Austin Daye: Niente è per sempre

Pubblicato da Davide Piasentini il

Ma non c’è niente 
Che sia per sempre 
Perciò se è da un po’ 
Che stai così male 
Il tuo diploma in fallimento 
È una laurea per reagire 

Quando il basket diventa poesia è sempre difficile trovare le parole giuste per raccontarlo. Ogni sensazione, fugace ed evocativa, ti travolge a tal punto da lasciarti senza respiro, smarrito in uno spazio dove non esistono punti di riferimento. È tutto così fottutamente vivido e ideale che solamente il fatto di pensare a qualcosa diventa superfluo. Quando il basket diventa poesia bisogna sapersi lasciare andare. Bisogna farsi avvolgere e trafiggere, anche brutalmente, da ogni singola emozione. Pensavo ad Austin Daye e cercavo un modo per far capire ad un potenziale lettore quanto lo consideri un talento di rara bellezza cestistica. Per mesi ho immaginato l’introduzione e fissato nella mia mente la struttura narrativa del pezzo ma ogni volta che ci provavo mi sfuggiva. Mi sembrava di non riuscire a trasmettere nemmeno una piccola parte di quello che volevo raccontare. Poi un giorno, tornando a casa da lavoro, ho ascoltato una canzone e tutto mi è sembrato più chiaro.

Una canzone degli Afterhours che s’intitola “Non è per sempre”. Inizia con una meravigliosa sinfonia e il violino è protagonista assoluto. Un motivo leggero, sognante, nel quale tutti gli strumenti si fondono alla perfezione con lo scopo unico di portarti altrove, possibilmente in un luogo lontano dalla realtà. Assieme al suono di quel violino ho immaginato, con inaspettata naturalezza, tutte le giocate di Austin Daye. L’eleganza dei suoi movimenti offensivi, l’armonia totale che abbraccia i suoi fondamentali e la delicatezza del suo rilascio. La semplicità di ogni gesto tecnico che si trasforma in qualcosa di magnificamente replicabile. Una parabola incontaminata che appartiene solamente a quelli che a pallacanestro ci sanno giocare per davvero. Non c’è nulla da capire. Basta aprire gli occhi e lasciarsi andare come se le note di quel violino fossero le nostre emozioni. Libere di volare. 

Austin Daye è un giocatore che sa trasformare la pallacanestro in poesia. Ecco, ora che siete stati soffiati nell’aria dalle mia parole, conoscerete di certo il finale di questa storia. Una storia che dimostra che nella vita niente è per sempre.

Pesaro e Irvine

Si potrebbero spendere decine e decine di righe per fare della banalissima retorica sulle difficoltà di essere “figlio d’arte” nel mondo dello sport. Il peso delle aspettative, il continuo confronto con la carriera del genitore e i parallelismi narrativi, spesso e volentieri forzati, che non trovano riscontro nella realtà. Si, Austin Daye è il figlio del grande Darren Daye, sensazionale protagonista di due scudetti con la maglia di Pesaro a fine anni ottanta. Essere il “figlio di Darren”, però, non ha mai rappresentato un problema per Austin. Il legame fortissimo con il padre, infatti, rappresenta il cuore pulsante del suo amore per il gioco. Un sentimento totale, incondizionato, che ha motivato il giovane Daye in tutta la sua storia tormentata con la pallacanestro. Nessun dualismo e nessuna “chip on the shoulder”, dunque. 

Just love, solo amore. Nato a Irvine, California, Austin ha vissuto una parte importante della sua infanzia a Pesaro, tanto da diventare per lui una “seconda casa”. Una città che vive per la pallacanestro non poteva trovare un figlio migliore da accudire. Durante l’esperienza italiana di papà Darren (durata sei anni tra Pesaro e Siena), Austin si è avvicinato senza timidezza ai fondamentali del gioco, comprendendone molto prima di tanti suoi coetanei il linguaggio non scritto, quello capace di generare un QI cestistico profondo e raffinato. La sua storia ricorda per certi versi quella di Kobe Bryant, che nel nostro paese ha formato una parte corposa del suo carattere vivendo in prima fila la carriera nel campionato italiano del padre Joe “Jellybean”. Il “love for the game” di Austin Daye incontra la sua prima scintilla a Pesaro e lì rinascerà, alcuni anni dopo, proprio nel momento più difficile della carriera.

