NBA Paris Game – Quando incontri Michael Jordan

Pubblicato da Luca Mazzella il

NBA Paris Game, venerdì 24 gennaio 2020.

Non lo dimenticherà Parigi, che ha finalmente visto una partita di regular season dei mostri NBA. Non lo dimenticherà Giannis, acclamato ad ogni singolo possesso, giro in un lunetta, passaggio in panchina.

Non lo dimenticherà Malik Monk, improvviso e inaspettato eroe degli Hornets.

E soprattutto, non lo dimenticherò mai nemmeno io. Perché? Ma perché ho avuto Michael Jordan a un metro da me, un’esperienza mistica che devo raccontarvi.

I primi 2 giorni sono stati carichi e densi di emozioni, a partire dal mercoledì in cui sono arrivato. Si va al Palace Des Sports Marcel Cerdan, per l’allenamento di Charlotte. Diamo per scontato che tra le due sfidanti la squadra di Borrego sia evidentemente quella meno attrezzata. Così come diamo per scontato che, vedovi di Kemba e della potenziale attrazione principale della partita per i francesi, quel Tony Parker che ha appeso le scarpette al chiodo, i sopravvissuti non abbiano tanto da dire. Come però succede ogni qualvolta vedi una squadra NBA all’opera in allenamento, e credetemi se vi dico che non è la prima volta, i record, le strisce di sconfitte e ogni nostra supposizione evapora. Capite il livello capillare di organizzazione, lo staff al lavoro dietro ogni singolo giocatore, ogni suo movimento, ogni sua fase di gioco. C’è chi corregge il polso, chi guarda gli scivolamenti, chi tiene il ritmo e si cura di verificare in quanto tempo si percorrano campi interi. E poi, ci sono i giocatori. L’NBA Paris Game mi ha dato la chance di vederli all’opera dal vivo.

Tanti di quelli Hornets, inutile negarlo, il 90% dei presenti non li ha mai sentiti nominare. Cody Martin, uno dei più sorprendenti, ha delle clamorose molle nelle gambe e chiude ogni treccia (si, proprio quella) con dei voli assurdi sul ferro. Hernangomez e Williams (che poi ha salutato la ciurma direzione Milwaukee) scherzano tantissimo, Biyombo fa qualcosa come 1/56 dall’arco ma si dispera per ogni singolo errore, come fosse un tiratore incappato in giornata no. Rozier, che con Graham condivide il ruolo di go-to-guy della squadra, sembra avere un gran rapporto col coach, con cui si ferma a parlare in ogni momento utile. Il tutto approfittando della serenità in cui sono lasciati tutti i giocatori che non si chiamino Nicholas Batum, ostaggio di orde di giornalisti francesi. D’altronde, in un evento di nome NBA Paris Game, c’era da aspettarselo.

Inizia un esercizio di tiro, dal mio lato ci sono Zeller, Williams e Biyombo: pensate che culo. Vedo il ferro maltrattato ma per fortuna la sofferenza dura davvero poco. Il tempo di far vincere la squadra avversaria, non importa chi fosse contro questi 3.

La giornata termina così, ci si riposa in albergo e l’indomani a ora di pranzo tocca ai Bucks.

Anche qui, l’organizzazione impressiona. Budenholzer, come ogni allenatore con determinati crismi e dogmi, divide per il riscaldamento gli esterni e gli interni, ai quali fa fare gli stessi movimenti fino alla noia. C’è poi un’ora abbondante in cui non possiamo essere presenti e la mezz’ora finale aperta a tutti i media. Guardiamo la squadra col miglior record NBA giocare 5 contro 5 a metà campo. Chi segna, regna. Giannis è marcato da Ilyasova, segna. Giannis marcato da DJ Wilson, segna. Giannis schiaccia sullo scarico, Giannis tira piazzati ma non disdegna conclusioni nel traffico. Giannis ovunque.

Ci si avvia alle conclusioni finali e stavolta il terzetto dal mio lato si lascia guardare: Korver (basterebbe lui da solo), Bledose e Giannis, appunto. L’MVP è un robot. Scherza con tutti quando c’è da farlo, si prende qualche secondo di pausa mentale e di relax per “pensare” ai movimenti da fare, ma quando si inizia l’esercizio, fosse anche una gara di tiro, non ne vuole sapere nulla. Mette così tanta premura in quel movimento, logicamente assemblato col lavoro minuzioso e non certo “naturale”, che a furia di provare e provare diventa man mano più fluido. Quando sbaglia si incazza come una belva, ha una fame e una voglia di migliorarsi che difficilmente posso spiegare in qualche riga. Occorre vederlo per rendersene conto.

