Semplicemente Pietro Aradori

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Semplicemente Pietro Aradori

L’astrazione selettiva è una distorsione cognitiva che ci porta a dare risalto solo ad alcuni aspetti (spesso negativi) di una cosa o di una persona e a trascurarne la maggioranza. Ecco, quando si parla di Pietro Aradori si verifica spesso questo fenomeno: viene sempre più facile puntargli il dito contro piuttosto che esaltarne il talento e il carattere, aspetti che lo rendono pressoché unico nel panorama del basket italiano dell’ultimo decennio.

Il passaggio dalla Virtus Bologna (di cui peraltro è stato anche il capitano) alla Fortitudo, a inizio anno, è solo una delle scelte “azzardate” che hanno costellato la sua carriera e che gli hanno riservato applausi e critiche, fischi e celebrazioni. L’impressione, tuttavia, è che tutto ciò gli sia sempre scivolato addosso.

Il primo incontro con Bologna

La prima svolta che Aradori ha dato alla sua vita è datata 2001, quando il 13enne figlio di papà (nonché coach) Giuliano ha provato a capire se quella palla, consegnatagli nelle mani da più di 10 anni, potesse diventare sua fedele compagna di vita. Perché, come è giusto che sia, per Pietro il basket all’inizio era un divertimento come tanti altri (e nel suo caso in particolare, la pallacanestro si contendeva il posto di sport preferito con sci e ciclismo), una passione che si esprimeva in sorrisi grandi e genuini quando la palla affondava nella retina. Il “problema” era che sul parquet aveva nettamente qualcosa in più dei coetanei: sia all’inizio nel Team 75 di Lograto sia successivamente a Trenzano, Pietro era dannatamente troppo forte per restare confinato nell’hinterland bresciano. E così, dopo un paio di annate preparatorie a Lumezzane, il ragazzo prende la prima delle tante scelte a metà tra raziocinio e follia, decidendo di trasferirsi a Casalpusterlengo e inseguendo qualcosa di ancora lontanamente definito. Qui capisce che la pallacanestro può diventare molto più di un passatempo: via tutti i divertimenti di un adolescente come feste, serate o weekend da vida loca. Pietro prende una direzione diversa dai suoi coetanei e focalizza tutte le sue attenzioni sul basket.

A Imola, nell’annata 2006-07, arrivano le prime ricompense per i sacrifici fatti da giovanissimo: a 18 anni debutta e già gioca da protagonista in LegaDue. Sotto la guida di Nando Gentile e di Vincenzo Esposito (quest’ultimo, sebbene abbia lavorato solo individualmente con lui, viene considerato da Pietro il miglior allenatore che abbia mai avuto), mette in mostra il suo sensazionale fiuto per il canestro; dopo aver collezionato cifre ragguardevoli (in 28 minuti a partita sul parquet, firma 12.8 punti tirando con il 62% da due punti e l’85% dalla lunetta), la sua carriera spicca il volo con le esperienze di Milano, Roma e, in modo definitivo, a Biella, dove vincerà il premio di miglior Under-22 del campionato.

Imola per lui vuol dire anche il primo incontro con Bologna. Nonostante la città dell’autodromo dedicato a Enzo e Dino Ferrari sia distante una quarantina di km dal capoluogo emiliano, Pietro decide di completare gli studi liceali in quel posto che lo riaccoglierà, dopo una decina di anni, in seguito a un lunghissimo viaggio.

Il viaggio

Biella, dicevamo. A neanche 22 anni, il Cagnaccio si prende sulle spalle l’Angelico trascinandola alla salvezza: 16.7 punti, 5 rimbalzi, 1.8 assist e 2.1 recuperi in 30 minuti abbondanti sul parquet a partita. Oltre a saper fare di tutto e di più con la palla tra le mani, Pietro sorprende il mondo del basket italiano per la personalità e il carattere nel prendersi le responsabilità durante le fasi calde di una sfida. Faccia tosta e genuina arroganza cestistica: la sua personalità fa breccia nel cuore dei tifosi.

