Toni Kukoč: White Magic

Pubblicato da Andrea Cassini il

A un certo punto, in The Last Dance, c’è un passaggio che, ascoltato con le orecchie di oggi, lascia un po’ straniti. Si parla di Toni Kukoč che, dopo essere stato scelto dai Chicago Bulls con la ventinovesima chiamata del primo giro del Draft 1990, anziché spostarsi subito in NBA (dove il GM Jerry Krause lo attendeva con trepidazione) sceglie di restare in Europa, spostandosi alla Benetton Treviso, invogliato anche dalla possibilità di guadagnare più soldi: l’equivalente di 2,2 milioni di dollari a stagione, circa il doppio di quanto avrebbe guadagnato nella sua stagione da rookie con i Bulls quando infine, nel 1993, il cambio di squadra si concretizzò. Ma dietro alla scelta c’erano anche altre considerazioni. Prima fra tutte, una questione di prestigio. Alla fine della sua carriera europea, Kukoč avrebbe totalizzato i seguenti riconoscimenti: cinque volte giocatore europeo dell’anno; quattro volte Mister Europa, il premio assegnato dai media; tre titoli di Eurolega, allora chiamata Coppa dei Campioni, con altrettanti trofei di MVP delle finali; quattro campionati della Jugoslavia; un campionato italiano; un trofeo di MVP degli Europei e uno dei Mondiali.

Da un lato, a neanche 25 anni Kukoč si ritrovava senza più nulla da dimostrare in Europa, pronto ad attraversare l’oceano per affrontare una nuova sfida in NBA. Dall’altro, quella di inizio anni ’90 non era ancora la NBA globale del post-Jordan, quella sigla che si identifica automaticamente con il miglior brand di basket nel mondo. Kukoč, così come i suoi colleghi Petrović, Divac e Rađa (suo vicino di casa, letteralmente), non vedeva le stelle NBA esclusivamente come idoli da inseguire e imitare. Erano in primo luogo avversari, e neanche impossibili da battere; li aveva già battuti. Ci sono due ragioni che portarono alla creazione del Dream Team in occasione delle Olimpiadi di Barcellona 1992, una passata decisamente in sordina rispetto all’altra. Il primo scopo era quello di cavalcare la crescita di popolarità della NBA che dai duelli fra Magic e Bird si preparava a esplodere sul mercato globale spinta dalla personalità di Michael Jordan e dalle politiche di apertura internazionale di David Stern. Il secondo, non meno importante ai fini della leggenda di quella squadra, era di evitare una figuraccia. Tra 1987 e 1990, la Jugoslavia guidata da Kukoč, Petrović, Divac e Rađa aveva battuto gli USA per tre volte. Prima ai mondiali U-19 in Italia, poi alle Olimpiadi di Seul 1988 (dove gli americani finirono terzi e l’oro andò alla Russia) e infine ai Goodwill Games di Seattle. Le selezioni americane erano composte da atleti collegiali, non più all’altezza della medaglia d’oro, soprattutto considerando che molti di loro rappresentavano già la crema del panorama cestistico nazionale: Larry Johnson, Gary Payton, David Robinson, Alonzo Mourning, Christian Laettner. Chissà come sarebbero andate le cose a Barcellona se la guerra non avesse separato Croazia e Serbia, se Kukoč, Petrović, Divac e Rađa avessero potuto continuare a giocare insieme. Da fratelli, come racconta ottimamente il documentario Once Brothers, sloveni, serbi, croati e bosniaci diventarono nemici pur senza volerlo.

