nella storia,la leggenda dopo 20 anni se ne va.

Terzo miglior marcatore del NBA.

E non sto qui a elencare le tue imprese titaniche, anche perché in parte non lo so, ma sono davvero tante.

Sei stato una di quelle persone che mi ha fatto appassionare alla pallacanestro,assieme ai miei amici conosciuti al campetto.

Sei una leggenda del basket,te ne vai da vero campione quale sei,ho cercato di omaggiarti come meglio potevo e mettere questa foto,con il simbolo della L.A e la tua canotta mi sembrava il massimo che potevo fare.

Il massimo,proprio quello che tu hai dato in ogni tua partita,proprio tu,ti sei fatto valere,hai fatto capire al mondo,che tu sei una fottutissima leggenda.

La passione,la passione che tu mi hai dato,che hai dato alla pallacanestro è qualcosa di davvero incredibile.

Oggi te ne vai,eh si sono triste,come tutti dal tronde,ma sappi che potrai andartene dall’NBA ma di sicuro non te ne puoi andare dal mio cuore e da quello di tutti coloro che giocano a basket o amano questo sport.

Grazie mille kobe. Hai dato davvero il meglio di te,dire grazie è riduttivo,per ringraziarti davvero dovremmo fare film su film su documentari su libri su tuttooo. 

Grazie Kobe Bryant, grazie leggenda.

Tutto questo l”ho scritto in quella maledetta notte…:Oggi a distanza di 4 anni non è cambiato il mio pensiero. Kobe é e resta una leggenda,lo è stato per me lo è per molti ma ora non è più tra noi…a dire queste parole sto tremando.

Se ne va un mentore,un leader ,un genio, un dio,il black mamba. Fin da piccolo hai influenzato molto di me,poi crescendo approfondii molto la tua vita.

Mi colpisce il fatto di quanto tu fossi maniacale nei tuoi allenamenti, volevi essere perfetto e beh, per me lo sei stato.

Mi colpii la storia di quando ti edi fatto male,non mi ricordo cosa ti eri rotto ma ricordo che ti portarono in ospedale ad La e l’indomani non ti trovarono sul letto.

Andarono tutti in para,quando poi arrivò il tuo allenatore si scoprì il mistero,eri a tirare.

Cioè a tirare,cioè di cosa stiamo parlando,sono sicuro che avresti fatto lo stesso se fossi scampato a questo maledetto incidente. E ora ci guardi da lassù e so che ci vedi e che vegli su di noi,assieme a tutti gli altri.

Oggi se né và una piccola parte di me,che però si avvicina ancor più a me,si perché non ti dimenticheremo mai,porterò sempre la tua canotta con onore e orgoglio (la mia prima canotta e la mia preferita) mi spronerò sempre a dare il meglio di me,come tu hai fatto con te stesso.

Vivrai per sempre nei miei ricordi,nei nostri cuori.

Non ti dimenticherò mai kobe.

Sei stato uno dei miei idoli,mi hai cambiato in meglio,sei d’esempio per tutte le future generazioni.

Sei una leggenda.

Grazie di tutto kobe.

Grazie di tutto,davvero.❤

Detto tutto ciò questo disegno è il mio ultimo,attualmente,tributo che mi è sembrato doveroso fare. Ci ho messo 5 ore,ero stanco ma ho continuato a pensare che dovevo finirlo,per lui. Anche se non è una bomba ho dato il massimo come il mamba mi ha sempre insegnato.

Giuseppe Gib

Kobe… Eri così forte e determinato che quando ho ricevuto il primo messaggio con la notizia ho pensato “Sarà un errore, in qualunque situazione si trovi, non c’è verso che Kobe non trovi una via d’uscita!”. Tale era la tua aura di invincibilità che avevo dimenticato come fossi umano anche tu.

Ho iniziato a seguire la NBA nel 97, praticamente ho visto tutta la tua carriera. Ti hi visto passare da giovane arrogante a miglior giocatore del mondo fino a leader e veterano, e nel farlo mi hai insegnato, guidato, motivato, aiutato.
Questa è stata la tua grandezza: non solo essere un esempio sul campo (che la maggior parte di noi non può seguire), ma nella vita: determinazione, attenzione ai dettagli, resistenza al dolore, superamento dei propri limiti e alla fine condividere la propria esperienza e passare la torcia.

Non so neanche da dove iniziare per contare i momenti:

– gli ASG: nel ’98 in cui andavi 1vs1 contro MJ, nel 2003 a rovinargli la festa, gli Mvp e la stoppata su LBJ

– il 3-peat e le facce di Kings e Spurs nei playoffs quando non avevano risposte alle tue esplosioni

– i 9 quarantelli di fila quando Shaq era fuori

– i canestri vincenti: Portland dall’angolo, Miami di tabella, Toronto in schiacciata, Phoenix nei playoffs tra i miei preferiti

– gli 81 ai Raptors, che pensavo fossero un errore di stampa

– le olimpiadi da leader

– i titoli senza Shaq (finalmente!)

– i tiri liberi col tendine andato, Mamba puro

– il ritorno dall’infortunio e la chiusura con i 60 ai Jazz, solo tu potevi

Potrei fare una lista lunga il doppio!

Tante volte per come ci hai abituati aprivo le notizie non chiedendomi “vediamo cosa succede in NBA” ma “cosa avrà fatto Kobe nella notte?”.

Ti vedevo, dopo il ritiro, ancora pieno di vita, di creatività, pieno di cose da fare, saggio, felice, perfettamente realizzato con la tua famiglia e i tuoi nuovi progetti. Non avrei mai potuto immaginare…E a rendere tutto peggiore, Gianna…Dopo giorni, mi arrendo e accetto che tutto questo non ha senso.

Non ci resta che ringraziarti e onorare la tua memoria portando avanti la Mamba Mentality. Nessuno tra chi ti ha visto potrà mai dimenticare.

Grazie e riposa in pace con Gianna.

Michele De Santis

cercherò di essere breve nel condividere un mio pensiero su Kobe Bryant, anche perchè si è detto tanto e la sua scomparsa è devastante per tutti gli amanti dello sport, del basket infinitamente di più.

Quello che mi viene prima di ogni cosa in mente, pensando a Kobe, è la competitività. Forse ribadisco una ovvietà, ma Kobe è stato da sempre estremamente competitivo e, per quello che mi è arrivato negli anni, soprattutto con se stesso. Ciò che ho sempre ammirato di lui, inoltre, è la correttezza. Kobe ha sempre lavorato sodo e giocato rispettando alla perfezione i fondamentali del gioco. Kobe Bryant ha sempre giocato al limite, forzato, ma sempre giocando nel massimo rispetto delle regole. Credo non abbia mai fatto passi, neanche in contesto FIBA (al di là che glieli fischiassero visto lo status). E poi ha onorato il gioco fino alla fine. Penso a diversi episodi ma tre, in particolare, ho sempre in mente:
1) la finale contro i Pistons del 2004 in cui Kobe, nonostante i problemi giudiziari dell’epoca, ha dato il sangue contro una squadra operaia, riuscendo a strappare i supplementari in gara 2 con una tripla epica. In quella Finale, nonostante avesse come compagni diversi Hall of Famers in cerca di anello, è stato l’unico a lottare fino alla fine.
2) l’All Star game del 2003, quello dell’addio definitivo di His Airness, nel quale ha onorato MJ andando a lottare per la vittoria fino alla fine (con un fallo subito su un tiro da 3). Leggendario.
3) la partita di addio. Ha concluso con 60 punti. Sudati, meritati e dimostrando tutto il suo repertorio. Un cameo per i posteri e per quanti negli anni avranno modo di conoscerlo anche solo guardando gli highlighs.

La frase “se non credi in te stesso chi ci crederà” ha segnato una generazione.

Grazie Kobe!!! Una grande preghiera per la tua famiglia e la tua Gianna salita in cielo con te

Sebastiano Melintenda

Domenica sera, è una domenica come le altre…

Sono dal mio migliore amico, in programma c’è Napoli-Juve…sono passate le 20:00, scrollo facebook con noia in attesa di una pizza quando appare la notizia in pagina “Kobe è morto in un incidente in elicottero”…

Il cuore si ferma, lo sguardo impietrisce…il mio amico mi guarda ma io riesco solo a dire “Kobe è morto”.

I minuti seguenti sono frenetici e pieni di paura, all’improvviso tutto il programma della serata va a p*****e, nessuno dei due riesce a spiccicare parola, cerchiamo solo notizie e smentite, perché non riusciamo a crederci…purtroppo di smentite nemmeno l’ombra, anzi, iniziano ad arrivare fin troppe conferme…
La tv nel frattempo si sposta su SkyTg24, e iniziano a scorrere le immagini del Mamba, e allora non ce la facciamo più…lacrime, su lacrime…il mio amico, più grande di me, mi dice “Per me lui è il numero 8”, io gli rispondo “L’ho amato col 24”…
Siamo a giovedì, sono passati 4 giorni, ma io continuo a sentirmi vuoto, un vuoto lancinante che mi spezza il cuore ogni volta..perché Kobe trascende il basket, Kobe è l’eroe che vorrei essere, quello che in ogni c***o di momento focalizzo quando so di dovere superare ogni limite che la mia indolenza mi fa scattare…
Per me, da 4 giorni, è morto un pezzo di me… Perché in fondo, ognuno di noi, vuole essere Kobe Bryant.
Il mio prossimo tatuaggio sara per lui, perché non riesco ad accettare di non poterlo più vedere…un mamba intorno al Larry O’Brian Trophy, e due numeri, 8 e 24…i numeri di un amore che adesso non c’è più, e fa male…
Cazzo se fa male. (Scusate, questa non al censuro).
Ciao Mamba,
Always with me.
Seby.

Giovanni Cassibba

ASD BASKET COMISO 69

IDEAL GELA 68

Vittoria ! (Dopo due overtime)

Si ma come potete notare dalla foto il cronometro è fermo a 0 secondi, gli avversari sono avanti di un punto, ed io che ingenuamente ho speso un fallo stupido alla fine del 4⁰ quarto, mi ritrovo in lunetta, dopo un rimbalzo che non so nemmeno io come sia riuscito a prenderlo. Spendono un fallo a cronometro quasi fermo, la tensione è lacerante, prima di tirare il tiro libero mi giro verso i miei compagni di squadra, c’è chi è in ginocchio, chi non vuole guardare quei due tiri liberi, chi mi incita dalla panchina e dagli spalti. Effettuo il primo tiro libero la palla prende una parabola esagerata, ma entra delicatamente in fondo al cesto.
Il secondo tiro libero è diverso, le mani tremano ed il pallone pesa quanto una palla medica, tiro ma va solo sul primo ferro. Ci tocca giocare un’altro OT. Ma qui diamo l’anima, riusciamo a soffrire per una partita intera, vincerla era fondamentale, siamo andati oltre i nostri limiti… Poi durante i festeggiamenti succede l’impossibile,ci comunicano che Kobe Bryant è appena morto in un’incidente, increduli cerchiamo di capire se quella era una fake news, non lo è, siamo in lutto, il basket mondiale, il mondo intero lo è. Non dimenticheremo mai questo giorno ! Uno dei piu tristi della nostra vita.
Grazie Kobe 

Umbe Lorenzon

A modo mio.

Domenica sera mi “spaparanzo” sul divano a Napoli-Juve già cominciata.

Apro Facebook sul telefono e vedo la foto di Kobe.

Ennesimo post del sorpasso di LeBron, penso.

Leggo “No. No. No.” ed il resto del post.

Non è vero.

Bufala, chi non l’ha pensato?

Tutto vero, cala il gelo.

Un pò come accadde per Simoncelli, vissuta in diretta e per questo ancora più “potente”, ho avuto quei 10, 15 secondi di smarrimento. Di cervello vuoto.

Passi di news in news, di post in post.

Alla tv confermano poi la notizia.

Tra un mix di occhi lucidi e lacrime, che vorresti non versare, penso “domani lo disegno”.

Come fatto per il Sic.

Come fatto per Senna e Pantani dopo averli “conosciuti”, uno attraverso reperti storici, l’altro avendo avuto la fortuna di vederlo.

Mi metto in mente quello che vorrei uscisse. Kobe in questa posizione con il volto in primo piano di sfondo.

Poi arriva l’altra news.

Non è giusto.

Mi (re)immagino il disegno.

Il giorno dopo, via a scegliere la foto.

Ne trovo una con la bimba in spalle.

Perfetta.

Stampa, prendi misure, tablet davanti e via, si parte.

Gianna ha dei capelli bellissimi.

Tanto belli quanto odiosi da fare, ma trovo una giusta e bella tecnica, e tutto fila via liscio.

Kobe, di profilo è “easy” da realizzare.

Il resto è un “fai andare la mano e calca”.

E’ come l’ho immaginato, è come lo volevo.

Il mio tributo.

Perchè alla fine, diciamocelo, chi più chi meno, si è sentito in dovere di “dare” qualcosa.

E anche se quel vuoto non si riempirà facilmente, forse mai, ci sentiamo un poco più sollevati.

Perchè ho disegnato Kobe che io mi sono appassionato al basket vedendo LeBron!?

Credo sia rinchiuso tutto qui.

L’omaggio, a modo mio.

I campioni di sport, di vita, ti entrano dentro.

E quando se ne vanno, fai tesoro di quello che ti hanno lasciato.

Kobe mi lascia la determinazione del credere in quello che stai facendo.

Ed io, dopo questo piccolo grande disegno, ci credo un pò di più.

Alexandro Franzi

Mia figlia , 10 anni, gioca d quest’anno a basket.. ieri nella sua cameretta ha creato e appeso questo…

Simone Pergola

DEAR KOBE..

Sapevo che avrebbe fatto male la tua scomparsa,ma perché fa così male?!

Non eri un mio familiare, non eri un mio amico.. 

Dopotutto eri solo il giocatore che preferivo rispetto ad altri, o sbaglio?!

ESATTO SBAGLIO,SEI STATO MOLTO DI PIÙ…

Sei stato quel giocatore che mi ha fatto innamorare così tanto della pallacanestro,

che quando feci quel brutto incidente, il mio primo pensiero,fu quello di chiedermi se fossi ritornato o no a giocare a pallacanestro..

Sei stato quel giocatore che mi ha dato la forza di reagire, quando mi dicevano che non avrei avuto la possibilità di ricominciare a fare ciò che amavo..

Sei stato quel giocatore che mi fatto capire che con il sudore e il sacrificio nella vita, si ottiene tutto ciò che si vuole

Sei stato quel giocatore che mi ha insegnato che non bisogna mai accontentarsi,che ci si può sempre migliorare, che vincere è bello e che perdere fa male, ma un po’ meno se dai tutto te stesso..

Ed è proprio questa la foto che voglio condividere..

Di me in un letto d’ospedale,prima di subire 4 operazioni, prima di farmi mettere 110 punti ad operazione, con le previsioni peggiori possibili, ma con una gran voglia di provare a zittire tutti ed un giornalino di Kobe Bryant in mano..

Perché se oggi sto bene, corro, gioco a basket, ed ho bisogno di vedermi le tue migliori giocate per darmi la carica prima di ogni partita,è soltanto grazie a te..

RIMARRAI SEMPRE NEI NOSTRI CUORI 

KOBE BRYANT 24 ⚫️🐍🏀⛹🏻💛👍🏼🙏🏼👆🏻

Isaia Boscato

Ieri hai passato una giornata di merda. Ma veramente di merda.

Non hai dormito, la notte scorsa. Piangevi troppo, non riuscivi a crederci. E quando sei crollato, ti sei risvegliato subito dopo, ancora sfinito, ancora con gli occhi gonfi. Come se anche nel sonno non potessi smettere di piangere.

Hai lavorato, o hai studiato, o sei andato a scuola. Ma mai, neanche per un secondo, sei riuscito a concentrarti in ciò che facevi. Le lacrime continuavano a salire, scendere, e risalire. Ti sei ritrovato a singhiozzare in bagno, in ufficio, in camera, sul divano, senza mai capire perché, come, cosa fosse successo.

Sei andato a giocare a basket. Un allenamento, una amichevole, due tiri in solitaria. Dedicargli un canestro, un rimbalzo, un fade away, dicendo “Kobe!”, come già facevi prima. Donare a lui qualcosa di insignificante, perché è tutto quello che avevi da offrirgli.

Niente, assolutamente niente poteva tirarti su. Hai passato ore a guardare interviste, tweet, vecchie partite, cerimonie, video, post, dediche. Tutto. Volevi smettere, perché ti causava troppo dolore. Ma era impossibile. La tua testa, il tuo cuore ed il cervello non vedevano altro.

Ogni azione compiuta sembrava irrispettosa. Ogni secondo buttato a fissare il vuoto era irrispettoso. Nessuna parola, nessun montaggio strappalacrime, nessuna dedica, nessuna idea era abbastanza. Qualsiasi cosa facessi, non era grande a sufficienza per omaggiare il Mamba.

Ti sei incazzato ieri. Oh, sì. Incazzato con il mondo, con gli elicotteri, con Dio. Incazzato con quei maledetti giornali italiani, che fosse per te daresti fuoco a tutti. Incazzato con tutti quelli che, vicino a te, proseguivano con le loro vite, come niente fosse. Come se non fosse successo nulla. Come se non fosse appena morta la personificazione dei tuoi sogni.

Ieri è stato il tuo primo giorno senza Kobe. Un giorno di merda.

Ma anche in quel giorno di merda, qualcosa ti ha colpito. Non ti ha reso felice, certo, perché per molto tempo non potrai più guardarti allo specchio e dirti che sei felice. Però qualcosa di straordinario è ugualmente successo. Di fronte alla morte, a cui non ancora non vuoi del tutto credere, del tuo idolo, di una di quelle persone che credevi immortali, non sei solo.

NON.

SEI.

SOLO.

Ieri hai letto decine, centinaia, migliaia di testimonianze di persone come te. Persone in lutto. E le hai sentite lì con te, come mai avresti creduto possibile. Senza neppure conoscere i loro volti, hai capito ogni loro parola, ogni loro sentimento.

Per una volta, nessuna discussione sul più forte della storia. Nessuna manifestazione di odio per un giocatore di oggi. Nessun insulto agli altri che tifano colori diversi dal tuo o che la pensano diversamente da te.

Per una volta, sei un tutt’uno con milioni di altre persone. Hai condiviso il loro dolore. Come se fosse tutta una grande preghiera, un coro di “MVP! MVP!” talmente forte da arrivare fin lassù. Hai sentito l’abbraccio di chi, come te, sta soffrendo. E solo soffrendo insieme si può, piano piano, risalire.

A te che leggi queste righe, non sei solo.

E grazie.

Oggi è il mio secondo giorno senza Kobe. E se posso pensare di non piangere più, e perché ci siete stati voi, che nemmeno conosco, a farmi compagnia. A farmi sentire parte di una famiglia che non sapevo di avere.

E i fin dei conti, avevamo ragione noi. Il più grande gialloviola di sempre è davvero immortale. Potrà non comparire mai più sui giornali. Potrà non salutare mai più nessuno. Potrà non scrivere mai più frasi di ringraziamento, di sfida, di vita. Eppure siamo a noi a renderlo eterno. Noi che lo portiamo nel cuore. Noi, che ricorderemo per sempre una leggenda straordinaria.

La leggenda di Kobe Bean Bryant.

Pio Possidente

Ma come proprio tu?? Il mio tifoso più grande, non hai scritto due parole per me??

” Eh lo so Bean ma tu la fai troppo facile”..

Mi hai fatto male quando ho letto notizia, un male che non si può spiegare, un senso di angoscia, tristezza e incredulità, come se un pezzo di me sparisse all’improvviso!

Adesso sono io a dirti: Ma come proprio tu? Il mio idolo più grande, mi fai una cosa del genere?

Tu che mi hai fatto innamorare di questo sport in gara 6 contro i Suns, quando feci ritirare Hill dopo due canestri impossibili con tanto di “pacca” a Gentri..

Se ricordi bene dopo la pacca a Gentri tornasti in panchina facendo un gesto.. L’aereoplano.. Si perché tu hai sempre volato, sia per rompere un canestro e sia per farti ammirare dall’alto, si perché tu di umano avevi veramente poco e gli umani non volano!

Come disse Flavio in gara 2 contro Detroit: “Hamilton è convinto di poter marcare Kobe, Superman poi è un’altra cosa”

Già, Superman, il supereroe dei supereroi, l’uomo invincibile. …già, perché tu non hai mai mostrato segni di debolezza, solo gli umani sono fragili, ma tu no, non hai punti deboli, tu sei immortale.. Tu sei il nostro SUPEREROE.

Lo che non te ne sei andato per sempre, sicuramente qualcuno ti ha chiamato per dirti ” Ci sono Wilt e Drazen che ci stanno facendo il culo, vieni e ci pensi tu?”

Si perché tu stai sicuramente allenandoti adesso, per prepararti a sfidare qualche angelo.. con la tua piccola a bordo campo che grida ” Forza Papà vinci che fra un po’ ci penso io”

Già, la tua piccola Gigi con un talento smisurato e un sorriso Immenso forse anche più del tuo talento!

Ecco hai visto? Ci sono riuscito. Tu che ci hai insegnato che nulla è impossibile con il duro lavoro e sacrificio.

Però questa volta non so se ce la posso fare anche se tu mi hai insegnato che non bisogna mai arrendersi.. Ma siccome io sono umano e non sono come te ci vorrà del tempo.. Spero..

Vedi io sono Lebron in questo momento, anzi noi TUTTI siamo Lebron, appoggiati a qualcosa pensando a te.. Tu come sempre, ci sei anche quando non ti vediamo, anche adesso, mentre guardiamo un video, una tua foto o leggendo un messaggio di qualcuno che ha speso un po’ di tempo per te..

Già perché tutti hanno versato almeno una lacrima per te, anche chi non ti conosceva come ti conosco io..

Hai lasciato un vuoto al mondo intero, si perché il loro Supereroe è partito..

Tornerai lo so..

Impara agli angeli quello che ci hai insegnato a noi:

“CHI È AMATO NON CONOSCE MORTE

PERCHÉ L’AMORE È L’IMMORTALITÀ

O MEGLIO, È SOSTANZA DIVINA.

CHI AMA NON CONOSCE MORTE,

PERCHÉ L’AMORE FA RINASCERE VITA

NELLA DIVINITÀ”.

5

4

3

2

1..

