The Last Dance – Approfondimenti

Pubblicato da Vincenzo Piglionica il

The Last Dance, non si parla d’altro ormai. Per farvi compagnia durante la serie e offrirvi una ricostruzione storica quanto più possibile coerente e complementare a quanto vedrete man mano nelle puntate vi proponiamo in questo articolo – che sarà aggiornato man mano – una serie di traduzioni, aneddoti dei libri dei protagonisti, approfondimenti e recensioni sulla serie sportiva del 2020.

Iniziamo con la traduzione di un pezzo giornalistico oramai storico di Sam Smith, risalente al 2004. La trattazione, in linea con la risonanza che hanno avuto le prime due puntate di The last dance, riguarda evidentemente la fine dell’epopea dei Bulls di MJ, e fornisce la lettura di un insider rispetto a quel percorso che portò allo smantellamento di una delle squadre più straordinarie di tutti i tempi. Ci sono di mezzo i vari Jordan, Pippen, Rodman, Jackson, Krause e Reinsdorf, con descrizioni ed episodi che fanno emergere punti di vista degni di essere presi in considerazione e utili anche da affiancare alla visione di The Last Dance. Buona lettura.

LA FINE DELL’ERA JORDAN A CHICAGO – Sam Smith (2 dicembre 2004)

Jerry Reinsdorf non ha rotto la dinastia cestistica dei Bulls di Michael Jordan. Né lo ha fatto Jerry Krause, che infelicemente affermò che “Sono le organizzazioni a vincere i titoli”.

Cancelliamo questo equivoco di fondo prima di cominciare a parlare di come una delle più straordinarie squadre che si siano viste nella storia dello sport professionistico sia rapidamente diventata una delle peggiori.

Per quanto riguarda quell’idiozia detta da Krause…beh, io ero lì.

Qualora qualcuno lo avesse dimenticato, Krause – l’uomo che Jordan aveva appellato ‘crumbs’ per via delle briciole delle ciambelle sparse sui suoi vestiti – non era un uomo particolarmente sofisticato. Pertanto, in occasione dell’ultimo opening day di quella squadra lanciata nella corsa al titolo, al fine di assicurare un po’ di credito a quella categoria che viene definita delle ‘persone meno in vista nelle questioni sportive’, formulò quella considerazione che lo espose a migliaia di critiche.

Che Krause mal tollerasse Jordan e Jackson non è un segreto. Ma per la verità, non teneva particolarmente in simpatia neppure me, e pressoché nessuno nel mondo della pallacanestro.

Ricordo quando una volta David Halberstam, probabilmente il miglior narratore sportivo dei nostri tempi, salì sull’autobus della squadra per intervistare Jordan e tracciare un suo profilo. Krause inveì letteralmente contro di lui senza nemmeno sapere chi fosse, intimandogli di scendere.

Sì, tutto questo ha senza dubbio irritato Jackson e Jordan. E se volete credere che sia stato ciò a portare alla fine della dinastia, va anche bene. Alla fine però, chi lascia il proprio posto di lavoro e addirittura del tutto la sua professione solo perché detesta l’assistente del proprietario?

Ricordate, ogni accordo sottoscritto da Jordan era negoziato direttamente da Reinsdorf, il quale nelle ultime due stagioni del secondo three peat si è caricato del payroll più consistente di tutta la lega e ha pagato a Jordan salari annuali che non avevano precedenti nella storia dello sport professionistico.

Volete sapere com’è andata per davvero?

Semplicemente, Jordan non voleva più saperne.

Probabilmente oggi neanche lui se la ricorda così, ma dopo quella posa che assunse quando realizzò il tiro vincente in Gara-6 della finale contro i Jazz – e c’era una ragione per quella posa – Jordan confidava che non avrebbe più giocato.

Ecco perché fece quel gesto. Era consapevole del fatto che si trattasse dell’ultimo tiro della sua carriera, ed è per questo che allora le persone ne parlavano in quel modo.

