OT Daily: rush finale nella South West Division

Pubblicato da Lorenzo Pon il

OT Daily. Gli Houston Rockets in fuga nel tentativo di agganciare i Clippers e i Nuggets, i Mavs a lottare e Pelicans e Grizzlies che si danno battaglia per l’ultimo spot della Western Conference.
Ruolo solo da spettatori, infine, per i San Antonio Spurs.

OT Daily. South West Division



Houston Rockets

OT Daily. Non si può sapere se lo small-ball basterà per portare D’Antoni e i suoi Rockets alle Finals, ma è ufficiale: Houston è decisamente più temibile da quando ha deciso di lasciar partire Capela e di affidarsi a P.J. Tucker come centro.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: striscia aperta di sette vittorie consecutive, un record di 9-2 nel mese di febbraio, secondo miglior record della lega dopo gli imbattili Bucks.
Senza trascurare la ritrovata confidenza al tiro di James Harden, e il dominio che ne consegue sul parquet, la superstar del mese per i Rockets (e non solo) è indubbiamente Russell Westbrook. L’ex OKC è secondo nella lega per punti segnati nell’ultimo mese, dietro al solo Beal, e sembra aver trovato anche una sua dimensione dall’arco riducendo notevolmente i tentativi a partita (2.5 triple tentate a partite convertite con il 40%). Westbrook è inoltre il giocatore con più punti segnati nel pitturato a partita (20.3, Giannis è a 16.8 per capirci) dal primo gennaio ad oggi.
Dopo mesi in cui sembrava che le due superstar non fossero in grado di coesistere sul terreno di gioco, D’Antoni ha finalmente trovato la quadratura del cerchio per consentire a Russ di spiccare il volo senza pregiudicare la produzione offensiva di Harden.
Il nuovo sistema small-ball sembra essere un toccasana anche per i role players dei texani, che sembrano essere nelle condizioni ideali per rendere al meglio delle loro possibilità.
Il giocatore che più di tutti, in questo senso, sta facendo la differenza per i Rockets è sicuramente l’ultimo arrivato, Robert Covington.
L’ex Minnesota Timberwolves, impiegato da D’Antoni indistintamente come 4 o come vero e proprio 5, sta mantenendo un livello di gioco impressionante nella sua metà campo. Nel mese di febbraio è il quarto giocatore in NBA per stoppate (2.5 a partita, meglio di lui solo Whiteside, Lopez e Davis) e ha saputo tener testa a tutti i lunghi (con il prezioso aiuto di P.J. Tucker) della lega.
La premiata ditta Covington-Tucker è riuscita ad arginare – e in alcuni casi ad annullare letteralmente – giocatori del calibro di Gobert e di Ayton e, più in generale, a mettere in difficoltà i centri “tradizionali”, che non hanno sviluppato un gioco efficace lontano dal ferro.
Con l’eccezione di Jokic ed Anthony Davis, giocatori ben oltre il semplice concetto di lunghi dominanti che rappresentano un’incognita per qualsiasi difesa NBA, i Rockets sembrano riusciti a trovare il modo di difendere anche contro giocatori decisamente più lunghi, sfruttando la duttilità dei suoi giocatori in difesa e, soprattutto, cercando di giocare d’anticipo impedendo che la palla arrivi nelle mani di un lungo in post. Non sorprende allora trovare i Rockets al settimo posto in NBA per palle rubate (8.4 a partita), fondamentale in cui i Rockets possono vantare ben 3 giocatori sopra l’1.5 palle rubate a partita (Westbrook, Harden e Covington).
Dopo mesi altalenanti i Rockets hanno finalmente trovato la loro dimensione e, ad una sola partita dal secondo posto nella Western Conference e con un calendario tutt’altro che svantaggioso (settimo più agevole secondo tankathon), hanno tutto il diritto di sognare. OT Daily.