Arrivederci mio Eroe, e saluta la piccola mi raccomando. ❤️

Davide Marelli

Kobe Bryant. Legends never die. 24 volte grazie.

1- per lo slam dunk contest vinto da rookie.

2- per i tiri sbagliati ai playoff contro Utah, errori che hanno fatto crescere quell’ossessione per il miglioramento e per la vittoria che ti ha reso immortale

3- per l’alley-oop a Shaq in gara 7 contro i Blazers.
4- per la leggendaria prestazione in gara 4 contro Indiana alle Finals, in cui per la prima volta dimostrasti di essere un fenomeno e un vero leader
5- per i tuoi duelli contro Iverson
6- per il three-peat
7- per i tiri liberi che rovinarono l’ultimo All star game di Jordan nel 2003, un passaggio di consegne perfetto tra His Airness e il suo erede naturale.
8- per la straordinaria reverse dunk contro Denver
9- per la tripla alle Finals 2004 in gara 2 contro una coriacea Detroit che avrebbe vinto il titolo, ponendo fine a quel ciclo vincente dei Lakers
10- per gli 81 punti contro i Raptors
11- per il tiro del pareggio e per il buzzer beater contro i Suns, in gara 4 del primo turno di playoff nel 2006.
12- per la tripla senza senso contro Portland, chiuso nell’angolo da Roy e Aldridge
13- per le 4 partite consecutive oltre i 50 punti nel 2007
14- per il titolo di MVP della regular season 2008
15- per la tripla con fallo nella finale olimpica contro la Spagna
16- per il ritorno alla vittoria e per il primo titolo di MVP delle Finals nel 2009
17- per quando sei stato “da solo sull’isola” in gara 5 delle Finals contro i Celtics
18- per il back to back, sconfiggendo i rivali di sempre di Boston in una finale epica decisa solo in gara 7
19- per la schiacciata su Wallace e Humpries a Brooklyn
20- per i tiri liberi contro gli Warriors con il tendine d’Achille rotto, un elogio alla resilienza che ti ha sempre contraddistinto.
21- per i 60 punti nella tua ultima partita contro i Jazz
22- per la Mamba Mentality
23- per “Dear Basketball…”
24- per essere stato uno dei miei primi idoli di un mondo che non conoscevo a che grazie a te ho amato e amo tutt’ora alla follia.

GRAZIE DI TUTTO KOBE.

Maurizio Marras

Ero restio a scrivere, perché gli sfoggi in pubblico, fosse anche dolore, mi hanno sempre messo a disagio e imbarazzato; però in questi giorni raccontare una storia ha senso dove in altri momenti non ne avrebbe, e quindi eccoci.

Io e mio fratello non abbiamo un buon rapporto, forse sarebbe meglio dire che non lo abbiamo affatto. A legarci c’è sempre stato poco, un poco che col tempo si va sempre più affievolendosi. Lui ora è un calciatore professionista, gioca in serie B. Quel poco che ci unisce di cui sopra è sempre stato appunto lo sport, e la sua carriera è sempre stato per me il legame più grande con lui, il suo modo di approcciarsi allo sport ciò che me lo rende vicino.
Nei nostri dialoghi sporadici, quando vedevo che poteva correre 100 metri e ne faceva 70, quando si tirava un poco indietro, gli mandavo sempre lo stesso video.
Gli chiesi di vederlo, la prima volta, e di assorbire ogni parola, di farle sue, di fare 100 metri e svegliarsi alle 4, ad ogni partita storta, ecco il mantra.

Kobe non è mai stato il mio giocatore preferito, sono cresciuto durante l’epopea spurs, e da sperone ho trovato paternità in TD. Kobe era il nemico; eppure tale non è mai stato, per quanto avessi il cuore i Texas, aspettavo ogni partita sua, perché tutte le volte era la possibilità di un miracolo, era lui il miracolo. Kobe è stata la cosa che più vicina a ciò che sento dello sport, è stato uno specchio, perché sì le vittorie, ma anche no, perché ogni azione, ogni momento in campo, ogni gesto è affinato per ampliare la propria realtà, per lanciarsi un poco oltre, verso l’ignoto, qualcosa che forse ha più a che fare con la mistica che con lo sport normalmente detto. 

Mio fratello ad Agosto ha cambiato squadra: trovando tutti i numeri a lui graditi occupati, ha optato per il 32 (24+8, no?), e ha iniziato il suo nuovo percorso, 100 metri ogni volta, mai 70.

Sono ormai mesi che non ci parliamo più, ci sono cose che creano distanze ben più grandi del sangue, ma sono sicuro che in questi giorni, alla notizia, anche lui abbia pensato ciò che ho pensato io.

Un ultima cosa prima di lasciarci: senza scomodare su questo gruppo studi complicati come la Kabbalah o altro, nella smorfia napoletana il numero 24 rappresenta la Guardia, e non serve altro.

Ciao Kobe, è stato davvero bello.

Tommaso Zanobini

Anche se non abbiamo la stessa visibilità dei campioni nba anche noi abbiamo reso omaggio alla leggenda del black mamba🐍

Dall’ultima categoria degli amatori la polisportiva La Perla di Montecalvoli rende il suo tributo a Kobe🙏🏻❤️

Ci mancherai campione!

Danilo Sabino

Si può avere nostalgia di ciò che non si è mai vissuto? 

È questa la domanda che sta martellando la mia testa in questi giorni.

Tutto ciò non ha senso.

In questi giorni è stato detto di tutto: dai grandi campioni NBA (e non solo) a noi “comuni” fan della palla a spicchi, tutto il mondo (o quasi) ha espresso le sue parole, i suoi sentimenti e le sue emozioni. Sono giorni difficili, giorni duri, giorni bui.
Guarda, vedi cosa hai fatto: hai tracciato un solco indelebile nelle anime della gente, delle persone che ti amavano e di quelle che, sportivamente, ti “odiavano”.
Perché era impossibile davvero odiare Kobe Bryant.

Tutto ciò non ha senso.

Voglio che non passi un giorno senza che la mia mente si fermi sul tuo pensiero.

Voglio migliorare, voglio crescere.

Voglio trovare un senso.

Voglio tornare indietro nel tempo.

Voglio quella maledetta domenica e stracciarla.

Voglio trovare un senso.

Voglio vederti ancora a bordo campo.

Voglio ascoltare i tuoi discorsi, leggere i tuoi tweet.

Voglio trovare un senso.

Ce la faremo, un giorno, lo so. 

Un giorno.

Lo so.

Un giorno, magari sempre una domenica, apriremo un discorso che inizierà così: 

“Ma vi ricordate quando Kobe…”.

E allora sorrideremo, consapevoli che le leggende non muoiono mai.

Ce la faremo, un giorno, lo so.

Troveremo, un senso, un giorno, lo so.

Ma è ancora tutto così nero.

È ancora tutto così insensato.

È ancora tutto così buio, senza te.

Si può avere nostalgia di ciò che non si è mai vissuto? 

È questa la domanda che sta martellando la mia testa in questi giorni. 

Mi rispondo: sì.

Marco Romano

Condivido qui con voi un mio pensiero, una mia dedica e un mio ringraziamento.

Ho iniziato a seguire il basket il giorno del tuo addio. È strano dirlo ma quel giorno mi aveva sorpreso, non avevo mai sentito, provato o ritenuto possibile tutto l’affetto che il mondo ti rivolgeva. Un uomo, uno sportivo di cui avevo vagamente sentito parlare era diventato per un giorno la persona più importante del pianeta. YouTube era letteralmente invaso di video tributo e io non capivo come fosse possibile. Come fa una persona che tira una palla in un canestro essere il tuo idolo, il tuo modello di vita?
“Sì insomma, è un giocatore di basket, la gente alle volte sa essere proprio invasata”, la prima reazione.

Sono partito da lì, da quel dubbio, ho aperto il primo video su YouTube con ancora quello sguardo cinico e…mi è venuta la pelle d’oca: non una singola azione di gioco, nessun gran gesto atletico, solo lui al microfono che parla dello sforzo mentale che ci vuole per diventare grandi. Un monologo di 8 minuti e mezzo sul sacrificio e la testa che ci vogliono per essere la migliore versione di sé stessi.

Le schiacciate e i tiri insensati sono venuti dopo, come conseguenza e in secondo piano rispetto a ciò che la sua sola presenza sapeva trasmettere. E andando avanti ho capito perché la gente lo amava: nessuno voleva essere lui, ma tutti volevano vivere la propria vita con il suo stesso spirito.

Lo sport è una metafora della vita, in cui i grandi gesti vengono esaltati e celebrati, e per questo motivo ci appaiono più importanti dei gesti quotidiani, delle grandi imprese che nel nostro piccolo compiamo nella nostra vita.

Dopo quattro anni da quel giorno posso dirvi questo, Kobe Bryant mi ha insegnato una cosa: ciò di cui andar fieri non è il canestro all’ultimo secondo o il voto alto all’università, ma è la mentalità che si ha nei momenti difficili, durante l’allenamento e durante tutto il corso del propria vita.

Ps. Io continuerò ad allenarmi come uno scemo a provare e riprovare il mio tiro in sospensione a casa, in università e ovunque mi trovi, senza un pallone o un canestro. Non perché mi aspetti un giorno di entrare in NBA, ma perché so che nella vita ciò che ci piace va vissuto con passione e dedizione e questo, caro Kobe, me lo hai insegnato tu.

Alberto Comparini

Caro Kobe,

vivo a Berlino e da circa 15 anni (di anni ne ho quasi 32) la pallacanestro non è più la mia professione o un obiettivo professionale.

Domenica ero arrabbiato per la sconfitta del giorno prima in un campionato tedesco di basket di dubbio valore; le mie gambe, che non funzionano da diversi anni, sabato avevano funzionato meno del solito. Incazzato mi son detto, “domani vado in palestra a lavorare sui miei arti inferiori; così non va bene”.

Mentre stavo facendo la mia inutile sessione di pressa, ho letto dell’incidente. Non saprei, francamente, tradurre in parole quello che ho provato in quel momento – eppure studio letteratura e qualcosa dovrei sapere. E invece, mi ritrovo perso nei miei ricordi e in quello che, inconsapevolmente, mi hai insegnato.

A 18 anni, dopo 4 operazioni alle ginocchia, sono tornato sul campo da basket, giocando in maniera più che decorosa in C2. Sono durato tre anni, prima la testa e poi le gambe hanno iniziato a tradirmi, fino a raggiungere un perenne stato di claudicanza.

A 24 anni, il dr. Martens (sì, proprio lui) mi disse senza mezzi termini: “faccia questi esercizi; ci rivediamo tra qualche mese”. Martens era molto scettico e non capiva la mia ostinazione: “sarebbe importante che lei tornasse a camminare senza zoppicare”. Io volevo giocare a basket, invece. Alla seconda visita di controllo, Martens non credeva ai suoi occhi; qualcosa era successo e ho ricominciato, lentamente, a correre e a saltare.

Tra i 26 e i 29 anni, le mie condizioni di salute sono peggiorate. All’Università di Stanford ancora oggi si chiedono cosa avessi avuto in quel terribile triennio e, soprattutto, perché volessi ostinatamente fare una sola cosa: giocare a pallacanestro.

Esattamente due anni fa sono tornato a Stanford per un convegno e ho rivisto uno dei miei medici: era stupito di vedermi in forma e felice di sapere che avessi ricominciato a giocare a basket. Prima di salutarci, mi chiede, “Senti, devo chiedertelo: ma chi è il tuo giocatore preferito di basket?”. “Che domande, Kobe Bryant”. “Ora capisco perché sei così [ostinato] e perché alla fine sei guarito”.

Per 10′ abbondanti sono rimasto fermo, completamente immobile a fissare lo schermo del mio telefono. Muto e con uno sguardo spento, ho ricominciato ad allenarmi con le lacrime in gola. Stasera ho allenamento (tra 8′ esatti) e nel weekend si gioca nuovamente una terrible partita del campionato tedesco di basket, e ci andrò con la solita cattiveria e ostinazione di sempre.

You’re bigger than basketball.

Grazie di tutto,

Alberto

Dario Lo Monte

Ho cominciato solo da poco più di un anno a seguire il basket. Un anno in cui ho imparato moltissimo, un anno in cui mi sono appassionato, un anno in cui ho letto e ho cominciato a capire la storia di questa immensa lega e di questo fantastico sport. Nella mia vita sono sempre stato appassionato di calcio, però questo sport, il basket, devo dire che spesso ti emoziona in un modo che davvero non si può descrivere e purtroppo non ci sono cresciuto. Sono nato e cresciuto in un paesino però certi nomi, anche se li sentivo solo di sfuggita alla tv, non si potevano dimenticare. Uno che mi è rimasto sempre impresso è stato Kobe Bryant.
Quando per caso a me e mio fratello capitò sotto mano un gioco della nba, per la precisione nba live 05. Beh sceglievamo sempre i Lakers, ovviamente per lui. E poi ogni volta che avevo una pallina di carta in mano, si puntava al cesto ed era sempre un ‘Kobeeee Bryaaaant!’ Una persona che trasudava energia, misticità, semplicemente un titano. ogni volta che lo vedevo in tv lo guardavo con rispetto nonostante non avessi mai seguito il basket. E in quest’ultimo anno ho capito la sua grandezza come giocatore, ma anche come persona leggendo tantissime storie e aneddoti su di lui, della sua eccezionale etica del lavoro e di come stava allenando nei training camp molte star nba. Ed ogni volta che guardavo un match e lo vedevo a bordo campo, con sua figlia, lo ammiravo per il rispetto che tutti in automatico gli portavano. Chiudo semplicemente dicendo che Lebron mi ha convinto a gettarmi in questo fantastico mondo, ma Kobe mi ha fatto versare la prima lacrima. Non so come, non so perché, dato che sono un neofita nel basket, ma è stato come perdere un amico, un fratello. Una tristezza enorme, che tuttora mi sveglia nella notte.
Le leggende non muoiono mai.
Buon viaggio a te e alla tua piccola adorata.

Aviral Facchini

Queste sono semplicissime scarpe con cui lavoro ogni giorno per 9 ore…se c’è una cosa che Kobe ci ha insegnato e di non mollare mai, la “Mamba Mentality” ci insegna che dobbiamo dare sempre il massimo studiando l’avversario, attaccando la preda, non mollando neanche per un secondo. Questi insegnamenti li ho sempre messi in atto a lavoro, e ora più che mai continuerò. È un piccolo gesto questo di scrivere “Mamba4Life” sulle scarpe, però quando sarò stanco e sarò lì per lì per crollare, leggerò queste scritte, e mi darai la carica per non mollare. #Mamba4Life 💜💛

Federico Cristiani

A LOVE SO DEEP: ETICA DELL’AMORE.

Per tanti di noi la canotta #24 purple and gold è stata l’iniziazione al basket, per tutti è stata un simbolo. La nostra generazione ha iniziato a seguirlo, Kobe, quando ancora sapeva soltanto che in questo gioco la palla andava buttata dentro il canestro, e lui era il più bravo a farlo. Siamo cresciuti con Kobe in tv, e mentre ci addentravamo sempre più nel mondo della palla a spicchi abbiamo iniziato anche a capire cosa lo rendesse così speciale. Nelle vittorie, contro Orlando e poi Boston, ma forse ancor più nelle difficoltà degli anni successivi, tra squadre non all’altezza e infortuni, si è piano piano scolpita l’immagine che abbiamo di lui. Killer instinct, determinazione, lavoro, mania della perfezione, ossessione per la vittoria: parole lette e rilette in queste ore. Gli aneddoti sui suoi allenamenti a orari improbabili della notte con tiri presi sempre dalla stessa posizione li conosciamo tutti. Ma non basta: il lavoro da solo, per quanto duro sia, non ti rende Kobe Bryant.
Il Mamba è stato il più grande studioso della pallacanestro: conosceva i movimenti di Iverson come quelli di Spanoulis o di Diana Taurasi. Basket USA o europeo, maschile o femminile: si divorava, insieme ai filmati, tutte queste distinzioni. Quando si ama non si può essere superficiali, e Kobe andava in fondo alle cose della pallacanestro, a ricercare il dettaglio più minuzioso nelle situazioni di gioco. Ripescate su Youtube i video del programma che conduceva dopo il ritiro, “Detail: from the mind of Kobe Bryant”, per capire a che livelli lui leggesse il basket e a che livelli noi non ci capiamo nulla.
Teoria e pratica, dedizione all’allenamento e valore della conoscenza si univano nel giocatore e nell’uomo Kobe, avendo come denominatore comune l’amore per il gioco e per la maglia. “A love so deep i gave you my all, from my mind and body to my spirit and soul”. Ed è per questo che una figura come la sua parlava a tutti e non solo ai cestisti.
La sua eredità più grande non è l’etica del lavoro, ma più in generale l’etica dell’amore. Un tentativo costante e ostinato di essere all’altezza di quel che si ama.
Ti sia lieve la terra, Kobe Bean, e grazie.

Gianluca Masenello

Ciao Kobe,

Ti voglio ringraziare. Solamente ringraziare.

Grazie perché nelle Finals del 2001 assieme a Shaq e The Answer hai fatto scoprire ad un bambino di 10 anni l’NBA, un mondo nuovo dove i supereroi esistevano davvero, indossavano una canotta colorata e facevano cose incredibili.

Grazie perché ci hai fatto capire che si può diventare una Leggenda mondiale partendo dalla provincia italiana, perché sentendoti parlare, scherzare, mandare affanculo Sasha nella nostra lingua l’Nba ci è sembrata più vicina, tangibile, concreta. Eri e rimarrai uno di noi.

Grazie perché sei stato il mio modello sportivo, la Mamba Mentality un mantra a cui tendere: non mollare mai, non accettare il fallimento e la sconfitta, fare di tutto per migliorare, spingendosi oltre quelli che sembrano i nostri limiti. Ma soprattutto credere sempre in sé stessi, perché “se non credi in te stesso, nessun’altro lo farà per te”.

Grazie per quei tiri liberi tirati subito dopo esserti rotto il tendine d’Achille. Ai più quei liberi potevano sembrare machismo insensato, sbruffonaggine. Invece erano resilienza, non piegarsi alla sorte avversa e al dolore. Fa malissimo raga, ve lo assicuro! Quest’estate ho subito lo stesso infortunio, all’improvviso giù a terra, tanto dolore. Ma sono voluto uscire dal campo sulle mie gambe, da solo, trascinando la gamba sinistra. Per imitarti. Per mettere in chiaro sin da subito una cosa, tornerò più forte di prima. Come Kobe.

Grazie per “Dear Basketball”, solo a riguardarlo è impossibile trattenere una lacrima. C’è tutto: l’amore per il basket, ma anche la consapevolezza che è giunta l’ora di doversi congedare come 2 vecchi amici alla fine di un lungo viaggio: “questa stagione è tutto quel che mi rimane da darti… Ma va bene così. Sono pronto a lasciarti andare… sarò sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1.”

Da quando ho ricevuto la notizia che ci avevi lasciato non ci volevo credere, ero sotto shock, incredulo.

Ma come Kobe? Non è possibile. Lui è invincibile.

Poi la consapevolezza, un destino infame ha negato a Te una meritata vecchiaia e a Tua figlia tutte le prospettive che la vita può concedere.

È calato un velo di tristezza, lieve, ma opprimente, che toglie il sorriso.

Per cercare di squarciarlo ho deciso di concludere questa lettera con un ricordo a me molto caro legato a Te: è una foto scattata sulle colline di Los Angeles, una giornata di sole passata in mezzo alla natura, la 24 Hollywood Night sulle spalle, e lo sguardo felice che si perde nella metropoli sottostante, sino ad arrivare allo Staples Center in fondo a sinistra, il Tuo palcoscenico.

Grazie di tutto Kobe

Tuo Gianluca

Stefano Pippo

Ciao a tutti, non scrivo mai, qualche volta commento ma seguo sempre questo gruppo bellissimo, perché pieno di belle teste che scrivono e ci tengono aggiornati su ogni aspetto della palla a spicchi. Grazie Luca Mazzella per aver creato tutto ciò.

Oggi però mi sento in dovere con me stesso di scrivere due righe, per cercare di diminuire ulteriormente la malinconia e questa sensazione di vuoto.

Voglio iniziare dicendo che Kobe NON era il mio giocatore preferito, anzi, amavo alla follia i Celtics di Doc Rivers. Anche se come personaggio lo ho sempre ammirato, quando ha perso ho gioito.

Kobe però era molto più di un semplice campione della NBA, per noi italiani Kobe era uno di noi, parlava la nostra lingua e amava il nostro paese molto più di chi magari ci vive, o che lo governa. Le reazioni che ci sono state in tutto il mondo dimostrano la grandezza dell’uomo, non del giocatore. Dimostrava di essere speciale ogni volta che entrava sul parquet, in ogni intervista, in ogni gesto.

Nonostante io mi sia avvicinato al basket grazie a Lebron, questa perdita mi ha devastato l’anima, non me lo aspettavo, neanche ci pensavo a Kobe durante la quotidianità, ma ora avere la certezza che non lo vedremo mai più a bordo campo, o non sentiremo più la sua voce mi rende triste.

Il 13 aprile 2016 decisi però di rendere omaggio comunque a questo grande campione, rimanendo sveglio fino al mattino per vedere la sua ultima gara, il suo ultimo saluto a quel parquet magico dal quale ha fatto innamorare milioni di persone a questo splendido gioco. Fu una partita incredibile, sembrava un film. Kobe sembrava fuori controllo, tutto mi sarei aspettato tranne una prestazione del genere. Mi ha dato una sensazione di onnipotenza che mai avevo visto prima. La difesa magari all’inizio sarà stata un po’ sottotono, col passare dei minuti, ma soprattutto al crescere dei punti, la difesa ha aumentato i suoi giri, ma ormai era troppo tardi, troppo tardi per fermare “BLACK MAMBA”. Non sembrava essere vero, ma per l’ennesima e ultima volta su un parquet da basket, ci aveva dimostrato che la volontà, la tenacia e l’amore superano qualsiasi tipo di ostacolo. Per questo ti dico grazie Kobe, grazie per l’eredità che ci hai lasciato, grazie per i ricordi e grazie per l’amore che hai dimostrato ogni giorno di più per lo sport, ma sopratutto per gli altri. La disponibilità e la voglia di aiutare i giovani a migliorare il loro gioco, le parole dette in campo e quelle fuori, sempre pronto e disponibile. Le dichiarazioni di affetto, le lacrime e tutte le persone che stai riunendo in tutto il mondo ne sono la dimostrazione.

