Uno stadio chiuso e il mondo che brucia

Pubblicato da Andrea Cassini il

Lo scorso gennaio, mentre Novak Djokovic vinceva il suo ottavo Australian Open, la terra fuori da Melbourne bruciava – e per la cronaca, finita l’ondata di interessamento generale gli incendi in Australia sono stati dichiarati “sotto controllo” soltanto pochi giorni fa grazie all’aiuto delle piogge. Tante perplessità, specialmente nei primi giorni di gara quando il fumo nell’aria era tanto insostenibile da costringere atleti al ritiro. Poi si è andati avanti. Fuori il mondo brucia, ma noi giochiamo a tennis. Può sembrare un modo di pensare egoista, votato al dio dei mercati che ha ormai fagocitato lo sport che poco più di un secolo fa era (e per moltissimi di noi resta) un’attività da dilettanti, e molto probabilmente lo è. Ma the show must go on significa anche qualcos’altro. 

Significa che lo sport è una sospensione dell’incredulità collettiva, una bolla all’interno della quale essere più felici o almeno distratti, e che farla scoppiare è un atto estremamente pericoloso, un po’ come svegliare di colpo un nottambulo, a cui ricorrere come ultima spiaggia.

Lo sport non si ferma: si gioca nonostante il fumo degli incendi

Ecco, a quest’ultima spiaggia ci siamo arrivati, quantomeno in Italia, con le note vicende dell’epidemia di COVID-19 e la sospensione dei campionati di calcio e basket. Nelle settimane tumultuose che hanno portato alla decisione, lo sport ha fatto in tempo a consegnare alla memoria immagini, paradossi e spunti di riflessione che fanno pensare al suo ruolo nella società contemporanea – e di conseguenza al nostro, da spettatori e interpreti, e alle responsabilità di entrambi. A fine febbraio siamo nei primi giorni dell’allarme in Lombardia, metà Italia assalta i supermercati e indossa mascherine, l’altra metà prende in giro la prima. 

I giocatori del Ludogorets arrivano dalla Bulgaria per giocare in Europa League contro l’Inter e una foto li ritrae mentre scendono dall’autobus e corrono a rifugiarsi in albergo; con i guanti e le mascherine, modello professionale, sopra la bocca, sembrano i muscolosi razziatori di una landa post-apocalittica come in Ken il Guerriero o Mad Max. Una prima incrinatura nella bolla. Se persino questi superuomini hanno paura di un virus, forse non c’è tanto da scherzare. Non c’è tanto da giocare.

Forse, da giocare non c’è affatto. Un paio di settimane dopo, al termine di una serie di ripensamenti e ritrattazioni capricciose, la Serie A di calcio scende in campo a porte chiuse. Juventus-Inter non poteva più attendere. Un’altra istantanea: Cristiano Ronaldo percorre il corridoio di accesso allo stadio dando il cinque alle ali di pubblico invisibile che normalmente l’avrebbero accolto dietro la transenna. Mostra un sorriso teso in favore di telecamera, chissà se è conscio di quanto la scena appaia grottesca – imbarazzante, più che surreale. Paradossale, perché se lo sport è il circenses che si accompagna al panem, un circo senza spettatori non è altro che un catino vuoto, un’arena virtuale, un albero che cade in mezzo a una foresta disabitata e che esiste soltanto perché c’era una telecamera appostata per inquadrarlo. La Legabasket versa in simili condizioni. Si giocano un paio di partite a porte chiuse, poi arriva il decreto che chiude la Lombardia e si sospende al volo tutto quanto. 

Le coppe europee, intanto, proseguono, con la complessa situazione che Sassari ha vissuto in trasferta a Burgos. In mezzo, Gianmarco Pozzecco aveva fatto un’osservazione solo in apparenza banale: se l’ordinanza prevede di stare a un metro di distanza l’uno dall’altro, come fanno i miei giocatori a difendere e giocare in sicurezza? Nello sport c’è una sospensione dell’incredulità, dicevamo. Finché il cronometro corre tendiamo a pensare che in mezzo all’arena non ci siano mica uomini come noi: un tempo erano schiavi, e se si affettavano tra loro o finivano sbranati dai leoni poco importava, oggi sono supereroi, indistruttibili e inscalfibili (o magari, come suggeriva Kareem Abdul-Jabbar, alcuni di loro sono sempre schiavi, soltanto senza catene e al servizio di altri padroni). E invece no, si ammalano pure loro. Un altro scricchiolio nella bolla.

