Lonzo Ball – L’alba di New Orleans

Pubblicato da Davide Piasentini il

L’alba di New Orleans non è come tutte le altre. Nella Big Easy ogni cosa è differente. Da sempre. Ancor più dopo le ferite profonde inflitte alla città dall’uragano Katrina.

La luce inizia ad accarezzare il Mississippi River con dolcezza, scoprendone delicatamente le increspature. È incredibile come la natura riesca a far sembrare ogni cosa così vivida ed eterna. Come se tutto progredisse e, allo stesso tempo, fosse meravigliosamente sospeso.

Lonzo Ball è arrivato a New Orleans da qualche giorno, pronto per iniziare la sua nuova esperienza con i Pelicans, e ha deciso di alzarsi più presto del solito per farsi una passeggiata lungo le strade della città. Nel riverwalk, a due passi dal Quartiere Francese, non c’è praticamente nessuno.

Il silenzio avvolto dal rumore del Mississippi, in attesa che la città che si svegli.

Lonzo indossa una felpa pesante con il cappuccio alzato. Non l’aveva mai vista così, New Orleans. Nemmeno quando ci era venuto a giocare con i Los Angeles Lakers le stagioni precedenti.

Il fiume, le strade, i palazzi e poi, laggiù, il Crescent City Connection a dominare l’orizzonte. Il cielo è diviso quasi a metà. Da una parte delle nuvole scure che se ne stanno andando via, spinte a gran forza dal vento, dopo aver rinfrescato per tutta la nottata. Dall’altra un azzurro terso, limpido. Il giorno che verrà attende il suo turno rispettosamente.

Lonzo Ball osserva tutto in rigoroso silenzio. Nemmeno un sospiro può permettersi di interrompere quella meraviglia. È il momento migliore per ripensare a tutto quanto. Perchè ci sono attimi nella propria vita in cui bisogna avere il coraggio di mettere un punto e andare a capo. Iniziare a scrivere la propria storia da un foglio bianco.

Lonzo ricorda di aver sempre giocato a basket. Lo fa da quando ha compiuto 2 anni, spinto e motivato ogni giorno da papà LaVar. Non potrà mai dimenticare i lunghissimi allenamenti preparati per lui dal suo vecchio, così come le partitelle 1vs1 giocate nel cortile di casa a Chino Hills quando aveva 12 anni.

LaVar non sapeva affatto giocare. Non sapeva tirare e nemmeno palleggiare ma distruggeva il figlio ogni volta, sfruttando il suo strapotere fisico. LaVar era grosso e alto, con una muscolatura di granito. Lonzo finiva sempre col culo per terra. Veniva sistematicamente spazzato via, sia a livello fisico che mentale. Merito dell’isterico trash talking di LaVar.

Lonzo Ball è cresciuto con la pallacanestro nel sangue. Ha dedicato ad essa quasi ogni istante della sua vita. In silenzio, con determinazione e umiltà, cercando in ogni modo di nascondere le sue debolezze. Ha sviluppato da subito una naturale predisposizione per la spettacolarità.

Precisione, visione, creatività…e istinto. Si è capito sin da piccolo che Lonzo non era uno come gli altri. Tempi di gioco superiori e capacità di vedere cose sul parquet che nessuno avrebbe potuto immaginare. Un playmaker in grado di correre a tutto campo e di manipolare il destino di una partita.

Un sogno giocare assieme a lui. Ball è un giocatore che sa trascinare i compagni e migliorarli solo per il fatto di essere al loro fianco. Con Lonzo è facile.

Basta correre assieme a lui in transizione e, prima o poi, la palla arriva. In ritmo, con i tempi giusti.

Chiedete alla Chino Hills High School o a UCLA, University of California at Los Angeles. Due programmi sportivi in difficoltà che vengono letteralmente stravolti in positivo dal suo passaggio. Al liceo con gli Huskies riscrive ogni record della scuola, chiudendo con una tripla doppia di media il suo anno da senior e con la vittoria del titolo statale

Nell’ultima stagione il record dice 35-0. Lonzo vince anche il Naismith Player of the Year 2016, premio per il miglior giocatore nazionale a livello di high school.