Mancherai tantissimo in questo mondo Kobe, perché avevi ancora tantissimo da dare al basket, ma sopratutto a noi.

RIP KOBE

RIP GIGI

Mattia Dorian Corradin

Non sono bravo con le parole. Sono piuttosto riservato e manifesto a fatica il dolore. Eppure ne ho sentito tanto, molto più di quello che avrei potuto immaginare per una persona come Kobe. Non sono bravo con le parole, preferisco dare dimostrazione di qualcosa. Questa è la mia dimostrazione di quanto Kobe sia stato importante per me, e non me lo vorrò mai scordare

Luca Speroni

Non avrei mai pensato di dover scrivere di un argomento così doloroso e delicato, perchè alla fine sono cose che nessuno può sapere o prevedere, semplicemente accadono purtroppo.

Il basket non lo seguo da molto (essendo nato nel paese che venera il calcio come una religione e il pallone come un Dio e senza avere appassionati di basket in casa), saranno si e no 6 anni, da quando in casa nostra è entrato il ragazzo di mia sorella che a basket ci gioca più o meno da una vita. Piano piano ho iniziato ad appassionarmi, a guardare video su YouTube dei migliori del gioco, comprando libri per cercare di farmi una “cultura” e i video erano principalmente i tuoi, Kobe. Da quando ho iniziato a seguire questo sport ti ho preso come mio preferito, ho letto il più possibile riguardo la tua vita e studiato il più possibile il tuo gioco, tanto che alla fine mi sembrava di conoscerti da sempre. Poi è arrivato quel maledetto 26 gennaio, un giorno che segnerò su tutti i miei calendari degli anni a venire come giornata di lutto, non dimenticherò mai quella sera; stavo aspettando che arrivasse la cena ordinata con deliveroo e ho aperto instagram per passare il tempo, come faccio distrattamente più volte durante il giorno, e la prima notizia è un “rip Kobe Bryant”, solo che essendo il post di una pagina satirica ed essendo arrivata nel giorno del sorpasso di Lebron nella classifica marcatori penso “che battuta stupida” ma cerco comunque su google per scrupolo: nessuna notizia e quindi mi tranquillizzo. Poco dopo arriva un messaggio su WhatsApp da parte di mio cugino: la notizia di Ansa che riporta la morte di Kobe; cado nello sconforto, scrivo alla mia migliore amica, le dico che sono a pezzi e mi dice che ha appena letto ed è sconvolta, sa che Kobe è un esempio per me e quando esce la notizia di Gigi è lei la prima a dirmelo, nello sconforto..
Domenica se n’è andato un pezzo di me, una persona ancora prima che un giocatore, un uomo, un marito, un padre che ha sempre cercato di dare il meglio di sé, per se stesso e per gli altri e leggendo i vari tributi di giocatori e personaggi nello showbiz ci si rende conto di quanto fosse rispettato e amato, alcuni mi hanno messo dei brividi assurdi, vedasi Melo Bron e Shaq.
La ferita resterà aperta ancora per molto, non so quando mi riprenderò, ma per ora ti saluto e ti ringrazio per tutto quello che hai fatto e per tutto quello che sei stato.

Ciao Kobe, Mamba out

Giuseppe La Gatta

“What’s on your mind?” 

Questa è la frase che mi esce prima di scrivere ogni post. Sì, ho il telefono settato in inglese. But, anyway it’s meaningless.

“Ci sono tante cose nella mia testa”, e la prima sappiamo tutti qual è. “Kobe.”

Da tifoso Celtics, è stata una tragedia quando nel 2016 ha lasciato il basket giocato, e pochi giorni fa, beh, potete immaginare come mi sia sentito.

Smarrito, confuso, a pezzi. Come ogni appassionato di questo meraviglioso sport.
Vorrei peró porvi una domanda. C’ho pensato un po’ prima di scriverla, perchè posso immaginare il controsenso.

Secondo voi, tutta questa “copertura mediatica” in giro per il web per Kobe, puó in qualche modo giovare il nostro sport?

Faccio un esempio, un mio amico oggi m’ha iniziato a parlare di Kobe e di come dopo la sua scomparsa ha iniziato a guardare interviste, ricercare ed ha scoperto che ha giocato anche in Italia, nella sua regione la Calabria, quando era “just a kid”. M’ha detto di aver scoperto una grandissima persona che va oltre allo sport.

Non so, a me piace pensare che la sua grandissima personalità possa far avvicinare più persone ancora al basket e che grazie a lui possa scopire questo meraviglioso sport.

Giuseppe Hitch Militano

Caro Kobe

Ora una lettera te la scrivo io. 

Possibile che la tua arroganza arrivi a questi limiti? Possibile che questo tuo desiderio di acclamazione si spinga a questi livelli?

Lo avevi già fatto, quella lettera, prima del tuo ultimo anno in Nba, quella lettera splendida, grondante di emozione, in cui raccontavi, ti raccontavi, e lasciavi il tuo mondo, lasciando anche Noi. 

Non fare il furbo, sapevi benissimo che ogni franchigia ti avrebbe dedicato un tributo; ogni partita di quel tuo ultimo anno è stato un omaggio alla tua carriera, alla tua persona, ad ogni cazzo di partita la luce era solo per te. Lo sapevi. Lo sapevi benissimo.

Con quella lettera, ci hai pure vinto un Oscar; lo vedi come fai? Non ti bastava commuoverci, tu hai voluto strafare, volevi pure l’Oscar cazzo. E lo hai vinto. Con una lettera. Con delle parole. Tu esageri. Te ne accorgi o no?

Solo che tu non sei mai pago, vuoi sempre di più, ancora. Ancora?

Potevi andartene ad 80 anni. Ti avrebbero ricordato comunque, cazzo.

Pero’ sai cosa? Non avresti attirato il clamore mediatico di adesso:

“All’età di 80 anni ci lascia un grande campione che ha fatto la storia del basket a cavallo del secolo”

…qualche foto, qualche video commemorativo, qualche bella parola…ma solo Noi stronzi cresciuti con te avremmo ricordato con i brividi quello che sei stato; le nuove generazioni ti avrebbero “vissuto” tramite Youtube/Facebook (o qualsiasi altro portale in voga tra 40 anni). 

E a te questa cosa non sarebbe andata giù.

E allora? cosa ti viene in mente di fare? Di andartene adesso. Adesso cazzo.

Adesso che ogni tuo ricordo è vivo. Impresso nelle nostre cazzo di menti. Era l’altro giorno che mi svegliavo la notte per guardarti. Era l’altro giorno che con il viso ricoperto di brufoli ti ho aspettato a Milano per festeggiare la tua impresa allo Slam Dunk Contest. Era l’altro giorno che ho conosciuto tuo Padre (del quale ignoravo l’esistenza) che mi ha cazziato perchè avevo indosso il completo di Jordan e non dei Lakers (mi ha rimproverato davvero). Era l’altro giorno che litigavo con i miei amici su chi fosse il migliore di sempre, e tra quei 2/3 nomi c’eri sempre tu. Era l’altro giorno che mi sono messo a piangere impazzito leggendo “81” sul tabellino di NBA.COM. Era l’altro giorno che guardavo con quale orgoglio seguivi la tua Gigi giocare al gioco più bello del mondo. Era l’altro giorno che Lebron ti supera in punti segnati e tu sei il primo a complimentarsi con lui. Era l’altro giorno che mi hai insegnato che anche questo vuol dire essere campioni. Era l’altro giorno che leggendo le tue gesta mi hai insegnato che il talento non basta, ma che sono il sudore e l’abnegazione a renderti immortale.

Immortale Kobe. Mi hai, cazzo, fatto credere di essere immortale.

Sei contento? Il mondo parla di te. Di Voi. Della tua piccola Amata Gianna. Ancora. Ieri, oggi, e domani ogni cosa avrà il tuo nome, una tua foto, due colori.

Questa non dovevi farmela però. Questa è stata troppo. Lo capisci adesso perchè molti ti “odiavano”? Perchè non sei mai soddisfatto.

Ti Odio anche io oggi.

Ti Odio. Ti Odio perchè un Dio non puo’ morire. Ti Odio perchè mi manchi. Ti Odio perchè è come se il mio migliore Amico non ci fosse più. Ti Odio perchè eri già una leggenda e io, e nessun altro su questo pianeta, ci saremmo meritati una sofferenza così sentita.

Ora probabilmente quell’8 e quel 24 nessuno potrà indossarli più. Sei riuscito anche in questo.

Riesci in tutto. E io non riesco a sopportare che tu non ci sia più invece.

Ciao Mamba, Ciao Gigi…

Nicola Bracci

Il mio memoriale per Kobe Bean Bryant, “The Black Mamba”.

Calabasas è una città nella contea di Los Angeles, situata più precisamente sulle colline a ovest della San Fernando Valley e nelle montagne a nord-ovest di Santa Monica. Non lo sapevo, nessuno lo sa. Per quale strano motivo avrei dovuto saperlo? Sembra una di quelle conoscenze di cui si può tranquillamente fare a meno nella vita. 

È gennaio 2020, per quanto mi riguarda un periodo abbastanza anonimo, di certo non indimenticabile. 

È il 25 gennaio 2020, al Wells Fargo Center di Filadelfia i padroni di casa ospitano i Los Angeles Lakers. Aldilà dell’alto livello di entrambe le squadre in campo e del conseguente spettacolo per chi guarda la partita dal divano di casa, potrebbe sembrare uno dei tanti matches di regular season. 

In realtà non lo è, non del tutto: il signore che porta la maglia gialloviola numero 23, al secolo Lebron Raymone James, è il quarto marcatore di sempre nella storia del basket Nba e si trova a soli 17 punti dal terzo gradino del podio. 

33.626 punti segnati, 17 ancora da segnare. Le premesse per consegnare questa data agli annali ci sono, eccome. La partita termina con una sconfitta degli ospiti, ma le aspettative non vengono deluse: il tabellino dei marcatori, nella casella dedicata a James, segna 29 punti. 

33.655 in carriera, il terzo posto all-time è stato agguantato, il terzo scorer di sempre è stato superato. E non è un nome qualunque, non è un nome che “ah sì, l’ho già sentito” o “non mi è nuovo”. 

È Kobe Bryant. E proprio in quel momento, così iconico per chiunque ami il gioco, accade qualcosa che trascende i confini della prestazione sportiva. La prima, primissima emozione che traspare dal volto sudato del Re – lo si vede – non è la gioia per il traguardo raggiunto ma la riverenza, la gratitudine, l’ammirazione nei confronti di chi su quel gradino c’è stato per tanto tempo, fino a qualche minuto prima. Nei confronti di chi ha reso i colori che indossi un sinonimo di attitudine alla vittoria. Nei confronti di chi è stato così grande, così magico, da farti credere che superarlo non fosse cosa possibile, non fosse cosa pensabile. 

Dall’altro lato la risposta arriva, puntuale: “Continua a far crescere il gioco e vai a prenderti il prossimo.” Una benedizione, una pacca sulla spalla ad un giocatore, ad un uomo, ad un amico, che rispetti per un semplicissimo motivo. 

Lui, esattamente come te, vuole una sola cosa: Vincere. Legend recognizes Legend.

Penso immediatamente che sia uno dei più significativi momenti di sport che io abbia mai vissuto. Due semi-Dei che ti spiegano col linguaggio di un bambino il significato più puro e profondo dello sport e della vita.

La vera grandezza esula da una circostanza, da una prestazione – negativa o positiva che sia- essa è qualcosa di più, di molto di più. È immediata e accecante. La riconosci. 

Penso alle mille discussioni che si fanno tra tifosi su chi sia il migliore di sempre, Jordan, Kobe, Jabbar, Lebron, etc… Penso che di fronte a uomini del genere tutto ciò perda immediatamente di significato, e che la cosa migliore da fare sia esattamente quella che ci insegnano loro: godere della magia dello sport (e non solo dello sport) e delle vicende umane che ne derivano, senza dover necessariamente incasellare tutto, dare un nome a tutto. 

Poco prima di spegnere la Tv, con gli occhi semi-chiusi, sento il telecronista precisare: “E tutto ciò signori, per qualche strano scherzo del destino, accade proprio a Filadelfia: la città in cui Kobe Bryant ha visto la luce.” 

Vedi il destino, a volte…

È il 26 gennaio 2020. È un’anonima domenica invernale, evidentemente destinata a scorrere via come molte altre giornate. Non è un punto di vista negativo-pessimista-lamentoso, è che semplicemente, come dice Pieraccioni: “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono 5 o 6 in tutto, gli altri fanno solo volume.” Va bene, ci sta. 

Il problema è che purtroppo dovrò ricredermi e, con me, tutti coloro che nell’arco della giornata hanno pensato la stessa cosa. 

L’11 settembre 2001 avevo 4 anni compiuti da poco, troppo piccolo per ricordare. Ma so che chiunque fosse in età abbastanza avanzata da comprendere l’accaduto, ad oggi tuttora ricorda esattamente dove si trovasse e che cosa stesse facendo in quel drammatico istante in cui la notizia passò alla Tv. 

È il 26 gennaio, ho appena cenato, sono sul divano di casa a Pesaro. 

Mia madre si lamenta perché non ho aiutato a sparecchiare. “Scusa”. 

Il mio telefono è affianco ai miei piedi appoggiati sul tavolino davanti a me. 

Arriva una notifica da whatsapp, una delle tante che arrivano ogni giorno. 

Con calma e senza affaticarmi troppo mi allungo, prendo il cellulare in mano e do un’occhiata sperando sia qualcosa di interessante.

Sono le 20:45 in punto, e il messaggio è:

“Ragazzi è morto Kobe Bryant”.

Sono cinque parole, tanto basta per gelarmi il sangue in mezzo secondo, un riflesso involontario. 

La prima naturale reazione di autodifesa è quella di credere che si tratti di una bufala, di cattivo gusto, di pessimo gusto, ma pur sempre di una menzogna. Quante volte è successo con personaggi famosi? Su,dai … non può essere che sia vero, è una cazzata.

“Ragazzi Repubblica conferma.” 

“Anche il messaggero”. 

“Su Skysport stanno dando ora la notizia”. 

Nell’arco di pochi minuti si parla soltanto di quello, ogni giornale, ogni testata online parla di quello.

E’ successo veramente? 

Davvero devo crederci? 

Proprio ora?

Si. 

Le ore che seguono sono fatte di confusione, quasi di paralisi. Sono incollato contemporaneamente a televisione e telefono, non posso staccarmi neanche un secondo. Devo sentire e risentire le stesse parole, dalla televisione americana, dalla televisione italiana, da quel maledetto giornale di gossip che per primo ha divulgato la notizia. 

Non posso rimanere da solo con quel macigno, non riesco a digerirlo da solo. Chiunque ne parli, aldiqua o aldilà di uno schermo, è in quel momento un mio alleato che, proprio come me, sta cercando di fronteggiare una cosa che non si può essere pronti a fronteggiare.

Il Mamba non c’è più.

Non è uno scherzo, non è una bufala.

Filadelfia 23 agosto 1978 – Calabasas 26 gennaio 2020.

Ma che cazzo è Calabasas? Dov’è Calabasas? 

Non lo sapevo, nessuno lo sapeva. 

Per quale strano motivo avrei dovuto saperlo? 

Sembra una di quelle conoscenze di cui si può tranquillamente fare a meno nella vita.

Oggi è una giornata triste per gli appassionati di basket, di sport, e forse un po’ per tutti.

“It’s not the destination, it’s the journey. And if you guys can understand that, then what you’ll see happen is that you won’t accomplish your dreams. Your dreams won’t come true, something greater will. And if you guys can understand that, then I’m doing my job as a father.”

Il Mamba non c’è più.

Il Mamba non se ne andrà mai. 

Il Mamba è immortale. 

MAMBA4LIFE.

Salvo Mannino

𝙄𝙣 𝙢𝙚𝙢𝙤𝙧𝙮 𝙤𝙛 𝙆𝙤𝙗𝙚 𝘽𝙧𝙮𝙖𝙣𝙩

Ho chiesto al mio coach di poter dedicare l’allenamento di questa sera al mio idolo di infanzia Kobe Bryant e tutte le vittime scomparse nel tragico incidente. Scrivo di seguito come lo onoreremo:

2️⃣4️⃣𝗔𝗠𝗥𝗔𝗣: (fare quanti più round completi possibile in 24 minuti, 24 era il suo ultimo numero di maglia)

5️⃣ 𝗰𝗵𝗲𝘀𝘁𝘁𝗼𝗯𝗮𝗿 (5, le volte che ha vinto il titolo NBA)

8️⃣ 𝗽𝘂𝘀𝗵 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀 (8, il suo primo numero di maglia)

1️⃣3️⃣ 𝗯𝘂𝗿𝗽𝗲𝗲𝘀 (13, gli anni della piccola Gianna scomparsa insieme a lui)

1️⃣8️⃣ 𝗯𝗼𝘅 𝗷𝘂𝗺𝗽 (18, le partecipazioni di Kobe alla partita delle stelle)

4️⃣1️⃣𝗽𝗹𝗮𝗻𝗸 (41, gli anni in cui Kobe ci è stato amaramente strappato via)

Spero solo di non piangere ad ogni maledetto burpee per la piccola Gigi…

𝘚𝘵𝘢𝘴𝘦𝘳𝘢 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘨𝘰𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘶𝘥𝘰𝘳𝘦 𝘴𝘢𝘳à 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘦 𝘓𝘦𝘨𝘨𝘦𝘯𝘥𝘢🏀🐍

Nicolo’ D’Angeli

Pianella, provincia di Pescara.

Kobe è anche qui, nel mio paese, nel mio luogo preferito!

Quante ore passate qui, quante partite, quanti pomeriggi trascorsi da solo, al campetto dietro casa, spinto dalla passione per lo stesso sport di cui Kobe è diventato leggenda, idolo, “goat”.

Tutti abbiamo un giocatore preferito, il mio è LeBron, lo ammetto, ma ho sempre ammirato la classe, l’eleganza, il talento puro del Mamba (ed anche gli anelli che, almeno all’inizio, per il prescelto sembravano non arrivare mai); ho sempre guardato con stupore ed orgoglio i suoi video in cui parlava bene, in italiano, dell’Italia, notando nei suoi occhi un amore vero, un senso di riconoscenza verso il nostro Paese. Brividi!

Sarebbe bello, e mi impegnerò per questo, dedicare questo luogo a lui, a Kobe, ispirazione totale.

Col cuore a pezzi, grazie Mamba…🏀

Paolo Bevilacqua

Il paradosso di questa tragedia è che non sapremo mai fino dove si sarebbe spinto Kobe nel processo che lo stava portando dall’essere quello che era – odiato, amato, rispettato, che ci ha fatto venire i brividi leggendo i mille aneddoti della sua vita sportiva, che ci ha fatto stropicciare gli occhi con le reverse dunk, quel fade away dolce come una carezza, il tendine lacerato, l’indice che non fletteva, la mano debole da allenare, la ferocia da underdog che me lo ha fatto amare sempre di più di MJ – a quello che era destinato a essere.
E’ questo che fa più male, che si sia stati obbligati a cristallizzarlo nel nostro ricordo, a fermare l’evoluzione di uno dei talenti più poliedrici che il gioco ci abbia mai regalato. Avrei giurato che saresti potuto essere uno splendido Presidente degli Stati Uniti, se ne avessi avuto voglia. Buon viaggio, Kobe, e grazie di tutto. Ti abbraccio come fossi stato uno di noi. Grazie per averci insegnato che possiamo essere la versione migliori di noi stessi.

Massimo Occhiali

A mia moglie piace il basket, da tanto, ormai non lo segue ma le piace. E per lei il basket è sempre stato MJ e solo MJ. 

Dopo cena è salita al piano di sopra per farsi la doccia e cambiarsi. Pensavamo di guardare una serie tv o altro per distrarci un po’. Sarebbe dovuta scendere già da un po’, e io mi son perso nel continuare a vedere anche oggi, anche stasera, post e video su Kobe.

Scende in lacrime e mi dice con voce rotta “ho guardato dei video su Kobe e ora sono tutta triste..”
Mi alzo e la abbraccio, ora sta piangendo , proprio lei che da domenica mi dice di smetterla di guardare video e leggere post perché poi mi vede starci male.
“Non lo conoscevo nemmeno, perché sto così male?”
È vero, non lo conosceva la maggior parte di noi, ma è vero anche il contrario, lo conoscevamo tutti un po’ e ognuno a modo suo.
E l’unica risposta che mi viene naturale è: “è normale, questo fanno le vere leggende”
Kobe, sei davvero grande.
Riposate in pace tu e la tua Mambacita.
E un abbraccio alla tua famiglia.

Domenico Dipierri

È da quella sera di Aprile del 2016, dopo aver smaltito le emozioni dopo il tuo addio al basket giocato che ci penso.

Non vedevo l’ora di sentire quel discorso. Tu che ricordi la tua infanzia in Italia, il periodo al high school, ringrazi i primi coach, quelli che arrivarono dopo, Jackson e gli altri.

Tu che racconti aneddoti su Shaq( Dio quanto avrei voluto sentirli) magari smentisci che hai chiesto la trade, ammiccando.
Ringrazi i compagni in Primis Pau, poi il venerabile maestro, Lamar, Sasha e via dicendo. C’è spazio per i rivali/amici Dirk, AI, Lebron, DWade..

Poi ricorderai il tuo idolo che è lì accanto a te. Perché chi altro potrebbe introdurti? E non sono sicuro vorresti altri al tuo fianco.. avresti voluto.

Poi per concludere ringrazi le persone più importanti:Vanessa, le tue principesse, Gigi.. e poi ti congedi. Posi il microfono, la platea tutta in piedi per l’ospite d’onore che applaude, visibilmente commossa e..

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4

3

2

1..

Mamba out.

Te ne sei andato presto, troppo presto. Non ero pronto, nessuno lo era. Eri una persona speciale, un padre devoto, un marito che ha chiesto perdono dopo aver sbagliato. Non ti conoscevo ma provavo affetto per te perché mi hai fatto innamorare di questo sport. Grazie 

Dan Sassun

1 Negazione. Ci ho provato fino alla fine…speravo fosse una fake news o che magari facesse parte di uno strano scherzo sfuggito di mano. Niente, alla fine mi sono arreso a quelle notizie che si rincorrevano e confermavano quello che non avremmo mai voluto sentire.