Il Giappone sta offrendo un altro esempio singolare. Il sumo ha tornei che si disputano ogni due mesi, in gare di quindici giorni che si tengono in palazzetti stracolmi. Quello di marzo si sta disputando senza spettatori. Sembra di assistere a un rarefatto spettacolo del teatro . Essendo una disciplina estremamente ritualizzata, movenze e comportamenti di lottatori, arbitri e accompagnatori sono appunto quelli di attori teatrali, e non cambiano di una virgola rispetto a un torneo regolare. Forse è proprio per questo che quella tela sgombra che fa da sfondo, e il silenzio gelido di ventimila seggiolini vuoti, rendono la scena così angosciante. Hakuho, il lottatore verosimilmente più forte di sempre, apre la cerimonia eseguendo la danza rituale degli yokozuna: senza nessuno a osservarlo, sembra davvero che stia dialogando con gli dei, come vorrebbe la tradizione. I colpi delle mani sulle cosce e dei piedi nudi sul terreno, e gli schianti tra i corpi dei colossi quando comincia il combattimento, producono un’eco tragica.

Una partita a porte chiuse è “less than a game”: è un piegarsi a sponsor e diritti televisivi, tradendo bellezza e importanza dello sport che è bello è importante proprio perché può permettersi di essere inutile. In condizioni di emergenza, se ci sono da imporre ristrettezze ed evitare rischi, il primo passo è facile: togliamo lo sport, è soltanto un gioco. Ma per molte persone lo sport è un lavoro come un altro, spesso più incerto di altri. Alcuni giocatori americani del nostro basket tornano in patria, finché ci riescono, e chissà che accadrà ai loro contratti. 

Prendendo ispirazione da una delle frasi chiave dell’immagine pubblica di LeBron James, nonché il titolo di un documentario a lui dedicato, l’NBA ha integrato nel suo immaginario l’espressione “more than a game”, che sottintende un concetto dalle molte sfumature applicabile a qualsiasi sport fino diventare un’autentica filosofia. Significa che c’è una passione che travalica il semplice passatempo, ma significa anche che affrontando il gioco con la serietà di un bambino, il gioco stesso diventa qualcosa di più. Ma significa soprattutto che ci sono delle responsabilità che vanno ben al di là di una vittoria o di una sconfitta.

Shut up and dribble” è un altro slogan di cui si è parlato molto in America recentemente, ma nell’accezione del rifiuto che sta al vertice opposto. “Stand up and speak” che si tratti di inginocchiarsi in segno di protesta all’esecuzione dell’inno americano, come nella NFL, o dell’esprimere senza sottigliezze la propria posizione politica, seguendo la lezione di atleti come lo stesso LeBron James. Viene da chiedersi, ed è corretto farlo, come mai serva l’opinione di uno sportivo per richiamare l’attenzione su questioni sociali sulle quali il mondo avrebbe da offrire i più colti contributi di studiosi e intellettuali. Ma è altrettanto corretto rendersi conto che la comunicazione tende a funzionare per piattaforme, e nel silenzio spesso autoreferenziale o contraddittorio degli intellettuali (uno degli aspetti più scoraggianti dell’epidemia è stata la difficoltà della divulgazione scientifica di comunicare un messaggio chiaro e coerente) il richiamo di uno sportivo può lavorare di concerto con dati e analisi più qualificate: l’importante è che ci si schieri e si lotti per la parte giusta