Non riusciva più a giocare con Pippen. Era imbufalito per il fatto che Scottie avesse saltato un’altra partita decisiva nei playoff, esattamente com’era accaduto con il famoso episodio dell’emicrania contro i Pistons nel 1990. Era stanco di tutti quegli infortuni, e non aveva affatto gradito che Pippen avesse deciso di sottoporsi a intervento chirurgico appena prima dell’inizio del training camp, tornando così in campo solo nel bel mezzo della stagione e lasciandolo solo con Dennis Rodman. Era stanco di Luc Longley e di tutti quei passaggi finiti nel nulla.

Non ne poteva più dell’infantilismo di Rodman. Recentemente, Jordan ha parlato a lungo con Rodman e ha confidato a un amico di essere rimasto sorpreso dell’accaduto. Negli anni precedenti, non era mai successo. Ricordo quando era solito raccontare che per parlare con Rodman doveva tenergli la testa tra le mani e chiedergli di guardarlo negli occhi, per poi dirgli che cosa fare. Poi aggiungeva che era il modo in cui si rivolgeva a suo figlio di otto anni.

Jordan era esausto ed esplose, esattamente come nel 1993. Probabilmente dopo il lockout ci ripensò, ma allora era stato piuttosto insistente. Certo, rimaneva quel famoso 0,1%, che riportò Jordan in campo con la maglia di Washington (e col senno di poi, tutti tranne il contabile del proprietario dei Wizards Abe Pollin avrebbero voluto non lo facesse).

Anche Phil Jackson era in uscita, ma non perché i Bulls lo avessero spinto a farlo. Lo stesso Jackson ha rivelato che Reinsdorf gli aveva offerto un prolungamento pluriennale, ma Phil era legato al concetto che esiste un numero massimo di anni durante i quali un coach viene ascoltato dai suoi giocatori, e quel numero per lui era sette. Ai Bulls aveva oramai trascorso nove anni, e si era ripromesso che non sarebbe andata oltre. Nel 1996 era rimasto solo su pressione dei giocatori, ma era determinato a non cambiare idea questa volta.

Certo, Krause aveva già promesso la panchina a Floyd, ma Reinsdorf no. Avrebbe voluto assumere Frank Hamblen, braccio destro di Jackson, e per un po’ si parlò persino di un ruolo da giocatore/allenatore per Jordan. Gli era stato assicurato che se fosse rimasto, tutti i giocatori che godevano della condizioni salariali per riceverlo avrebbero avuto un ricco contratto per tutta la durata della permanenza di Jordan.

Non c’era alcun grosso affare pronto ad attendere Pippen fuori dai Bulls. Per le regole salariali dell’epoca, Pippen avrebbe potuto ricevere un massimo di 36 milioni di dollari dai Rockets. Certo, non male, ma nulla di paragonabile ai 70 milioni che Scottie ha ricevuto strappando il sì dei Bulls per un sign-and-trade, dopo che la squadra si era disfatta. Probabilmente, sarebbe anche rimasto.

Ad attendere Jordan c’era un altro contratto da 30 milioni, ma Michael sentiva di aver già sopportato un peso notevole durante quella stagione, tenendo conto della scarsa partecipazione di Pippen e dell’imprevedibilità di Rodman. Jordan aveva anche avuto problemi di insonnia, ed era pronto ad affidarsi a un dottore per affrontarli. Aveva bisogno di staccare.

Facendo un passo indietro…se i Bulls avessero voluto sbarazzarsi di Jordan e Jackson, chiuderla lì con l’obiettivo di risparmiare denaro, avviare il rebuilding o qualunque altra cosa, avrebbero dato seguito al loro piano già nell’estate del 1997.

Rick Pitino si era accasato a Boston e aveva perso la corsa per arrivare a Tim Duncan. Non era intenzionato a ricostruire partendo dalle picks, e per questo propose ai Bulls un pacchetto fatto di giocatori e scelte per Pippen. Se Chicago avesse accettato, probabilmente si sarebbe risparmiata un decennio nei bassi fondi. Ma respinse la proposta.