2 Rabbia. Non è giusto; ho sgridato i bambini che non andavano a letto, ho litigato con mia moglie che aveva perso il telefono. Nessuno meritava la mia rabbia in realtà. Sono andato a dormire avendocela a morte con tutti senza un vero perché.

3 Elaborazione. Ho letto quasi tutti i post, gli articoli e i commenti. Erano in 2. No in 4. No in 9. Colpa della nebbia. Era un grande. Lo salutano tutti. Colleghi, allenatori, giocatori. Le parole di MJ, di Shaq, le lacrime di Doc. È andata cosi. La vita a volte è incomprensibile. Ingiusta e incomprensibile.

4 Depressione. Sul divano mentre vedo le immagini in tv ho un nodo alla gola. Quelle immagini sovrapposte tra lui e MJ, la partita di addio, le interviste. Fa male. Fa riflettere. Avrei voluto vederlo all’ASG aiutare Howard nella gara di schiacciate. Avrei voluto vederlo in tribuna tra 6-7 anni tifare per i suoi Lakers e poter dire a mio figlio ” eh quello è un giocatore vero…ai miei tempi quello stendeva tutti non come quelli che vi piacciono a voi oggi!”

5 Accettazione. È ancora presto…arriverà magari tra qualche giorno. Forse un paio di settimane o anche qualche mese.

Non eri il mio preferito, anzi. Idolatravo MJ, ho esultato per i Pistons, tifavo per Iverson, ho sostenuto le tesi di Shaq (Pass the ball Kobe!), ho festeggiato i Celtic del miracolo….Ma tu hai sempre fatto di tutto per essere sempre meglio, sempre verso la perfezione; non ci hai lasciato la possibilità di odiarti sportivamente perché chi ama questo gioco non può non amare quella grinta, quell’elaganza, quella Mamba mentality che ti ha reso leggenda. Guardavo le partite e pensavo a quanto impegno ci mettevi in qualcosa in cui eri già grande e quanto un attegiamento così era ispiratore per chi voleva raggiungere i limiti e superarli.

Jordan aveva annullato i limiti definendoli “illusioni”. Tu li avevi maledettamente concretizzati solo per poi superarli e girarti verso tutti noi con il pugno chiuso a dimostrare che si poteva fare.

Ciao Kobe. Mancherai

Giacomo McFly Bisky Biscosi

Dear Kobe,

prima che ci fosse la fibra e internet veloce, prima dei siti russi, prima dello streaming, prima ancora che esistesse SkyNba, prima di tutto questo c’era un piccola TV quadrata degli anni ’80 messa in cucina: lì c’era un’interferenza e in una qualità che dire scadente è fare un complimento, in un fantastico bianco e nero si poteva vedere un canale americano dedicato ai soldati americani in Italia, quando diceva bene trasmetteva anche partite NBA. In quella cucina alle 3 di notte c’ero io, o meglio una versione molto più giovane di me, che rannicchiato su una scomodissima sedia ti guardava a 10 cm dallo schermo perché come detto la qualità era quella che era; si esaltava e saltava nel silenzio della notte quando tiravi contro gli avversari e quando schiacciavi. Quando segnasti quel canestro allo scadere, esultando senza poter neanche emettere un suono visto l’orario. Ma quanto era bello. Senza neanche avere la punta di una tua unghia del tuo talento il giorno dopo mi ritrovavo sotto casa a palleggiare e ad imitarti con in mano il mio pallone da basket, ma insomma chi non l’ha fatto? Ormai non eri solo un giocatore, non eri neanche un idolo o un mito da adorare, eri un fratello maggiore che se ne stava dall’altra parte dell’oceano a vivere il sogno. Forse è stato il tuo saper parlare italiano meglio di tanti italiani, forse era il tuo sorriso a non so quanti denti che mostravi ogni volta che potevi. Forse, era quel tuo atteggiamento di continuo combattente dal quale provavo a tirare ispirazione. Forse, è stata la tua voglia di non mollare mai che mi ha fatto sentire sempre vicino a te. E dai momenti più felici a quelli più brutti, anche quando i più ti davano contro, a quando ti davano della “prima donna” e ti dicevano che eri finito io, dal mio piccolo, cercavo di passarti la mia energia e il mio sostegno per andare avanti lo stesso. Le tue scarpe ai miei piedi, la tua canotta sulle mie spalle, non ce n’era per nessuno.

Posso dire di avere avuto la fortuna di vederti non solo in televisione ma anche del vivo, addirittura per due volte. La prima appostato come i peggiori paparazzi davanti ad un albergo a Venezia dove sapevo che saresti arrivato da un momento all’altro: a 50m da me eri lì che scendevi dalla barca senza che nessuno sapesse della tua presenza, nessuna orda di fan impazzita, eravamo noi nella nostra intimità durata 60 secondi, dove la voce scompare e la gola si fa secca dall’emozione da non poter neanche urlarti qualcosa per salutarti. E poi qualche anno dopo riuscì a vederti giocare, che emozione! A Los Angeles nella tua casa, eri in campo davanti a me che correvi su e giù ed era ipnotico guardarti fare quello che ti vedevo fare ogni volta che avevo occasione di guardarti in TV. Se hai sentito urla in italiano quel giorno per te, ero di certo io.

Kobe, quante notti non mi hai fatto dormire, quante volte eri il mio primo pensiero mentre ero a scuola e quando tornavo da scuola “chissà se i Lakers hanno vinto stanotte” mi chiedevo finché non potevo guardare i risultati della notte NBA tramite il televideo prima, e con internet molto dopo. Fino alla tua ultima partita vista rigorosamente in diretta dove ci hai regalato a tutti una prestazione da sogno per poterti salutare come si deve.

Ma dopo non ti sei fermato. Eri ossessionato. Eri sempre alla ricerca di qualcosa per dimostrare che non eri solamente un ragazzo capace di buttare la palla dentro ad un canestro. No. Sei stato un poeta sul parquet ma lo sei stato anche fuori, fino a vincere addirittura un premio Oscar! Ma insomma, chi l’avrebbe detto? Cos’è che non sai fare? Che onore poter dire di avere un amico, un fratello, un mentore capace di raggiungere questi obiettivi!

Kobe Bean, sono due giorni che piango e non c’è allenamento in palestra che possa aiutarmi a fermare le lacrime. Non c’è esercizio di palleggio che mi aiuti a non pensarci e a tirarmi su. Non c’è tiro allo scadere che possa mettere fino a tutto questo. Che faresti in queste situazioni? Sono sicuro che anche qui avresti una risposta.

“Cinque secondi sul cronometro palla nelle tue mani.”

5…Grazie per le emozioni KB, non potrò mai ringraziarti abbastanza.

4…Sei stato e sempre sarai un mio punto di riferimento.

3…Ogni generazione ha un suo eroe, ma tu sarai sempre oltre ogni generazione.

2…Anche contro tutto e tutti e quando sei da solo, tu ci insegni che c’è e ci sarà sempre uno spiraglio di luce.

1…Fai buon viaggio, continua ad infrangere record su record, sei fatto così.

Shoot. Score.

With love.

G.

Nicola Mariani

Non riesco a trovare un senso a tutto questo.Ieri sera è stato come se fosse andato via il fratello maggiore che da bambino guardavo con ammirazione.Volevo essere come lui, tutti volevamo essere come lui.

Vi posto la foto qua sotto, è dell’ultima volta che è uscito dal campo a 4.1 dalla fine.

Quando ho notato quel 4.1 ho pianto e l’unica stupida giustificazione che sono riuscito a darmi è che il fottuto destino aveva già scritto questa tragedia.

Non siate troppo severi con me.Potrebbe sembrare di cattivo gusto ma è solo la mente che cerca di trovare un senso a ciò che senso non ha.

Mamba for life🖤💔

Antonio Distratis

Ciao Kobe,

non si fa così, non è che prendi e vai via senza avvisare.

Non ci voglio credere.

Perché ora, mi chiedo, perché? Sempre il solito egoista che deve strafare, che deve far vedere quanto è forte.
Non me lo spiego.
Non immaginavo mi avresti fatto stare così male.
Mi alzo ancora la mattina pensando sia stato solo un bruttissimo sogno. Invece non è così porca puttana.

Ti ho visto per la prima volta nell’ All Star Game 2003, l’ultimo di MJ, gli hai rovinato la festa (come al solito tuo). Avevo 9 anni, da lì in poi ho iniziato ad amare questo bellissimo sport. Sono cresciuto con te, ti ho visto fallire e ti ho visto vincere di tutto e di più. Le prime interviste in italiano dove elencavi i tuoi piatti preferiti, i tuoi posti preferiti e sentirti parlare la mia lingua è stato… boh, come se entrassi a far parte della mia famiglia, come se diventassi ad un tratto un mio amico. Ed è questo che mi fa soffrire. E anche se non ti ho mai stretto la mano, anche se non ti ho mai incontrato, sto male perché in realtà è come se avessi perso un amico.

La tua Mamba Mentality, mi ha aiutato in parte a diventare quello che sono, non arrendersi mai, essere sempre determinati e impegnarsi al 100% per qualsiasi cosa. 

Mi manchi. Vorrei tanto che quell’elicottero non fosse mai decollato.

Quel maledetto elicottero che ha portato via non solo te, ma anche la tua bellissima Gigi…

Ma la vita deve proseguire, bisogna lasciarsi indietro tutto questo e rialzarsi, proprio come facevi tu dopo ogni sconfitta. 

Ti ringrazio per tutto quello che hai dato a questo sport e al mondo intero.

Grazie per avermi fatto amare ancora di più la pallacanestro.

Rimarrai per sempre nel mio cuore. 

Addio Gigi. Addio Kobe, amico mio.

Riccardo Giustozzi

Anche io, nel mio piccolo, vorrei rendere omaggio a una figura chiave della mia vita come Kobe Bryant.

Da piccolissimo mi sono interfacciato alla pallacanestro, come penso lo abbiano fatto in tanti, perché ci giocava il mio migliore amico. Per me era un gioco, come giustamente deve esserlo quando a 9 anni corri dietro a una palla insieme ai tuoi amici ridendo e scherzando. Dalla squadra della mia città ci siamo trasferiti in una vicino e l’atmosfera era leggermente diversa; la prima squadra militava in Serie A e quindi a 12 anni ti senti un po’ “Figo” a giocare nel loro settore giovanile, ma sentivi anche quel minimo di responsabilità e quella vocina che ti sussurrava in testa “abbandona, non sei adatto per il basket”.
A 12 anni mi sono anche interfacciato per la prima volta al mondo NBA, guardavo le partite in replica sulla televisione sognando l’america, come penso la stragrande maggioranza di noi. Il primo giocatore che ho visto è stato Manuel Ginobili, classe e eleganxa cristalline.
Un giorno accendo la TV e leggo “Los Angeles Lakers” capirai, per me era il nulla..un nome che mi diceva poco. Chi mi salta subito all’occhio? Facile dai.. Il 24. Amore a prima vista, lo seguo con gli occhi, seguo i suoi tiri, le sue urla le sue movenze e mi ricordo che dissi “azz..questo è un alieno” saltando sopra il divano per quanto fossi gasato dalle sue azioni. I giorni dopo in palestra si cercava di imitarlo o quantomeno mi limitavo a pronunciare il suo nome tirando mattoni e airball contro quel povero ferro.
I mesi passavano, le partite anche e più mi immergevo nel mondo del basket più Kobe era la guida. È difficile far capire il meccanismo che mi era scattato in testa, per me la pallacanestro da un gioco era diventata un’ossessione. Scuola, allenamento, partite in TV. Scuola, allenamento, partite in TV. Allenamento…
Forse non era il miglior modo per approcciarsi allo sport, ma io volevo dominare, cosa che non mi è mai riuscita tanto per inciso, e il mio modello era solo uno. Indovinate chi.
Kobe per me è stato un maestro nel senso che è riuscito prima a farmi innamorare del gioco, poi è riuscito a farmi innamorare della fatica che c’è dietro allo sport. Mi ha fatto capire il valore del sacrificio, del sudore e della determinazione.
Non c’è bisogno neanche di dire che non sono diventato come Kobe, tutt’altro, forse sono agli antipodi ma per me lui è stato un maestro. Il sacrificio non lo ha mai nascosto, la fatica non l’ha mai nascosta, il volersi guadagnare quello che stava vivendo non l’ha mai nascosto è questa la lezione che ho appreso da lui e non me la dimenticherò mai.

Quella mattina, del suo ultimo titolo, a 13 anni ho urlato a squarciagola come se avessi vinto io il Titolo NBA, come se ci fossi io sul tetto del mondo. Ricordo di aver svegliato tutta casa e ricordo lui che sale su questo tetto a festeggiare.

Sono passati quasi 3 giorni e lo rivedo sempre in quella scena.

Non ti dimenticherò mai.

Nicola Martinello

Eh niente …. Non scrivo molto spesso sui social, più che altro li uso per i miei interessi principali da nerd oppure per la mia passione principale, che è la pallacanestro… Questa volta mi sento di dover buttare fuori dalla testa i pensieri, sono troppo grandi e pesanti per rimanere dentro…

Ho 34 anni, e gioco a pallacanestro dalla terza media… Ho iniziato un po’ in sordina dopo aver provato una marea di sport, ma quando ho preso in mano la palla a spicchi me ne sono innamorato subito… Non sono mai stato un fenomeno, ne mi sono mai impegnato troppo per esserlo, e ho sempre seguito con molto interesse il basket americano… Gli anni di Jordan e dei Bulls non mi hanno segnato particolarmente, forse perché ero ancora piccolo, non ne ho idea, li ho apprezzati da più grande rivivendoli dai video raccolti ovunque.

Gli anni successivi invece mi hanno lasciato i migliori ricordi legati a questo sport, un po’ perché li ho passati con gli amici di sempre giocando nella nostra squadra storica, un po’ perché crescendo forse riuscivo ad imitare nel mio piccolo qualcuna delle mosse che vedevo nelle partite in tv… E più volte mi sono trovato ad imitare Kobe, che era il punto di riferimento principale per tutti gli amanti di questo sport. Non l’ho mai particolarmente tifato, ma mi ha sempre colpito ed è rimasto impresso nei miei ricordi durante tutta la sua carriera, soprattutto perché riusciva a trasmettere come pochi l’amore per lo sport: trasudava competizione cazzo. Era così carismatico che pur non essendo inizialmente uno dei miei preferiti mi faceva rimanere incollato allo schermo comunque per vedere cosa sarebbe riuscito a creare dal palleggio. Ogni mossa era studiata e riprovata mille milioni di volte fino alla perfezione, e riusciva a fare sembrare tutto estremamente naturale, cosa che sicuramente non era perché l’aveva provata e perfezionata ogni fottuta ora di ogni allenamento della sua vita… riusciva a farti saltare sulla sedia ogni volta che faceva qualche giocata impossibile, ti teneva sul filo del rasoio fino all’ultimo secondo con quei palleggi prima dell’ennesimo buzzer beater, che poi provavi a imitare 1000 volte al campetto e che quando riuscivi a fare decentemente ti faceva urlare “KOBEEEEE” come un pirla anche se era l’unico tiro decente infilato in una partita intera… Ma ero riuscito ad imitare a modo mio il black mamba, cazzo me ne fregava…

Dopo aver concluso la sua carriera nel migliore dei modi (che partita, che emozioni ragazzi!), era fantastico vedere i suoi filmati con la figlia, le comparsate alle partite, come riusciva ancora a trasmettere l’amore per il basket anche senza giocare. Però ora non c’è più… Questo ha creato in me una sensazione strana, sembra quasi che sia morto un mio compagno di squadra, pur non essendo mai riuscito ne a vederlo dal vivo ne a parlarci… Eppure mi ha accompagnato così tanto durante la mia crescita e a lui sono legate talmente tante emozioni che mi ritrovo a piangere come un bambino al pensiero che se ne sia andato…

Vorrei scrivere altre mille frasi rispetto a come mi sento, ma di sicuro non riesco ad esprimere adeguatamente il mio stato d’animo. Però so che ci sono tante persone al mondo che si sentono come me e che condividono questi sentimenti… E in questi giorni le ho sentite vicine a me in una maniera mai provata, e tutti proviamo le stesse sensazioni… Sia chi lo ha conosciuto, sia chi come me lo ha solamente visto tramite un video, ma lo porta dentro da quando era piccolo. L’empatia che sento in questi giorni è una sensazione incredibile, che crea una sorta di connessione invisibile con milioni di altre persone, legate dall’amore per un personaggio che durante la sua vita ha trasmesso il suo amore per lo sport come pochi altri, e che sicuramente rimarrà nei ricordi di molti come me, come una cicatrice indelebile dentro l’anima.

Sono padre da soli 5 mesi ma è mia ferma intenzione cercare di trasmettere a mio figlio l’amore per questo sport il più possibile, e Kobe farà sicuramente parte di quello che gli trasmetterò, sarà sicuramente uno dei personaggi principali della magnifica storia sulla pallacanestro che gli racconterò fin da piccolo. Inoltre da padre, anche se da poco, ti viene istintivo immedesimarti in questi avvenimenti, e per quel che mi riguarda il pensiero che padre e figlia, così legati in vita, se ne siano andati assieme (me li immagino abbracciati stretti) mi rincuora un po’ … Sono stati in simbiosi fino all’ultimo istante, loro due uniti fino all’ultimo.

Grazie Kobe. Grazie per quello che hai trasmesso a persone come me. Grazie per quello che ci hai fatto provare. Grazie per cosa ci hai lasciato. Riposa in pace con la tua GG e alle altre persone che erano in quel maledetto elicottero…

RIP

Nicola Rossoni

“3…2…1…. for the win….Kobe Bryant!!!” Ora che non ci sei più ricordo quante volte ho esclamato, ho pensato queste parole: a scuola con in mano una palletta di carta mentre guardo il cestino nell’angolo, mentre lancio la forchetta in direzione del lavandino dopo pranzo, o dopo la doccia con il bagnoschiuma in mano e lo sguardo fisso sulla mia borsa degli allenamenti.

Più ci penso più mi tornano in mente tutte quelle volte in cui c’era un “canestro” e io avevo la mia personalissima “palla” in mano determinato a segnare il tiro della vittoria e mi immedesimavo in te. Tiri facili, easy win for Black Mamba, ma soprattutto tiri impossibili, che non sarebbero mai entrati, ma la mia mente di bambino ti evocava perché sapeva che solo gridando il tuo nome quel canestro si poteva segnare.
Momenti che non avrebbe mai ricordato nessuno, qualche secondo di svago della mente che mi facevano sognare, eppure tu facevi parte di questo mio attimo.
È incredibile come sei riuscito ad entrare in questi momenti! Penso che chiunque della mia generazione che abbia praticato questo sport si sia ritrovato in situazioni simili alla mia ed è qui che capisco la grandezza che sei stato per me, certo, c’era anche Jordan, ma quando la via del canestro sembrava impossibile, eri tu il mio uomo giusto per la vittoria, quello che decideva le sorti di una partita, con l’ ultimo tiro for the win allo scadere. Ho sussurrato e gridato il tuo nome nelle situazioni più improbabili della vita, e mi fa sorridere tutto questo. Mi hai fatto innamorare come atleta, e mi hai fatto sognare.
Solo i più grandi ti entrano nella testa come hai fatto tu, sei entrato nel quotidiano, il simbolo di uno sport, di un gesto, di una situazione difficile da superare ma che forse con te ci sarei riuscito, ed io, ancora una volta, con la mia palletta di carta in mano dall’altra parte della stanza a mirare il cestino.
“3…2…1…For the win…Kobe Bryant!!!”

SARAI PER SEMPRE!

Alberto Amato

Non sapevo cosa scrivere su Kobe, come se fosse facile. A dire il vero ho iniziato a seguire l’NBA esattamente l’anno dopo il suo ritiro, e nonostante abbia imparato a conoscerlo fin troppo, non lo preferisco ad altri come giocatore. Una cosa l’ho sempre pensata però, di tutti i giocatori ritirati e non, c’è chi come Shaq e Barkley fanno i conduttori comici, chi salta fuori con dichiarazioni al limite delle demenza non si sa se per prendersi una fetta dell’attenzione mediatica di quel giorno lì o per cosa. Ma tu no, tu eri un punto di riferimento per qualsiasi giocatore, venivano da te in estate a chiederti consiglio, a farsi allenare da te, si fanno classifiche su chi ha adottato meglio la ‘mamba mentality’, tu lanciavi le sfide ai giocatori che secondo te potevano fare di più, perché lavorare al massimo delle proprie capacità è stata sempre la tua convinzione. Eri un professore del gioco e per questo ti ammiro, nel mio piccolo pure io cercavo di adottare la tua perseveranza in altri aspetti della mia vita.
È per questo che domenica sera mentre lavoravo come consegna-pizze ho sentito la notizia non ci volevo credere, ho staccato alle 10, le ultime consegne le ho fatte quasi in lacrime, mi chiedevano come stavo io rispondevo cupo “è morto Kobe” e dal mio sguardo sapevano che era una cosa vera per me. Torno a casa, avrei dovuto ripassare per un esame la mattina dopo, ma scoppio a piangere, in maniera irrazionale e senza controllo, riesco a calmarmi solo varie ore dopo e mi metto a dormire. La mattina non so con che forza riesco ad alzarmi , ma era un esame alla mia portata, lo stato emotivo non mi aiutava ma ne sapevo. Niente vado lì, comincio bene poi a una domanda faccio scena muta, non riesco a non pensare che non sentirò più parlare di te, il prof concluso l’orale mi dice “24, accetta?” e in cuor mio, in quel giorno, non avrei voluto nessun altro voto, se non quel numero che mi ricorderà per sempre quella casacca gialla che non la passava mai, ma diamine se riusciva a metterla dentro a quel cesto.
Grazie Kobe
Grazie davvero

Marco Fabiola Brandani

Ciao Kobe

In questo momento di grandissima tristezza per quello che hai lasciato nel basket e nella tua famiglia, io non posso dire nulla di più rispetto a quello che tu hai detto o che altri hanno commentato.

La Mamba Mentality è un insegnamento che ci hai dato ed io ci tengo a parlarti (perchè tu ci stai ascoltando tutti) e dirti non quello che mi hai insegnato come cestista perchè sarebbe scontato, ma i tuoi insegnamenti come uomo e come genitore.