Di Korver non dirò molto, se non che rappresenta la perfezione del tiratore. Piedi a posto in un nanosecondo, meccanica del tiro sempre identica e mai “sporcata”, in pochi secondi conclude quasi una campana con Giannis prima e Bledsoe poi che lo implorano di sbagliare e di far giocare anche loro. Vincerà, come prevedibile, e resterà per qualche minuto a guardare il faccia a faccia tra i due restanti compagni, che a suon di risate chiudono la gara (vince il greco). Tolta l’esperienza che a breve vi racconterò, dell’NBA Paris Game questi 5 minuti a vedere 3 tiratori molto diversi tra loro gareggiare correggendo ognuno i propri difetti in modo scrupolosissimo come chi ha voglia di arrivare in cima, o più superficiale per grazia ricevuta o per semplice mancanza di concentrazione è una bellissima esperienza.

Si passa alla conferenza stampa dove parla l’MVP, poco prima del programma Junior NBA con i giocatori Hornets in campo assieme a Dikembe Mutombo, la cui voce si sente già dai corridoi appena entri alla AccorHotel Arena, sembra una trombetta che ha perso gli acuti. Vederlo tra bambini con disabilità mentre li incoraggia e gli corregge il singolo movimento ha qualcosa di speciale, come lo ha Hernangomez nel tentare di intercettare un passaggio trovandosi proprio nel mezzo tra due ragazzi speciali. Tutti si godono il momento, e una volta finito l’allenamento junior NBA mi dirigo verso la conferenza stampa di Silver e Tony Parker, nella Gimnase Didot, 15 minuti dall’arena. Ringraziamenti alle squadre, alla città, ai tifosi. E appuntamento al giorno dopo.

Quando si materializzerà sin dal mattino la prospettiva di una giornata speciale.

Arrivo al dunque. Alla AccorHotels Arena l’appuntamento è sufficientemente tardi per fare un giro turistico in città, ma quello che dovrebbe succedere è così emozionante che sono lì prima dell’apertura ufficiale per i media. Entro alle 18.30 e i Bucks si stanno riscaldando. In realtà Giannis dopo un’ora di esercizi è tornato in spogliatoio. Sono le 19.30, dale 19:45 chi è interessato può accomodarsi per… sentir parlare Michael Jordan. NO NO NO NO, non solo lui! Ci sono anche Adams Silver e…

19:45, seduto ai posti di combattimento. Sono centralissimo, in seconda fila, anzi in prima al netto dei fotografi e non ho sedie davanti a me, perché la prima fila è disposta lungo due lati con la parte centrale ben in vista. Penso tra me e me che voglio fargli una domanda sul load management, vediamo come va. Per quanto mi riguarda sono al momento più alto dell’NBA Paris Game. Sono sudato…

19:58: Tutti si girano verso destra, STA ENTRANDO MICHAEL. Con Silver, con ….

Da qui finisce il racconto senziente dell’NBA Paris Game e inizia quello quasi metafisico

Michael è un magnete, non riesci a staccargli gli occhi da dosso, sprigiona e suscita mille sensazioni diverse. Sembra arrogante, sicuro di se stesso, ti mette estremamente in soggezione perché ti fa capire in anticipo di aver già sentito ogni domanda che potresti fargli. Tocca quell’anello tra le mani, le sfrega l’una sull’altra e riesce a denotare sicurezza anche in un gesto semplice come questo. Orecchino che negli anni non ha mai tolto, due spalle enormi e non capisci se è merito della giacca o meno, e parte coi ringraziamenti di rito. Entra in scena subito dopo il discorso iniziale di Marc Losry, co-proprietario dei Bucks, che in un perfetto francese lascia di stucco la sala e anche lui, che esordisce sorridendo e mettendo le mani avanti in segno di ammirazione. Non ha ancora aperto bocca, solo gesti, eppure tutti noi ridiamo con lui e fremiamo al pensiero di sentirgli dire qualcosa. Non basta una singola foto, andrebbe vista ogni istantanea per capire a fondo.

Parla di quando 23 anni prima ha giocato in città per il McDonald’s Open, dei ristoranti della città, dei fan. Le sue parole, anche quando scontate, finiscono con l’affascinarti nella loro semplicità anche se sai che le prime, vale per tutti, sono “di rito” e dedicate all’NBA Paris Game.