A inizio anni ’90, quindi, Kukoč aveva davanti agli occhi informazioni ed esempi contrastanti. Petrović e Divac erano emigrati in NBA con successo, ma altri, come Sasha Volkov e Žarko Paspalj, non trovavano spazio. La comunicazione fra i due mondi non si era ancora affinata, e gli europei si portavano dietro una cattiva nomea quando passavano l’oceano. “Non erano pronti per noi, all’epoca” ricorda Kukoč. “Dicevano che eravamo soft, che non difendevamo e non prendevamo rimbalzi. Nessuno rimarcava il fatto che possedessimo anche abilità diverse dagli altri”. Per Kukoč il dubbio era una questione di opportunità. “Andare ai Bulls, magari per vincere un anello, ma rischiando di passare l’apice della mia carriera seduto in panchina?” rifletté una volta intervistato dal reporter del Chicago Tribune Sam Smith. “Era una cosa che avrei potuto permettermi a 31 o 32 anni; non a 24”. E poi, c’era la guerra. Nel 1991, quando scoppiò il conflitto nella ex-Jugoslavia, Kukoč si trovava a Roma in attesa di giocare una partita. Ricorda di avere sentito un compagno di squadra, sloveno, che parlava al telefono. Dopo avere riagganciato, il compagno gli disse: “Io torno a casa. È cominciata la guerra”. Negli anni seguenti, quando giocava a Treviso, riuscì raramente a mettersi in contatto con la famiglia a Spalato. I suoi vivevano in un palazzo di dieci piani, e quando suo padre si affacciava vedeva i cecchini appostati sui tetti più bassi e i militari della fazione opposta che li inseguivano. Suo zio fu sfiorato dal proiettile di uno di quei cecchini, mentre portava il figlio a un allenamento di basket. Di tanto in tanto Kukoč tornava a casa prendendo il traghetto, era l’unico modo per raggiungere la Croazia. Le navi viaggiavano esclusivamente di notte, con le luci spente, e quando si avvicinavano ai porti portavano i motori al minimo per timore di farsi individuare.

Ma Jerry Krause riuscì a vincere le sue diffidenze, le sue preoccupazioni per la famiglia e per il destino del proprio paese. Oltre a essere ostinato, Krause era un visionario. Dietro al corteggiamento spietato con cui infine, nel 1993, convinse Kukoč ad affrettare i tempi si può leggere l’intuizione di impiegare lo skillset cristallino del miglior giocatore europeo come arma definitiva di un team che era già letale di suo, con un roster che ne avrebbe coperto le lacune in termini di fisicità e abilità difensive permettendogli di fare quello che gli riusciva meglio; il playmaker, il White Magic, il Cameriere, la Pantera Rosa, un 2.11 che si muoveva per il campo con grazia pressoché inedita per l’altezza, impeccabile al tiro, generoso e creativo nel passaggio. Ma la storia, come riporta anche The Last Dance, prese un’altra piega. I Bulls erano la squadra di Jordan, togliergli la palla di mano era impensabile. Le lusinghe di Krause a Kukoč vennero lette come un tentativo di defenestrare Pippen, a maggior ragione perché c’era di mezzo la questione del magro e lunghissimo contratto che Pip firmò per restare a Chicago. Kukoč finì vittima incolpevole di una diatriba altrui. Lo abbiamo visto con il rude trattamento che Pippen, MJ e gli altri gli riservarono quando il Dream Team affrontò la Croazia. Lo abbiamo visto nel suo primo anno in NBA, il ’94 senza Jordan, quando Phil Jackson gli affidò il tiro per la vittoria nei playoff contro i Knicks (che lui trasformò in un favoloso buzzer beater) e Pippen che si rifiutò di rientrare in campo, sdegnato.