Ogni giorno ti alzi e hai un lavoro da svolgere e puoi scegliere: può fare il minimo indispensabile e allora non otterrai nulla, oppure puoi faticare, perché ogni giorno dobbiamo svegliarci con l’obiettivo di ottenere qualcosa di più, di migliorare questo mondo, di non accontentarsi di tirare con il 50% o con il 70%, dobbiamo ambire al 100%. Noi dobbiamo tutti migliorare perchè possiamo farlo e se tutti lo facciamo possiamo tutti stare meglio e se non ci interessa farlo per noi, almeno facciamolo per i più giovani, per i nostri figli, nipoti, amici, figli di amici.

So cosa vorrà dire per i tuoi figli crescere senza di te, il tuo sorriso, la tua voce, la tua quotidianità perchè anche io ho perso il mio papà presto e so come si sentirà tua moglie perchè ricordo e vedo mia mamma.

Per chi rimane è dura ma ogni giorno deve provare a renderlo migliore di quello di ieri…io ho deciso: mi alzo ogni giorno e mi dico “solo per oggi devo essere meglio”. A volte ci riesci facilmente e vinci facile, a volte con difficoltà e magari vinci all’ultimo tiro, ma a volte proprio non riesci…e allora? Si ricomincia perchè tanto lo so che si può tutto allenandosi, un passo alla volta e rialzandosi dopo le sconfitte.

Vedendo le foto in queste ore, si ha la certezza di quanto fossi legato alla tua famiglia perchè i sorrisi e il linguaggio del tuo corpo non possono mentire e allora mi dico da padre, marito e da figlio di voler continuare a vivere la mia famiglia e i suoi momenti, perchè dalla tua storia, come da quella di mio papà ( e di altri amici) ho capito che ora ci sei, ma dopo non so… e io voglio vivere ora migliorando e dando tutto per migliorare…

Un allenatore, un padre, un marito, un figlio cioè un uomo come sei tu perchè tu SEI tutto questo anche ora

Matteo Carreri

Dear Kobe,

voglio cominciare con un’introduzione simile alla tua lettera d’addio al basket per poter esprimere quello che vorrei dirti: Innanzitutto voglio ringraziarti per essere stato tra le motivazioni che mi hanno spinto a cominciare a seguire in questi anni il mondo della palla a spicchi ma ,se mi fermassi qua, sarei molto riduttivo.

Voglio dirti grazie per essere stato il mentore e la fonte di ispirazione che stavo cercando per poter migliorare giorno dopo giorno, cominciare a pensare cosa voglio veramente fare ed essere in grado di poter realizzare tutti i miei sogni o ,per citare le tue stesse parole, “«Il punto non è essere Kobe Bryant, ma diventare il Kobe Bryant di se stessi».” ed è tutto racchiuso in 2 parole: Mamba Mentality la quale , a parer mio, è una delle filosofie più belle che una persona possa adottare per la propria vita.

Leggere della tua scomparsa è stato un colpo tremendo al cuore e all’animo: all’inizio pensai alle classiche bufale che girano ma poi vedendo che le voci che alimentavano questa notizia (scoprendo successivamente che su quell’aereo c’era pure tua figlia “Gigi”)  non ho voluto vedere nessuno e ho cominciato a piangere come se fosse scomparsa una persona di famiglia o un caro amico.

Hai rappresentato per questo mondo e , in particolare, per la tua cara Italia la quale non hai mai smesso di dichiarare il tuo amore puro e sincero e , ogni occasione che era possibile, sei sempre venuto con molto piacere cosa che era sempre ricambiata da appassionati e non di questo magnifico sport: certo…avresti meritato più riconoscimento dalla stampa nostrana ma questa è un’altra storia.

A volte il destino segue logiche che difficilmente sono comprensibili dall’essere umano e ,in molti casi, discutibili e che facciamo un’enorme fatica a comprendere pienamente. Il nostro compito sarà portare avanti tutto quello che ci hai insegnato dovunque saremo e  in qualunque ambito ci troveremo e fare in modo che la mamba mentality possa resistere al tempo ed essere tramandata negli anni, nei secoli  e di generazione in generazione:Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta come mi hanno sempre insegnato.

Per me è stata durissima scrivere questa lettera evitando di scrivere le lacrime e ,ogni 2 minuti, ho pensato sempre a mille modi alternativi di scrivere lo stesso concetto per essere il più chiaro possibile: vorrei solo che fosse un brutto sogno e che tutto questo non sta accadendo veramente ma purtroppo non è così.

Grazie mille per tutto Kobe, tutto quello che hai fatto è stato bello come un’opera del rinascimento della tua amata Italia e difficilmente ti dimenticheremo. Cos’altro posso dire prima di salutarti..Mamba Out.

Love you always.

Nicola Slim Salvataggio

Ciao Kobe, 

qui è difficile trattenere le lacrime ma credo che tutti quanti adesso abbiamo gli occhi rossi come la tua intervista post rottura del tendine. Quella è una delle immagini che più tengo a cuore. Attraverso quel tuo sguardo tra rabbia e tristezza ho potuto capire cosa fosse per te quella palla a spicchi, cosa fosse per te competere, lasciare i compagni e probabilmente lasciare la possibilità di un nuovo titolo nba. 

Hanno scritto in tanti, i sentimenti sono uguali anche per chi non ti ha amato come giocatore ma impossibile non farlo per la persona che SEI. Il giorno prima dell’ annuncio del tuo ritiro mi sono tatuato una delle tue schiacciate più belle e questo tatuaggio ha un valore enorme,esattamente 24 ore dopo hai annunciato il tuo addio al basket giocato.
I ricordi sono tantissimi, ho iniziato a giocare a basket nel 1995 , tifoso lakers con mio padre che diceva” c’è un giovane dei lakers che sembra forte” eri tu. Mio padre è allenatore , io adesso sono un allenatore ma dannatamente ossessionato nella ricerca del dettagli nel campo. Merito tuo.
Spero di poter rendere fiero Kobe Bryant, dando il massimo nel mio lavoro di allenatore e qualsiasi altra cosa ci sia dietro il futuro. Tutti quanti siamo la tua legacy, tutti quanti sappiamo cosa ci sia dietro la Mamba Mentality, tutti quanti sappiamo che una persona può allenarsi alle 4 del mattino per 20 anni, tutti quanti sappiamo che nella vita bisogna sputare sangue e sudore per diventare dei numeri 1 in qualsiasi campo.
Tutti quanti siamo stati testimoni e saremo testimoni di colui che ha plasmato le nostre vite,
Vorrei scrivere ancora molto ma è dura, una parte mia ma di noi tutti è andata via, ma quando alzeremo lo sguardo al cielo sarà per sentire: at guard 6’6 from lower marion high school…Koooobe Bryant Un abbraccio a tutti , Love you Kobe!

Michele Barletta

Ciao Kobe,

non mi sento degno di poter piangere per te, men che meno di poterti dedicare qualche parola.

Non ho mai giocato a basket (eccezion fatta per qualche minuto trascorso a giocare a campana, o qualche tiro random tra una partita a calcetto ed un altra), il mio sogno è sempre stato quello di diventare calciatore.

Non posso dire di aver cercato di emulare i tuoi movimenti, la tua tecnica di tiro, il tuo fade away, il tuo modo di palleggare e tanto altro ancora. 

Ma posso dire che sei stato determinante nel farmi appassionare a questo sport tanto da farlo diventare una malattia. Posso dire di aver visto milioni di tuoi video e di aver letto centinaia di tue interviste e di storie che ti riguardano, cosi tante che mi sembra di conoscerti.
Posso dire di aver profondamente ammirato la tua passione, determinazione, costanza, concentrazione, dedizione. Posso dire di aver profondamente ammirato il tuo carisma, il tuo coraggio, la tua forza d’animo.
Posso dire che per me sei il Basket, ed il Basket non morirà mai.
Non mi sento degno di poter piangere per te, ma purtroppo lo sto facendo.
Spero mi perdonerai.

MAMBA (you will always be) IN (my heart)!

Lorenzo Raso

(Lettera di un patito di calcio, un po’ più “estraneo” alla vicenda rispetto a molti qua dentro. Volevo farvi capire l’impatto che una persona come Kobe ha avuto anche nella vita di una persona che non mastica basket)

Caro Kobe, 

sei stato e sarai sempre una grande fonte d’ispirazione e motivazione per me.

Purtroppo non capisco molto di basket, ma mi appassiona tantissimo.

Mi appassiona per le storie che nasconde, storie come la tua: 

un ragazzino di 12 anni che in un’intera estate segna ZERO PUNTI, un ragazzino sfottuto perché dice di voler giocare in NBA, un ragazzino che crede che forse non ce la farà mai però, che forse è meglio dedicarsi a qualcos’altro.

Invece da quel momento la palestra diventa la tua seconda casa, ogni mattina ti presenti alle 5 di mattina per allenarti.

Anche con un polso rotto.

Sono le 5, e ti alleni in pigiama con la mano debole. Perché quando si ama qualcosa, qualsiasi cosa, l’unico modo giusto di amare è amarla alla follia. E tu eri il più folle di tutti.

Hai seguito il tuo cuore, hai creduto in te stesso quando nessuno credeva in te e sei diventato una leggenda.

Non capirò mai quanto sei stato grande come giocatore forse, ma capisco quanto tu sia stato grande come persona.

Hai trasformato tutto in una sfida, hai preteso sempre il massimo da te stesso e da chi ti era vicino.

La tua dedizione, la tua etica del lavoro e la tua passione brilleranno sempre ai miei occhi.

Da te voglio imparare a pretendere il massimo da me, sempre, nelle sfide di tutti i giorni.

Questa è l’eredità che hai lasciato a me, e a molti.

Grazie Kobe, vivrai per sempre.

“What can I say? Mamba out”…

Ludovico Messineo

Ho aspettato per non essere banale. Poi è diventato troppo tardi, perchè era già stato scritto tutto.

E proprio quando avevo trovato nell’intimo raccoglimento un tacito omaggio al Campione, ecco che è successo qualcosa che mi ha fatto tornare alla tastiera.

Da qualche giorno mi lamentavo per una serie di piccoli eventi sfortunati che mi stavano facendo perdere motivazione in vista dei miei obiettivi a breve termine.

Poi mi sono venute in mente quelle parole: “There is a lot of days where you can rest and recover, today ain’t one of them, that shit ain’t bothering me today!”; o “You pull your harmstring real bad, docs say you stay off of it, but all of a sudden a fire breaks out in the home, your kids are upstairs, shit’s going down, but I’m willing to bet that you gonna forget about your harmstring, make sure everybody’s safe and getting out of that house, harmstring be damned, you are not gonna feel your harmstring. And the reason is because the life of your family is more important than the injury of your harmstring.” O ancora: “I wanna be remembered as a player that didn’t waste a moment, didn’t waste a day and didn’t give anything for granted, a player that was born with a lot of talent but did everything he could to overachieve.”

E’ stato allora che ho accantonanto qualsiasi preoccupazione e dolore fisico che avevo per rimettermi in carreggiata, senza nessun dubbio sul fatto che sarei arrivato alla fine, come mi ero inizialmente ripromesso.

E, del resto, i piccoli problemi quotidiani, che tanto sembrano abbatterci alle volte, non sono nulla di fronte al dono che ci viene fatto ogni giorno, quello del tempo, che, come sottolineava il nostro Campione, non deve mai essere sprecato.

Ecco, per me Kobe è stato soprattutto questo, un modello, ma non tanto per i numeri collezionati, o le giocate, no, quella è roba volatile, cosmetica, che appaga, sì, ma in maniera effimera e transitoria. La vera sfida sta nell’unire ciò che fai in campo con ciò che sei nella vita e riesci a donare al prossimo. E quando le tue azioni rivivono negli altri, allora sì, ce l’hai fatta, allora vuol dire che sei immortale.

Ciao Kobe.

Marcello Palazzi

Caro Kobe, da due giorni ho un nodo in gola che non si scioglie. A chi mi chiede un parere sull’incidente e sulla tua scomparsa non riesco a rispondere, il nodo si stringe e resto lì, muto, scuotendo la testa.

Per uno come me, cresciuto a pane e calcio fino ai 14 anni, tu sei per me il Basket. Esisteva solo il calcio, ma tu, TU mi hai fatto conoscere e innamorare della pallacanestro. I primi articoli, i primi highlights delle partite, ogni top10 in cui sapevo ci saresti stato con una schiacciata, un fade away o un passaggio da applausi. E mi brillavano gli occhi.

Poi cresco, e oltre al giocatore imparo a conoscere il personaggio, l’uomo eccezionale dietro all’atleta straordinario che eri. Sacrificio, passione, rinunce, tutto per essere il migliore, fuori e dentro al campo. Leggo, divoro tutto ciò che ti riguarda. Diventi un esempio da ammirare e seguire.

Sei sempre stato invincibile ai miei occhi e quella fottutissima notifica sul cellulare di domenica sera ancora spero sia un errore. Con te se ne va un pezzo di adolescenza, se ne va un punto di riferimento. Mi piace pensare che ora, da lassù, tu stia ammirando l’esplosione di affetto e rispetto che amici, compagni, avversari e tifosi ti stanno tributando.

Il nodo in gola non si scioglie, due lacrimoni mi scendono sulle guance. Ti amerò per sempre.

Grazie Kobe, riposa in pace. ❤️

Edoardo Agus

Kobe per talento e personalità era, anzi È più di uno sportivo… più di un atleta.

Appartiene a quel ristretto gruppo di icone dello sport che riempiono gli occhi ed esaltano lo spirito. 

Quelli di cui ti vai a cercare subito gli highlights la mattina.

Quelli di cui vuoi sapere tutto per capire come facciano ad essere così straordinari.

Quelli di cui conosci a memoria ogni singola telecronaca di Tranquillo e ogni singolo aneddoto dell’Avvocato…e te li riguarderesti all’infinito comunque.
Quelli che ti hanno accompagnato per così tanto tempo nella vita che ti sembra quasi di conoscerli di persona.
Quelli che pensi che non possano nemmeno invecchiare…

Questo spot passava in tv nel 1998, ed era uno di quegli spot per cui non cambiavi mai canale…nemmeno dopo la milionesima volta,come quelli della Nike con MJ o quelli con Ronaldo e Maldini.

“Se non credi in te stesso…chi ci crederà?”

LEGENDS NEVER DIE 🐍

Rocco Sorrow Sorice

Ho un sacco di ricordi legati a Kobe Bryant.

È stato il primo giocatore che mi ha mostrato il lato spettacolare di questo gioco, il giocatore di basket che ho più volte sognato di emulare ogni qual volta mi trovassi davanti ad un canestro e l’avversario più bastardo da affrontare su NBA2K, nelle dispute video ludiche con il mio migliore amico. Questa maglietta la comprai esattamente il giorno seguente a quello della sua ultima partita in carriera conto i Jazz; il suo quarto quarto mi lasciò in lacrime perché mi rese tutto quanto difficile: come potevo pensare di mettermi l’anima in pace se durante la sua partita di addio segnò 60 punti sotto i miei occhi? Come se, l’idea di un’NBA priva del Mamba, non mi rendesse triste abbastanza.

Sono due giorni che penso a ciò che è successo e non trattengo le lacrime. Pronunciare il tuo nome dopo un tiro, che sia verso un canestro o verso un cestino della spazzatura, adesso, avrà tutto un altro significato.

Rest easy Kobe. Grazie di tutto.

Valerio Turrini

Non ci sono foto adatte a descrivere questa storia, posso solo parlarne per provare a trasmettervi anche un pelo dell’emozione che ho provato.

5 secondi al massimo, 2 parole.

Ho iniziato a seguire questo sport grazie a mio padre che aveva vissuto l’epoca Bird/Magic e tra il verde e il giallo aveva scelto quest’ultimo. Una bella passione che ha voluto lasciarmi insieme a tante altre cose e che mi ha portato ad amare alla follia il gialloviola, anche quando dovevamo vederci in fondo alla classifica, con giocatori indegni e il Mamba solo a tener su la baracca.

Dopo il ritiro di Kobe avevo perso un po’ di interesse nei Lakers, forse perché più che alla squadra mi ero affezionato ad un giocatore in particolare e forse per questo motivo insieme a Kobe l’altro grande punto di riferimento è stato LeBron.

2016, luglio, Milano, ero in aeroporto ad aspettare il volo che mi avrebbe riportato a Roma.

Una giornata come le altre, in attesa del gate vado a prendere un caffè e mi attardo un po’ troppo, in un attimo ero in ritardo e mi ritrovavo a correre tra i corridoi dell’aeroporto per raggiungere il gate prima della chiusura (un classico).

Giro un angolo e per poco non travolgo un omone gigante che vedendomi mi dice “Attento, attento” e fa per scansarmi. 

Dico “Mi scusi” voltandomi appena e riprendo a correre.

Salgo sul volo, mi siedo e riprendo un po’ di fiato perso per strada. Nel frattempo due ragazzi vicino a me sono super esaltati, hanno fatto la foto con qualcuno, se la guardano sui telefoni e quasi piangono per l’eccitazione. Gli chiedo chi avessero incontrato. “Kobe Bryant zio, è qui a Milano lo abbiamo beccato prima di salire” 

“Cazzo dici fa vedere”

Girano il telefono ed ecco che il fiato se ne rivà. 

Un omone, vestito proprio come quello che per poco non avevo travolto pochi minuti prima.

Ricollego i pensieri, avevo incontrato uno dei miei idoli sportivi, per pochi istanti, senza nemmeno saperlo fino a 5 minuti dopo. Passo il volo ad guardare il vuoto, pensando a quanto avrei voluto avere una foto con lui, a quante cose gli avrei potuto dire esprimergli la mia gratitudine per avermi fatto innamorare di questo sport e quanto sarebbe stato felice mio padre a vedere quell’ipotetica foto che anche se avessi scattato non avrebbe potuto vedere perché purtroppo non c’era più, se n’era andato l’anno prima in un giorno maledetto.

Lo stesso giorno.

26 Gennaio 2015 – 26 Gennaio 2020

Stesso giorno, 5 anni dopo

Simone Focarazzo

No, sinceramente non ci credo ancora! Ciò che per tutto il giorno ho sentito dentro di me è stato straziante! Qualcosa che va oltre lo sport, un dolore che non pensavo mai di poter sentire per uno sportivo.

Voglio lasciare come tutti voi un mio pensiero:

Una delle più belle foto legate allo sport che io abbia mai visto! Ricordo bene ogni singolo punto di quell’ultima partita! Dai primi tiri che fecero fatica ad arrivare al ferro agli ultimi liberi per scollinare quota 60..

Una delle serate in cui la pallacanestro, forse, arrivò dopo! C’era da festeggiare una carriera vissuta dal primo all’ultimo palleggio con l’ossessione di vincere. Perché questo eri! Un vincente!
Un abbraccio che lega 2 delle personalità più grandi che lo SPORT abbia mai potuto forgiare! 2 mondi così distanti ma complementari! Non ho mai visto un Duo così forte in un qualsiasi palcoscenico sportivo! Non esisteva Batman e Robin. Non c’era nessuna posizione subordinata, c’erano solo Kobe e Shaq! Vi ho amato così tanto da AMARE il vostro dominio, anche quando tutto il mondo voleva solo vedervi fallire!
Non ero un tuo fan accanito. Ma posso dire che per me dal 26/01/2020, la vita non è più la stessa!
Mi mancherai MAMBA
😢

Luca Santini

Voglio dare meno disturbo possibile, ma ho bisogno di condividere con voi.

Nel 2001, con le Torri Gemelle crollate, una macchina si avvicina a Bruce Springsteen a New York, abbassa il finestrino e il guidatore grida: “Bruce, abbiamo bisogno di te!”. Era l’inizio del Terzo Millennio e un simbolo dell’America – quella lontana dal sogno americano – veniva preso come punto di riferimento.

Stesso periodo storico, inizio del Terzo Millennio; Micheal Jordan si era ritirato, LeBron James era ancora un giocatore di liceo e il punto di riferimento del basket era lui: Kobe Bryant. Odiato, amato, imitato: era lui, nessun altro più di lui.

Era un punto di riferimento ancora più grande del pallone da basket stesso. Quel pallone che noi, in Italia, riusciamo a concepire poco, che nelle palestre delle scuole viene preso a calci dai coatti. A pochi viene in mente di prenderlo in mano e cercare di buttarlo dentro il canestro.

Ma Kobe era cresciuto cestisticamente qui. Ha vissuto, tra i vari posti, a meno di un’ora da casa mia. Il basket italiano è stato fondamentale per lui e per la sua crescita, probabilmente nello stesso periodo in cui i nostri amici coatti prendevano a calci la palla a spicchi. Però noi non ci riusciamo, non siamo in grado di guardare oltre il nostro naso, tanto da dedicare un piccolo trafiletto sui quotidiani sportivi ad uno degli sportivi più importanti di sempre.

Quando a quindici anni giocavo alla Playstation e vedevo lui e Shaq – compagno di tante vittorie e di scontri – per me i boss erano loro. E Kobe lo è stato sempre: un muro di cemento che niente avrebbe scalfito.

Ieri sera ho ricevuto una decina di messaggi, tutti riguardanti lo stesso argomento, tutti con lo stesso dispiacere. Come si fa solamente per una persona a te vicinissima. E la risposta è proprio questa: lui era uno di noi, il nostro supereroe che nessuno al mondo avrebbe mai abbattuto.

E siamo noi che ora vorremmo fermare la macchina, abbassare il finestrino e dire: “Kobe, abbiamo bisogno di te!”. Ma non possiamo farlo, perché lui non è più qui.

E perché i nostri quindici anni non hanno il permesso di guidare

Enrico Lugnan

È in un giorno come gli altri che accadono le cose inaspettate.

Parafrasando qualcuno molto più saggio di me, la vita accade quando siamo impegnati a fare altro.

L’essenza della frase sta nelle prime tre parole: la vita accade.

Noi possiamo far accadere cose, ma la vita accade.

La vita non la controlliamo.

E spesso sono proprio le cose incontrollabili che segnano la nostra vita più di qualsiasi altra cosa.

26 Gennaio 2020.

Una domenica come tante.

Tempo da schifo, quindi giornata relax.

Piccolo giretto in centro, pomeriggio con gli amici a giocare a giochi da tavolo e poi pizza a casa con JustEat.

Alle 21 le cose cambiano.

Apro Instagram e vedo un post di Gary Vaynerchuk estremamente diverso dal solito.

Controllo.

È morto Kobe.

Lo sconforto.

Uno sconforto mai sentito prima per una persona che non ho mai incontrato.

Uno sconforto che si porta appresso quell’irraggiungibile sogno di cenare assieme.