In riferimento a quel “more than a game”, lo sport ha un altro esempio da consegnarci. Ci sprona a essere idealisti e partigiani. Sotto la sua bolla è più facile lottare per quello in cui crediamo perché le conseguenze sono limitate e i possibili risultati di solito viaggiano sul codice binario, seppure aperto a mille simbolismi, della vittoria e della sconfitta. Ma può servirci da allenamento per smettere di fare calcoli politici accontentandosi del male minore, e cominciare invece ad agire per il bene maggiore, che è a vantaggio di tutti. Essere partigiani a volte può essere un bene e a volte un male. A volte può significare dare voce all’opinione più impopolare, ovvero farsi indietro e non pronunciarne nessuna. L’allenatore del Liverpool Jürgen Klopp, interrogato in sala stampa sulla questione dell’epidemia, ha risposto: “Non mi piace che su questioni molto serie venga considerata importante l’opinione di un allenatore di calcio. Quello che dice la gente famosa non conta, la mia opinione non conta nulla. Le persone che non sanno nulla, come me, non possono parlare di questi argomenti. Bisogna ascoltare chi ha le competenze e può dire alla gente cosa fare. Io indosso un cappello da baseball e ho la barba fatta male”. All’opposto, il giocatore di baseball Bryce Harper ha fornito una risposta che non sfigurerebbe nelle interviste agli italiani per strada di questi giorni, o ad alcuni personaggi pubblici che cambiano idea piuttosto rapidamente: “Io vivo la mia vita. Do il cinque alla gente e stringo la mano. Ho 27 anni e sono in piena forma, la malattia colpisce soprattutto gli anziani. Io vivo la mia vita”. 

In Germania e Grecia, dove per il momento lo sport non pare essere stato investito dall’epidemia, il calcio è al centro di due questioni calde. In Germania i tifosi si stanno scagliando contro il proprietario dell’Hoffenheim Dietmar Hopp, reo di avere aggirato con una deroga il limite del 50% delle quote di una società, laddove la Bundesliga prevederebbero un azionariato popolare, ma soprattutto reo di essere uno degli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di oltre 14 miliardi di dollari. Le reazioni in campo rispondono alla straordinarietà della situazione, con partite interrotte e giocatori, come quelli del Bayern Monaco, che cercano di calmare i propri sostenitori. 

In Grecia, la situazione drammatica sul confine con la Turchia segnato dal fiume Evros ha finito per coinvolgere anche il calcio. Negli scorsi giorni l’Olympiacos ha inviato da Atene numerosi aiuti sotto forma di camion carichi di rifornimenti. Ma non a favore dei migranti che cercano di entrare in Grecia contro la cruda resistenza delle forze dell’ordine e di gruppi indipendenti di estremisti di destra; a favore delle milizie greche. I tifosi della squadra, quantomeno quelle sezioni schierate su posizioni antifasciste e di fiera tradizione proletaria, non l’hanno presa bene e accusano di corruzione il proprietario Marinakis.

Sarà cruciale capire come si comporterà lo sport nei mesi a venire, che messaggio lancerà al mondo sul tema dell’epidemia di COVID-19. L’impressione è che in America, a dispetto delle affermazioni spavalde del suo presidente, stia per scoppiare una bomba che rischia di modificare pesantemente la stagione NBA attualmente in corso – o la cui deflagrazione verrà ignorata, proprio al fine di proteggere la bolla dello sport insieme ad altre bolle ancora più importanti a fini socioeconomici, soffiando via una nube di schegge e detriti verso altre direzioni non inquadrate dalle telecamere. E in estate ci sono Europei di calcio e Olimpiadi, che nessuno vorrebbe rimandare, ma potremmo non avere il lusso della scelta.

Perché ci sono situazioni in cui essere partigiani diventa semplicemente necessario – e probabilmente ci siamo già dentro fino al collo. Quel che è certo, è che essere partigiani soltanto sugli spalti di uno stadio o di un palazzetto, quando si tratta di tifare la propria squadra perdendo magari ogni capacità di ragionamento e parvenza di spirito critico, è un tremendo spreco di tempo ed energie. Un cattivo direzionamento dell’attenzione. E magari potremmo approfittare di questo mese senza calcio e basket, di questo mese fuori dalla bolla, per ragionare su altri sprechi e altri cattivi direzionamenti dell’attenzione. Alcuni ce li suggerisce proprio lo sport. È giustissimo, per esempio, complimentarsi e ringraziare il patron dell’Olimpia Milano Giorgio Armani, come ha fatto l’intera scena cestistica, indipendentemente dal fatto che i milioni che ha donato alla sanità siano relativamente pochi, per le sue tasche: per gli ospedali sono tanti, ed è questo che conta. Ma muovendo un passo fuori dalla bolla potremmo chiederci quanto sia positivo, e sostenibile a lungo termine, che per affrontare crisi di questa entità si debba esultare per la carità privata dei multimilionari. 