Krause aveva seguito McGrady sin dai tempi dell’high school, e probabilmente avrebbe impiegato una delle scelte ricevute per acquisirlo al draft. Alla luce della considerazione che Krause aveva per lui, difficilmente McGrady avrebbe dovuto affrontare tutti i problemi che ha avuto a Toronto giocando accanto a Vince Carter, guidato da un coach rigido come Darrell Walker che certamente non stravedeva per lui. Con tutta probabilità, sarebbe rimasto a Chicago. Nel 2000, il suo agente Arn Tellem provò a ripercorrere l’opzione Bulls, per portare T-Mac in un grande mercato e acquisire ricchi contratti pubblicitari, ma Chicago era scesa talmente in basso che la cosa non andò in porto.

Krause aveva provato in diverse occasioni a scambiare Pippen, quando Scottie si era lamentato con lui. Provò a imbastire una trade con i Sonics per Shawn Kemp, e ancora per acquisire i diritti di Grant Hill. Poi, provò a scambiarlo per i diritti di Antonio McDyess, ma nessuno di questi tentativi andò a buon fine, e quando nel 1997 fece un ultimo tentativo, fu Reinsdorf a bloccare tutto, perché non intendeva rinunciare alle chance di vincere il titolo finché Jordan fosse rimasto in campo. E fu Jordan a dirgli che non era intenzionato ad andare oltre il 1998.

Cos’altro era possibile fare dunque?

Probabilmente non si dovrebbe rimuginare troppo su Krause. E’ stato infatti sotto la sua guida come GM che i Bulls hanno vinto sei titoli, ed è stato lui a volere due coach allora relativamente sconosciuti come Doug Collins e Phil Jackson. Entrambi sono diventati coach d’elite, e così Krause ci ha provato un’altra volta. Alla fine, anche Jordan era parso d’accordo sull’affidare la squadra a Tim ‘Pink’ Floyd. Floyd era molto vicino a un amico di Jordan come Buzz Peterson, e questo era abbastanza. Peraltro anche Jordan arrivato a Washington avrebbe assunto un coach proveniente dal college, Leonard Hamilton, salvo poi licenziarlo poco dopo.

Krause ha confidato che affidarsi a Floyd è stato il più grande errore della sua carriera. Lo scontro fra i due è arrivato quasi subito, e Floyd avrebbe presto abbandonato quei ragazzi che Krause sperava di far crescere. Da coach del college, Floyd ragionava con quei ragazzi come se dopo due/tre anni se ne sarebbero andati.

Poiché l’impostazione mentale di Krause – come rivelato dalla famosa citazione – era quella di dimostrare che sarebbe stato in grado di effettuare un rebuilding senza Jordan, questa è anche la storia di un uomo piccolo di statura ma con un ego gigantesco fuori controllo. La buona sorte di ritrovarsi per le mani Jordan e poi di aggiungere Pippen, sarebbe cambiata. Stavolta, la sorte di Krause avrebbe virato decisamente decisamente a sud, e con lui tutta la franchigia.

Qui la seconda parte dell’articolo di Sam Smith sui Bulls dopo-Jordan. Si va oltre The Last Dance ma i particolari di Smith meritano di essere letti.

A seguire invece, un estratto di Eleven Rings, di Phil Jackson, in cui si parla di Dennis Rodman (senza spoiler, almeno voluti, sugli episodi 3-4 di The Last Dance)

UN LEGAME DI CUORE. QUANDO JACKSON CONVINSE RODMAN A DIVENTARE UN “CHICAGO BULL”

Durante la off-season avevamo preparato una lista di candidati al ruolo di power forward. Dennis Rodman era al fondo di quella lista. Ne avevamo già parlato in precedenza, ma Jerry Krause si era sempre mostrato freddo in proposito. Rodman non era il tipo di persona adatta al nostro contesto. Dopo essere stato ceduto da Detroit a San Antonio nel 1993, Dennis aveva incontrato difficoltà nell’adeguamento alla cultura degli Spurs, pur eccellendo come leader della lega dei rimbalzi. Non seguiva le regole, presentandosi in ritardo agli allenamenti, comportandosi male in campo e indossando vestiti sgargianti e gioielli. Il management di San Antonio non ne poteva più del suo atteggiamento, tanto da averlo riempito di multe per migliaia di dollari più volte e da panchinarlo in una partita cruciale come Gara-5 delle Finali della Western conference, che gli Spurs finirono per perdere contro i Rockets.