Nel cuore della benestante e soleggiata Orange County si trova la città di Irvine, fondata ufficialmente nel 1971 e costruita dall’omonima compagnia immobiliare, molto famosa negli States. Un luogo decisamente lontano da Pesaro, soprattutto a livello sociale e culturale, ma che non ha nemmeno molti punti di contatto con le tipiche realtà afroamericane in cui hanno mosso i primi passi tanti dei giocatori che ammiriamo abitualmente nei parquet della NBA. A Irvine il tasso di criminalità è da anni ai minimi storici, il che è abbastanza sorprendente se lo si confronta con la situazione critica dell’area di Los Angeles, e il tenore di vita è piuttosto alto. Istruzione, aziende e servizi sono di primissimo livello. Una volta tornato in America, Austin Daye inizia qui il suo percorso nella pallacanestro, per la precisione alla Woodbridge High School sotto la guida di Coach John Halagan. La scuola ha uno dei programmi sportivi più prestigiosi e completi della Orange County. I Warriors, così si chiamano le squadre della Woodbridge, troveranno in Daye il miglior giocatore della loro storia. Dal 2003 al 2007, Austin diventa un prospetto di assoluto interesse a livello nazionale e gli scout universitari di Division 1 cercano in tutti i modi di reclutarlo. Nel suo anno da senior con i Warriors i suoi numeri sono fantascientifici: 30.9 punti, 12.4 rimbalzi e 5.4 stoppate di media a partita. A differenza di papà Darren, che ha giocato con UCLA (1979-1983), Austin sceglie di lasciare la California al termine della stagione per intraprendere il suo percorso universitario. 

A novembre 2006 firma una lettera d’intenti con Gonzaga University per giocare con i Bulldogs allenati da Coach Mark Few. Una decisione importante, dettata soprattutto dalla profonda convinzione nel programma cestistico dell’ateneo di Spokane. Gli Zags, da sempre una delle più strutturate realtà nel panorama del college basketball, sono pronti ad abbracciarlo.

A California kid in Spokane

Le due stagioni di Austin Daye a Gonzaga sono ricche di contenuti tecnici e saranno fondamentali per la sua crescita, come spesso succede nei contesti di basket universitario. Far parte di una organizzazione come quella dei Bulldogs, che nella storia ha prodotto tantissimi giocatori NBA, tra cui il leggendario John Stockton, non può mettere che le ali ai piedi a un talento come Daye. Nella sua stagione da freshman gioca 18.5 minuti di media uscendo dalla panchina. I suoi numeri (10.5 punti, 4.7 rimbalzi, 1 assist e 1.6 stoppate) sono quelli di un giocatore che sa incidere all’interno di una partita. Gli scout NBA lo osservano con attenzione e il suo scouting report diventa via via più dettagliato con il passare della stagione. Tutti gli addetti ai lavori sono concordi nel dire che Austin potrebbe essere pronto per il piano di sopra già al termine del suo anno da sophomore. Difficile trovare un giocatore con le sue caratteristiche a livello universitario.

Stiamo parlando di un’ala di 2.11 con un’apertura alare di 219 cm, versatile in attacco ed estremamente efficace dal punto di vista realizzativo. Mortifero nel catch and shoot dall’arco, eccellente nel pull up jumper e solido in penetrazione. Il suo ball handling pulito, abbinato ad un rilascio molto alto della palla in fase di tiro, lo rendono un attaccante davvero difficile da marcare. Austin sa fare canestro con estrema facilità. Le sue caratteristiche fisiche gli permettono di costruirsi un tiro credibile in qualsiasi situazione. Il resto lo fanno le sue mani, educate e pronte a dipingere tracciati di pura naturalezza. Al termine della sua stagione da freshman, gli scout NBA sottolineano con il pennarello rosso il suo nome. Se la super efficienza dimostrata nel primo anno dovesse trovare conferma, le porte per il Draft potrebbero spalancarsi verso una chiamata all’inizio del primo giro. Durante l’offseason, però, Daye incontra la prima grossa difficoltà della sua carriera. A luglio, durante il Nike LeBron James Skills Academy ad Akron, si procura un brutto infortunio al ginocchio destro. Si teme inizialmente la rottura del legamento crociato anteriore, infortunio che comprometterebbe la prossima stagione, ma fortunatamente viene riscontrata solamente una lesione di minore entità. Nessun intervento chirurgico, dunque, e tre settimane di riposo forzato.

