Travis Diener – The endless fly of the Golden Eagle

Pubblicato da Roberto Gennari il

Gratitude.

Tonight I think about and thank all the teammates I’ve played with. I wouldn’t be standing here without any of you. To point out a few, my college teammates: Travis Diener, Robert Jackson, Scott Merritt, Terry Sanders, Todd Townsend, Steve Novak and so many others.

Le parole che avete appena letto sono state pronunciate il 22 febbraio scorso da Dwyane Wade nel suo discorso in occasione del ritiro della sua maglia numero 3 dei Miami Heat. Wade, che non credo abbia bisogno di presentazioni, ha fatto una lista lunghissima di nomi di compagni di squadra, nomi altisonanti ed altri meno, ma il primo di tutti è stato lui, Travis Diener. Potrebbe sembrare un caso, ma non lo è, davvero.

Accomplishment.

La parola che Diener ha ripetuto più spesso durante la chiacchierata fatta con lui è venuta fuori per la prima volta proprio chiedendogli quali fossero state le sue sensazioni nell’essere stato il primo giocatore menzionato da Wade quando ha parlato dell’importanza dei compagni di squadra, ed è stata accomplishment: è una parola che possiamo tradurre come “compimento” o “realizzazione”, grosso modo. Quello che Diener voleva dire, in questo caso, è chiaro da subito.  Mi ha dato un grande senso di realizzazione essere citato da Wade che è un futuro hall of famer della NBA. Mi ha fatto capire che nella mia carriera sono stato capace di esprimere un basket di buon livello ed essere attento alle relazioni personali. Io e Wade eravamo compagni di stanza nelle partite che giocavamo in trasferta coi Golden Eagles di Marquette, ogni tanto ci sentiamo ancora. Sì, decisamente è stata una bella cosa essere citato in quel contesto. Abbiamo giocato insieme due anni,abbiamo ancora un buon rapporto, e lui è sicuramente il miglior giocatore con cui io abbia mai giocato. Stima reciproca, se consideriamo che tra le migliori point guard con cui ha giocato, Wade cita Dragic, Rondo, LeBron e lui:

Magic Moments.

5 aprile 2003.

Al Louisiana Superdome si giocano le semifinali del torneo NCAA 2003, atto primo delle Final Four. Ci sono circa 54.000 persone ad assistere alle partite. Syracuse contro Texas e Marquette contro Kansas. Per i Golden Eagles di coach Tom Crean, il quintetto base dice Diener, Wade, Jackson, Merritt, Townsend. Non andrà bene, per Marquette, ma come racconta Diener, l’atmosfera del torneo NCAA è qualcosa di indescrivibile, e giocare una partita delle Final Four è un’emozione unica. Tutti ragazzi di 20 o 21 anni, oltre 50.000 persone dal vivo e tutti gli States collegati in TV, già solo esserci è stato stupendo. Quello che ci successe in quei giorni, poi, è stata l’essenza stessa della pallacanestro: pochi giorni prima, contro Kentucky, avevamo giocato una partita perfetta, eliminandoli a sorpresa, e a New Orleans contro Kansas abbiamo giocato la peggior partita della stagione. Cose che capitano, ma lo capisci solo più avanti nella carriera.

Photo via gomarquette.com

Photo via gomarquette.com

2 dicembre 2005.

Al draft NBA del 2005 Diener è arrivato dopo una stagione da Senior a Marquette che lo ha visto leader incontrastato dei suoi. Quasi 20 punti e 7 assist di media a partita, prima della frattura a due dita che ne termina anzitempo la stagione, dopo aver sconfitto il cugino Drake nella sua ultima partita in NCAA in un 67-57 che lasciava ancora in corsa i suoi per un posto al gran ballo, il torneo NCAA. Gli Orlando Magic lo chiamano al secondo giro, alla numero 38, prima di Monta Ellis, Louis Williams e Andray Blatche, per dire. I Magic non sono uno squadrone ma hanno un bel mix  di giovani e veterani, che li porterà solo quattro anni dopo quel draft a disputare le NBA Finals. Diener in quel contesto è il classico giocatore che deve farsi trovare pronto se e quando il coach lo chiamerà a giocare. La prima di queste chiamate avviene nel primo quarto della gara tra i Magic e i Grizzlies. 4’15” alla sirena, esce Jameer Nelson ed entra Travis Diener. Ancora una volta, “accomplishment”. Ricordo che prima della partita ero nervoso: io vengo da Fond Du Lac, una piccola cittadina del Wisconsin, più piccola di Sassari e più piccola di Cremona. Quando ero un ragazzino, il mio sogno era essere un giocatore della Goodrich High School, e per me arrivare fino alla NBA è stata una cosa che andava oltre le mie aspettative, oltre i miei sogni.