Di parlare.

Di condividere idee.

Di capire come vede lui il mondo.

Un sogno che rimarrà per sempre tale, perché Kobe non c’è più.

È stato un fulmine a ciel sereno per tutti e su tutti i social si nota quanto Kobe fosse importante.

Quanto assurdo sia che in carriera abbia vinto 1 solo MVP.

Quanto assurdo sia ciò che ha fatto per 20 anni.

Quante persone abbia realmente impattato.

Quanto siano le persone come Lui quelle che cambiano il mondo.

Non per il basket, non per lo spettacolo, per la Mamba Mentality.

L’istinto che sovrasta il tutto.

La fame del campione vero.

L’ossessione della leggenda.

Il mettere da parte qualsiasi cosa per il proprio obiettivo, e la ricerca maniacale della perfezione con la consapevolezza che è irraggiungibile.

Ma ci si può avvicinare sempre di più.

Kobe per me è stato questo.

Kobe è una persona facilissima da odiare, facile da amare, ma difficile da comprendere nella sua interezza.

Una dicotomia ambulante.

L’alieno che fa l’impensabile.

Il giocatore professionista che fa il papà.

L’unico giocatore ad avere ben 2 maglie ritirate a Los Angelese, sponda Lakers, che allena la squadra della figlia.

Lo sportivo che al debutto nel mondo dei cortometraggi d’animazione vince l’oscar.

L’imprenditore che in sordina fonda e finanzia una VC.

L’uomo che crede così tanto nella mamba mentality come soluzione trasversale alla piaga della mediocrità che crea la sua scuola, i suoi metodi, e comincia a definire ciò che il futuro potrà essere per molti ragazzi.

La leggenda che anche da dietro uno schermo può incutere timore.

Il fantasma al quale non puoi mentire neanche in una conversazione immaginaria, perché Kobe lo sa che potevi fare di più.

Kobe lo sa che fai il fenomeno, ma non lo sei.

Kobe lo sa.

Perché Kobe trascende l’essenza di una persona e diventa un’idea.

Diventa lo spirito del lavoro.

Ti dimostra che essere scelti al numero 13 e con dote fisiche nella media della categoria non preclude di diventare leggenda.

Perché tutto è possibile con il duro lavoro.

Con una dedizione senza precedenti.

Con una mentalità che ti permette di fare tutto, anche segnare i liberi con un tendine d’Achille strappato quando gli altri escono in lacrime e barella.

Con un amore per il gioco e per i fans che trascende il personale, l’acciacco, la noia, perché il gioco ti ha dato tutto, e tu devi fare lo stesso.

Questo è stato Kobe per me.

E questo ai miei occhi lo rende immortale.

Kobe vive.

Kobe esiste.

Kobe continuerà a farlo finché ci sarà qualcuno disposto a sacrificare tutto per il “gioco”.

Qualunque esso sia.

Continuerà ad esistere finché ci sarà qualcuno che rincorre la perfezione.

Continuerà ad esistere finché ci sarà qualcuno con un fuoco implacabile dentro.

Kobe non è morto, perché Kobe non lo puoi uccidere.

Esiste nella natura intrinseca di ognuno di noi, ma prima che nascesse forse non lo sapevamo.

Non credevamo fosse possibile.

Pensavamo bisognasse nascere in una certa maniera.

Ci sentivamo giustificati ad arrenderci, a rallentare.

Ma Kobe ha cambiato le regole, un po’ per tutti quelli che hanno il coraggio di ascoltarlo.

Per quello è facilissimo odiarlo, perché ci mette di fronte a tutte le nostre stronzate, e non possiamo farci niente, perché ha ragione.

Questo per me è stato Kobe.

Ma non è successo solo questo il 26 Gennaio 2020.

Quasi come se gli astri si fossero allineati sopra Los Angeles, quella sera Nipsey Hussle vince 2 Grammy.

Nipsey Hussle.

Un nome che potrebbe non significare molto in Italia, ma che per molti ragazzi americani è già leggenda.

Un altro immortale.

Un altra leggenda di Los Angeles che ci è stata portata via prematuramente.

Un altra entità che però non è morta, e non morirà mai.

La voce di chi la pensa diversamente.

Di chi ha vissuto e fatto parte di una gang, e sa quanto sbagliato sia.

Una persona che ha scommesso tutto, rimettendoci la vita, per cambiare le sorti di un quartiere, di una città, di una generazione.

La voce che toglie i ragazzi dalla strada, che racconta che le scorciatoie portano alla morte.

Che la vita non è uno sprint ma una maratona.

Che i milioni si possono fare facendo le cose bene, ma che non sono la risposta.

Che le gang sono una merda e le apparenze uccidono.

Una voce che echeggerà per sempre e un po’ come 2Pac ispirerà centinaia di artisti ed imprenditori.

In meno di 12 mesi a Los Angeles, 2 umani sono diventati immortali.

2 persone che predicavano lo stesso concetto.

Pazienza e duro lavoro.

Sacrifico e reiterazione.

Pianificazione ed esecuzione.

Identificazione dei limiti e ossessivo miglioramento.

Ogni giorno, per sempre.

Perché se non lo facciamo noi, chi lo farà per noi?

Mamba Mentality e Marathon Mindset.

Grazie di tutto.

Rest in power, legends.

Salvatore Russo

Non è stato Kobe a farmi innamorare del basket, ma chi almeno una volta nella vita non ha fatto finta di essere lui con la palla in mano e lo sguardo rivolto al ferro?

Da piccolo era uno dei miei miti, forse lo amavo più di tutti. Lo amavo così tanto che i miei, nel natale del 2002, mi regalarono il primo completino, ovviamente con il numero otto. E nonostante non fosse la sua maglia originale, quello fu uno dei regali che custodirò per sempre con cura, perché quella divisa mi ha permesso di entrare meglio nella parte del Black Mamba in quegli anni.
Negli ultimi tempi, tutti avevano la sua maglia, anche chi non ha mai seguito il basket.
Questa, tra le tante altre cose, è la dimostrazione del fatto che è stato UNICO.
Avevi ancora tanto da dare a questo sport, a tutti noi.
Sei e sarai sempre IMMORTALE!
Ciao Kobe

Simone Colombini

Erano le 20:39, io ero da solo a tavola ed avevo appena finito la mia cena, quando mi arriva una telefonata, era il mio migliore amico ed essendo che lui abita molto lontano da me pensavo avesse bisogno di un po’ di conforto a distanza… 

S:”Pronto?”

A:”Ciao Simo,ti disturbo?”

S:”No Ale, dimmi pure.”

A:”Hai visto cos’è successo?”
S:”Mmm no, cos’è successo?”
A:”È morto Kobe Bryant.”

In quel momento non avevo ancora realizzato, ho acceso la televisione ed è apparsa la notizia tutta scritta in maiuscolo.

Ho passato 10 minuti di totale appannamento e confusione, non sapevo cosa dire o cosa fare.

Ho cercato di rimanere calmo, ma il mio stomaco si chiudeva sempre di più, e sono iniziate a scendere le prime lacrime.

Successivamente ho capito perché è stato proprio il mio migliore amico a darmi quella notizia:”chi meglio di lui sa cosa rappresentava per me Kobe?” 

Esatto, lo nominavo spessissimo, anzi, direi sempre.

Come esempio di lavoro, dedizione, etica e ossessione per la vittoria. Tutti aspetti che ogni PERSONA (e non ho utilizzato la parola sportivo apposta) dovrebbe avere.

Sono due giorni che piango e probabilmente continuerò a farlo fino a quando accetterò il fatto che non sei più tra noi. Questo solo in senso fisico, perché tu hai ispirato milioni di persone, e continuerai a farlo fino a quando il tuo ricordo sarà vivo.

Grazie di tutto. 

Francesco Fede

Voglio dare anche io un mio personale ricordo che penso apprezzerete:

1997, Milano, Adidas Streetball. 

Kobe Bryant ha 19 anni e io 16. Lo vedo a qualche metro da me mentre giochicchia con i ragazzi dell’epoca in una partitella di esibizione che vedeva come ospiti quell’anno anche Sandro Dell’Agnello e Davide Pessina. 

Era l’estate seguente ai primi playoffs Nba e ai famosi airball a Salt Lake City contro I Jazz.

Quelle movenze ghepardesche mi rimasero negli occhi, nessuno però avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato quello che diventerà.
Foto realizzate con un’ottima usa e getta Kodak

Ciao Kobe

Francesco Cirronis

Nella nostra palestra di basket, abbiamo appeso un suo poster e la sua maglia. Da quando sono bambino, gioco in questa palestra, e nella porta per entrare in campo, c’è un suo poster. Da quando ho 6 anni, batto sempre il cinque a Kobe. Ieri sono andato ad allenarmi, e come al solito, ho battuto un altro cinque a quel Kobe che schiaccia a canestro.

Da domenica notte a oggi sento un vuoto dentro di me impossibile da colmare, perché Kobe mi ha fatto conoscere uno sport, mi ha fatto innamorare del basket e dei Lakers. Sono veramente distrutto, non faccio altro che pensare a Kobe, Kobe, sempre a Kobe.

Domenica, verso le 20 tutti iniziano a parlarne, ma io non sapevo ancora nulla, stavo aspettando il solito posticipo di Serie A, mentre già tutti i miei amici, tutti gli appassionati di basket e di sport iniziavano a parlarne. Inizia la partita, verso il 20′ del primo tempo, Maurizio Compagnoni, telecronista di Sky, annuncia che è avvenuto un tragico incidente in elicottero e che Kobe Bryant ha perso la vita.

Non ci potevo credere. Inizio a prendere il telefono e vedo tutti i messaggi dei miei amici, Instagram, Facebook, intasati di notizie su Kobe. Io ero lì incredulo, trattenendo le lacrime, cercando notizie, un qualcosa che mi poteva dare speranza. Ma niente. Sono rimasto fino a tarda notte insieme a mio padre senza dirci nulla, guardando in televisione le notizie e le immagini dell’incidente. Quando sono andato a dormire, avevo un pensiero fisso che mi tormentava, cercando di realizzare quello che era accaduto. Il lunedì ancora peggio, tutto il giorno a pensare a Kobe, al vuoto che aveva lasciato in me. Ed ancora oggi non riesco a crederci. Rimarrò per sempre un Mamba.

Grazie di tutto Kobe. Grazie. Mamba out.

Luca Borinato

C’ho messo due giorni a convincermi a scrivere un pensiero su di te, in parte perché non mi reputo un grande narratore, in parte perché non sono solito fare questo genere di cose, però in questa circostanza sono convinto sia giusto dedicarti un pensiero, seppur banale.

Non pensavo potesse succedere proprio a me, io che solitamente tratto con superficialità, quasi menefreghismo, la morte di persone che non siano a me vicine. Ma con te è stato diverso, con te non ho saputo trattenere le lacrime appena appresa la notizia, e le lacrime non si sono fermate lì.

Ho fatto fatica a capire come mai io ci stessi tanto male perché, ad essere sincero, non sei mai stato il mio idolo. Io sponda Celtics, tu sponda Lakers… incompatibili… eppure. Eppure tu sei il mio primo ricordo dell’NBA, tu col numero 8 e il capello afro contro il resto il mondo. Quella videocassetta sulla cavalcata tua e dei tuoi Lakers al three-peat degli anni 2000, consumata da quante volte l’abbiamo vista. Tu e i tuoi 81 punti, qualcosa di spettacolare. SEI, per chi come me è figlio degli anni ’90, l’icona per eccellenza, senza nulla togliere al magico #23. Tu e la tua ossessione per il lavoro, la voglia di vincere, di migliorarsi a qualsiasi costo. L’idea che ognuno dovesse impegnarsi almeno quanto te, tanto da permetterti di andare da Shaq e dargli del ciccione.

Sei stato un esempio per me, e non parlo a livello strettamente cestistico avendo io mollato il basket molto presto (non ero decisamente portato), ma a livello umano e di mentalità. Hai sempre fatto ricredere chiunque dicesse che non ce l’avresti fatta, spostando continuamente l’asticella del limite un pò più in là.. e anche stavolta non sei stato da meno; ci hai fatto credere di essere immortale, di poterci essere per sempre salvo poi smentirci un’ultima, maledettissima volta.

Grazie Kobe, grazie per tutto ciò che hai dato e continuerai a dare. Grazie.

Federico Bileddo

Dear Kobe

Innanzitutto grazie

Grazie per tutto quello che mi hai insegnato tutte le volte fin da piccolo in ogni circostanza sono sempre stato ossessionato dalla tua mentalità

Fin da piccolo in ogni campo ho cercato di raggiungere la perfezione che sia stato un 9 preso incazzato perché voleva essere un 10 che sia stato in una qualsiasi frase scritta bene ma che doveva essere perfetta qualsiasi concetto espresso bene ma che poteva essere fatto ancora meglio

È quello che mi hai insegnato tu la ricerca della perfezione
Il nome Kobe Bryant che da piccolo solo a sentire sto nome pensavo “wow che figo”
Qualsiasi parola scritta in più non sarebbe abbastanza per renderti omaggio a quella che è stata la tua carriera e la tua persona credo che difficilmente accetterò ciò che è accaduto e probabilmente non me ne farò mai una ragione di perché in questo mondo siano sempre i migliori ad andarsene
Thank you Kobe
❤
Mamba4life
P.S. so già che potevo fare meglio Kobe sorry

Cristian Cocuccioni

Il Mito “The Black Mamba” 🐍

Per quanto possa essere utile questo maledettissimo post,mi sento in dovere di farlo.

Lo scrivo a più di 24 ore dalla sua scomparsa (non riesco ancora a scrivere “dalla sua morte”) per accertarmi che tutto questo sia (purtroppo) vero.

Qualunque cosa o chi ci sia, se c’è, al di sopra di noi, ha deciso di farti diventare un mito da raccontare e ricordare alle generazioni future un po’ troppo presto per i miei personalissimi gusti. Kobe Bryant ha rappresentato la vera Essenza (E rigorosamente maiuscola) dello sport, dall’essere rispettoso e farsi rispettare da avversari e compagni,al come si deve prendere una sconfitta o una vittoria. Sapeva vincere egregiamente e questo penso che lo sappiano anche i più lontani dallo sport che ci ha fatto innamorare, la pallacanestro. Quindi andiamo sul modo di perdere e di rialzarsi di Kobe Bryant,lui la sconfitta la vedeva come un ennesimo motivo per allenarsi ancora ancora e ancora, a dimostrazione ci sono migliaia di aneddoti, uno di questi, che ho preso veramente a cuore e che fa capire che persona fosse alla sfortunata (maledettamente sfortunata) gente che non ne conosce niente di lui o semplicemente alle generazioni che verranno che purtroppo neanche possono sentire le sue parole in diretta, sono quelle di Ron Artest: “Sapevo della sua ossessione per il lavoro da solo, e mi convinsi che anche solo per un giorno, sarei dovuto arrivare in palestra prima di lui. Il primo giorno giunsi al palazzetto due ore prima dell’allenamento, e me lo trovai lì. Allora mi presentai tre ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Il giorno dopo, per ripicca, arrivai 4 ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Mi parve incredibile e gli chiesi “ma non hai due bambine da portare a scuola?” “Certo, mi disse, le ho portate alle otto” “non è possibile, sono arrivato alle sette e mezzo e ti ho visto qui”. “Tu mi hai chiesto se ho portato le mie figlie a scuola, non a che ora sono arrivato”. 

Solo con uno di questi racconti si può percepire l’ossessione (parola ricorrente quando si parla di Kobe) per la vittoria,per essere un giocatore migliore di quello che magari il corpo permettesse ma lui voleva sempre provare,molto spesso riuscendoci, a superarsi e a superare i propri limiti. L’ossessione ad essere il migliore e l’unica arma,oltre al suo talento più puro e cristallino che potesse esserci in questo mondo e in questa epoca, è la sua etica al lavoro,la sua concentrazione nei momenti più importanti,che fosse una partita o un particolare momento della propria vita e da qui nacque forse il motto che per eccellenza descrive tutto questo, la Mamba Mentality. La Mamba Mentality è uno stile di vita, è un modo per eccellere in qualsiasi cosa usando determinazione,lavoro, concentrazione e la fissazione a migliorarsi giorno per giorno. Tutte queste parole scritte così, tra un magone e un senso di fastidio,mancanza di fiducia, tra l’incredulità della notizia e lo sperare ancora che sia un brutto incubo, sono niente in confronto a cosa sia stato Kobe.

La sua presenza scenica, il suo essere così grande da creare leggende che girassero intorno a lui, ad esempio il motivo della scelta del 24.. Pensate,si dice che abbia preso il 24 per essere un gradino sopra al Dio del basket,Micheal Jordan e non so se sia vero o no ma è proprio il dubbio che fa rendere speciale la ragione del suo cambio dalla canotta Nº8 al numero che tutti noi conosciamo ed onoriamo.

Per concludere, questo è uno dei milioni di motivi per cui Kobe è diventato un Mito. Il Mito è una narrazione fantastica tramandata oralmente o in forma scritta, con valore spesso religioso e comunque simbolico, di gesta compiute da figure divine o da antenati (esseri mitici) che per un popolo, una cultura o una civiltà costituisce una spiegazione sia di fenomeni naturali sia dell’esperienza trascendentale, il fondamento del sistema sociale,sono nati da fenomeni che l’uomo non sapeva spiegarsi e aveva il bisogno,forse per tranquillizzarsi da quello che non conoscesse, che ha creato esso.. Beh lui è un mito per questo, ha compiuti gesti che noi comuni mortali non possiamo neanche sognarci con la palla a spicchi. E quindi ecco qui la storia. Kobe venuto da noi,qui sulla Terra, che ci insegna Basket,leadership e dedizione al lavoro. Che il mito “The black Mamba” alieggi per sempre tra noi.

Tu non riposerai lì su,sono sicuro che già ti starai allenando per le partite che giocherai e stai aspettando (ovviamente augurandoti di doverti allenare per anni e anni) qualcuno da qui che sfiderai per un 1 vs 1.

Quindi.. Allenati in Pace.

Grazie per la Leggenda e Il Mito che ci hai lasciato da raccontare (troppo presto però..) ai nostri figli.

Dario D’Angelo

Non chiedermi di smettere di piangere. 

Non chiedermi di smettere di sentirti ancora. 

Non chiedermi di smettere di vederti ancora. 

Ed anche se tu lo facessi, io non ti darei ascolto, perchè il cuore è un ostacolo insormontabile per la mente. 

È da tre giorni che non smetto di riguardare per la milionesima volta i tuoi fadeway, la tua settimana da Dio con i 50 di media in 4 match di fila, gli 81 ed i 60 d’addio.
È da tre giorni che rimembro il perchè di un amore personale così viscerale per la palla a spicchi e di una passione per te nata e mai più terminata, perchè tu come per tanti non eri un idolo, tu eri emozione.
Sei emozione.
Sei emozione sul parquet per il talento smisurato che innescavi contro tutto e tutti.
Sei emozione per chi da piccolo ti guarda e capisce che si puó non reagire con la violenza ad una provocazione ma la si puó far impazzire nell’indifferenza, Barnes puó confermare.
Sei emozione nel sociale per l’impegno ad esser gentile e tendere la mano a chiunque e per aver dato la possibilità a chi curioso di questo meraviglioso mondo cercava una possibilità, emozione sfociata in quello spettacolare progetto della Mamba Academy.
Sei emozione sullo schermo perchè hai spiegato a tutti come si fa ad essere, in tv e sul campo, perennemente con sorriso facendo credere a tratti che l’infelicità fosse solo un concetto inesistente.
Nella mia vita, Mister Kobe, sei stato e sei idolo.
Nella mia vita, Mister Kobe, sei stato e sei emozione.

Filippo Magursi

Due giorni fa si è consumata una tragedia a cui non avrei mai pensato di assistere. 

Kobe ci ha lasciato. 

Assurdo. È tutto troppo assurdo.

Cosa combini, Kobe? Proprio te, che mi sembravi immortale?

Proprio te, che hai segnato due liberi con il tendine di Achille rotto? Proprio te, che ne hai segnati 81ai Raptors? Proprio te, che mi hai fatto dannare quando hai battuto i miei Celtics nelle Finals?

Proprio te, che insieme a LeBron e Michael mi ha fatto innamorare fin da bambino di questo sport.

Proprio te, che mi hai insegnato la disciplina, l’etica del lavoro, la perseveranza e la determinazione nel raggiungere ogni obiettivo.

Non riesco a credere a quello che è successo, ma il momento di dirti addio è arrivato.

Ma non ho mai pensato che ci lascia questa Terra vada veramente via, e non comincerò a crederlo adesso, Kobe.

Da oggi in poi sarò convinto che tu sarai sempre qui, insieme a tutti noi amanti del nostro “dear basketball”. A tutti noi, che abbiamo imparato ad amare questo sport grazie a te.

Allora grazie Kobe, grazie per tutto quello che ci hai dimostrato durante la tua vita. Grazie per tutto quello che ci hai lasciato.

Che la terra ti sia lieve, Kobe Bean.

Mamba Forever

Forever Legend

Tommaso Salvadori

Domenica ero a cena a casa mia con i miei genitori e la mia ragazza, mentre sono a preparare il caffè è proprio la mia ragazza che mi da la notizia, ma quando me lo dice sono tranquillo, sono sicuro è una fake news, non esiste. Mio babbo, è stato lui a passarmi questa passione, corre ad aprire il computer, è tutto vero.

Tutto tremendamente vero.

Il resto della serata penso ad altro, faccio l’amore con la mia ragazza, guardo qualcosa al computer, poi lei torna a casa, i miei vanno a dormire ed io mi fermo un attimo sul divano, accendo la TV, metto sky, guardo il telefono e senza neanche rendermene conto inizio a piangere come un bambino.
Ma perché?
Ho iniziato a seguire la nba con continuità dal primo anno di lbj a Miami, non ho mai visto kobe sul serio (non direttamente) non è uno dei miei giocatori preferiti, non mi sono avvicinato al basket grazie a lui, io gioco a calcio. Ma nonostante tutto sono qui a piangere con voi.
Scrivo questo messaggio per me, perché mi sento qualcosa dentro, perché ci sono uomini che vanno oltre lo sport, oltre il mettere una palla in un canestro e che ti lasciano inevitabilmente qualcosa dentro. Per me kobe è un icona di dedizione umana, perché per tutta la sua vita mi ha mostrato come si è messo dei limiti per superarli, mi ha messo in faccia la verità, se vuoi qualcosa ti devi fare il culo più di tutti e andare a prendertela.
Questi personaggi alle volte sono così tanto idolatrati (giustamente) che non ti sembrano neanche umani, è morto kobe, ma in che senso? Che vuol dire è morto kobe?
Kobe è un uomo, nel bene e nel male, questa tragedia me lo ha ricordato purtroppo e allo stesso tempo tutto ciò me lo ha fatto apprezzare ancora di più.
Grazie kobe, grazie di cuore, sono qui a piangere con milioni di persone non perché eri un fenomeno, ma perché ci hai fatto vedere che con passione, dedizione e sacrificio possiamo realizzare i nostri obiettivi, possiamo essere migliori di come siamo ora.