Date le qualità del giocatore, nell’estate 2010 si fa avanti LA squadra che in quel periodo stava facendo scorpacciata di trofei: la Montepaschi Siena. Con Simone Pianigiani a guidarlo dalla panchina, Aradori diventa un role player di livello e ha la possibilità di competere sul palcoscenico dell’Eurolega. Nonostante nel biennio toscano sia circondato da campioni già affermati (McCalebb, Zisis, Andersen, Kaukenas per citarne solo alcuni) e i minuti siano minori del previsto (16 di media in totale), il Cagnaccio riesce sempre a lasciare la sua impronta. Se c’è bisogno di punti, che sia tiro sugli scarichi…

o conclusioni in penetrazione…

o in palleggio arresto e tiro, dal #21 arriveranno sempre.

Tuttavia, nonostante il triplete, la Final Four di Eurolega del 2011 e l’accoppiata Scudetto-Coppa Italia dell’anno successivo (poi revocata), Pietro definisce, senza avere peli sulla lingua, l’esperienza senese “difficile, soprattutto a livello mentale”. Dopo esser stato ceduto dalla società nel 2012, il Cagnaccio rimane deluso non tanto per la decisione di Siena, quanto per la scarsa fiducia riposta dallo staff tecnico nei suoi confronti.

Fiducia, proprio intorno a questo, ruota la carriera di un giocatore e, a maggior ragione, se costui si chiama Pietro Aradori. A Cantù, questo tratto si combina a passione e amore della città nei confronti della pallacanestro e del suo nuovo leader. Non possono che uscirne due anni di grande spessore, in cui il #21 è al centro del progetto tecnico di Trinchieri e Sacripanti.

Tutte le sue statistiche personali tornano a lievitare e l’aver dimostrato, con 14 punti abbondanti in 30 minuti di media sul parquet, di poter stare in campo da protagonista in Eurolega gli accende il motore per una nuova sfida: un’esperienza all’estero.

Rifiutate le proposte di Sassari e Reggio Emilia, Pietro nell’estate 2014 si trasferisce al Galatasaray. Qui però non tutto procede come previsto: vede il suo spazio nella rotazione scemare in seguito a un inizio abbastanza positivo e, causa anche il ritardo nel pagamento dello stipendio, a metà stagione decide di trasferirsi all’Estudiantes. In Spagna è una toccata e fuga durata pochi mesi (di certo non negativi quanto quelli turchi) per poi tornare in Italia e giocare dei Playoff sottotono con la maglia della Reyer Venezia.

È stata una scelta in stile Aradori quella di andare all’estero. Rischiosa, ma forse era il momento giusto della carriera per tentare un’avventura del genere. Fatto sta che, dopo un anno, la Grissin Bon è ancora lì a bussare alla sua porta e stavolta la proposta non si può proprio rifiutare.

L’annata 2015-16 della Reggiana è probabilmente una delle migliori della storia del team del padron Landi, iniziata con il successo della Supercoppa e chiusa con la sconfitta in Gara-6 della finale Scudetto contro Milano. Pietro è la guida, seconda solo al duo lituano Kaukenas-Darjus Lavrinovic, di un gruppo di giovani italiani (Della Valle, Polonara, De Nicolao, Stefano Gentile) che sorprendere l’intero mondo della pallacanestro italiana. Il non essere riuscito a completare il sogno di vincere lo Scudetto, distante solo due vittorie, è una ferita che sanguina anche perché, nella Gara-6 decisiva, Pietro tira 2/11 dal campo, peccando di concretezza proprio sul più bello. Ma non sarà questo il rimpianto più grande della sua carriera.

Dannato Preolimpico

Il 9 Luglio 2016 è un giorno molto importante per l’Italbasket. A 10 anni esatti dal trionfo ai Mondiali della Nazionale di calcio, i “cugini” della palla a spicchi sono i favoritissimi nella finale del Preolimpico in corso di svolgimento a Torino. Ahinoi, invece, sappiamo tutti come va a finire. La sconfitta con la Croazia è l’esemplificazione del modo in cui gli uomini di Messina abbiano subito la pressione del giocare in casa e del non aver mai raggiunto un traguardo di rilievo con una generazione di talenti individuali impressionanti. In quella dannata, per i colori azzurri, finale, Pietro è in campo sia nel clutch time dei regolamentari che nell’intero supplementare. Proprio nell’overtime e, con l’Italia sotto 75-70, mette questa tripla che riaccende le speranze

resa poi vana, tuttavia, da Bojan Bogdanovic e da due errori pesanti da oltre l’arco proprio dello stesso #4.