Travis Diener

Photo via Sassarinotizie.com

23 ottobre 2010.

La prima gara ufficiale della storia della Dinamo Sassari al PalaSerradimigni nel massimo campionato di basket italiano è stata quella che ha visto gli uomini di Meo Sacchetti battere la Pepsi Caserta 92-87. In una partita che tutti a Sassari ricordano nitidamente, Travis ne mette 14, tra cui la tripla del +1 a 3 minuti dal termine. Non dimenticherò mai le sensazioni di quella gara, l’affetto che la gente di Sassari ci ha sempre fatto sentire nei miei quattro anni in maglia Dinamo (la numero 12 dei sardi è stata ritirata in suo onore) è un qualcosa che va oltre la pallacanestro. Io in un certo senso sono un americano un po’ atipico, non sono quello che se ne sta per i fatti propri e si presenta solo agli allenamenti e alle partite, anche se parlo solo inglese molti dei miei migliori amici qui in Italia sono i miei compagni di squadra italiani. Parlo soprattutto di amicizie fuori dal campo, di legami che dureranno anche oltre la carriera sportiva. Forse il fatto di venire da una piccola città mi è stato di aiuto nell’adattarmi allo stile di vita italiano. Vivere negli USA è ovviamente diverso rispetto a vivere in Italia, ma io vengo da una famiglia molto unita per cui per me è sempre stato normale passare tanto tempo coi genitori, con fratelli e sorelle, con i miei cugini. In questo, sono un americano “diverso” dalla maggioranza di quelli che giocano in serie A, ma questo mi ha permesso un adattamento più rapido e profondo.

 

Most. Valuable. Player.

C’è stato un momento, lo ricordo distintamente come se fosse oggi, in cui Travis Diener è stato senza ombra di dubbio il giocatore più forte che avessimo nel campionato italiano. Quel preciso momento è datato 5 maggio 2013 ed è stato trasmesso in diretta dalla TV nazionale. Sul parquet del PalaEstra di Siena si giocava l’ultima giornata della regular season 2012-2013, Sassari era già matematicamente seconda, a -4 da Varese e +4 su Roma, la Mens Sana giocava per agguantare il quarto posto e per vendicare l’imbarcata della partita d’andata, un 96-66 senza appello che i pluricampioni d’Italia si erano legati al dito. Sembrava una partita dall’esito scontato, solo che TD12 aveva altri piani, diciamo così. 33 punti in 33 minuti con 12-18 dal campo, 4-4 dalla lunetta, 6 rimbalzi e 6 assist. A fine partita, perfino i telecronisti di parte senese dovettero scendere a patti con quanto avevano visto, e cioè una prestazione che possiamo definire con un solo aggettivo e quel solo aggettivo è mostruosa.

Nella carriera del play da Fond Du Lac, cugino di Drake che l’anno dopo vinse il premio di MVP della serie A, lasciandogli quello di MVP delle Final 8 di Coppa Italia, ci sono una quantità di highlight e aneddoti che spiegano al meglio come mai oggi alcuni avversari, a fine partita, gli chiedano di farsi una foto insieme, come mai sia ancora oggi uno dei giocatori più amati a Sassari e come mai a Cremona sperano che continui a giocare ancora e ancora. Per dirne uno che tutti ricordiamo: Travis che canta l’inno nazionale ad EuroBasket 2013 sotto lo sguardo vigile di Gigi Datome, per una spedizione che era iniziata sotto i migliori auspici, con le vittorie contro Russia e Grecia nel primo girone, la fantastica partita vinta al supplementare contro la Spagna nel secondo turno, e finita purtroppo in malo modo, con le sconfitte contro Lituania, Ucraina e Serbia a precluderci l’accesso al mondiale spagnolo dell’anno dopo. Forse uno dei più grandi rimpianti della carriera di AlaDiener, insieme alle tre sconfitte casalinghe della sua Dinamo Sassari nella semifinale dei playoff scudetto del 2014 contro Milano. E il fatto di non aver mai giocato in Eurolega?