Austin Daye scende in campo in tutte le 34 gare (33 in quintetto base) dei suoi Zags nella stagione da sophomore, giocando 26 minuti di media e mettendo a referto 12.7 punti, 6.8 rimbalzi, 1.1 assist, 2.1 stoppate a partita. I Bulldogs (28-6) arrivano fino alle Sweet Sixteen nel torneo NCAA, eliminati dalla North Carolina allenata da Coach Roy Williams. Gli scout NBA, quelli che prima erano entusiasti delle potenzialità di Austin al termine della prima stagione, sembrano aver raffreddato il loro interesse. Alcuni non si fidano delle condizioni del suo ginocchio non operato, altri si interrogano sulla fisicità del ragazzo, definita ancora troppo esile per gli standard NBA. Tutti gli addetti ai lavori si aspettavano un salto di qualità da Daye, soprattutto considerandone la promozione in quintetto base e la centralità nel progetto tecnico di Coach Few. Il vento è cambiato ma Austin rimane fiducioso e sceglie di dichiararsi eleggibile per il Draft 2009. I workout con le varie franchigie vanno piuttosto bene, soprattutto quelli con i Golden State Warriors e i Detroit Pistons, e tutto lascia pensare che la strada per la NBA sia ormai tracciata.

Non ci sono più dubbi.
Ventisei anni dopo papà Darren, Austin vola al piano di sopra.

NBA, un sogno incompleto

New York City, 25 Giugno 2009. Austin Daye realizza il suo sogno e viene scelto alla numero 15 del primo giro dai Detroit Pistons, squadra con cui giocherà per quattro stagioni. Arrivare in NBA rappresenta il traguardo più importante per qualsiasi giocatore di pallacanestro ma la strada per arrivarci è molto più complessa di quello che si possa immaginare. Il talento da solo non basta. Non troverete mai un giocatore che vi dirà qualcosa di diverso. Il sacrificio, il lavoro quotidiano in palestra e la mentalità per trasformare ogni cosa, positiva o negativa, in opportunità. Arrivare in NBA non è un punto d’arrivo. Lo è, per certi versi, in termini economici. Non lo è, invece, dal punto di vista cestistico. Trovare il proprio posto nella lega (e rimanerci) è tra le cose più complicate e complesse che un giovane talento possa affrontare.

Dopo essersi guadagnato la NBA, Austin Daye l’ha vista progressivamente scivolare via.

Non è affatto una questione tecnica. Basta vederlo giocare per rendersene conto. Ve lo ricordate il suono del violino? I fattori che permettono a un giocatore di ritagliarsi uno spazio in NBA e di diventare protagonista del proprio destino cestistico vanno ben oltre la componente tecnica e rivestono molteplici significati. Carattere, mentalità, contesto sportivo e ambientale, stampa, struttura del roster, tipologia di squadra (contender, da Playoffs o da lotteria), competizione nel proprio ruolo, feeling con l’allenatore, ecc. La lista non conosce la parola fine.

Durante l’esperienza di Detroit, Austin gioca sostanzialmente come backup di Tayshaun Prince e la squadra non arriva mai ai Playoffs. Nella sua migliore stagione (2010/2011) mette a referto 7.5 punti, 3.8 rimbalzi e 1.1 assist in 20 minuti di media a partita. Nel gennaio del 2013 viene ceduto a Memphis e anche coi Grizzlies il suo ruolo è confinato a quello di riserva di Prince, scambiato assieme a lui. In compenso arriva il debutto ai Playoffs ma nelle rotazioni di Coach Lionel Hollins non c’è spazio per lui. Nell’estate del 2013 firma per i Toronto Raptors ma la sua esperienza con i canadesi dura appena sei mesi. A febbraio, infatti, viene mandato ai San Antonio Spurs in cambio di Nando De Colo, un altro splendido giocatore che in NBA non è riuscito ad esprimersi.