L’esordio è difficile, la fiducia di coach e compagni di squadra è altalenante, ma non si smette di essere immensi giocatori di basket dall’oggi al domani e nei Bulls privi di Jordan Kukoč diventa presto la seconda opzione offensiva dietro Pippen. Al secondo anno gioca oltre trenta minuti a partita e segna 15.7 punti di media, un dato che resterà ineguagliato fino al secondo addio di Jordan nel 1999, con oltre 5 rimbalzi, 4 assist e un notevole 50% al tiro. Certo, la situazione è un po’ diversa da come gliel’aveva venduta Krause. “Il tuo gioco è perfetto per noi, vedrai, prenderai il rimbalzo, partirai in palleggio e avrai Michael da un lato e Scottie dall’altro”. Non esattamente. Si ritrova invece Tex Winter che gli urla nelle orecchie: “Non tirare! Non palleggiare!” Il suo gioco, lo ammette del resto lo stesso Kukoč, era simile a quello di Pippen: “quello che lui faceva in NBA, io lo facevo in Europa”. Per non pestarsi i piedi deve spostarsi nella posizione di ala grande, poco adatta alle sue doti di ballerino, dove uomini nerboruti e malintenzionati (tipo Karl Malone) lo sovrastano fisicamente. Mentre lavora per mettere su qualche chilo, deve trovare il modo di ripagarli con la stessa moneta nella metà campo offensiva, ma non è semplice farlo quando hai pochi palloni a disposizione. Eppure, l’importanza di Kukoč nel secondo three-peat dei Bulls è capitale, e forse il premio di sesto uomo dell’anno nel 1996 non basta a rendergli giustizia; quando è in campo migliora le spaziature in senso molto moderno, perché sa muoversi senza palla in modalità stealth e sul perimetro è un’esca impossibile da ignorare. Lo si nota in particolar modo all’inizio della stagione 1998, quando prende il posto di secondo violino in occasione dell’infortunio di Pippen. Quando Scottie è ben contenuto dalla difesa, o quando cede al lato oscuro del suo carattere lunatico, Toni si erge a spalla di Jordan. In certi casi toglie le castagne dal fuoco persino a sua maestà MJ. Alcuni dei suoi highlights più belli sono clutch shot. Quello del 1993 contro i Knicks, già citato, e poi un altro, iconico, in un’accesissima Bulls-Pacers del gennaio 1994. Reggie Miller segna in una funambolica uscita dai blocchi portando Indiana sul +2 a 8 decimi dalla sirena, poi fa un inchino da attore verso il pubblico del Chicago Stadium che lo sommerge di fischi. Alla rimessa, Coach Jackson disegna uno schema simile a quello dell’anno prima contro i Knicks e Kukoč segna di tabella la tripla per la vittoria che rimette l’ego di Miller al suo posto.

Ma oltre alle prodezze isolate, c’è tanta continuità. Kukoč è decisivo in gara 7 delle Eastern Conference Finals del 1998, partita tiratissima che per buona parte dei 48 minuti vide al comando i Pacers; sarebbe stata un’autentica sliding door nella leggenda di Jordan, un risultato che ci avrebbe privati – ma con pieno merito dei fortissimi Pacers – delle Finals contro Utah e del tiro contro Bryon Russell. Con Jordan e Pippen osservati speciali, che tirano male (rispettivamente 9/25 e 6/18), Kukoč sfodera un 7/11, con tre triple a bersaglio su quattro tentativi, per 21 punti da lustrarsi gli occhi. Nel 1998 Kukoč parte spesso titolare, anche nelle Finals contro Utah è lui il 4 dello starting five, con Rodman che subentra dalla panchina: ufficialmente rileva Luc Longley nello spot di 5, in un quintetto “piccolo” abbastanza raro per l’epoca, ma ufficiosamente l’unica cosa che interessa a Phil Jackson è mettere The Worm a mordere le caviglie di Karl Malone. In questa strategia Toni Kukoč ha un ruolo di primaria importanza, ed è significativo vedere come l’opinione di Coach Zen sia mutata e maturata, dopo i freddi esordi, al punto da assegnare al croato una responsabilità così ingombrante. Gara 5 è il suo capolavoro, ma c’è anche una chiara idea tattica, evidente fin dalla palla a due. Jordan attende il secondo tempo per ingranare le marce alte e preferisce partire coinvolgendo i compagni, Pippen forse è già alle prese con il mal di schiena che lo bloccherà in gara 6 (il suo primo tiro della partita è un airball). Nel primo quarto si va sempre da Kukoč con l’obiettivo di attaccare in movimento il più lento Adam Keefe. Pippen lo cerca e lo serve in tutti i modi: in backdoor, in contropiede, sul perimetro. Segna 13 punti consecutivi, cinque tiri senza errori, mentre i suoi compagni fanno 0/11. Jerry Sloan scomoda addirittura Karl Malone per marcarlo, e allora Kukoč si apposta sull’arco per punire il postino, lento a uscire su di lui, con la tripla che chiude il primo quarto. Nella telecronaca italiana, Flavio Tranquillo lo paragona a “un crotalo sulla linea di fondo” per come evade alle attenzioni di Keefe, mentre Federico Buffa aggiunge: “Se i Bulls chiuderanno la serie questa sera, fuori dallo United Center, oltre a quelle di Jordan e Pippen, realizzeranno una statua equestre anche per Toni Kukoč”. Anche stavolta la storia prenderà una piega differente, un’altra questione di porte che si chiudono e si aprono. Nonostante un’ultima difficilissima tripla per riportare i Bulls a contatto a meno di due minuti dalla fine e i 30 punti da top scorer della squadra, in gara 5 vinceranno i Jazz, vanificando il momento di gloria di Kukoč e riportando la serie a Salt Lake City. Il resto, è leggenda.