Ecco, è il momento delle domande. Timidamente qualcuno alza la mano, ne arrivano altri 10 dietro. Attenzione, io questo lo scopro solo rivedendo il video. Ero praticamente di fronte a lui e ipnotizzato, non mi sarei voltato indietro per verificare quanta gente avesse la mano alzata per nessun motivo. “Chi ha domande da fare?” – Michael si gira verso sinistra perché SA BENISSIMO che toccherà a lui parlare per tutta la conferenza. Ecco un giornalista de l’Equipe “Avrei una domanda per Michael Jordan!”. Lui sorride, come a dire “lo sapevo”, e risponde su Parigi, sull’espansione dell’NBA in Europa, su quanto la lega si stia aprendo al mondo. 

Seconda domanda… le mani alzate aumentano. Tocca a ESPN. Anche stavolta, è quasi disinteressato perché vuole sperare non sia un plebiscito per lui ma qualcuno abbia il tatto di coinvolgere anche Silver e Lasry. E invece…”Michael, LeBron…

Qui ho due impressioni. La prima è che non guardi direttamente verso chi fa la domanda, ma non per distrazione quanto perché ha già capito dove si vuole andare a parare. La seconda è che voglia volutamente far ripetere il soggetto della domanda quando, alla fine di questa, chiede, “parliamo di qualcuno che giocherà? Non ho capito…”

(la domanda finiva con “merita un posto nei primi 3 all-time?” e comprendeva parole come “Legacy”, non di certo riferite a Brook Lopez. Impossibile pensare a uno dei giocatori di Bucks o Hornets).

LeBron James…

“OH, LEBRON!”

Pausa scenica. Michael ha capito dal primo secondo, forse conoscendo anche il giornalista, quello che stanno per chiedergli. Non è infastidito, anzi. La richiesta di nominare nuovamente LeBron fa parte del suo voler massimizzare il nostro livello di attenzione sulla sua risposta. Il punto è che, percezione personale, MJ sia ancora oggi così competitivo e si senta così sicuro dei suoi mezzi e del suo status da dare l’impressione che la risposta in arrivo sia tutto tranne ciò che pensa sul serio. Vorrebbe esclamare qualcosa diverso dal politichese di ordinanza,, lo si legge negli occhi e nella gestualità che improvvisamente diventa più marcata.

“Parliamo di ere differenti. Sicuramente è uno dei migliori giocatori al mondo (…) se non il migliore. Non amo comparare basket diversi ma so che continuerete a farlo. La lega è piena di talento, lui è un grande giocatore e amo guardarlo ma, ripeto, sono pallacanestro diverse. Parliamo di un grandissimo, senza dubbio”.

Appare seccato a dir poco perché sono convinto che volesse dire altro. Meno scontato, meno convenzionale, meno diplomatico. Quello è un altro dei crismi della sua Grandezza. Michael Jordan non arretra di un centimetro, il tono e il “fastidio” con cui si è prestato al solito grande dubbio sollevato dal giornalista denotano la sua voglia, ancora oggi, di competere, rivaleggiare, primeggiare. Punzecchiarlo nell’orgoglio, perché ogni tipo di paragone viene visto da lui come un affronto e si intuisce, gli fa malissimo ma non può esprimersi a pieno e si limita, a fine domanda, ad un sorriso quasi amareggiato.

Dai, penso, ora arriva la domanda per Silver o per Losry.

Quarta fila… al centro

Anche qui Michael sa già che arriverà per lui, nemmeno finge di sorprendersi. Sembra dire “Ok dai, ho capito. Sono pronto”

“Perchè proprio il PSG tra le tante squadre europee?” (si riferisce alla partnership tra il brand Jordan e la squadra di calcio)

Anche qui, domanda innocua eppure la risposta, per come inizia, dice ancora una volta tanto del personaggio. “In realtà sono venuti loro da noi per chiedere una collaborazione”

Che tradotto è “Figuriamoci se Michael Jordan bussa alla porta di qualcuno. Qualcuno semmai chiede a Michael Jordan se è possibile collaborare”.

Ormai tutti lo stiamo conoscendo. Accanto a me un giornalista americano dice “Il solito, ogni volta fa così, non siamo degni di sederci di fronte a lui”. Lo dice quasi infastidito, io invece sono nella fase massima dell’innamoramento perché è come se tutto quello che negli anni di Michael ho, anzi abbiamo, visto, sentito, letto, analizzato trovi la sublimazione perfetta nelle sue parole e nel suo linguaggio del corpo. Michael è una divinità e vive da tale. Risponde trasmettendoti quel senso di sovrannaturale, ti osserva dall’alto, non ama sentirsi in discussione o in paragone con qualcuno e dietro quei sorrisi cela un “giocassi oggi farei un culo così a tutti”. Non tanto per dire, ma perché ci crede sul serio. E di tutte le sensazioni che mi lascerà addosso l’NBA Paris Game, questa è la più forte e resistente a distanza di tante settimane.