In una gara fallosa, decisa da episodi e dalla squadra che è riuscita meglio a gestire la pressione, questi errori pesano come macigni nella carriera di Aradori. Anche perché si sta parlando di uno che con la canotta azzurra ha avuto un lungo rapporto iniziato nel lontano 2006 con l’Europeo Under 18 e proseguito per 154 partite (23esimo giocatore, insieme a Belinelli, con più presenze nella storia dell’Italbasket) con la Nazionale maggiore in cui ha realizzato un totale di 1454 punti (16esimo all-time). Ha partecipato praticamente a tutte le ultime competizioni in cui gli Azzurri sono stati protagonisti ed è stato il capitano del giovane gruppo che ha raggiunto, negli scorsi mesi, l’obiettivo dei Mondiali in Cina. Come già successo in passato, tuttavia, anche questa storia d’amore è (forse) terminata in modo troppo brusco: non venendo convocato da Meo Sacchetti tra i 12 che hanno partecipato alla competizione cinese, Aradori si è lasciato andare con una storia Instagram al veleno:

 “Si cade, provano a farci cadere, si è abituati. L’importante è non rimanere a terra. Voi che avete provato a fare i furbi alle mie spalle, vi ho tutti nel mirino. Arriverò, non dimentico: è una promessa. Nel frattempo, forza ragazzi, gli Azzurri, i miei amici. Vi voglio bene come fratelli.”

Che sia stato un addio o un arrivederci, quello che ha fatto il Doggy (soprannome nato proprio in uno dei suoi primi ritiri con la Nazionale) con la canotta Azzurra non deve cadere nel dimenticatoio. Stiamo parlando, pur con tutti i difetti del caso, di uno che insieme a Belinelli, Bargnani, Gallinari, Datome e Hackett ha segnato una generazione del basket nostrano, di uno che per l’Italbasket ha dato tutto sé stesso. Di una bandiera e come tale va considerato.

Il ritorno a Basket City

Tornando alla carriera nei club, nell’annata 2016-17 Aradori, da capitano della Grissin Bon, trascina Reggio Emilia ad una buona annata conclusa però malamente con un 3-0 subito nei quarti di finale da Avellino. Terminato il contratto con la società del patron Landi, per Pietro si aprono le porte per un ritorno a Bologna, chiudendo un cerchio aperto 10 anni prima. La Virtus ha fame tanto quanto lui di tornare una grande del basket italiano ed europeo e, il 5 maggio 2019, dopo 10 anni dalla conquista dell’Eurochallenge, arriva la conquista della Basketball Champions League.

Certo non siamo ai livelli dell’Eurolega ma il primo passo per tornare ai fasti di inizio anni 2000 è stato fatto. In quella squadra trascinata da Kevin Punter, Aradori è il capitano diventato in corso d’opera un sesto uomo di lusso che porta punti (9.5 a partita) e sostanza nei minuti (quasi 24 di media) che Sasha Djordjevic gli concede sui parquet europei.

Da buon capitano, è lui che alza per primo il trofeo al cielo (foto di basketballchampionsleague.com)

Ma non è tutto oro quel che luccica. Qualcosa si rompe al termine della stagione con la mancata qualificazione ai Playoff di Serie A. Le Vu Nere hanno fretta di tornare grandi e pensano che Pietro Aradori non sia il profilo giusto da cui partire per puntare in maniera decisa all’Eurolega. E, fin qui, poco male. Il guaio, almeno stando a ciò che ha dichiarato il nativo di Brescia, è stato che Djordjevic non lo ha mai messo al corrente (fino all’annuncio ufficiale) di questa scelta della società.

Fine dell’amore. Ma il Cagnaccio non è certo quel tipo di persona che rimugina sui rancori. Quando si è ritrovato free agent, la maggior parte delle squadre aveva già messo a punto le gerarchie dei loro roster. Per Pietro, quindi, all’orizzonte si prospettano solo contratti annuali. In realtà, appena si è cominciato a vociferare dell’addio alla Virtus, Pietro stava già preparando la sua vendetta…
La Fortitudo ha assolutamente bisogno di uno scorer, di un leader, di una personalità forte in grado di reggere il peso di una squadra neopromossa solo formalmente, visto il suo glorioso passato. Chi meglio allora di Pietro Aradori, da sempre innamorato di Bologna e super motivato da questa possibilità di rivalsa, può ricoprire questo ruolo?