Condividevo alcuni dei timori di Jerry, ma ero meno preoccupato delle sue eccentricità caratteriali di quanto lo fossi del suo stile di gioco egoistico. Coach che avevano lavorato con lui mi avevano detto che era talmente fissato coi rimbalzi da aiutare controvoglia i suoi compagni in difesa. Mi chiedevo anche se avrebbe funzionato con Michael e Scottie, per il modo in cui aveva maltrattato i Bulls quando era in maglia Pistons. 

Lo scout Jim Stack pensava però che avremmo perso Rodman se non ci fossimo mossi in tempo, perciò Jerry decise di dare un’occhiata più approfondita alla cosa.

Due settimane dopo, Jerry mi invitò a casa sua per incontrare Rodman e il suo agente, Dwight Manley. Quando arrivai, Dennis stava sdraiato sul divano con gli occhiali da sole e un cappello ‘poor boy’. Rimase muto per tutta la conversazione, quindi chiesi se avrei potuto parlargli in privato. L’unica cosa che gli interessava sapere era quanto sarebbe stato pagato. Gli dissi che i Bulls pagavano in base alla produttività, e non sulle promesse, e che se avesse giocato in linea con il suo potenziale ci saremmo presi cura di lui.

Il giorno dopo lo incontrai di nuovo al Berto Center, il campo di allenamento dei Bulls. Questa volta, Dennis fu più aperto. Gli chiesi cosa fosse andato storto a San Antonio e mi rispose che tutto era iniziato quando aveva invitato Madonna – che allora frequentava – nello spogliatoio della squadra. Il caos mediatico che ne venne fuori fece andare su tutte le furie il front office.

Espressi le mie riserve circa quella reputazione di giocatore egoista che circolava. Mi disse che il problema a San Antonio era che non ne poteva più di aiutare David Robinson che – a suo parere – era intimidito da Hakeem Olajuwon. 

META’ DEI GIOCATORI DEGLI SPURS TIENE LE PALLE SIGILLATE NEL CONGELATORE QUANDO ESCE DI CASA” aggiunse sarcasticamente.

Risi. “Credi dunque di poterti adattare all’attacco a triangolo?” gli chiesi. “CERTO, NON CI SONO PROBLEMI – rispose – IL TRIANGOLO CONSISTE NEL CAPIRE DOVE STA MICHAEL E PASSARGLI LA PALLA”.

“E’ un buon inizio” gli replicai. 

Poi tornammo seri: “Se pensi di essere la persona giusta per questo ruolo, farò sì che questo affare vada in porto – gli dissi – ma non possiamo permetterci di rovinare tutto. Siamo nelle condizioni di vincere il titolo, e vogliamo davvero tornare a quei livelli”

“Ok”

Subito dopo (mini-spoiler The Last Dance ep. 3), Dennis diede un’occhiata agli artefatti dei nativi americani presenti nella stanza e mi mostrò una catenina che gli era stata regalata da un Ponca dell’Oklahoma. Poi rimanemmo seduti per un po’ in silenzio. Dennis era un tipo di poche parole, ma stando seduto con lui avevo capito che ci avrebbe dato una mano. Avevamo raggiunto una connessione non verbale quel pomeriggio. Si era creato un legame di cuore.

Non resta che capire quanto di tutto ciò verrà trasmesso già domani nelle puntate 3-4 di The Last Dance.


Vincenzo Piglionica

Vincenzo Piglionica

Classe '87, potete disturbarlo se vi va di parlare di NBA e geopolitica, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Nella foto è quello a cui non hanno dedicato la statua