Kyle Lowry – A human pit bull on the court

Pubblicato da Davide Piasentini il

Volevo essere Allen Iverson, Damon Stoudamire, Tim Hardaway. Volevo essere un All Star. Volevo essere dannatamente bravo e vedevo un sacco di persone che volevano ostacolarmi. Pensavo: Riuscirò a trovare il modo di fare le mie cose e se non andremo d’accordo, che vadano a farsi fottere”.

Kyle Lowry.

Uno sguardo intenso e un “vaffanculo” tatuato a caratteri cubitali sulla fronte. Ruvido nel suo modo di interpretare l’agonismo in campo. Sempre l’ultimo a mollare, perché no, non è dato sapere se ci sarà un’altra occasione per fare la differenza.

Nel mio quartiere, oltre la famiglia, era molto difficile fidarsi di qualcuno. Nessuno si fida di nessuno”.

North Philly, born and raised.

Kyle è cresciuto con pochi riferimenti nella sua vita. Mamma Marie, il fratello Lonnie e la nonna materna. Queste erano le uniche persone a cui dava ascolto. Le uniche che rispettava e di cui si fidava davvero. In questa piccola lista il padre non c’è. Se n’è andato quando aveva 7 anni ma questa assenza non è mai stata una scusa per lui.

Kyle non si è mai sentito “il figlio abbandonato”. Non sarebbe stato giusto nei confronti della sua famiglia. È uno leale, Kyle Lowry, e questo forse è il suo più grande pregio.

Fidarsi della gente è sempre stato il suo vero problema. Anche nella pallacanestro. La sua durezza mentale l’ha protetto nei momenti più difficili ma l’ha anche affossato, il più delle volte senza nemmeno rendersene conto, in quelli decisivi.

Gli allenatori con cui ha legato possono contarsi sulle dita di una mano. Per quelli che l’hanno deluso, invece, non basterebbero nemmeno quelle dei piedi. Campione NBA 2019, medaglia d’oro olimpica, sei volte All Star. Kyle Lowry è una delle più toste point guard della NBA. Probabilmente uno dei giocatori più sottovalutati dell’ultimo decennio.

Non è uno alla ricerca di grandi consensi, non vive e muore sull’onda del successo. Ha sempre giocato a basket puntando all’autenticità, cercando contesti che lo mettessero in condizione di essere sé stesso, senza bisogno di conformarsi o di modificare il proprio carattere.

Non è stato facile, soprattutto all’inizio. Pensare di fare il professionista senza alcuna intenzione di conformarsi o adattarsi ai vari contesti è folle presunzione. Kyle aveva un’idea distorta della pallacanestro. Pensava che tutti fossero suoi nemici, che volessero ostacolarlo nella sua ascesa. Ci è voluto un po’ di tempo ma, alla fine, ha capito che l’unico problema della sua carriera erano proprio le zone d’ombra della sua personalità.

Il primo allenatore a conquistarlo è stato Jay Wright a Villanova University. Kyle gioca con i Wildcats per due stagioni dal 2004 al 2006 e cresce tantissimo sotto il profilo umano. Poco prima dell’inizio del suo anno da freshman si rompe il crociato ma questo non gli impedisce di giocare quasi la totalità della stagione.

A human pit bull on the court

La sua forza mentale affascina tantissimo Coach Wright. Tra di loro nasce un legame speciale. Per la prima volta nella sua carriera, Kyle si fida ciecamente di un allenatore e diventa un giocatore chiave della squadra. Il periodo con i Wildcats è uno dei più importanti e formativi per la sua crescita individuale. Al college rimane due anni e poi sceglie la strada della NBA, anche se molti addetti ai lavori non credono che possa diventare un giocatore da quintetto.

Viene scelto bassino, alla numero 24 dai Memphis Grizzlies, complici anche dei problemi di salute legati ad uno dei suoi reni, ma tutto questo non fa altro che alimentare il suo fuoco competitivo. Tra Memphis, Houston e Toronto, Lowry passa le prime stagioni NBA a litigare con allenatori e compagni.

Tutti riconoscono le sue doti. È un grande agonista, uno che difende forte e che in attacco dà tutto sé stesso ma non è un buon compagno di squadra. Nessuno glielo dice in faccia perché ci vuole coraggio ad affrontare uno col il suo temperamento. A Toronto  Coach Dwane Casey gli preferisce inizialmente Josè Calderon, mentre il rapporto con la stella DeMar DeRozan è talmente freddo da intorpidire qualsiasi silenzio.

Non si scambiano nemmeno i numeri di telefono. Si ignorano quasi totalmente. Due fottuti estranei

La svolta, manco a dirlo, arriva nella stagione 2013/2014. Il suo passaggio ai New York Knicks sembra cosa fatta ma l’affare, all’ultimo secondo, salta. Il suo percorso di redenzione cestistica in terra canadese passa proprio da questa mancata trade, preceduta da un duro faccia a faccia col nuovo GM Masai Ujiri e proseguita dal sodalizio tecnico con DeRozan, che diventa in poco tempo uno dei suoi più grandi amici, e dal chiarimento con Coach Casey.

Lowry inizia a fidarsi un po’ più degli altri e un po’ meno, invece, di sé stesso. Una crescita che ha avuto un ulteriore momento di svolta con la nascita del primo figlio Karter, un avvenimento che ha gli ha fatto osservare la vita da un punto di vista differente. Più maturo e consapevole.

Gli errori commessi nel passato, anche quelli, hanno rafforzato la sua evoluzione. Alla fine Kyle l’ha capito.

Ha capito che il nemico più grande di Kyle Lowry era Kyle Lowry.

(Racconto tratto dall’episodio 2 del podcast “Love For The Game“).


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.