Amo Bologna, e se un uomo è sposato e scopre di avere le corna, qual è la sua soddisfazione più grande? Andare con la migliore amica della moglie. Credo di non dover dire altro, perché la Fortitudo è una ragazza bellissima. Penso solo al futuro e il futuro è con lei”.

E così, poco prima di Ferragosto e a 20 metri di distanza dal campo di allenamento della Virtus, Pietro si presenta alla nuova “dolce metà”, con cui ha firmato un contratto quadriennale. Dopo Marko Jaric, David Blu, Sani Becirovic, Alessandro Frosini, Paolo Moretti e Marco Belinelli, ora tocca ad un altro nome altisonante come quello di Aradori cambiare sponda nella città delle Due Torri.  

Antimo Martino, che è stato suo viceallenatore ai tempi di Roma, non ci pensa su due volte ad affidargli le chiavi della squadra. Per il rendimento che ha avuto sia la Fortitudo che il Cagnaccio si può dire che questa scelta abbia dato sinora molti più frutti di quelli sperati.

La stagione della maturità

Probabilmente quello che abbiamo visto in questa stagione è stato il miglior Aradori di sempre. Potrebbero bastare le medie stagionali (16.8 punti in 31.7 minuti sul parquet, entrambi massimi in carriera) e la sua prestanza fisica (probabilmente il rapporto massa magra-massa grassa non è mai stato così basso) a motivare quest’affermazione ma, guardando il campo, sono arrivate ulteriori conferme.

Oltre all’immancabile capacità nel trovare il fondo della retina in qualsiasi modo, come dimostra questa tripla dal palleggio,

Pietro ha affinato notevolmente le sue abilità di passatore, a maggior ragione quando, come nel quarto di finale di Coppa Italia, ha tra le mani palloni più pesanti del solito.

Nello scorso mese di novembre, ha addirittura viaggiato con una media di 19.2 punti (57% al tiro da dentro l’arco), ricalcando cifre da lui toccate solo nell’annata d’oro di Biella. Ma il Pietro di oggi non è solo un realizzatore: è un leader, come mai lo è stato in passato.

Togliendo il grosso neo del derby di Natale (infuocato ulteriormente alla vigilia da Aradori sia con il paragone calcistico della Virtus alla Juve e della Fortitudo al Torino e sia sottolineando come il tifo della F, al contrario di quello delle Vu Nere, non smetta mai di sostenere i propri beniamini), la stagione della squadra di Antimo Martino è stata ben oltre le aspettative e grandi meriti sono da recapitare al nativo di Brescia.

L’eroe e il cattivo sono due facce della stessa medaglia. Basta che indossino una maglia diversa. E noi tifiamo per l’uno o per l’altro”.

Odiato e amato, idolo e traditore. Come detto, quando si parla di Aradori l’astrazione selettiva prende il sopravvento: tralasciando la sua vita extra-cestistica, infatti, sul parquet si dice di lui che sia un pessimo difensore, uno non in grado di fare quello scatto o scivolamento in più per vincere la partita, uno con una personalità troppo prorompente per tenere in piedi uno spogliatoio sano. Non estremizzando così i concetti si può essere d’accordo e magari lo sarebbe anche il diretto interessato.

Ma proviamo a valutarlo da un altro punto di vista: tanto, come ha scritto lui stesso in un post su Instagram, che lo si guardi da eroe o da cattivo, la medaglia resta sempre invariata. Se questa si chiama Pietro Aradori, allora non ci resta che applaudire e celebrare uno dei giocatori più brillanti che il movimento cestistico nostrano abbia avuto tra le sue fila negli ultimi anni. Perché oltre lo stile e la carriera a tratti “fuori dagli schemi”, stiamo parlando di un talento offensivo con pochi eguali. O meglio, che è semplicemente Pietro Aradori.


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Nato nell'anno dell'ultimo Europeo vinto dall'Italbasket, sono studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo dopo essermi drogato, giocando nelle minors, di pallacanestro. Amante di Marjanovic e della Virtus Roma, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.