A vederlo giocare in quelle Finals con gli occhi di oggi, Kukoč appare un passo avanti rispetto ai suoi tempi. Compagni e avversari giocavano un basket fisico, arcigno, chiuso, con il baricentro spostato verso il pitturato e la linea di fondo. Lui si muoveva su spazi più ampi. Sul perimetro, non agiva da mero smistatore di palloni o da franco tiratore. Sapeva mettere palla per terra con straordinaria eleganza ed efficacia, e dopo il primo palleggio alzava subito la testa per servire i compagni. Forse è proprio il playmaking la dote che è rimasta più soffocata nella convivenza con Jordan e Pippen, ma ogni tanto Kukoč ha regalato istantanee del genio cestistico che era in Europa, di White Magic; soprattutto, teneva la difesa sotto scacco perché i suoi movimenti offensivi erano imprevedibili e spesso si alzava dal palleggio fintando il tiro ma già con l’idea di servire il taglio di un compagno, anche negli spazi affollati del pitturato. Nei momenti migliori, quando la squadra si accordava al suo ritmo, sembrava di rivedere nei Bulls la fluidità del gioco della mitica Jugoplastika di fine anni ’80, il cui basket, per spaziature e scelte di tiro, appare agli occhi di oggi più moderno, in un certo senso, di quello di Bulls e Jazz nel 1998. Nonostante fosse cresciuto con un ruolo diverso, aveva imparato a muoversi senza palla. Fatto raro per l’epoca, tirava da tre senza esitazione, sia dal palleggio che in situazioni di catch-and-shoot, e fu tra i primi a far valere altezza e apertura alare come garanzia per lasciar partire un tiro in ogni condizione, anche contestato dal difensore.

Toni Kukoč non è stato un pioniere soltanto dal punto di vista tecnico; ha anche lastricato la strada che negli anni ha portato a una nuova e accresciuta considerazione degli europei in NBA, che oggi conta un numero record di international tra i suoi ranghi (nonché un MVP, Giannis Antetokounmpo, e un Rookie of the Year, Luka Dončić, in carica). Il gioco si è evoluto in una direzione più adatta agli europei, ma è stato un concorso di cause perché allenatori e GM hanno cominciato a dire a giocatori come Antetokounmpo: “la palla è tua, ci fidiamo delle tue decisioni”. E per questo, parte del merito va a Toni Kukoč. Divac e lo stesso Kukoč sono d’accordo nell’identificare Gregg Popovich come un altro personaggio chiave in questo cambio di paradigma in NBA, un coach che ha dato piena fiducia a Tony Parker ed Emanuel Ginóbili capendo al tempo stesso come massimizzare le loro particolari qualità. Del resto, Popovich aveva girato il mondo con la squadra della United States Air Force: aveva colto un accenno del basket futuro.

