Ettore Messina: la forza della leggerezza

Pubblicato da Mikhail Laurenza il

Nella mitologia greca Atlante era il titano condannato da Zeus a portare sulle spalle il mondo come punizione per aver osato combattere, insieme ai giganti, la guerra contro gli dei dell’Olimpo. Ettore Messina nell’Olimpo degli allenatori mondiali ci è entrato già da tempo “condannato”, come tutti i grandi del suo ruolo, a porsi sempre nuovi obiettivi per tenere accesa la fiamma della sfida. L’ultima, in ordine di tempo, è probabilmente quella più difficile e stimolante di una carriera che ha conosciuto tanta gloria e pochissime cadute: reggere sulle sue larghe spalle il mondo dell’Olimpia Milano là, dove molti grandi prima di lui sono crollati sotto il peso delle aspettative di un ambiente che non fa sconti a nessuno. Messina però, nonostante un cammino non sempre lineare fra campionato ed Eurolega, ha affrontato di petto ogni situazione in campo e fuori, creando sin dall’estate un gruppo di guerrieri pronti a dare tutto per lui e che lui ha protetto dopo ogni sconfitta, facendo da parafulmine ad ogni critica esterna e mettendosi in prima persona davanti alle proprie responsabilità quando qualcosa non ha funzionato: quelle spalle sembrano abbastanza forti per permettere a Milano di fare il salto di qualità definitivo.

Ups&Downs

Il 2 Giugno 2019 il progetto milanese si infrange fragorosamente nella semifinale scudetto contro una Dinamo Sassari inarrestabile e spietata, capace, senza scrupoli, di eseguire i dettami di coach Pozzecco e di abbattere le resistenze di una squadra allo stremo delle forze fisiche ma soprattutto mentali, complice una stagione europea gettata alle ortiche contro Panathinaikos e Fenerbahce che ha segnato de facto la fine dell’avventura biennale di Simone Pianigiani. Se si potessero mettere in musica le sei stagioni dell’Olimpia dal 2013-2014 al 2018-2019 d’altronde, il ritornello sparato a palla in loop sarebbe quello di “Ups & Downs” del rapper Snoop Dogg: “There will be ups and downs, smiles and frowns. Share with me, fairytales or make believe”. Con la puntualità di un orologio svizzero infatti, gli ultimi tre allenatori delle Scarpette Rosse dopo aver conquistato il titolo nazionale al primo anno sono rimasti a spasso al termine di quello successivo, incapaci di andare oltre la semifinale: due costanti, così come l’infortunio di giocatori chiave nei momenti clou e  gli umori di una piazza tanto capace di coccolarti e accoglierti come un eroe nei momenti di up, quanto poco propensa a concederti una possibilità di redenzione in quelli di down. Gestire la pressione all’ombra della Madonnina è forse il compito più difficile nell’Europa cestistica; di contro rappresenta contemporaneamente una delle sfide più affascinanti, una di quelle per cui il gioco vale di certo la candela: rispolverare la gloria europea meneghina. 