Sei più di un atleta.

Grazie kobe sarai per sempre una parte di me.

Alessandro G. Rossetti

Era il 20 Febbraio 2017, e io lanciavo l’asciugamano sudato per l’ultima volta nel cestino dei panni sporchi con questa lettera, proprio come Kobe.

Mia cara pallacanestro, 

ti scrivo come Ross, quel bambino che all’età di quattro anni entrava per la prima volta in palestra e prendeva in mano quella palla a spicchi, senza neanche prendere in considerazione l’idea che quella stessa palla a spicchi sarebbe diventata la sua valvola di sfogo negli anni a venire.

Non ti scrivo certo dall’NBA o dall’Eurolega, ma ti assicuro che avrei tanto voluto farlo. Ti scrivo da un’onestissima Serie D, nemmeno troppo calcata.
Ti scrivo per dirti che il fruscio della retina quando la palla ci passa dentro mi fa venire ancora i brividi ogni volta che lo sento.
Perché quel suono significa fatica, significa sudore, significa lacrime di gioia e di dolore.
Mia cara pallacanestro, prendi questa “lettera” come un mio immenso grazie, un grazie per avermi fatto crescere come uomo e come giocatore.
E ricordati che se mai avrai bisogno di sangue, sudore e lacrime potrai sempre rivolgerti a me, sarò orgoglioso di farmi trovare pronto, come tu lo sei stata per me in questi anni.
Con il mio asciugamano sudato tra le mani, immaginando di lasciar partire un Clutch Shot nel cestino dei panni sporchi, proprio come Kobe.
3, 2, 1…
Ancora grazie.

Per sempre tuo,

Ross #12 .🏀

Ci tenevo a renderti omaggio un ultima volta. 

A te, idolo ed esempio di una vita passata su un parquet.

Non è affatto vero che per voler bene ad una persona bisogna per forza di cose conoscerla.

Io ti volevo bene, eccome se te ne volevo.

Non mi resta altro che salutarti un’ultima volta, prima di sperare di vederti un domani.

Un bacio a te e alla tua GiGi.

Per l’ultima volta… Mamba Out🐍💛

Giacomo Cogliandro

Ti ho odiato, tanto. 

Io, cresciuto fra gli 8 e i 10 anni come tutti i bambini che si appassionano facile, alla fine degli anni ’80. Passione per il calcio, per la pallavolo, per il basket. 

Per l’NBA. Un mondo che aveva “appena” iniziato a essere più accessibile a me e ai nostri media. Un mondo di luci, di superuomini, di spettacolo puro. Un mondo che presto, nel vedere ai TG le dichiarazioni di Magic sulla propria malattia, si rivelò nascondere le insidie e le delusioni degli uomini comuni, forse di più.
Nonostante tutto la passione è aumentata, sulle ali di Air Jordan, grazie alle danze di Akeem, a StocktonToMalone.. fino a quel Draft.
Lì ho conosciuto il tifo più sfrenato per The Answer. Ciò che Allen Iverson rappresentava per il gioco, il modo di essere, per impatto sulla Lega, sono tutte cose che già sappiamo, parliamo di Hall of Fame. Ebbene ti ho odiato, perchè tu sei stato la nemesi prima durante il tramonto di MJ, poi per i sogni di titolo di Phila. Perchè volevi vincere, volevi essere e dimostrare di essere il migliore, sempre. Ecco perchè poi ho capito che l’odio infantile non era altro che timore e profondo rispetto, era il trash talking che finiva solo dopo il consumarsi dell’ultimo secondo a tabellone, quando magari avevi appena gonfiato la retina vincendo la partita per LA. E poi l’impegno costante, i titoli con e senza Shaq, una devastante certezza. Sana invidia, ecco, oltre a timore e rispetto, forse perchè non son stato mai capace e mi piacerebbe, avere forse un minimo della determinazione che hai avuto in ogni singolo istante e trasformato in pura perfezione dei gesti, in un simbolo immortale.
Ti saluto Kobe, con infinita tristezza per te e Gigi, diretta emanazione del tuo corpo e della tua legacy. Ci abbracciamo tutti nel tuo ricordo e da oggi forse ci sentiremo in dovere di dare quel qualcosa in più, sempre, perchè ciò che hai lasciato è forse quanto e di più di quanto ci hai dato, e di cui non finiremo mai di ringraziarti. 

Fabrizio Viglietta

Devo dire la verità, il basket Nba è entrato nella mia quotidianità solo qualche anno fa. Era il 2012, io frequentavo ancora le medie, e mi appassionai vedendo una squadra capace di far divertire e di spettacolarizzare il gioco ai massimi livelli. “Lob city” così la chiamò lo stesso Blake Griffin all’arrivo di CP3. Kobe era quindi quanto di più lontano ci fosse dalle mie simpatie, era ormai in fase calante azzoppato dagli infortuni e giocava in una squadra che navigava ormai nella mediocrità. Nonostante questo ho pianto molto domenica, ho pianto perchè non si può credere ad una cosa simile, ho pianto perchè nel tempo ho conosciuto la tua storia, le tue gesta, i titoli, la tua etica e la tua mentalità. Ho pianto perchè nelle airpods ascoltavo “Sunday Morning” dei M5 (canzone e gruppo preferito) e Adam beh è il vostro fan n.1.
Ho pianto soprattutto perchè eri un padre eccezionale, un uomo di cuore con lo sguardo verso il prossimo. Quell’elicottero si è portato via 3 giovani promesse del team che tu stesso avevi costruito oltre ad una grossa fetta di storia dell’Nba.
Riposa in pace Kobe, anche se forse per te la parola riposo è una bestemmia vera.
Riposa in pace Gigi e continua ad allenarti con papà anche lassù

Matteo Ragazzi

Ho letto tante belle parole da quando è successo.. vorrei poter fare lo stesso, ma il dolore che provo non mi lascia pensare neanche a cosa dire… non ti ho mai conosciuto di persona, ma il dolore che provo è come quasi avessi perso un amico, un familiare… eri un modello da seguire sia per l’ambito lavorativo, che per la tua vita esemplare. Non posso neanche immaginare il dolore che provano le persone che ti conoscevano personalmente, il dolore di aver perso non solo una leggenda, ma anche un marito.. un padre.. come se non bastasse, se ne è andato anche il tuo piccolo angelo Gianna.. è una di quelle notizie che sconvolgono nel profondo… Non sono mai stato un fan dei Lakers, ma ti ho sempre rispettato e ritenuto tra i migliori di tutti i tempi, un vero esempio da seguire… hai lasciato un grande vuoto dentro di me e sono sicuro dentro milioni di persone in tutto il mondo… morire così a 41 anni non ha senso… morire a 13 anni ne ha ancora meno… la vita è ingiusta…. non ha senso per me continuare a scrivere altro, ci sono persone molto più qualificate di me che possono scrivere cose decisamente più toccanti.. volevo solo darti il mio saluto personale a te e alla tua bambina… non ti dimenticherò mai, come non lo farà nessuno che abbia mai sentito anche solo pronunciare il tuo nome.. eri e sei tutt’ora il Basket… il mondo ha perso una delle persone migliori che siano vissute nell’era moderna…
RIP Kobe Bryant…
RIP Gianna Maria-Onore Bryant…
Possiate rimanere per l’eternità insieme come padre e figlia, in attesa di riunirvi con il resto della famiglia in un futuro lontano….

Davide Zanchi

La notizia è arrivata durante una cena tra amici, la nostra tradizionale carbonara della domenica.

Amici accomunati dalla stessa passione: la palla a spicchi.

Durante la cena arriva un messaggio sul gruppo Whatsapp da parte del più giovane di noi: un lapidario “ragazzi, è morto Kobe”.

Ovviamente la reazione è stata quella di tutti “ma cosa dici, controlla le fonti, sarà una fake news”. Poi le fonti iniziano a farsi più numerose, più autorevoli.

Quello che sembrava un pensiero da non fare per scaramanzia, inizia a concretizzarsi e la speranza lascia spazio allo sconforto.

Da tifoso Celtics non posso dire di aver apprezzato Kobe come avrei dovuto. Ho goduto nel 2008 e sofferto nel 2010, quando Perkins forse avrebbe fatto la differenza e forse quel trio avrebbe avuto almeno un anello in più.

Ma il rispetto, la dedizione, l’impegno e la voglia di competere di Kobe vanno ben oltre i colori di una maglia. 

Mancherà a tutti gli amanti dello sport in generale, non solo del nostro basket.

Legends never die

Michele Raffaele Bulla

Non ho ancora pianto. Non lo farò, ormai ne ho la consapevolezza esatta. All’inizio questa cosa mi faceva sentire male ed in qualche modo copriva il dolore. Ho pensato che forse Kobe per me non significava così tanto, ma questo non poteva essere……Perché? Perché la pallacanestro non sono una palla ed un cesto. La pallacanestro sono le persone come Kobe, come MJ, come Lebron come Steph che ti fanno innamorare di quella palla e di quel cesto. Quindi lui era la pallacanestro e quello per la pallacanestro nella mia vita è un amore che non è mai venuto meno. Poi c’è quel fatto che per me Kobe è sempre stato l’unico vero erede del mio Michael, una sorta di fratellino minore del mio mito e quindi un mito lui stesso. No, tenevo a Kobe. Tanto. Non tifavo Lakers ma i campioni come lui hanno sempre avuto un posto nel mio cuore e lui subito dopo MJ. E allora perché in quel maledetto 1 maggio 1994 avevo versato ogni liquido corporeo tra lacrime e vomito ed ora no? Perché mio padre mi aveva dovuto calmare in preda ad una crisi irrefrenabile ed ora l’unica cosa di cui ero capace era fissare pensieroso un punto sulla parete? Allora avevo conosciuto per la prima volta il lancinante dolore della separazione e la cosa assurda era che irrazionalmente provavo quel dolore per una sorta di alieno, una persona che sarebbe potuta provenire da un’altra galassia tanto era distante e sarebbe rimasta distante dal mio mondo. Forse, mi sono detto, perché anni dopo la mia vita mi ha purtroppo portato a versare lacrime per persone tangibili, terrestri, per affetti quotidiani. Forse le avevo esaurite tutte per il mio secondo papà Nicola, quello zio meraviglioso che mio figlio non avrebbe potuto conoscere, per Luca, quel compagno di squadra fantastico (il nostro “Magic”) che faceva cose incredibili con quella palla a spicchi ma il cui cuore un giorno si è piantato davanti ai nostri increduli occhi all’allenamento, per Gianni, quel collega e mentore che il penultimo Natale ha deciso di prendersi come dono invece di portarne lui a noi. Come posso ora mettere sullo stesso piano loro, cittadini del mio mondo, con un altro abitante di una galassia lontana? Forse. Forse non piango perché la vita mi ha scafato, irrigidito, insegnandomi quanto sia fugace e passeggera. O forse è giusto così. Perché se c’è una cosa che Kobe mi ha insegnato è l’atteggiamento verso la vita, giusta o sbagliata che sia. Se qualcosa ti fa incazzare o ti addolora tu prendilo di petto e combattici fieramente. Questo era Kobe. Questo ha trasformato un gracilino ragazzetto girovago in uno dei giocatori più forti della storia di questo sport. Perché il talento da solo non basta senza l’attitudine. No, sto solo commemorando alla mia maniera un lottatore vero. Quindi non cederò alla disperazione. Il dolore? Beh quella è un’altra partita. Il dolore è lì vivo e lancinante dalle 20:30 di domenica ed è lo stesso identico dolore di Ayrton, di Nicola, di Luca, di Gianni……Kobe tu non lo sapevi quanto potevi contare per persone che si trovano a 10000 gradi di separazione da te, ma ora lo sai. Mi mancherai tanto campione!

Luigi de Luca

Dear Kobe,

Ho deciso di iniziare nel modo in cui hai iniziato tu quando hai scritto la tua lettera d’addio e d’amore alla pallacanestro, perché nella mia vita ho sempre cercato di imitarti, sei stato e sarai sempre il mio idolo, la mia ispirazione e il mio modello.

Ricordo come fosse ieri il primo spezzone di partita di NBA che vidi, era gara 7 delle finali di conference 2002 tra i tuoi Lakers e i Kings, mio padre mi svegliò per vedere il 4° quarto (avevo appena 5 anni e non riuscivo a svegliarmi nel cuore della notte) e quello che ho provato vedendo quel 4° periodo e l’overtime fu indescrivibile, mi innamorai ancora di più del Gioco e ricordo la frase che durante l’overtime dissi a mio padre: “da grande voglio diventare come lui”. Nel Settembre 2001 i miei genitori (entrambi ex giocatori di basket nel mio paese) mi hanno buttato in quella enorme palestra, ma fu grazie a te se quello sport è diventata la mia passione più grande, grazie a quella partita, ai mille highlights delle tue partite e alle notti in cui mi svegliavo per vederti; ho sempre cercato di imitarti, avevo te come punto di riferimento, mi hai trasmesso una passione per il basket senza limiti.

Sei stato da sempre il mio idolo, il giocatore che più ho amato e amerò, il giocatore del quale ho avuto la mia prima canotta, e quando annunciasti il tuo ritiro non so cosa ho provato, non volevo accettarlo, infatti nei 15 giorni prima della tua ultima partita decisi di pubblicare una tua foto al giorno per descrivere la tua carriera e cosa hai significato per me. La mattina della tua ultima partita poi non la scorderò mai: avevo la simulazione della terza prova quella mattina, ma non mi importava, mi svegliai alle 4 per vederti, non sto neanche a descrivere la tua prestazione e i tuoi 60 punti, arrivo direttamente all’intervista post-partita in cui scoppiai a piangere perché non volevo finisse tutto, quel “Mamba out” mi ha fatto malissimo, ma dovevo accettarlo, dovevo accettare che non ti avrei più visto giocare su quel parquet (ps: ho quasi rischiato di perdere il pullman per andare a scuola e feci la simulazione con la tua canotta addosso).

Quell’anno avevo gli esami di stato e non potevo non portarti con me anche in quell’occasione: decisi di fare una tesina sulla NBA un po’ atipica, formando una squadra con 8 giocatori e ad ognuno dei quali collegai un argomento di una materia. Decisi di collegarti con l’inglese e l’idea del tempo, riportando le parole della tua lettera per spiegare la differenza tra tempo esteriore e tempo interiore (nella foto qui sotto).

Sono scosso da quando domenica sera ho ricevuto questa tragica notizia, sono rimasto paralizzato, non sapevo cosa fare, non me ne rendevo conto, non ho avuto neanche la forza di piangere tanta era la mia incredulità. Sei stato e sarai sempre il mio idolo, la mia fonte di ispirazione, il mio giocatore preferito, il motivo per cui amo il basket, il tuo Gioco, il nostro Gioco, e cercherò di portare avanti nel mio piccolo quello che mi hai trasmesso sempre, te lo devo per tutto quello che hai fatto per me senza neanche saperlo.

Questo non è che una piccola parte di quello che hai significato per me, ma è tutto quello che al momento riesco a dire, quindi ti dico solo una cosa:

Grazie Kobe.

Roberto Lo Magro

Faccio una premessa in modo tale da conoscermi come persona. Come molti di voi, ho passione sia per il calcio sia per il basket.

Ho giocato in entrambi gli sport. Nel calcio, piedi tozzi e polmoni inesauribili. Nel basket, stranamente elegante e tiratore. Ma basso 186cm, nonostante tutta la mia voglia di crescere. Di emulare Jordan, ma mi sarei anche accontentato di essere uno Scalabrine. Se c’è riuscito lui…

Ma facciamo un rewind al 26 gennaio dove sono un 38enne con pancetta, padre di famiglia di una bimba di 2 anni. Di quelli sedentari, sportivi da poltrona. Con una moglie che mi osserva stranita e quasi rassegnata le mie esplosioni di gioia, di incazzatura di fronte la televisione.

Di solito, quando vi sono partite di calcio importanti dove una delle squadre è il Napoli, sono uno che urla, s’agita e mette a rischio la situazione coniugale, per dirvi a Juve Napoli 0-1 di KK di due anni fa, ho seriamente rischiato il divorzio. Scena usuale per il 99% dei finti sportivi da salotto di qualunque fede.

Ed è con questo spirito che ho affrontato il 1′ tempo della partita. Accendo lo smartphone, ignoro le notifiche sportive, collegandomi a FB per scambiare pareri sulla partita con i miei fratelli di fede.

Foto di Kobe come primo post, la sua espressione corrucciata , in campo, leggo testo bianco su sfondo rosso Kobe reportly killed at helicopter crash.

“Ma è vero? Sarà un fake.. non può essere” poi rimango attonito.

Quei 10 minuti dell’intervallo li ho passati freneticamente a cercare info più precise. E mi dicevo “non è possibile”

Ricordo che mi si è gelato il sangue. Non sono riuscito a non pensare ad altro se non alle sue figlie che sapevo amava moltissimo, al profondo impatto che la perdita avrà su chiunque l’avesse conosciuto, ai suoi familiari, i suoi amici, ed infine con chi ha giocato.

Mi sono girato e ho visto mia figlia, seduta sul divano, sorridermi. E provare freddo improvviso al pensiero che un papà abbandoni in quel modo le figlie. L’ho baciata istintivamente sulla fronte facendomi mentalmente una promessa “devo esserci sempre d’ora in poi.” Penso sia l’unico insegnamento avuto da quella notizia tristissima. Siamo fragili in questo mondo. Ed è la fragilità stessa che ci ricorda che abbiamo questa vita.

Ricomincia la partita. Ma la mia attenzione è scesa al livello minimo come guardare un’amichevole estiva. Cuore pesante e tanti pensieri che si affollano.

Al gol di Zielinsky, non ho esultato se non con un “gool” pacato che nemmeno mia figlia ha sentito. Nè a quello di Insigne il gol della sicurezza.

Mia moglie è stupita. Mi vede quasi senza emozioni di fronte a Napoli Juve, dove lei sa che è la Partita, memore di tante “Amore.. tra una settimana c’è la partita, non voglio uscire”, “amore tra tre giorni ho da fare”, “tesoro stasera prendo la pizza”, “Amore Sono teso.”, ottenendo sempre ingrata dis-empatia. Ma tant’è.

Ma qui il dispiacere è troppo e non sono riuscito a trovare una valida motivazione per cui esultare.

Al triplice fischio, chiudo e cerco notizie, illudendomi vanamente che fosse un errore. Che a morire erano altre persone, di cui mi sarebbe dispiaciuto il giusto ma cosi’ va la vita.. Che magari sarebbe uscito fuori una smentita magari in un video di Kobe tutto corrucciato e incazzato come in una partita a dire in inglese “ma che cazzo state a di’? stavo in palestra ad esercitarmi ai pesi” aggiungendo anche un italiano “Ma non me romb i coglioni”. Giusto per ribadirlo.

La notte non l’ho passata dormendo. Pensieri che si affollano sempre di piu’. Poi scopro che è morta pure la seconda figlia di 13 anni.

E li’ ho pianto sul letto senza farmi sentire/vedere da mia moglie.

Di notte, la mente è ingestibile, quando vuole sa farti del male. E ti fa immaginare cose che non vorresti provare, come essere in quel maledetto elicottero, abbracciati alla figlia e non poter fare nulla per impedire.

Ti scuoti e eviti di scendere nell’abisso più profondo che solo la paura inconscia sa darti. E cerchi di razionalizzare. Capisci che non puoi far altro che far tesoro di cio’ che è stato Kobe. Del suo essere Uomo prima che sportivo.

So che tutti magnificate la grandezza dello Sportivo.

Ma dietro, vi era un uomo, padre di 4 splendide figlie. E io ho questo punto in comune. Di essere genitore di una bimba che ha iniziato a guardare con curiosità la palla da basket di gomma piccolina che suo papà ha comprato nella speranza quella che non si dice..

Non c’è nulla che possiamo fare per loro due, se non imparare che prima o poi la Morte prenderà un appuntamento con noi senza farcelo sapere. E fino a quel momento, dobbiamo vivere ogni cosa come se fosse l’ultima. Un gelato, un sorriso della figlia, una partita, una battuta.

Giacomo Fiorella

Ti ho sempre odiato, sportivamente parlando ti ho sempre odiato; d’altronde per un giovane tifoso dei celtics è nel DNA odiare i lakers.

In te però c’era qualcosa di diverso, ti rispettavo troppo, cazzo eri troppo forte.