Donazioni del genere, come sempre e giustamente accade, arriveranno a pioggia anche dagli atleti di punta di tutto il mondo, ma senza la bolla a offuscarci la vista possiamo magari osservare quanto sia bizzarro che un anno di lavoro di tali atleti – che per quanto il gioco sia serio, non è mai strettamente una questione di vita o di morte – equivalga a un numero difficilmente calcolabile di posti letto in terapia intensiva negli ospedali fiaccati dai tagli miliardari alla sanità pubblica. Così come è bizzarro pensare che se il pericolo del cambiamento climatico, che tra le altre cose ha scatenato i recenti incendi in Australia, fosse percepito con la stessa urgenza e letalità con cui viene giustamente trattata l’epidemia di COVID-19, forse saremmo messi un po’ meglio per sventarlo (farlo è possibile, eccome: basta guardare, al netto dell’amara ironia, i dati sulla diminuzione dell’inquinamento nelle aree colpite dall’epidemia). Né Giorgio Armani né gli atleti rubano nulla a nessuno, anzi. Guadagnano quel che gli spetta per le leggi che regolano il mercato. Ma forse, anziché ragionare per bolle che esplodono e che rigonfieremo per tornare al più presto ad abitarvi innocuamente dentro, anziché ragionare per slogan ciechi come #milanononsiferma e #andràtuttobene, sarebbe utile pensare che quel mercato, sport compreso, non funziona. Non quando le cose si fanno veramente serie, come rischia di capitare sempre più spesso, e c’è da essere partigiani, scegliere il bene maggiore, quello di tutti, e lottare per raggiungerlo.

Lo sport è un evento culturale e come tale può fornirci motivazioni, esempi, spunti. Ma ha anche dei limiti che non possiamo ignorare. Per certi versi, è croce e delizia del sistema socioeconomico che domina il mondo in cui viviamo, che l’ha fagocitato portandosi via anche i suoi aspetti più puri, quelli che veramente potevano innescare la fiamma della coesione, della competizione leale, dell’agonismo rispettoso, del superare le avversità senza scappatoie. Non li ha cancellati, tutt’altro. Li ha cooptati in una narrazione che lavora al suo servizio, li ha macchiati con il simbolo del dollaro e con la maledizione del professionismo: se si chiudono le porte dello stadio purché si giochi, lo sport ha perso e noi con lui. Tirare fuori lo sport dalle fauci del corrente sistema economico sarebbe difficile: primo perché ce lo restituirebbe dilaniato, forse già mezzo digerito; secondo, perché ormai l’ha trasformato con successo in un prodotto che è uno dei suoi tanti, ma di cui ci siamo innamorati al punto che faticheremmo a farne a meno. “More than a game”, dicevamo: è un inno, un motore di riflessione, ma prima di tutte queste cose è un marchio commerciale che porta in giro per il mondo grosse somme di denaro – forse non è un caso che il denaro sia uno dei principali vettori di batteri e virus. E tuttavia, lo sport conserva sacche anarchiche, nuclei di resistenza; alcuni abbiamo provato a evidenziarli in queste righe, altri potremo trovarli spesso più vicini a noi di quanto pensiamo. Ripartiamo da quelli, senza avere l’ansia di rigonfiare la bolla quando l’epidemia sarà finita illudendoci che sia passata senza fare danni, come se fosse l’intervallo d’attesa fra una partita e l’altra. Ascoltiamo la voce dei gladiatori nell’arena ma non chiediamogli di venirci a salvare. Cerchiamo anche nel gioco e nella sua serietà le parole chiave per pensare che un altro sistema, e un altro sport, sia possibile.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass