Devin Booker – Be Legendary

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Devin Booker - Be Legendary

70, nella “smorfia”, simboleggia il palazzo. Tra le varie interpretazioni che si possono dare ai sogni, se durante un’esperienza onirica si riesce a scalare questo edificio, vuol dire che si sta per raggiungere un traguardo ambito e sperato da tempo. Probabilmente Devin Booker neanche viaggiando così tanto con la fantasia pensava di poterne fare 70 al TD Garden di Boston. Ripeto, 70 al TD Garden. Di fronte a quel palazzo ha tenuto lo sguardo alto, facendo un passo per volta, rendendosi conto solo alla fine di essere arrivato lassù dove si guarda, almeno per un giorno, il mondo da un’altra prospettiva: quella delle leggende.

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Devin e Kobe

Esattamente 364 giorni prima della storica prestazione in casa dei Celtics, datata 24 (sigh) marzo 2017, 3 anni fa oggi, Kobe Bryant affronta per l’ultima volta in carriera i Phoenix Suns (team che lui ha dichiaratamente odiato). Entrambe le squadre navigano nei bassifondi della Western Conference e la partita non prevede certo uno spettacolo da tenere gli appassionati incollati al televisore.

Per il figlio di Melvin, però, questa sfida è segnata sul calendario da tempo. Sarà la prima (e ultima) volta in cui affronterà il suo idolo. Generazioni a confronto o forse molto di più.
Devin è nato 4 giorni prima del debutto ufficiale in NBA del Black Mamba, datato 3 novembre 1996; entrambi sono stati scelti alla n°13 al Draft (Booker in quello del 2015), risultando essere i più giovani della propria class; entrambi hanno avuto un papà protagonista nella massima lega oltreoceano (Joe “Jellybean” Bryant, beniamino a Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, e Melvin Booker, visto in Italia a Pesaro e a Milano); entrambi, soprattutto, condividono lo stesso ruolo e le stesse caratteristiche tecniche (con le dovute proporzioni, ovviamente). Devin ha studiato e lavorato sul suo stile di gioco per cercare di “imitare” i movimenti della leggenda dei Lakers. Sente di avere una sorta di legame magico con lui e ora può finalmente mostrargli tutto quello che ha imparato guardandolo nei video ancora oggi presenti nella memoria del suo PC.

Inizia la sfida: l’intensità è quella tipica di un match che ha poco valore per entrambe. Tuttavia, Kobe, essendo alle ultime tappe del Farewell Tour, non si esime dal dar spettacolo. È lui, infatti, a mettere la firma sui primi punti dei Lakers con alcuni suoi iconici fadeaway.

Anche Devin si mette subito all’opera: dopo una serie di layup segnati nell’area sguarnita dei gialloviola e con Bryant a seguirlo dalla panchina, Booker riceve la sfera spalle a canestro nel mezzo angolo. È marcato da Lou Williams, difensore più piccolo di lui, e così, senza palleggiare, si gira e tira in fadeaway. Scrivete due.

Fine secondo periodo: DBook riceve il pallone in consegnato da Tucker fuori della linea da tre punti. Parte subito verso destra e, nei pressi del gomito dell’area, si arresta e tira di nuovo in fadeaway stavolta oltre le braccia di Randle. Prima che la sfera finisca in fondo alla retina, Kobe, vedendo un “suo” movimento eseguito così bene, si lascia scappare un sorriso.

La partita la vinceranno poi agevolmente i Suns con il punteggio di 119-107, trascinati dai 28 punti e 7 assist del figlio di Melvin. Appena suonata la sirena finale, i giocatori dei Suns si mettono in fila per dare un ultimo saluto sul campo al Black Mamba. Tutti tranne uno. Booker, infatti, è defilato e aspetta un cenno del suo idolo. Dopo una trentina di high five scambiati con tutta la Phoenix cestistica, Kobe fa un gesto rivolto a Devin come a dire “ci vediamo dopo”. Il ragazzo, un po’ come i bambini che aspettano l’autografo del loro cantante preferito, se la ride senza riuscire a dire altro.

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Quando le telecamere sono lontane, Bryant va a far visita al suo giovane fan. Di quello che si sono detti in 15 minuti di chiacchierata Devin ha lasciato trapelare solo una frase: “Kobe mi ha detto che ho una chance”. 

Una possibilità per scrivere la storia della NBA, come specificato dalle due parole presenti sulla scarpa destra indirizzata al #1 dei Suns: Be Legendary. 

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Thank you, @kobebryant #BeLegendary

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Per il ragazzo, il dono viene interpretato come un passaggio di consegne, a maggior ragione dopo la tragica scomparsa del Black Mamba. Da MJ a Kobe. Da Kobe a DBook. Un mese dopo la tragedia di Calabasas, per ricordare e ricordarsi della “benedizione” ricevuta, Devin ha deciso di tatuarsi sul braccio destro la scritta Be Legendary. Un piccolo gesto, quasi dovuto, in onore della leggenda che gli ha insegnato ad amare e ad eccellere in questo sport.

Milano nel cuore (e nel nome)

In realtà, Booker non ha mai nascosto il fatto che i suoi idoli d’infanzia sono stati Rip Hamilton e Chauncey Billups. Quando successivamente il sogno di diventare un professionista si è reso plausibile, ecco allora che Kobe lo ha letteralmente conquistato.

Ma oltre ai mostri sacri della NBA, per Devin c’è stato sempre un altro esempio da seguire, molto più “alla sua portata” anagraficamente parlando, e che negli anni è diventato una sorta di fratello maggiore: Danilo Gallinari. I due si sono conosciuti nella lontana stagione 2007-08 quando Melvin Booker ha avuto la possibilità di giocare di nuovo (dopo l’annata ’98-’99) per l’Olimpia Milano, squadra e città che ha ammirato così tanto da affibbiare il secondo nome “Armani”, in onore dello storico presidente, a suo figlio.

A condividere il quintetto base delle scarpette rosse con Melvin c’era il 19enne Gallinari, già stella a livello europeo e all’ultima annata prima dell’approdo oltreoceano. Devin, a causa del secco divieto di mamma Veronica alla possibilità di studiare lontano dagli USA, passa solo tre settimane con il papà a Milano. 
Seppur breve, tuttavia, questo periodo non è stato avido di ricordi. Uno in particolare gli resterà per sempre nel cuore.

Un giorno, al termine di un allenamento dell’Olimpia, Danilo vede questo ragazzino palleggiare intorno al campo e gli chiede: “Perché non vieni in campo e giochiamo un po’ uno-contro-uno?”. Entusiasta, il piccoletto non si tira indietro.
Al termine della “sfida”, il Gallo regala al ragazzo le sue scarpe personalizzate della Reebok con tanto di dedica: “Al mio amico Devin”. Ancora oggi sono accuratamente conservate in casa Booker su uno scaffale riservato.

Le famose “The Roosters” targate Danilo Gallinari

L’attuale guardia dei Suns ricorda benissimo anche il Draft 2008, quello del suo nuovo amico, visto in tv: “Quando i Knicks lo hanno scelto alla n° 6 ho cominciato a mostrare ai miei amici le scarpe che mi aveva regalato. Mi sentivo molto fortunato”.

Ancora oggi Devin conserva un ricordo idilliaco di Milano: “Mi sono talmente tanto innamorato di questa città che mi piacerebbe anche giocarci un giorno. Ma papà dice che è meglio che io stia in NBA”. 

Record su record

Melvin effettivamente non è che abbia tutti i torti: a 23 anni Devin Booker è già uno dei realizzatori più brillanti in circolazione nella NBA contemporanea. Perché oltre all’impresa dei 70 punti al Garden (massima prestazione individuale in gara singola dagli 81 di, guarda caso, Bryant nel 2006), Devin ha inanellato record su record sin dalla stagione da rookie: ad esempio, è stato il quarto giocatore più giovane di sempre a raggiungere i 1.000 punti in carriera dietro a LeBron, KD e Kobe, scavalcando il #24 gialloviola nelle successive migliaia. Ha vinto il Three-Point Contest all’All-Star Game del 2017 registrando il punteggio più alto nella competizione (28 punti) dopo aver battuto in finale un certo Klay Thompson. Oltre alla partita già citata dei 70, è stato capace di mettere a segno un’altra gara da 59 punti risalente al 25 marzo 2019 contro i Jazz, entrando ancora una volta nella storia ma, stavolta, dalla parte sbagliata. Con quella prestazione a Salt Lake City, Booker è stato il primo giocatore in NBA a mettere a referto una partita da almeno 50 punti e a perdere di almeno 30 lunghezze.

Ed è proprio questo il dubbio che accompagna la sua (ancor breve) carriera: quanto contano i numeri personali se, nelle 4 stagioni intere trascorse a Phoenix, la squadra ha vinto solo il 26% delle partite giocate?

Poco, soprattutto in un mondo come quello americano che tende a ricordare prevalentemente i vincenti.
Ecco Devin non ha mai fatto parte di questa categoria.

Losers' category

Appena iniziata la high school, il nome del figlio di Melvin già fa il giro degli Stati Uniti. Dopo il primo anno nel Michigan, Devin decide di andare a vivere con il papà, ormai ex-giocatore e allenatore alle prime armi, nel Mississippi. Frequenta la Moss Point High School (la stessa da due generazioni di Booker) e bastano pochi mesi per confermare di essere uno buono per davvero: nel MLK day del 2012 ne firma 54 in scioltezza, segnando da ogni posizione e confermando di possedere un bagaglio tecnico offensivo davvero spaventoso. L’hype nei suoi confronti cresce di giorno in giorno e, nonostante non abbia ancora terminato l’anno da sophomore, college importanti quali Florida e Michigan cominciano già a fargli la corte.

Neanche a dirlo, nelle estati passa da un palcoscenico all’altro (dalla Nike Elite Youth Basketball League ai camp di LeBron James, Chris Paul e Kevin Durant), accumulando complimenti e applausi in tutti gli Stati Uniti. Nell’anno da junior gioca anche playmaker, mettendone 29.7 a partita e mostrando lampi di grinta e atletismo che lo portano ad avere non più due ma tutti i college ai suoi piedi.

Nell’ottobre 2013, all’inizio dell’ultima stagione in maglia Moss Point, ESPN gli propone di annunciare la decision dell’università in televisione. Il diretto interessato declina, dicendo di non voler attirare maggiormente le luci della ribalta su di sé. Nonostante abbia solo 17 anni e sembri un ragazzino spocchioso, infatti, Devin è in grado di gestirsi, evitando di darsi troppe arie. Non gli ha mai pesato essere un “figlio di papà” (merito anche di Melvin, genitore presente ma non invadente), concentrandosi solo su sé stesso e sul cercare di migliorarsi ossessivamente nei dettagli. Dal tiro al palleggio, dal passaggio alla velocità dei piedi, il ragazzo non trascura nulla.

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Dopo aver chiuso la high school con un’altra stagione a 30.9 punti a partita ed essere stato scelto per il McDonald’s All-American Game (evento in cui si sfidano i migliori prospetti liceali della nazione), Booker sceglie di andare a giocare a Kentucky, convinto non solo da John Calipari (noto allenatore esperto nel fare emergere gli one-and-done) ma anche dalla presenza di Tyler Ulis, suo amico sin dall’infanzia, Karl-Anthony Towns e Willie Cauley-Stein. Nei Wildcats, Devin è il sesto uomo di lusso, bravo a punire le second units avversarie con il suo sempre più affinato talento offensivo. Viste però le attese riposte su di lui, ci si aspettava di più dal figlio di Melvin: i 10 punti di media e il 41% da tre punti sono buoni biglietti da visita per la NBA ma, a causa anche di un minutaggio non da superstar (cosa di cui Calipari si pentirà a posteriori), mantengono poco fede allo status che si portava dietro dalla high school.

Nell’accingersi all’ingresso del mondo dei professionisti, c’è poi un’etichetta negativa che gli resta attaccata: Devin è un perdente. Nonostante i grandi, grandissimi numeri individuali collezionati, nelle partite decisive gli avversari sono stati sempre in grado di mettergli la museruola. Così è stato sin dall’anno da sophomore a Moss Point, quando nel primo round dei South State Playoffs, ha messo a referto un solo punto, condannando i suoi compagni ad una sconfitta mai rivendicata negli anni seguenti.