Luca Banchi dopo 18 anni dall’ultimo successo ha ricucito il tricolore sulle canotte biancorosse nel 2014 al termine di una gara 7 alla quale forse non si sarebbe arrivati senza l’ormai celebre “The Shot” di Curtis Jerrells al PalaEstra: ad essere incoronato MVP fu Ale Gentile a nemmeno 22 anni, capitano di quella squadra esattamente come papà Nando nel ’96. L’occasione di giocarsi le Final Four al Forum sfuggì di un soffio in una serie contro il Maccabi (poi campione) in cui l’Olimpia partiva come grande favorita, tradita dalla tensione inusitata di un fenomeno come Keith Langford, che fallì il libero decisivo per sigillare gara 1, poi risolta da uno straordinario Tyrese Rice, mattatore anche nelle successive tre gare. Molti, in particolare dopo la partita con l’Olympiacos del 9 gennaio 2014 dominata per 81-51 – ad oggi, la miglior prestazione dell’era Armani a parere di chi scrive – erano convinti che il progetto con a capo l’ex vice di Pianigiani sarebbe durato per parecchio tempo e sviluppatosi attorno al talento esponenziale di Gentile: il tutto venne clamorosamente smentito nel 2015 quando, dopo la prematura eliminazione alle top 16 di Eurolega, arrivò la definitiva doccia fredda targata Meo Sacchetti che alla guida di Sassari fermò la corsa di Milano al supplementare di gara 7 dopo un rimbalzo clamorosamente regalato ai sardi sul +2 a pochi secondi dal termine dei regolamentari. Un libero e un rimbalzo; due dettagli così apparentemente trascurabili che hanno aperto le sliding doors sbagliate per Banchi, protagonista di un anticlimax di gradimento sempre più evidente da parte della piazza. La tifoseria rimane invece ancora oggi divisa in due fazioni su Gentile fra chi lo rivorrebbe e chi non lo rimpiange: il ragazzo di Maddaloni, farà in tempo a vincere lo scudetto nel 2016 – prima di lasciare a dicembre dello stesso anno –  insieme a Jasmin Repesa, suo mentore a Treviso ed uno di quei generali di ferro con un palmares tale, si pensava, da poter ovattare le voci e le critiche esterne. Anche in questo caso la favola non riuscì a proseguire oltre il biennio, stroncata in maniera insindacabile dall’impatto terribile col nuovo format Eurolega (ultimo posto con 8 vittorie 22 sconfitte) e dal 4-1 patito per mano di Trento che non ebbe pietà di un roster ridotto all’osso dagli infortuni e sfiduciato dalla tifoseria. Infine Pianigiani, nemesi vincente dell’Olimpia in parecchie occasioni, in grado far ricredere parecchi addetti ai lavori e capace di portare Milano a tanto così dalla post season, prima di essere “tradito” col Pana dal giocatore che di Ups&Downs ne aveva fatto fino a quel momento la colonna sonora della sua carriera: Mike James.

Il modello Pop

Poco più di due settimane dopo la disfatta in terra sarda Ettore Messina è in sala stampa per essere presentato non solo come head coach dell’Olimpia, ma anche come nuovo President of basketball operations, sostituendo di fatto in un sol colpo Simone Pianigiani e Livio Proli, proponendo un concetto totalmente nuovo in un Vecchio Continente di nome e di fatto sotto questo punto di vista. D’altronde è chiaro sin dalle primissime parole della sua nuova avventura: “Non avrei mai accettato se mi avessero offerto solo il ruolo di allenatore”, pretendendo così di avere un compito centrale non solo nella scelta dello staff ma soprattutto dei giocatori. La possibilità più volte sfiorata ma mai concretizzata di ottenere una panchina NBA ha spinto quindi Messina a portare il modello degli Spurs oltreoceano, prendendo ispirazione da un’organizzazione vissuta da dentro nelle ultime 5 stagioni a fianco di Gregg Popovich, demiurgo di un mondo che da 24 anni rappresenta lo zenit della pallacanestro mondiale. La fiducia di Pop col passare del tempo è diventata sempre più cieca nei confronti del suo vice, che si è tolto lo sfizio di essere il capo allenatore dei nero-argento per qualche partita, premiato da alcune espulsioni non troppo involontarie del cinque volte vincitore del Larry O’Brien Trophy. Messina è il nome che tanti dell’ambiente milanese caldeggiavano da mesi per ripartire da un anno zero che sarebbe dovuto iniziare con l’ingaggio di Scariolo nel 2011,  ma che nella sostanza è stato continuamente rinviato. L’ex allenatore di Treviso ha così cominciato a rimettere insieme i cocci lavorando nell’unico modo che l’ha sempre contraddistinto nella carriera così come nella vita: mettendoci la faccia, sempre, magari apparendo ruvido in alcune situazioni, ma è quella ruvidità che gli ha permesso di gestire in maniera eccelsa varie personalità strabordanti all’interno della stessa squadra e di rimettere Bologna e Mosca al centro della mappa dell’Europa cestistica. La prima mossa è quella di scegliere Christos Stravropoulos, poliglotta General Manager in arrivo dall’Olympiacos, come RC Buford della nuova Olimpia e uomo di fiducia nella selezione dei giocatori per conto di Messina, che ha l’ultima parola su ogni acquisto. I successivi movimenti operativi sono il segno di un uomo che sa di essere stato messo al centro di una realtà orfana di certezze per gestire le pressioni nella ricostruzione di un roster cambiato troppo e troppe volte nel corso anche della stagione stessa: la conferma praticamente istantanea di Vladimir Micov, simbolo positivo e giocatore unanimemente apprezzato dentro e fuori dal campo, vanno nella direzione di una squadra esperta, veloce nel recepire le indicazioni del coach e in grado di gestire le partite punto a punto in Eurolega anche contro i top team. Insieme al serbo rimangono anche i veterani Jeff Brooks e Andrea Cinciarini, i lunghi Kaleb Tarczewski e Arturas Gudaitis, voglioso di riscattarsi dall’infortunio, ma soprattutto Amedeo Della Valle, reduce da una stagione ai margini delle rotazioni di Pianigiani e ad un passo in estate dall’Alba Berlino: l’arrivo del nuovo allenatore e chissà, l’attestato di stima arrivato in privato hanno convinto (a ragione) un realizzatore potenzialmente letale a proseguire la sua avventura nella città della moda