Nella sua unica stagione a UCLA, quella 2016/2017, trasforma i Bruins in una straordinaria espressione di pallacanestro offensiva. Li porta fino alle Sweet Sixteen e termina l’annata con 274 assist, record individuale per singola stagione nella storia dell’ateneo californiano. Nonostante una meccanica di tiro esteticamente brutta e disarmonica, le sue percentuali sono spaventose: oltre il 50% dal campo, oltre il 40% da tre punti.

Mio figlio è migliore di Steph Curry
Vincerà il Rookie of the Year
Porterà i Lakers ai Playoffs con 50 vittorie in regular season

Lonzo non fa nemmeno in tempo a giocare una singola partita in NBA che papà LaVar gli ha già messo un bersaglio bello grosso sulla schiena. Il giovane Ball viene scelto dai Los Angeles Lakers al Draft 2017 con la seconda chiamata assoluta ma a far parlare di sé è solamente LaVar.

Onnipresente in televisione, giornali e social media con dichiarazioni folli e sfrontate. LaVar esalta esageratamente i suoi figli, tre in totale compreso Lonzo, a tal punto da suscitare una sana antipatia verso chiunque porti il cognome Ball. Certo, in molti lo trovano simpatico e originale, ma altri proprio non lo sopportano. Non sopportano LaVar e non sopportano nemmeno Lonzo, definito frettolosamente:

Flop. Bust. Overrated.

Dal giorno 0 aspettano tutti un suo errore per poter ridere in faccia al padre LaVar. Ah già, dimenticavo. I Ball hanno anche un loro marchio di scarpe.

BBB. Big Baller Brand. Lonzo deve indossarle e non può fallire, altrimenti a rimetterci sarebbe non solamente la sua carriera ma anche la sua famiglia.

In mezzo a tutto questo caos, Lonzo rimane fedele a sé stesso. Resta in silenzio e aspetta che la tempesta sia passata. Non è facile, però. Los Angeles è una piazza molto esigente e il suo inserimento nella lega non è dei più semplici. Tanti problemi fisici condizionano il suo processo di adattamento alle dinamiche dei professionisti. Il talento, invece, per chi lo sa cercare, è sempre lì. Ogni volta che sembra sul punto di esplodere, però, si fa male.

Due anni con i gialloviola. Uno senza e uno con LeBron James, il suo idolo da quando era un ragazzino perdutamente innamorato del gioco. Uno spartiacque naturale per la sua carriera, quello di giocare con “Il Prescelto”, che lo mette presto di fronte alla dura realtà delle cose. LeBron chiede alla dirigenza di prendere Anthony Davis da New Orleans.

Lonzo, assieme ad altri, diventa il pacco da scambiare.

Non sarà lui a portare i Lakers ai Playoffs e nemmeno ad affiancare LeBron James nella sua prossima impresa leggendaria. Durante la post season 2019, Ball viene spedito a New Orleans nell’ambito del trasferimento di Anthony Davis a Los Angeles. Il momento più delicato e significativo della sua carriera è arrivato.

Lonzo decide di concentrarsi finalmente su sé stesso. Disilluso dal suo mito, tradito dal suo sogno, intossicato dal padre. Vuole lasciarsi alle spalle tutta questa merda e iniziare un nuovo percorso. Non vuole più che la gente parli o scelga per lui. Lonzo Ball vuole far conoscere al mondo il vero Lonzo Ball.

Sono io che controllo tutto ora. Nessuno può dirmi cosa fare. Questa è la mia vita, la mia carriera. Ora sono io che prendo tutte le decisioni”.

Lonzo traccia una linea e sceglie attentamente le persone da avere al suo fianco. “Licenzia” LaVar, dicendogli di fare il padre, e basta, e straccia in mille pezzi il bersaglio incollato da anni sulla sua schiena. La tempesta è passata. Il vento l’ha soffiata lontano.

Dall’altra parte dell’arcobaleno c’è Zion.

Il Mississippi scorre davanti ai suoi occhi, perdendosi nell’orizzonte. Si rinnova continuamente, lasciando traccia del suo passaggio.

Tutto ha senso ora.

(Racconto tratto dall’episodio 3 del podcast “Love For The Game“).


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.