Nel 2008 ho iniziato a seguire la NBA, e in finale c’erano i miei celtics contro di te, non contro i Lakers ma contro di te…

Ti odiavo perché eri l’unico ostacolo che si metteva di mezzo tra il titolo e la mia squadra preferita, ero lì che pensavo: “Ma come fa questo da solo a batterci?”
Dopo aver vinto ho goduto tantissimo per la tua sconfitta, ero contentissimo, però dentro di me ti ammiravo, eri la cosa più bella che un ragazzo potesse vedere su un parquet di basket…
2 anni dopo ci siamo ritrovati, sempre in finale, stavolta però hai vinto tu… E quindi ho dovuto odiarti ancora di più, come ti eri permesso di battere la mia squadra del cuore, non dovevi.
Proprio per questo voglio ricordarti così, con questa foto che ogni volta che la vedevo stavo male; era il simbolo della nostra sconfitta e il simbolo della tua onnipotenza.
Negli anni successivi continuavo a guardarti, stavo ore e ore a provare ad imitarti, diavolo se eri forte.
E poi? E poi un fottuto incidente ti ha portato via, non solo te ma anche tua figlia, lasciando tua moglie e le altre tue 3 figlie sole.
Oltre a loro hai lasciato sola un’intera generazione di ragazzi che, come me, sono cresciuti ammirandoti…
Addio Kobe, ti porterò con me per sempre.
Mamba out

Giorgio Calignano

Ci posso provare a buttar giù due righe…non sono di quelli che sta mai troppo male per chi non conosco, una naturale empatia umana per chi invece è più coinvolto di me ma nulla di più…non sono nemmeno uno che ha di solito idoli sportivi particolari, amo gli sport, adoro conoscere, entusiasmarmi, tifare, analizzare, ma senza qualcuno a cui guardo nello specifico in modo troppo diverso dagli altri…anche qui certo ci sono simpatie specifiche dovute a capacità pazzesche o storie particolari di qualcuno, ma nulla di più…ma…ma ci sono le eccezioni…e come idoli sportivi veri e propri, che trascendono anche lo sport che praticano ne ho…ne avevo (dannazione) due…uno sta ancora lì a 38 anni e spiccioli a lanciare una pallina gialla dall’altra parte di una rete con una grazia fuori dal comune, mantenendo uno stile esemplare al di fuori del rettangolo…l’altro è…era (cazzo) un ossessivo compulsivo, indemoniato, studente e mentore insieme, innamorato del suo lavoro di cui è stato stupefacente interprete, esempio di approccio per eccellere in qualunque cosa interessi veramente…e questo bastardo ha deciso di essere un’eccezione anche per il mio “non starci troppo male per chi non conosco”, unico anche in questo…è stato uno shock, vero e proprio…onestamente non importa nulla di titoli, punti, leggende più o meno romanzate…non importa di rivalità, sfide lanciate al mondo o solo a se stesso…non importano quei video visti in loop su YouTube…l’unica cosa certa che vedo oggi è che se n’è andato un mio modello, che era lì come granito, e che ero veramente curioso di vedere cos’altro avrebbe costruito, giusto per ispirare tutti ancora, far vedere che si può continuare a eccellere, basta essere “un po’ duri” come lui…e invece basta così…il magone continuerà ancora un po’ perché il modello non svanisce, ma sapere che devi usare il tempo passato per parlarne è uno schifo…un vero schifo…ciao sconosciuto 

Antonio Lo Giudice

Erano le 20:40 circa stava per iniziare la partita di basket fortitudo Bologna Vs openjometis Varese, il telecronista dice che da un sito hanno detto che Kobe Bryant era morto in un incidente in elicottero, il telecronista diceva che stavano verificando la notizia se era vera, il telecronista sperava che era una fake news come lo speravo io, la partita era cominciata con gli occhi guardavo la partita ma il pensiero era rivolto alla notizia di prima, ad ogni time out il telecronista dava aggiornamenti sulla notizia di prima e speravo che diceva che non era vero ma più passava il tempo e più dava aggiornamenti sulla notizia sempre più tragici e le lacrime cominciavano a scendere quando alla fine del 2 quarto il telecronista da la notizia ufficiale che Kobe Bryant era morto in un incidente in elicottero, in quel momento non mie crollato il mondo addosso ma tutto l’universo, le lacrime agli occhi erano diventati come un fiume in piena, il giocatore che mi ha fatto saltare ovunque fossi seduto, che mi ha fatto piangere di gioia ad ogni titolo NBA vinto, gioire ad ogni serie dei playoff vinta, ad ogni partita vinta al fotofinish, non riuscivo a credere e non ci crederò mai che non ce più, da ieri sera che piango, ieri sera guardavo le partite NBA e hanno detto che c’era anche sua figlia Gianna di 13 anni che giocava a basket, le lacrime non smettono di scendere anche ora che sto scrivendo continuano a scendere, ieri notte dopo le partite NBA ho provato ha dormire ma ogni volta che mi giravo nel letto aprivo gli occhi e pensavo a te come ora, sei la leggenda, il mito di noi amanti del basket e tifosi dei Lakers, tu sei e sarai per sempre nel mio cuore e come quando giocavi non smetterò mai di intonare queste parole Kobe Kobe Kobe Kobe Kobe Kobe Kobe Kobe kobe
MVP MVP MVP MVP MVP MVP MVP MVP
thanks Black Mamba R. I. P Kobe Bean Bryant.

Davide Malimpensa

Ho visto morire Batman.

Come detto ho visto morire Batman, o meglio, è così che mi sento. Da 48 ore non ho altro che questa sensazione; ho, abbiamo, perso un supereroe. Kobe era questo nell’immaginario collettivo; invincibile, con poteri superiori, era ineluttabile in campo e nella vita. Il copione era il solito; adesso arriva il supereroe e mette le cose a posto, dentro o fuori dal parquet, come in ogni film DC o Marvel.

Poi però ti scontri con la dura realtà; in una umida serata londinese, mentre attendi di vedere la tua squadra del cuore impegnata in campo, ricevi un messaggio, due, tre: “È morto Kobe”. “Impossibile” penso, il lunedì precedente ne avevo letta una simile, l’avranno riciclata, e poi cazzo ha scritto un post su Lebron manco 12 ore fa! Tutto inizia però a trovare conferme, i numeri dei deceduti sale e si scopre anche che c’era la piccola Gianna. E di lì a poco mi arriva anche il video dell’incidente. Niente è tutto vero il cuore si ferma, la testa si abbassa, non ho più la forza di sperare che non sia così. Con loro parte della mia adolescenza legata a quell’uomo, dai poteri straordinari, si frantuma in miliardi di pezzi, difficili da rimettere insieme.

Nessun colpo di scena finale, il copione è cambiato. Purtroppo Batman è morto e con se anche la piccola Robin. Ha vinto il dolore.

Fabrizio Greco

Ok , eccomi qui , dopo aver “realizzato” quanto successo.

Ero seduto sul divano con la mia cagnolina “Mamba” ,quando un amico mi chiama a telefono chiedendomi se fosse tutto vero. Inizialmente mi è venuto da dirgli :“cazzo dici , è impossibile , lo sai come sono gli americani…” dopo essermi documentato un poco , sempre con lui in linea preoccupato ,non mi sente più . Gli unici suoni che provengono dalla mia bocca e dal mio cuore sono dei singhiozzi.

Stacco, non voglio parlare , mi chiudo in camera mia , prendo quasi di rabbia la Tua maglia e l’abbraccio , piango . Tutto questo per quasi tre ore.
La notte mi “addormento” alle 5 per poi svegliarmi il giorno dopo alle 8.
Penso sia un brutto sogno , non è successo nulla, in fin dei conti se è vero , il peggio è passato. In realtà deve ancora iniziare.
Passo la mia giornata a rivivere tutti i ricordi e gli INSEGNAMENTI che quasi da figura paterna mi hai lasciato , con un senso di vuoto interiore che lascia spazio solamente a continue lacrime .
Ci sono persone che non si rendono conto dell’importanza che avevi e del mio conseguente stato d’animo , in un certo senso non hanno tutti i torti.Se mi fermo a rifletterci è vero che da un lato non eri una persona di famiglia , un amico o semplicemente una persona che io fisicamente conoscevo, dall’altro però eri , sei e sarai per SEMPRE molto , molto di più. Sei stato l’uomo su cui ho basato la passione per questo sport, quello che mi ha fatto innamorare di una delle cose più grandi e importanti della mia vita. Un Eroe , un confidente , un punto di riferimento e cosa non meno importante, un maestro di vita. Questo e molto altro eri Tu per me e per migliaia e migliaia di persone che amano questo sport e non. La Tua “Mamba mentality” sarà tramandata nei secoli dai Tuoi “discepoli” , sia sul parquet che nella vita di tutti i giorni e ti giuro che io sarò uno di questi .
La tua dedizione , la passione , l’impegno che mettevi in quella che reputavi la cosa più importante della tua vita deve far riflettere anche chi non ti conosceva. Perché Tu , Kobe , nella tua grandezza , riesci ad ispirare milioni di persone anche ora che non ci sei più.
Vorrei e dovrei scrivere tanto altro ancora , ma non riesco , per questo mi fermo qui , con la speranza che Tu e la Tua piccola Gigi possiate volare come mai avete fatto .
Sarai sempre con me .
Grazie.

Antonio Scarnera

Una condivisione dei miei pensieri non richiesta ma che serve più a me che a voi.

La domenica mattina a 12-13 anni non era uguale ad oggi. Ti svegliavi e ed eri molto felice perché non si andava a scuola ma quando accadeva di avere anche una partita, era proprio la domenica perfetta. Si partiva con le macchine dei nostri genitori (felici di poterci vedere ma straniti dal fatto che non ci fossero 2 porte e che si potesse toccare la palla con le mani) e si andava a giocare, insomma la felicità allo stato puro. A quell’età e praticando questo sport dovevi per forza fare i conti con gli americani; iniziavo a sentire parlare di un magico mondo fatto di supereroi e iniziavano a circolare le primi cassette registrate dell’allora Tele+, con in commento due milanesi che oltre a descrivere la partita descrivevano il gioco. Li arrivasti tu, quando l’Avvocato parlava di te faceva trasparire un’ammirazione travolgente (una per tutte “Le gioie della vita: Michelle Pfeiffer, il cioccolato…e Kobe Bryant in campo aperto”) ma io non mi feci travolgere. Mi dispiace ma nelle prime partite che ho visto – i famosissimi lekers sant’antonio o sacramento che mi sembravano più squadre cattoliche che di basket – i miei occhi erano solo per quell’omone al centro dell’area a cui tu la passavi con uno sdegno tangibile anche da dietro uno schermo. Quando hai cacciato l’omone dall’area ero arrabbiato con te, non capivo come facevi a dire che per te la vittoria era l’unico obiettivo quando avevi appena mandato via il giocatore più dominante della storia. Ti credevo il classico egoista che pensa solo alle cifre e non alla vittoria di squadra ma nei 3 anni successivi mi accorsi che in realtà vincere per te era più importante dell’aria per me. Non contavano i mille tiri presi, non contavano i record personali (81), per me contava solo la tua rabbia e il tuo fuoco. Poi sei tornato a vincere e lo hai fatto a modo tuo come sempre; infortunato, zoppo, contro una squadra di campioni. Be non mi è importato più di niente, eri tu prima della squadra, eri tu solo sull’isola per tutti noi. Dopo hai ricevuto molte critiche (strapagato, gioca solo per superare MJ ecc.) e noi abbiamo semplicemente continuato e pregato di poterti solo vedere giocare. Hai segnato 2 liberi senza riuscire nemmeno a reggerti in piedi e li noi ci siamo sciolti come neve al sole. Abbiamo capito subito che stava finendo. Abbiamo capito subito che il tuo nome sui tabellini delle partite letti la mattina appena sveglio non ci sarebbe stato in eterno. Ho sempre pensato che non era possibile vederti su un campo da basket in un ruolo diverso da quello di stella, troppo forte e troppo conoscitore del gioco per condividere. Tu però non eri un giocatore per noi, non eri una fonte di ispirazione, eri molto di più. Eri il nome da tirare fuori quando ti arrivavano le frasi “giochi a basket sport minore”, eri la ragione fondamentale per andare in palestra e provare i tuoi movimenti (ne avessi mai fatto uno), eri il poster in camera che mia madre non capiva. Sei stato il personaggio controverso per eccellenza, ora i ricordi per te sono solo dolci e pasticcini. Per me NO, per me sei l’egoista, puttaniere, odiato dai compagni e solitario. Per me sei quello che sapeva passare la palla ma non lo faceva perchè non reputava i compagni all’altezza. Per me sei quello che voleva vincere solo per averne uno in più di shaq, per me sei uno stronzo.

Non sono un amante dei necrologi social eppure so 2 giorni che mi fai pubblicare stronzate su stronzate e vedo pubblicate stronzate su di te da gente che ti chiama cobi brian o che addirittura ti confonde con altri giocatori. Questa è la tua ennesima vittoria, hai fatto parlare di basket gente che non sa neache come si gioca e questo K. non lo dimenticheremo mai. Hai reso questo sport più grande e ci fa ancora più male sapere che, oltre a te, siano scomparse altre persone legate a questo “gioco”. In fondo si è sempre parlato di questo, del Gioco che ci ha unito e che continuerà a farlo. Grazie di cuore, davvero,

Un bambino cresciuto con te che in fondo non avrebbe mai voluto crescere.

S8.

Antonio Emmi

Da domenica sera fino a stamattina ho continuato ad avere le lacrime agli occhi senza riuscire a spiegarmi il perché.

Sono sempre stato un appassionato di basket, sin da quando ero piccolo, preferendolo al più “gettonato” calcio. Ho iniziato a giocare a sette anni e contestualmente a seguire il campionato italiano e quello americano. Erano gli anni delle schiacciate di Doctor J e dei ganci a cielo di Kareem.

Nel frattempo si stavano affacciando sulla scena i due campioni che avrebbero polarizzato il tifo in quel periodo: Larry e Magic.Colpito da questo giocatore bianco, “sgraziato” ai miei occhi rispetto ai colleghi neri (che sembravano danzare in campo) ma dotato di un tiro e di una visione di gioco eccezionali, inizio a tifare forsennatamente Celtics.

La mia fede vacilla quando irrompe nell’NBA il ciclone MJ. E’ amore a prima vista. E nel mio grande cuore cestistico inizia ad esserci spazio anche per quei Bulls. Conosco i roster di tutte le squadre, seguo statistiche, studio schemi, guardo quel poco che si può vedere da oltreoceano…fino a che, all’alba dei 18 anni, nella prima partita di campionato, mi rompo il crociato anteriore del ginocchio sinistro.

Lascio temporaneamente il basket giocato per rimettermi a posto, ma – complici una serie di piccole complicazioni – quel “temporaneamente” diventa “a tempo indeterminato” e comunque al rientro non ho più le stesse belle sensazioni. Fastidi vari non mi fanno più giocare con lo stesso entusiasmo. Al chè decido di appendere le scarpette al chiodo, con un po’ di ovvia tristezza per quel che poteva essere e non è stato. Non che fossi mai stato un fenomeno, ma avrei almeno voluto scoprire il punto esatto in cui i miei limiti avrebbero avuto la meglio sulle mie potenzialità.

L’allontanamento dal basket giocato porta involontariamente ad un progressivo allontanamento anche da quello “seguìto”. Ho giusto visto da lontano il secondo “three-peat” dei Bulls. Poi io e l’NBA abbiamo percorso strade quasi parallele. Ogni tanto leggevo qualche notizia su Kobe, Shaq, Iverson, i Big Three…ma era tutto molto ovattato. Come seguire la vita di un amico lontano attraverso Facebook: sai bene o male cosa gli succede ma c’è un certo jet lag, una certa distanza.

Mi sono riavvicinato quasi per caso a quel mondo nel 2016, complice un amico che seguiva assiduamente e che mi ha fatto riaccendere la passione.

E ho avuto modo così di “incrociarti” giusto alla fine della tua parabola stellare, ormai condizionato dagli infortuni ma sempre determinato e determinante, con quel cameo della gara finale contro Utah: incredibile.

Le tue parole di addio al basket sono il manifesto dell’amore e della dedizione verso la propria passione, quale che essa sia, e da ieri sono e resteranno sul mio desktop ad imperitura memoria.

Ma tutto questo non riesce a spiegare perché ho questo groppo in gola, che si attenua un po’ soltanto se leggo i pensieri che tantissime persone stanno condividendo in questi giorni tristi…mi fanno sentire meno solo.

Stamattina finalmente l’illuminazione!

Più che il giocatore fenomenale, il campione insaziabile, il Black Mamba, che con l’allenamento maniacale e la ferrea forza di volontà ha spinto le sue potenzialità oltre i limiti (seguendo l’”insegnamento” di MJ), mi manca e mi mancherà l’uomo Kobe.

Quello che una volta finito l’agonismo sul campo, ha gettato la maschera di Hannibal Lecter e ha mostrato il suo volto umano.

Quello che è diventato il mentor… il motivatore di un’intera generazione di futuri (e presenti) campioni, da Lebron a Giannis, da Trae a Jason.

E soprattutto, quello che ha cresciuto Gigi educandola con il suo esempio e spingendola a lavorare per raggiungere i suoi sogni.

Come padre di una figlia mi sento chiamato, nel mio piccolo, a portare avanti questa sua eredità, tutti i giorni. Anche quando, tornato stanco a casa da lavoro, sarebbe più facile accendere la tv ed abbandonarla lì davanti, invece che accompagnarla nelle sue passioni e stimolarla sempre a fare di più.

Sento che solo in questo modo riuscirò a dare un senso a tutto ciò e, nel tempo, a fare i conti con questo dolore e pacificarlo.

Grazie Kobe

Francesco M.Cimmino

There is no greater victory than to fall from this world…a free man.

Dear Kobe, tu ci sei riuscito, sei riuscito addirittura a diventare immortale.

Sei riuscito a fare quello che volevi, come volevi e quando volevi.

Noi tutti andremo avanti, cazzo se lo faremo…e vivremo una vita piena, ricca, fatta di felicità e di tristezza.

Vivremo una vita grandiosa, punteremo al nostro massimo, sempre, io lo devo a te.
Lo devo a te che sei il mio esempio, lo devo prima a me stesso però.
Ora piango, cazzo se piango, ma ti prometto che queste lacrime si trasformeranno in forza di volontà, per completare tutte le sfide della vita.
Ti prometto che darò sempre tutto me stesso in tutto quello che farò, continuerò ad essere una persona buona e contemporaneamente “stronza” quando serve, come mi hai insegnato tu.
Quando entrerò in campo, come nella vita, io punterò a vincere, sempre. Una cosa sono io nel campo, una cosa sono io nella vita.
Questa cosa l’ho sempre condivisa con te.
Ora fa male, malissimo, ho perso una persona cara, abbiamo perso un caro amico.
Un ennesimo fadeaway cercando di emularti, questa volta te lo dedichiamo col cuore…

5, 4, 3, 2, 1…🏀

Always Mamba Mentality.

Marco Tordi

Sono passate più di ventiquattro ore, ma non si riesce ancora a metabolizzare quel che è successo, ci vorranno settimane, mesi, anni o forse non basterà una vita intera. Si perché Kobe era una di quelle persone che nasce ogni cent’anni, una di quelle impossibili da dimenticare. 

Definirlo giocatore di basket è ridicolo, campione è riduttivo, forse esempio e ispirazione sono due dei termini più appropriati. 

Io, come altri milioni di persone, mi sono avvicinato al basket vedendo le sue partite, vedendolo vincere e perdere, ma sopratutto vedendolo non arrendersi mai di fronte a qualsiasi cosa, infortunio o avversario che sia.
È stato un punto di riferimento non solo per chi si approcciava alla pallacanestro o per gli appassionati, ma è stato una guida per tutti coloro che nella vita hanno incontrato delle difficoltà, per chi aveva un sogno da realizzare partendo da mille avversità, per chi non è mai riuscito a credere ed apprezzare se stesso. Molte tra queste persone sono riuscite a superare i propri problemi e a realizzare i propri sogni anche grazie a Kobe, ai suoi insegnamenti e alla sua mentalità. Io sono uno di questi.
Per questo, ho appeso la tua canotta, ancora bagnata delle mie lacrime, di fianco al mio letto, così da ricordami ogni mattina di dover dare il mio meglio in tutto, di non mollare mai e di credere in me stesso.

Kobe Bean, grazie!

Marco

Riccardo Monteferri

Mi ci è voluto un giorno intero per elaborare quello che domenica sera avevo letto e appreso, ma nonostante le emozioni sento il dovere di rendere omaggio ad uno dei più grandi.

Ricordo ancora quando ho mosso i miei primi passi verso la pallacanestro, un mondo nuovo e sconosciuto di cui non sapevo nemmeno una regola. Nonostante questo, però, la palla a spicchi mi affascinava e c’era un ragazzo con la maglietta giallo e viola che mi lasciava a bocca aperta ogni volta che lo vedevo giocare.

Avevo appena sette anni, ero e sono un ragazzo molto timido ed ogni volta che provavo a parlare di basket con i miei amici, avevo paura di essere giudicato perché raccontavo di tiri che si facevano con le mani e non con i piedi.

La passione però aumentava anno dopo anno e la voglia di imitare e diffondere il verbo di questo sport era sempre più grande. La voglia di fare il salto da scuola a calcio a minibasket era impensabile per un ragazzo veramente troppo insicuro.

Nel 2010 arriva la svolta, le mie prime Finals. Un classico, Boston vs Lakers. Una serie bellissima, durata 7 partite e che nessuno avrebbe voluto veder finire. La Gara 5 di quella serie fece scattare qualcosa in me, una prestazione individuale del 24 che le parole non riescono a descrivere. Una prova di forza fisica e mentale ai confini della realtà, una fiducia nei propri mezzi che solo una divinità può avere.

Da quella partita ho capito che cosa volessi e cosa dovessi fare per superare la mia timidezza e le mie insicurezze: “Credere in me stesso, senza sperare che qualcun altro lo facesse al mio posto”. Inutile dirvi che da quel momento iniziai il mio percorso cestistico, fatto, nel suo piccolo, di vittorie e sconfitte.

Ammetto che, con il passare degli anni, Lebron sia diventato il mio idolo, ma alla domanda: “Chi ti ha fatto innamorare di questo gioco?” La risposta è sempre stata la stessa: “Kobe!”. Sì, perché se ho iniziato ad appassionarmi al basket e all’NBA è perché c’era lui, perché c’era Kobe Bryant.

Nel 2016 quando annunciò il ritiro piansi, come un bambino. La sera lessi quella lettera di addio che descriveva il mio sogno. Il giorno dopo l’ultima partita con i Jazz vidi che fece 60 punti, scoppiai in lacrime davanti ai miei compagni di scuola. Non mi importava di quello che avrebbero pensato, una leggenda aveva appena lasciato per sempre il parquet.

Poi, l’ultimo ricordo. Lebron ti passa nella classifica All Time dei Marcatori e gli rendi omaggio sui social. Un momento iconico, emozionante che mi ha fatto pensare: “Posso dire di aver vissuto al tempo di Kobe e Lebron”.

Una domenica che doveva essere come le altre ma che il destino ha deciso di farci ricordare per sempre. Immobile, con le lacrime agli occhi, davanti allo schermo del cellulare, vivo attimi della mia vita con la speranza di aver appena letto una Fake News. Purtroppo, però, è tutto vero, nessuna smentita ma solo tante conferme. Non so cosa pensare e cosa dire, ma ora sono convinto e in qualche modo so che da oggi non siederai più al tavolo degli eroi ma a quello delle leggende, perché i primi passano, le seconde, invece, sono per sempre.

Ciao Mamba, ciao Kobe.