Da Mike a Sergio

Il tema più spinoso da districare è stato però senza alcun dubbio quello riguardante la permanenza o meno di Mike James, su cui la tifoseria si è spaccata in due fazioni bene distinte tra chi si auspicava di vederlo ancora produrre le sue magie in isolamento e chi non ha mai digerito la sua malcelata insofferenza in campo e fuori culminata con l’isolamento volontario durante il time-out della sconfitta con il Panathinaikos. Non sapremo mai cosa il giocatore e il coach si siano detti, ma nonostante il play di Portland avesse ancora un anno di contratto Messina ha preferito lasciarlo partire: forse per i suoi tweet velenosi, forse per la sua leadership altalenante abbinata ad una difesa volatile, forse invece proprio per segnare quel confine netto tra un passato distrutto e ricostruito più volte ed un futuro che stavolta non può più attendere. E’ indubbio che in un modo o nell’altro il nuovo coach sarebbe stato in grado di gestire una personalità tagliente che, come si è visto in seguito, Itoudis ha fatto rendere come mai in precedenza inserendolo in un contesto difensivo collaudato e facendolo sentire partita dopo partita sempre più un leader tecnico. Ma probabilmente per ripartire col piede giusto a Milano c’era bisogno di andare sul sicuro, preferendo un simbolo di entusiasmo, estro, affidabilità, vittoria ed empatia totale col pubblico; un simbolo come Sergio Rodriguez.

La partenza strepitosa in Eurolega

Lo sbarco del Chacho  in Italia da campione d’Europa – che ha compiuto il percorso inverso rispetto a James – ha sin da subito riconsegnato quella credibilità da big che a Milano sembrava mancare dall’ultima vittoria della Coppa Korac nel 1993 firmata Mike D’Antoni: e chi di più credibile a guidarla se non colui che nel 2001 condusse la Virtus Bologna al Grande Slam e riportò il CSKA Mosca sulla vetta del continente nel 2006, 45 anni dopo l’ultima volta? L’identità che Messina cerca di imprimere alla squadra fin dal primo momento è quella difensiva e del sacrificio collettivo, motivo per cui al play canarino viene affiancata una guardia di stazza e veterano della NBA come Shelvin Mack mentre al posto di Kuzminskas arriva Aaron White, reduce da due stagioni fenomenali allo Zalgiris di Jasikevicius e nell’idea di Messina uno in grado di esaltare le transizioni spettacolari del suo nuovo leader in cerca di rilancio dopo una stagione vincente ma oscurata in parte dalla strepitosa annata di Daniel Hackett. Il roster viene chiuso con il campione d’Italia Paul Biligha, Riccardo Moraschini, miglior italiano dell’ultimo campionato, il “3&D” Michael Roll e con il confermato Nemanja Nedovic, a cui la nuova struttura della società ha rinnovato la fiducia nonostante le miriadi di infortuni, ben consapevole che, se sano, il serbo può essere il secondo realizzatore puro a giochi rotti con la personalità giusta per risolvere i finali di partita.