Sotto la gestione di Gregg Popovich, Daye si ritrova catapultato in un contesto molto competitivo. San Antonio è una delle migliori squadre della lega ed è alla ricerca del quinto titolo della sua storia. Per Austin l’impatto con la nuova realtà è complicato. L’ambiente è iper stimolante, certo, ma le opportunità per mettersi in evidenza sono pochissime. Servono minuti sul parquet per dimostrare di essere all’altezza del palcoscenico NBA e Popovich, almeno per il momento, non è disposto a concederglieli. Il bilancio della stagione 2013/2014 è di 14 presenze in regular season con 4.1 punti in 8 minuti di media a partita. San Antonio vince il quinto titolo della storia della franchigia, battendo in finale 4-1 i Miami Heat di LeBron e Wade, ma il contributo di Daye è praticamente nullo: 6 minuti in campo, senza mai tirare, e 1 rimbalzo catturato in tutti i Playoffs. Nella stagione successiva, Austin viene tagliato una settimana dopo aver giocato una splendida partita contro i Minnesota Timberwolves. La miglior prestazione in maglia Spurs (22 punti e 10 rimbalzi) è sostanzialmente il suo ultimo atto nella NBA. I tagli di Atlanta e Cleveland nel 2015 chiudono nel peggiore dei modi la sua esperienza.

È il momento più difficile della sua carriera a livello professionale. Le opzioni sono due: cercare nuovamente un contratto con una franchigia NBA, magari una di quelle che non hanno ambizioni da Playoffs, oppure provare l’avventura oltreoceano. Per Austin non è semplice prendere questa decisione. A 27 anni è arrivato il momento di capire veramente se abbia ancora senso inseguire il sogno NBA. Daye vuole giocare a pallacanestro e tornare a divertirsi ed è disposto a tutto pur di riprendere il controllo della sua carriera. Le delusioni e i fallimenti che ha dovuto affrontare e metabolizzare nel tempo non devono condizionarlo ancora. La consapevolezza rende liberi.

Ogni cosa, prima o poi, finisce.
Anche se si tratta del sogno di tutta una vita.
Niente è per sempre. Ce ne saranno altri ad aspettarti.

Soprattutto quando il destino decide che ci sono ancora tante pagine di pallacanestro da scrivere. Austin fa una scelta di cuore e ritorna nel luogo dove si è innamorato del basket per la prima volta.

Ritorno a casa

4 Dicembre 2015. Al vecchio palas di viale dei Partigiani, teatro delle grandi imprese di papà Darren, davanti a 300 persone la Victoria Libertas Pesaro presenta il nuovo acquisto Austin Daye.

Grazie a tutti di essere venuti qui. Sono molto contento di essere tornato a Pesaro. La squadra non è in un bel periodo, ma io sono qui per aiutarla a raggiungere i playoff. Pesaro è abituata a grandi cose nel basket, mio padre mi ha raccontato tutto. Cercherò di essere un leader e di trasmettere la mia esperienza e voglia di vincere. Di Pesaro ricordo il tabellone segnapunti del vecchio palas, la bandiera immensa che scendeva sulla tribuna e i coriandoli… Io mi sedevo in tribuna dietro la panchina. Mio padre ha avuto un peso nella scelta di Pesaro, ma non mi ha mai spinto troppo. Sulla maglia ho sempre avuto il 5, è un numero speciale per me. Qui é occupato, e allora mio padre mi ha detto di prendere il 9, che era il suo a Pesaro”.

La decisione di tornare a Pesaro rappresenta il crocevia della carriera di Austin Daye. Una scelta romantica, definita dallo stesso giocatore “a blessing”, una benedizione. Una scelta che simboleggia un passo deciso verso la voglia di tornare protagonista. Al momento del suo arrivo, voluto per sostituire DJ Shelton, la Victoria Libertas è ultima in classifica con un record di 2-7. L’obbiettivo del club è, dunque, quello di mantenere la categoria. I tempi gloriosi di papà Darren sono lontani ma Austin è profondamente convinto di poter aiutare la squadra a risollevarsi. Bastano poche partite al nuovo numero 9 di Pesaro per diventare il go-to-guy designato. Una partita su tutte rimane impressa nella mente: il debutto casalingo del 13 Dicembre contro Venezia.

Crossover in mezzo alle gambe.
Fadeaway e step back jumper.
Tripla catch and shoot.
In transizione. Palleggio, arresto e tiro. Il pubblico impazzisce.

La squadra sembra ritrovarsi. I tifosi non credono ai loro occhi quando, alla fine del terzo periodo, Austin segna direttamente dalla propria lunetta del tiro libero. La retina strappata. La paura della retrocessione, per un attimo, non esiste più. Ora c’è una speranza e si chiama Austin Daye. Pesaro batte Venezia 82-75 e inizia la sua cavalcata verso la salvezza.