A Kentucky, forte di una super squadra a coprirgli le spalle, sembrava finalmente essere riuscito a sovvertire tutti i pregiudizi sulla sua sopita voglia di vincere: gli Wildcats sono un rullo compressore (38 successi su 38) fino alle semifinali delle Final Four NCAA quando vengono beffati, nel clutch time, da Kaminsky e Dekker, principali artefici della vittoria di Wisconsin. Per Devin, nell’ultima apparizione sotto la guida di Calipari, solo 6 punti e un’assenza di aggressività e presenza mentale, tratti decisivi in questo tipo di contesti. 

Wind of change

Anche in NBA, come già sottolineato, Booker non è ancora riuscito a trascinare Phoenix a un record quantomeno positivo. In estate però cambia qualcosa all’interno della franchigia: Monty Williams e il GM James Jones portano una ventata di aria nuova, pronta a spazzar via una mentalità perdente che da troppo tempo aleggia (e che neanche quest’anno è scomparsa, sebbene l’inizio fosse stato promettente) nello spogliatoio dei Suns e nella testa di Devin. In particolare, è l’ex coach di New Orleans a far scattare qualcosa nel ragazzo. È bastata una sola frase: “Everything you want is on the other side of hard work”. Tutto quello che vuoi è dall’altra parte, oltre il duro lavoro. “Mi ha positivamente sconvolto Monty con queste parole perché me le ha dette come farebbe un padre che vorrebbe il meglio per un figlio”.

Sul parquet poi la consistenza e l’esperienza dei nuovi arrivati (Rubio e Oubre Jr. su tutti) gli permettono di rendere il suo gioco più efficace. In questa stagione, il miglior realizzatore dei Suns non è troppo distante dall’élite del “50-40-90” (54.4 % da due, 36 % da tre e 91.6% dalla lunetta) e tira con il 61.7% di true shooting (dato che dà maggior valore ad una tripla e minore a un tiro libero). Poi ci sono gli assist (6.6 a partita), i movimenti senza palla, il ball-handling: da “semplice” talento naturale, quest’anno DBook si è trasformato in un leader, un punto di riferimento solido per i compagni e per il futuro della franchigia.

Un esempio di questo nuovo Devin Booker viene dalla sfida del 26 ottobre scorso dei Suns contro i Clippers. Nel terzo periodo, il #1 riconquista palla in difesa, va nell’altra metà campo e vede che di fronte a sé ha Patrick Beverley che, ovviamente, già era in fase avanzata del suo “lavoro” di trash talking: Devin si arresta, gli segna una tripla in faccia e gli dedica anche due paroline, come a dirgli che le provocazioni non gli fanno paura. Lo fortificano.

Pic by Marc J. Rebilas

I Suns poi batteranno i Clippers trascinati dal proprio top scorer il quale, oltre ad aver messo a referto 30 punti e 8 assist, nel quarto periodo è riuscito a far uscire lo stesso Beverley per falli, salutandolo “affettuosamente” mentre si dirigeva verso la panchina. Booker è riuscito non solo a non cadere nelle “trappole” di Pat ma è stato in grado di far andare lui su di giri l’avversario. Sono segnali, piccoli ma non trascurabili, che anche la testa del figlio di Melvin sta facendo il primo passo verso la scalata del palazzo delle leggende della NBA; la recente prima convocazione  all’ All Star Game, seppur da rimpiazzo di Lillard, lo ha confermato. Certo, l’ascesa è lunghissima e i lati negativi nel suo gioco non sono spariti (in difesa, in modo particolare, resta un bersaglio facile per qualsiasi tipo di avversario) ma Devin ora è conscio che, per arrivare lassù, deve andare oltre sé stesso, i numeri e i record individuali. Deve leggere e rileggere le due parole di Kobe, pensare alla frase di Monty e non smettere di migliorare, per far sì che quel 70 non resti, a fine carriera, un rimpianto di quello che Booker poteva essere e che non è mai diventato; per far sì che, magari tra 15 anni, sarà lui a firmare scarpe per dei talenti emergenti che, con facce da bambini, lo guarderanno dal basso verso l’alto, un po’ intimoriti, alla ricerca di un autografo e di un passaggio di testimone contrassegnato dallo stesso augurio: Be Legendary.


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Nato nell'anno dell'ultimo Europeo vinto dall'Italbasket, sono studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo dopo essermi drogato, giocando nelle minors, di pallacanestro. Amante di Marjanovic e della Virtus Roma, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.