Se la stagione per Messina e Milano non parte benissimo in Italia, le cose in Eurolega sembrano procedere decisamente a vele spiegate verso l’obiettivo dichiarato dei Playoff, anche grazie all’arrivo di Luis Scola che a 39 anni suonati ha scelto un’avventura tutta nuova per competere ad alti livelli in vista di Tokyo 2020: merito di un uomo, prima che allenatore, che ha contattato l’argentino a scatola chiusa ancora prima dell’inizio di un Mondiale che ha aggiunto altre pagine leggendarie alla biografia di Luifa. Le due inopinate sconfitte interne contro Brescia e Brindisi in campionato e la sconfitta a casa del Bayern Monaco vengono cancellate dalle successive 6 vittorie consecutive europee in cui viene messa in mostra tutta l’identità di una squadra messiniana: difesa, forza del gruppo e rotazione di gran parte della panchina per far sentire continuamente coinvolto anche chi non pensava di poter competere a certi livelli. L’espressione massima di questi concetti si compie nella trasferta ad OAKA contro il Panathinaikos, in cui ogni giocatore a disposizione mette piede in campo e dove Riccardo Moraschini, debuttante assoluto su questi palcoscenici, firma il 79-78 finale realizzando gli ultimi due liberi con la fiducia tipica di chi si sente apprezzato da allenatore e gruppo. Non è un caso che il premio di MVP di Ottobre venga assegnato al Chacho Rodriguez non solo e non soltanto per le straordinarie prestazioni personali sfornate in questo periodo, ma anche per coronare un lavoro di squadra coordinato da uno straordinario stratega capace di estrarre ogni volta un coniglio diverso dal cilindro e dominare tatticamente anche contro squadre sulla carta più blasonate dell’Armani Exchange: basti pensare alla partita interna del 25 Ottobre contro il Fenerbahce dello storico rivale Zelimir Obradovic, in cui Messina ha proposto per vari minuti un quintetto con Gudaitis e Tarczewski in campo contemporaneamente sbarrando il pitturato e sfidando i turchi al tiro da fuori, usciti dal Forum con soli 74 punti segnati e un misero 6/22 da 3.

Le difficoltà offensive

I primi scricchiolii in Europa cominciano ad avvertirsi a cavallo tra Novembre e Dicembre quando la squadra incappa in 5 sconfitte consecutive fra cui i due scivoloni contro Stella Rossa e Asvel Villeurbanne. In campionato le cose vanno meglio se si ragionasse esclusivamente in termini di risultati, ma la vittoria striminzita contro Pesaro ultima in classifica per 65-71 agli occhi di Messina è l’emblema di come Milano faccia una fatica tremenda ad attaccare in transizione e di quanto sia difficile trovare canestri facili quando a mancare è un secondo attaccante dal palleggio come Nedovic, alle prese coi cronici problemi fisici che si pensava fossero stati messi in un angolo. Ci si affida troppo spesso ai pick ‘n’ roll centrali del Chacho, dando l’impressione per un attimo di essere tornati al one man show di Mike James attorno al quale l’Olimpia si perse solo pochi mesi prima: le tante partite ravvicinate cominciano a gravare sull’età media di un roster in cui i due acquisti estivi di punta, vale a dire Shelvin Mack e Aaron White, non sono mai riusciti ad inserirsi perfettamente. Se Mack, reduce da stagioni in franchigie senza obiettivi, si è scontrato bruscamente contro l’alta competitività dell’Eurolega, White non è riuscito mai realmente a trovarsi a proprio agio in una squadra poco avvezza al contropiede e abituata ad attaccare a difesa schierata.  Il momento più basso viene probabilmente toccato nella partita del 29 Dicembre in casa della Virtus Bologna, in cui gli uomini di Djordjevic sono apparsi gestire sin troppo facilmente il match contro un gruppo decisamente scarico.