Dallas Mavericks

OT Daily. Nello scorso appuntamento si parlava di come i Mavs fossero diventati squadra soprattutto perché capaci, a fronte delle tante assenza di Doncic, di non mollare e di restare uniti.
Nel mese di febbraio, la stella slovena ha giocato in tutto 5 partite sulle 12 disputate dai Mavs; in questo lasso di tempo i texani hanno messo insieme il quinto miglior record della lega, concludendo il mese con 7 vittorie e 5 sconfitte.
Per raggiungere questi risultati è stato fondamentale il contributo offerto da Seth Curry e Tim Hardaway Jr. (sembra che ci sia mutuo interesse tra giocatore e franchigia per firmare un rinnovo di contratto quest’estate), entrambi vicinissimi ai 20 punti di media e con percentuali dall’arco fantascientifiche (rispettivamente 59.1% e 44% nell’ultimo mese).
Senza nulla togliere alle strabilianti prestazioni delle due guardie, è un altro il giocatore che è riuscito finalmente a dimostrare il suo valore e a convincere su entrambi i lati del campo con continuità: Kristaps Porzingis.
Dopo una stagione davvero complessa – non poteva essere diversamente visto l’infortunio patito e i fisiologici tempi di recupero per un corpo del genere – l’ex Knicks sembra aver finalmente trovato una sua dimensione, risultando efficace sia quando Doncic è in campo che quando è in panchina o costretto fuori per infortunio. Nell’ultimo mese Porzingis viaggia a 25.2 punti e 10.6 rimbalzi a partita, tirando con il 48% dal campo e con il 39% dall’arco, aggiugendo a questi numeri 1.8 stoppate e 0.9 palle rubate.
I numeri ci parlano di un giocatore totale, capace di incidere sulle due metà campo per la sua squadra e di trascinare i suoi alla vittoria in caso di necessità (3 volte sopra i 30 punti in queste 12 gare, in tutte e tre le gare con Doncic fuori per infortunio). Oltre ad aver trovato nuovamente confidenza nel ruolo di go-to guy – che ricopre solo nel caso in cui Doncic sia out – Porzingis sembra finalmente a suo agio a fianco dello sloveno: il giocatore che aspettava passivamente uno scarico per provare una tripla a novembre sembra solo un lontano ricordo.
Tra i tanti fattori che possono aver contribuito alla rinascita di Porzingis, c’è sicuramente l’infortunio di Dwight Powell: il lettone ha sperimentato da allora un netto aumento dei minuti in cui viene impiegato da centro, avendo la possibilità di giocare più vicino al ferro avversario e di essere più consistente come rim-protector.
Con questo Porzingis, con un Doncic che – nonostante qualche difficoltà al tiro nell’ultimo periodo – non sembra conoscere battute d’arresto e con i role players che sono perfettamente integrati nel sistema di Carlisle, i Mavs si riveleranno avversari tosti per qualsiasi squadra al primo round di Playoffs. OT Daily.


Memphis Grizzlies

OT Daily. Nel mese di febbraio, la macchina perfetta che erano stati i Memphis Grizzlies fino a quel momento nei mesi invernali, è entrata temporaneamente in crisi.
La squadra del Tennessee è infatti passata da un record di 11-4 nel mese di gennaio (quarto miglior dato della lega) a un record di 5-6 nell’ultimo mese (diciannovesimo valore in NBA), erodendo in un solo mese tutto il vantaggio che aveva guadagnato sulle altre inseguitrici per l’ottava piazza della Western Conference.
Le spiegazioni sono diverse e la “colpa” di questi risultati non è certo imputabile a Taylor Jenkins o ai suoi ragazzi. Tra infortuni pesanti (su tutti Jackson Jr. e Clarke, il primo assente per tutto il mese), un calendario particolarmente complesso (tra i più complessi nell’ultimo mese e, per la precisione, il terzo più ostico da qui a fine anno) e la perdita di alcuni elementi importanti della rotazione alla trade deadline (Crowder e Hill), non sorprende scoprire come i Grizzlies, la cui rotazione è ridotta all’osso, siano andati in difficoltà nell’ultimo mese.
Dopo la pausa per l’All-Star Game, in particolare, c’è stato un vero e proprio momento di crisi, in cui Morant & Co hanno collezionato 5 sconfitte consecutive (di cui due particolarmente pesanti contro i Kings, squadra non in corsa per i Playoffs).
Il mese di marzo sembra iniziato con un piglio diverso per i ragazzi di Jenkins: una vittoria, per di più schiacciante, contro i Lakers con un Morant in grande spolvero e un’altra importante vittoria contro gli Atlanta Hawks. Due vittorie che ridanno fiducia ad un ambiente che, dopo aver volato sulle ali dell’entusiasmo nel mese di gennaio, sembrava aver perso la strada.
Tralasciando queste due vittorie, per quanto importanti siano state, e concentrandosi sul futuro imminente, la situazione di Memphis resta estremamente complicata: 21 partite ancora da disputare, di cui 12 contro squadre con un record superiore, senza ancora conoscere la data del rientro di Jackson Jr. (dovrebbe essere rivalutato alla fine di questa settimana) o di Clarke (fuori almeno fino al 10 marzo). Servirà un vero e proprio miracolo per scongiurare il sorpasso dei lanciatissimi Pelicans (occhio, in questo caso, alla corsa ROTY che un mese fa sembrava totalmente archiviata) e dei Trail Blazers, orfani di Lillard ma più agguerriti che mai. OT Daily.