Ed eccola di nuovo, quella musica meravigliosa. Il violino è tornato a rapire con la sua sinfonia e il basket è nuovamente poesia. Austin Daye chiude la stagione con 21.2 punti, 9 rimbalzi, 1.9 assist, 1.6 recuperi e 1.1 stoppate di media a partita e si laurea miglior realizzatore del torneo. La VL Pesaro si salva e scaccia quei demoni che l’avevano plagiata all’inizio dell’anno. Dopo aver rimesso in piedi la sua carriera, Austin decide di lasciare Pesaro e il campionato italiano per firmare in estate con i turchi del Galatasaray. Un salto di qualità economico e professionale necessario per un giocatore del suo livello. Il ritorno a Pesaro l’ha fatto maturare e gli ha restituito consapevolezza. Cinque mesi intensi, con la numero 9 sulle spalle, che lo hanno ricongiunto con la pallacanestro. Probabilmente, anche con la sua vita.

Reyer

Austin Daye arriva a Venezia a fine gennaio 2018, dopo essersi speso l’ultimo anno e mezzo nelle esperienze non entusiasmanti di Galatasaray e Hapoel Jerusalem. La stagione 2016/2017 in Turchia è stata condizionata pesantemente da alcuni problemi fisici, mentre i cinque mesi successivi in Israele hanno risentito di una situazione tecnica poco chiara all’interno del club con un cambio in panchina che non ha favorito il suo inserimento. La chiamata della Reyer restituisce prospettiva ed entusiasmo ad Austin, che accetta la proposta e si mette subito a disposizione della squadra.

Venezia rappresenterà per Daye il momento dell’affermazione. Del suo talento e delle sue potenzialità come giocatore di basket.

Il programma cestistico della Reyer è di alto livello. La società è una delle migliori a livello nazionale, sia nel settore giovanile che nel suo impegno sociale e culturale. Un club sano che punta a vincere portando avanti i concetti giusti. Sulla panchina siede Walter De Raffaele, maestro di pallacanestro e persona di enorme spessore umano, il principale artefice dello Scudetto vinto l’anno precedente. In ogni partita casalinga il pubblico della Reyer, caldo e appassionato, fa ribollire il piccolo palasport Taliercio, un catino quasi inespugnabile per gli avversari. Venezia ha un roster competitivo e, soprattutto, ha costruito negli anni una solida mentalità vincente. Daye non poteva trovare soluzione migliore per tornare a illuminare il parquet con la sua pallacanestro. Il processo di inserimento nella squadra viene portato avanti con attenzione e competenza dallo staff tecnico della Reyer. Sono tutti consapevoli dell’importanza e della delicatezza di questa fase. Riuscire ad incastonare correttamente un talento come quello di Austin Daye all’interno dell’intelaiatura tecnica già esistente potrebbe cambiare radicalmente le prospettive di successo della squadra.

La stagione 2017/2018 si conclude in chiaroscuro per i veneziani. Dopo aver terminato la regular season al primo posto (23-7), la Reyer viene eliminata dall’Aquila Trento in semifinale di Playoff (3-1) senza mai entrare mentalmente dentro la serie. La consolazione arriva dalla vittoria della FIBA Europe Cup contro Avellino. I numeri stagionali di Austin Daye dicono 12.8 punti (tirando sopra il 50% dal campo), 6.2 rimbalzi e 1.6 assist in 22 minuti di media a partita. Un rendimento importante che convince il club veneziano a fargli firmare una estensione contrattuale per due anni (fino a Giugno 2020). Per Austin sarà il primo passo verso la definitiva consacrazione.

Lo Scudetto

Uno dei secreti della Reyer Venezia, vincitrice del titolo 2018/2019 in finale contro Sassari, è sicuramente la maturazione di Austin Daye. Un salto di qualità necessario per il nativo di Irvine, un ulteriore passo in avanti verso l’essenza stessa del suo gioco. Determinante il contributo di Coach De Raffaele e del suo staff, che hanno compreso l’uomo Austin Daye ancor prima del giocatore. Perché il talento da solo non basta, siamo sempre lì. La stagione 18/19 non parte benissimo per Austin, soprattutto a livello mentale. Il suo linguaggio del corpo racconta un giocatore meno aggressivo, spesso passivo all’interno della partita, e discontinuo nel suo rendimento. La linearità del suo gioco viene meno, lasciando spazio all’incertezza. 

A volte si prende troppi tiri, altre costeggia la partita senza lasciare traccia. A metà stagione s’intensificano anche i rumors che lo vorrebbero lontano dalla Reyer. È qui che De Raffaele e il suoi coaching staff intervengono in maniera decisa, aiutati dalla piena disponibilità del giocatore. Daye deve riuscire ad andare oltre la sua dimensione di grande realizzatore per espandere il suo gioco a 360 gradi. L’obbiettivo è quello di diventare un facilitatore per i suoi compagni. Spazio quindi alla sua visione di gioco, caratteristica spesso sottovalutata quando si analizzano le sue qualità, e alle sue capacità di lettura la partita.

Il suo talento deve mettersi ulteriormente a disposizione della squadra per poter fare davvero la differenza. Meno individualismo e maggiore versatilità tattica. Attacco e difesa. Scatta qualcosa nella testa di Austin, che modifica il suo approccio alla pallacanestro all’interno di una visione più ampia. Più equilibrato e razionale ma con lo stesso killer instinct nei possessi decisivi. Perché quando la partita ha bisogno di una grande giocata per trovare il suo padrone, la palla deve essere tra le sue mani. He’s clutch, no question about it.

Austin, uscendo dalla panchina, guida la Reyer alla conquista del suo quarto Scudetto, dopo una incredibile corsa nei Playoffs con ben tre serie decise all’ultima partita (3-2 contro Trento e Cremona, 4-3 in finale contro Sassari). Canestri pesantissimi, letture da campione e tanta, tantissima classe. Al termine delle Finali, Daye viene premiato Most Valuable Player (13.6 punti di media) per aver cambiato con la sua pallacanestro il destino della serie: 20 punti in Gara 2, 22 punti in Gara 3, 16 punti in Gara 4 e 20 punti in Gara 5.

Ci è riuscito. Si è ripreso il suo destino.

Il cerchio si chiude

Austin Daye ha talmente tanto talento da poter giocare in tutti i ruoli. Ma ha cominciato a fare la vera differenza quando ha capito che deve mettere questo talento a disposizione del gruppo

Coach Walter De Raffaele

Pesaro, 13 Febbraio 2020.
Final Eight Coppa Italia.

Ultimi secondi del tempo supplementare del quarto di finale tra Reyer Venezia e Virtus Bologna. Gli emiliani sono avanti 81-80 grazie a un 2/2 dalla lunetta di Vince Hunter. Mancano 8” alla sirena e la palla è nelle mani di Austin Daye. Il numero 9 riceve schiena a canestro sul lato sinistro, marcato da Milos Teodosic. I secondi si avvicinano allo zero ma questo emoziona solamente gli spettatori. Per Austin è una situazione ideale. La pressione del risultato in bilico, i fischi di paura dei tifosi avversari e l’adrenalina di poter determinare, per l’ennesima volta nella sua carriera, una partita di pallacanestro.

Un palleggio con la mano sinistra verso il mezzo angolo e poi la finta. Teodosic salta timidamente ma riesce a tenere la sua mano protesa verso l’avversario. Il rilascio di Daye si libera con rispettosa noncuranza della difesa. Un tiro facile per quelli come lui, cadendo delicatamente all’indietro. La palla entra e non tocca nemmeno il ferro.

La mano scorre leggera, il violino suona ancora. È la melodia della vittoria. Venezia batte Bologna 82-81 e vola verso la conquista della Coppa Italia. Austin Daye, protagonista di un paio di triple fondamentali nella finale contro Brindisi, viene incoronato MVP delle Final Eight. Sempre lui. Un successo profondamente simbolico per Austin, che conquista la Coppa Italia nella sua Pesaro: “É meraviglioso stare qui e vincere l’MVP in una città dove mio padre ha giocato e vinto. Ringrazio Dio di come stia andando la mia carriera, non posso chiedere di più. Squadra, giocatori, ambiente, è tutto super”. 

Il cerchio, finalmente, si chiude.

L’esperienza in NBA sembrava aver eclissato l’indiscutibile talento di Austin Daye. Poteva finire come tanti altri giocatori, imprigionati nei propri fallimenti e corrotti dalla disillusione, ma non ha scelto la strada dell’autocommiserazione. Ha scelto la pallacanestro. È tornato nella città che più di tutte ha simboleggiato il suo amore per il gioco e lì si è ritrovato.

Perché non è mai davvero finita. Fino all’ultimo respiro.

Niente è per sempre.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.