Sinceramente, non ho mai guardato tante partite di Eurolega fino a poco tempo fa, e giocarci non era realmente un obiettivo per me. Quando sei un giocatore che viene dagli States e hai giocato un po’ di partite in NBA, senti che sei arrivato al massimo livello, per cui non ti interessi realmente di altre competizioni se non quella in cui giochi tu. Tra l’altro, avrei potuto giocare l’Eurolega con Sassari se fossi rimasto ancora un altro anno, perché ci eravamo qualificati, quindi non ho rimpianti per non averla giocata. Anche se adesso guardo tante partite di Eurolega e vedo che si gioca un basket di alto livello, sia tecnico che fisico. Ma al momento in cui avrei potuto competere, non ci pensavo seriamente. Oggi posso dirlo: sarebbe stato bello

Enjoy the moment, enjoy the soundtrack.

La cosa bella del veder giocare uno come Travis Diener in Italia è che quando smetterà di giocare sarà uno di quei giocatori di cui potrò dire “io c’ero, l’ho potuto vedere in tutta la sua carriera italiana”, che di solito è una cosa che si dice delle leggende del basket. Considerando che siamo quasi coetanei, poi, questo aspetto diventa ancor più importante, anche se io e Diener a livello cestistico potremmo avere in comune cose del tipo “abbiamo giocato entrambi play, eravamo quasi sempre il giocatore più basso in campo e per un certo periodo della carriera abbiamo indossato la maglia numero 7”. Fine delle analogie, ok, fa niente, come non detto. Veder giocare AlaDiener, sia a Sassari che a Cremona, è un privilegio che dobbiamo gustarci fino in fondo.

Photo: Ciamillo Castoria

La prima volta che ho visto Travis giocare dal vivo è stato lo scorso anno a Firenze, al MandelaForum, alle Final Eight di Coppa Italia. Certo, lo avevo visto un sacco di altre volte in TV, ma come sempre vedere un giocatore dal vivo è tutta un’altra cosa. La sensazione che ho ricavato dal veder giocare Diener, in tutte e tre le partite che hanno portato la Vanoli Cremona alla conquista della Coppa Italia 2019, è stata grosso modo quella che si ha quando si vede giocare il play della prima squadra contro gli juniores. Faceva metà della fatica degli altri giocatori in campo per ottenere il doppio del risultato. Si è attivato a sprazzi, e guarda caso (si, vabbè) quando la Vanoli ne aveva bisogno. Del resto, la chimica tra (entrambi i) Diener e Meo Sacchetti è sempre stata questa: ti lascio libero di esprimere il tuo meglio sul rettangolo di gioco, purché tu stia a quelle regole che ti fisso e purché tu sia in grado di apportare un contributo alla squadra sui due lati del campo.

Foto Alfredo De Lise/Ciamillo-Castoria

E se guardiamo al lato puramente tecnico della faccenda – non che io sia qualificato per farlo, per carità – vediamo un giocatore con uno skill set offensivo da far piangere i difensori che lo dovranno affrontare, a prescindere. E tuttavia la sua poetica sul campo da gioco è difficilmente afferrabile, io mi sono fatto l’idea che attenga maggiormente al decision making, che ovviamente cambia quando il tiro entra con continuità ma resta sempre l’aspetto più evidente del suo gioco, impermeabile agli anni che passano così come lo sono certi dischi, comprensibili ai più ma inafferrabili del tutto nella loro unicità. Se dovessi paragonare il gioco di Travis Diener a un album, il primo accostamento che mi verrebbe in mente sarebbe sicuramente Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: un disco che spiega tutte le potenzialità dei Fab Four ma senza un pezzo che i fanatici del pop possano canticchiare a loro piacimento, nessuna hit che abbia raggiunto la numero 1 delle classifiche. Eppure, secondo molti, il più grande disco di musica rock and roll di tutti i tempi. Ecco, veder giocare Travis Diener da Fond Du Lac, Wisconsin, è un po’ come ascoltare Sgt. Pepper, per certi versi. State sempre all’erta, con le orecchie dritte e gli occhi bene aperti: la gemma, il diamante, è lì, cova sotto la cenere e basta un soffio per portarla alla luce, in tutto il suo accecante splendore.


Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.