Una squadra. Nel bene e nel male

Nelle passate stagioni il mormorio del Forum davanti a prestazioni deludenti si sarebbe trasformato in poco tempo nell’abituale malcontento dietro al quale si nasconde l’impazienza di ottenere tutto e subito: la forza di Atlante si nota però quando il mondo che porta sulle spalle, appesantito dalle aspettative e pervaso da terremoti inaspettati, viene tenuto insieme e sostenuto con la leggerezza tipica di chi sa bene che durante il viaggio gli ostacoli sono all’ordine del giorno, ma non impediscono di continuare verso la meta. E’ in conferenza stampa che Ettore Messina fa la differenza, mettendo sé stesso per primo davanti ai propri errori, senza cercare alibi di nessun tipo e pretendendo sempre il massimo dai propri giocatori che si sentono indistintamente responsabilizzati nel cercare migliorare la propria prestazione nella partita successiva. La squadra dimostra di avere unità di intenti nella vittoria quanto nella sconfitta e di saper reagire insieme anche nei momenti più difficili. In questo contesto si colloca la vittoria nella partita di ritorno contro il Pana, punito ancora una volta da un sontuoso Riccardo Moraschini che nonostante gli alti e i bassi non è mai finito fuori dalle rotazioni, così come Amedeo Della Valle, protagonista assoluto dell’importante vittoria contro Valencia in casa. Gli addii di Mack e White senza far rumore, senza mai esporli né in campo né fuori al disappunto dei tifosi, rappresentano un ulteriore mea culpa silenzioso per un uomo consapevole dall’inizio di dovere risintonizzarsi con un torneo profondamente diverso da come l’aveva lasciato nel 2014 sia nell’organizzazione che nei giocatori. Al posto dei due partenti sono arrivati prima Keifer Sykes, necessario per scaricare di qualche responsabilità offensiva Rodriguez e l’MVP dello scorso campionato Drew Crawford; due che l’Italia la conoscono bene. Nonostante tutto le cose in Eurolega non sono migliorate tanto che dopo il successo casalingo col Bayern sono arrivate cinque battute d’arresto in fila, alle quali si è aggiunta anche la dolorosa uscita anticipata dalla Coppa Italia per mano di Venezia. Il 5 Marzo alla Fonteta il mondo milanese ha rischiato più volte di essere vittima dell’ennesimo tsunami che l’avrebbe escluso ancora una volta dalla post season, ma la giocata confezionata da un fenomeno come Sergio Rodriguez ha concesso metri di spazio a Vlado Micov, protagonista della solita annata da incorniciare, che con la freddezza glaciale tipica di un condottiero ha infilato la decisiva tripla a fil di sirena che ha certificato che per quanto questa Milano possa essere ferita, difficilmente può essere messa al tappeto.

La lezione di Ettore

L’emergenza mondiale provocata dal Covid-19 ci ha privato di due mesi di sport e ci ha impedito di vedere dove sarebbe arrivata l’Olimpia, fino a quel momento quarta in campionato e in piena corsa per i Playoff di Eurolega dopo il miracolo di Valencia, ma ci ha permesso di capire quanto giocatori, squadra ma soprattutto ambiente abbiano fatto cerchio intorno alla figura di Ettore Messina nonostante gli alti e bassi, remando finalmente tutti in una sola direzione. Del coach c’è tanto, tantissimo del futuro di un progetto che forse, finalmente può essere definito tale:

gli italiani sono stati coinvolti in maniera costante, senza mai sentirsi realmente esclusi anche nelle occasioni in cui non hanno visto il campo, risultando fondamentali anche in alcune partite europee risolte nei minuti finali. Non solo Moraschini e Della Valle, ma anche Paul Biligha in varie occasioni ha fatto vedere ottime cose in campo europeo.

il gruppo ha risposto presente anche nei momenti più difficili trovando nel Chacho Rodriguez un leader tecnico e vocale che non ha mai mancato di far sentire il proprio entusiasmo e il proprio incoraggiamento ai compagni nelle vittorie e nelle sconfitte.

la crescita di Kaleb Tarczewski è stata esponenziale soprattutto dal punto di vista della personalità: se fino alla scorsa stagione il centro americano era considerato poco più che un rincalzo, col passare del tempo ha dimostrato di saper stare in campo anche ad altissimi livelli e di controllare il cronico problema dei falli. Non è un caso che le sirene di mercato abbiano cominciato a suonare forte in questo periodo, ma Tarczewski, nonostante il contratto in scadenza, non considera altre opzioni se non l’Olimpia.

Ci sarebbe tanto di cui parlare e tanto da aggiungere sulla conclusione o meno di questa Eurolega, ma è l’uomo Messina attraverso le dichiarazioni di questi ultimi giorni a farci capire che prima del basket viene ben altro: bisogna uscire da questa battaglia tutti insieme, come una squadra, senza lasciare nessuno indietro. Allo sport ci si penserà più avanti quando tutto questo sarà finito, magari con più serenità rispetto al passato, magari con un po’ più di leggerezza d’animo: quando il mondo sembra crollare, servono spalle forti per continuare a sorreggerlo.

Nessuno, meglio di Ettore Messina, ci sta insegnando come farlo.


Mikhail Laurenza

Mikhail Laurenza

Giocatore dilettante, allenatore dilettante, scrittore dilettante, innamorato per professione. Il basket è mio padre e i suoi insegnamenti. Il basket è la ragione.