La domanda successiva arriva da Davide Chinellato, Gazzetta, un amico, seduto esattamente alla mia sinistra. Nella conferenza mandata in onda da NBA e mandata in onda in tutto il mondo è il momento più imbarazzante per il sottoscritto, perché nel riprendere Davide entro naturalmente in video anche io e sono super-concentrato a registrare Michael come se non ci fosse un domani. Davide però chiede qualcosa al commissioner e anche qui la reazione di MJ mi sorprende. Finora ha ricevuto tutte le domande, è apparso inizialmente sorpreso da questa attenzione, poi ha lasciato intendere che ovviamente si aspettava tutto ciò. Ora che la domanda non è per lui respira, si stacca dal microfono e mentre ascolta Davide unisce le mani, inizia a sfregarsele quasi con nervosismo e a muovere le dita.

La percezione è “Vediamo quale domanda non è degna di essere rivolta a me

Silver risponde, alla fine tutti ri-alzano la mano per prenotarsi, eppure Michael interviene prima della domanda successiva e nonostante Davide non si fosse rivolto a lui dice “Noi rappresentiamo 2 delle 30 squadre che potevano essere all’NBA Paris Game e sicuramente ce ne sono altre 28 che vorrebbero essere al nostro posto. Ogni squadra vive come opportunità questa chance

Ecco, siamo di nuovo tutti su di lui. La domanda che sta per arrivare adesso non può che essere fatta a Sua Maestà. ed è su Zion.

Senza riportarvi la risposta per intero, 2-3 passaggi mi fanno pensare di nuovo a come Michael consideri il resto del mondo “Uno dei giocatori di maggior talento della nuova generazione. Ha ancora tantissimo da fare, vediamo lui come uno dei ragazzi che mette più passione”. Sembra un papà che vuole riprendere suo figlio, rimarcargli quanto non sia ai suoi livelli e forse non ci arriverà mai. Ormai sono di questa idea ma davvero in ogni suo sibilo trovi elementi a rafforzare la tua idea. 

Un giornalista (si, io nel frattempo lo guardo con gli occhi a cuoricino e la domanda proprio non mi esce) chiede 5 giocatori europei attuali e i 5 migliori di sempre.

Si tocca l’anello, guarda per un attimo il vuoto, poi alza la testa e:

Quanto tempo abbiamo?

Niente, tre parole e tutti sono paralizzati a guardarlo. “Kukoc è il primo che nomino, sapete il perchè. Drazen, Sabonis, è una domanda tosta. Te li farò sapere più tardi, sono davvero tanti

Il raccontato, soprattutto a più di un mese di distanza da quando certi video saranno indubbiamente passati davanti ai vostri occhi, non rende nel migliore dei modi, lo so. O forse può essere facilmente frainteso. Michael spocchioso, Michael arrogante, Michael altezzoso. Il punto è che mai come stavolta questi aggettivi dalla tipica connotazione non negativa ma quantomeno “antipatica” sono usati nel senso più rispettoso e dignitoso del termine, perché in mezz’ora di parole Jordan non dà MAI e dico MAI l’impressione di mancare di rispetto ai giornalisti, ai media, ai giocatori di cui parla, vecchi o giovani che siano. Ha indubbiamente delle certezze, sente innanzitutto il suo status e il pulpito da cui può parlare a tutti, ma non sfocia mai e nemmeno sfiora la noia, la poca attenzione all’interlocutore, la voglia di alzarsi da quella sedia. Quello che “percepisci” trovandotelo di fronte è che per quanto possa aver avuto vicino LeBron per due volte  Kobe con tanto di intervista, Magic, Giannis, Embiid e un’altra dozzina di giocatori attualmente in NBA, quella sensazione di imbarazzo, di sentirti così piccolo, di venerazione… non la provi con nessun altro. E il tipo di distacco che lui è in grado di creare non con cattiveria ma semplicemente emanando dal corpo, dagli occhi, dalle mani quel senso di consapevolezza estrema, non riesci a colmarlo nemmeno standoci davanti 3 ore. Michael Jordan è semplicemente unico, ed è lo sportivo più Grande (da non confondere con più forte perché non sono necessariamente sinonimi) che io abbia mai visto.