New Orleans Pelicans

OT Daily. Per una squadra di giovani rampanti che ha vissuto un momento di difficoltà, ce n’è un’altra in Lousiana che sembra rinata. Nelle ultime 15 partite i Pelicans hanno ottenuto un record di 9-6 (decimo miglior dato della lega), risultando come il settimo miglior attacco NBA (capace di segnare 113.9 punti per 100 possessi) e la sesta miglior difesa (109.1 punti subiti per 100 possesssi). Se questi risultati sono stati possibili e se la corsa per il premio di miglior rookie dell’anno è realmente riaperta, il principale inidiziato è il ragazzotto con la #1 nella foto che, guarda caso, ha esordito in NBA proprio 15 partite fa.
I numeri di Zion sono e restano qualcosa di difficilmente comprensibile, di cui i 35 punti contro King James rappresentano solo la punta dell’iceberg.
È impossibile, tuttavia, attribuire tutti i meriti di questa repentina inversione di marcia dei Pelicans al solo Zion, per quanto il suo impatto sulla squadra sotto il profilo tecnico ed emotivo abbia avuto davvero pochi casi paragonabili nella storia del gioco.
Un particolare merito va a Coach Alvin Gentry, per cominciare, che ha gestito Zion e ha permesso una sua immersione totale negli schemi di squadra dal giorno zero, aumentando progressivamente il minutaggio di quei giocatori che sono per caratteristiche più funzionali a dividere il parquet con la prima scelta assoluta allo scorso Draft.
Il giocatore che, senza ombra di dubbio, ha beneficiato maggiormente dell’arrivo di Zion è il “nostro” Niccolò Melli il quale, dopo essere sparito dai radar per periodi più o meno lunghi di tempo negli scorsi mesi (in molti pensavano che la sua avventura in NBA fosse già terminata), è entrato stabilmente nelle rotazioni di Gentry.
Melli ha decisamente risposto presente alla chiamata del suo coach: 9.7 punti di media tirando con il 45% dall’arco e lottando come un leone in difesa, come la quasi stoppata di media testimonia. Il tutto in soli 20 minuti di utilizzo a partita.
Le spaziature che un giocatore come Melli consente di avere – lo stesso vale per un giocatore come J.J. Redick – li rende giocatori indispensabili dal futuro assicurato in una squadra che punta a diventare grande sulle spalle di Zion.
Se la qualificazione ai Playoffs dovesse arrivare già quest’anno, il primo round di Playoffs ci regalerà una sfida memorabile che, forse, tra un decennio guarderemo come la prima importante pagina nella carriera di Williamson. In caso contrario, i tifosi dei Pelicans possono stare tranquilli: questo è solo l’inizio.



San Antonio Spurs

OT Daily. Il mese di febbraio è servito a lasciare il campo libero da equivoci di qualsiasi tipo: i San Antonio Spurs, per la prima volta da ventitre anni a questa parte, non prenderanno parte alla post-season 2020.
Con un record di 3-7 (settimo peggior dato della lega) gli Spurs hanno definitivamente chiarito ciò che già da tempo era chiaro nella mente dei tifosi: questo nucleo è arrivato a fine corsa, è tempo di ripartire. E quest’estate, in effetti, si ripartirà; da ciò che c’è già in casa (Murray e Lonnie Walker IV), da ciò che il Draft potrà portare in dote (improbabile che arrivi una scelta in lottery, vista la posizione in cui si trova la franchigia) e, infine, da ciò che il front office riuscirà ad ottenere in cambio dei suoi “gioielli” (giocatori come DeRozan e Aldridge, che susciteranno probabilmente poco interesse nelle contender perché poco funzionali al basket di oggi, e Gay, Belinelli e Mills, giocatori decisamente più piazzabili).
L’altro nodo da sciogliere, non da poco sotto il profilo emotivo, è quello relativo a Gregg Popovich: alla fine del 2018, lo storico coach degli Spurs aveva firmato un rinnovo triennale (diventando l’allenatore più pagato in NBA) e avrebbe quindi, almeno in teoria, anche la stagione 2020/2021 garantita a livello salariale. La situazione tuttavia appare più incerta che mai, con diversi rumors che danno Popovich intenzionato a fare un passo indietro da head coach degli Spurs dopo l’esperienza con Team USA alle olimpiadi di quest’estate.
Vista la posizione in cui si trovano gli Spurs, ovvero di obbligatoria ricostruzione e transizione verso un nuovo ciclo di successi, la scelta di intraprendere un percorso con un nuovo allenatore appare la più logica e in questo senso sono due le opzioni più probabili.
La prima riconduce al nome di Becky Hammon, più volte accostata agli Spurs e opzione intrigante visto che sarebbe la prima donna a diventare head coach di una franchigia NBA.
L’alternativa consiste in un profilo navigato, con sufficiente esperienza all’interno della lega e capace di creare un nuovo collettivo vincente.
Qualsiasi sia la direzione intrapresa dal frontoffice, quest’estate sarà fondamentale per gli Spurs per definire la direzione che la franchigia vuole prendere. Per consolare i tifosi Spurs: l’ultima volta che la franchigia si è trovata in rebuilding, è stata premiata nel 1997 con Tim Duncan; il resto, come si suol dire, è storia.


Lorenzo Pon

Lorenzo Pon

Nato e cresciuto a Genova, ho iniziato a seguire la pallacanestro quasi per caso, fino a diventarne completamente dipendente. Aspirante giornalista innamorato di Jokic e dei Boston Celtics