Come tutti i pionieri, Toni Kukoč ha sacrificato qualcosa. Le cifre, innanzitutto, perché parliamo di una carriera NBA da 11.6 punti di media che non si è impennata con i successivi trasferimenti a Philadelphia (un rapporto chiusosi forse frettolosamente, come rimpiange Larry Brown), Atlanta e Milwaukee; per un giocatore che, come spesso accade agli europei, vive di traguardi di squadra più che di riconoscimenti individuali, dopo l’epopea Bulls le motivazioni si erano semplicemente esaurite. I suoi compagni in Europa di un tempo hanno tutti meno anelli di lui, ma cifre più alte, leggende più consolidate tra i fan, e un posto nella Hall of Fame: Vlade Divac, Arvydas Sabonis, Dražen Petrović – per quel poco che la sorte ci ha concesso di ammirare – e persino Dino Rađa, il vicino di casa a Spalato. Ma in molti, e fra loro c’è Sam Smith che l’ha seguito per anni come reporter a Chicago, che promuovono un suo inserimento nell’arca della gloria: lo caldeggiavano già per l’annata 2020.

La cavalcata dei Bulls degli anni ’90 è una storia narrativamente perfetta, da qualunque angolo si scelga d’inquadrarla e qualsiasi faccia della verità si decida d’illuminare. È uno schema mitologico limpidissimo, in cui le storie dei protagonisti s’innestano seguendo le parabole nette dei rispettivi archetipi. Michael Jordan è Black Jesus, è Black Cat come lo chiamava Reggie Miller, il nero che predomina nel suo nome non è soltanto il colore della pelle, è il colore della magia nera, che prevarica l’avversario con il potere della parola, della volontà che piega la materia e, tramite il fuoco della determinazione, la distrugge; dopo la vittoria, non resta niente. Scottie Pippen è molte cose. È il mutaforma, è il paladino fedele che certe volte dà ascolto al proprio animo triste e cede alle tenebre; per l’eroe Jordan è l’alleato migliore, ma è anche un costante invito a restare in guardia, a farsi più forte degli imprevisti. Rodman è il matto dei tarocchi, il folle illuminato senza cui il mondo non starebbe in piedi. Phil Jackson è un alchimista, uno che sa somministrare gli ingredienti nelle giuste dosi, un incantatore che sa cambiare idea e farla cambiare agli altri. E Toni Kukoč è veramente White Magic, la magia bianca. Il potere che ricrea ciò che Jordan inevitabilmente distrugge, che guarisce le incrinature dello spirito di Pippen, che raddrizza le storture di Rodman e vede la realtà dietro gli incantesimi di Coach Jackson. “In molte occasioni”, ricorda Kukoč, “era difficile concentrarsi sulla partita, in America. Arrivava la notizia di un attacco nella città dove viveva mia zia, c’erano case che bruciavano, entrambi i miei cugini erano nell’esercito e non si avevano loro notizie da dieci giorni, nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Non si poteva mettersi a giocare davanti a 24.000 persone che si divertono, bevono birra e mangiano popcorn semplicemente spegnendo e accendendo un interruttore”. La magia bianca di Toni Kukoč è anche il potere che ti resta nelle mani quando sopravvivi alla guerra, perché si tratta sempre di sopravvivere anche se non rischi la vita in prima persona. La forza silenziosa, pacifica e stabile di chi ama con sincerità la bellezza del basket e le battaglie dissimulate sul parquet, perché sa quanto sia brutto il mondo fuori dal parquet e quanto siano orribili le guerre reali.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass