Jaylen Brown – Mr. Two-way

Pubblicato da Leandro Nesi il

The Game is slowing down for Jaylen Brown.

Il Gioco per Jaylen Brown sta rallentando.

Guardandolo all’opera oggi rispetto al giorno in cui è entrato nella Lega la sensazione è evidente: il ragazzo classe ’96 dalla University of Berekley capisce molto meglio quello che succede attorno a lui, ne è maggiormente consapevole, al punto che il Gioco sembra quasi essere rallentato ai suoi occhi.

In parte questa è un’osservazione che vale per tantissimi giocatori NBA: l’approdo nella Lega è complesso perché ritmi di gara e tempi di gioco sono talmente rapidi rispetto al resto (college/Europa) che è necessario quasi sempre un periodo di adattamento. Eppure nel suo caso questo processo ha subito una forte accelerazione portandolo a miglioramenti a vista d’occhio, sera dopo sera. 

La capacità che ha avuto Jaylen Brown di imparare dai suoi errori e di crescere tatticamente, tecnicamente e all’interno della squadra, ha veramente pochi eguali.

Da giocatore arrivato in NBA con alte aspettative e dichiaratosi eleggibile dopo appena un anno di College, scelto alla #3 dai Boston Celtics dietro Ben Simmons e Brandon Ingram, Brown è entrato nella Lega come strepitoso prospetto difensivo e con enorme upside offensivo. Se in difesa già dal giorno uno aveva mostrato lampi da giocatore d’élite, in attacco parliamo di un diamante grezzo e tutto da costruire: scelte da ricalibrare, meccanica di tiro da registrare, eccellente giocatore di transizione per la somma fisico + atletismo, ma proprio questo suo eccellere nel particolare lo ha portato spesso a sbattere contro le difese. Per il primo Jaylen Brown esisteva quasi unicamente una via, quella del ferro, aggredito  e puntato con continuità. Quel che mancava era capire quando arrestarsi, quando scaricare, quando cambiare ritmo. In aggiunta, un ball handling non perfetto, specie con la mano sinistra, lo ha ulteriormente limitato nello sviluppo.

Con progressi non del tutto rassicuranti nei primi anni e lacune tutte da colmare, in tanti hanno storto il naso quando, ad ottobre di quest’anno, Brown ha ricevuto dai Boston Celtics un rinnovo per quattro anni per un totale di 115 milioni di dollari. In un sistema come l’NBA, in cui quanto produci deve essere direttamente correlato a quanto guadagni, i biancoverdi hanno investito in maniera pesante sul ragazzo. E Jaylen, a pochi mesi da quella firma, sta dimostrando di valere ogni penny investito dai Celtics e che la scommessa di Danny Ainge di puntare su di lui può definirsi vinta.

Nelle 28 occasioni in cui sia lui che Tatum hanno segnato più di 19 punti, Boston ha vinto 25 volte. Vuol dire qualcosa? Forse sì. Vuol dire per esempio che Boston ha bisogno girino entrambi i suoi due “ragazzini terribili”, ma vuol dire anche che quando girano (e in particolare quando gira Brown) i Celtics vanno alla grande. Ad ora, con la stagione sospesa, Brown è in linea per chiudere l’annata con il massimo in carriera per punti (20.4), assist (2.4) e rimbalzi (6.6). A complemento coreografico, ha anche vinto il Player of the week della Eastern Conference un paio di volte, di cui una a seguito della prestazione monstre della notte di Natale contro i campioni in carica di Toronto. 

Ha lavorato tantissimo sui suoi punti deboli, e i miglioramenti si riassumono nei dati grezzi sul tiro: 49% dal campo, 38% da tre e, soprattutto, è il 76imo percentile NBA in punti per tiro tentato, ovvero solo un giocatore su quattro fa, con un tiro, più punti in media di lui. In questo, il sistema di Stevens e il roster dei Celtics lo aiutano enormemente. Se da un lato è vero che Brown ha spesso e volentieri l’accoppiamento difensivo più difficile, è anche vero che in attacco viene “trascurato” a scapito di altri: Tatum viene preso dal miglior difensore degli esterni avversari, poi ci sono Kemba ed Hayward da marcare e, ad oggi, Hayward ha ancora un accoppiamento più difficile di lui in attacco. Questo significa che Jaylen ha un matchup quasi sempre favorevole o atleticamente o fisicamente. La vera differenza con l’anno passato è che oggi il 7 dei Celtics è quasi sempre in grado di riconoscere quel mismatch e colpirlo dove farà più male. La sua capacità di leggere quel vantaggio e concretizzarlo è il vero plus del suo gioco versione 2019/20.

Se il difensore è più alto e lento e in semi-transizione è costretto a lasciare un metro, Jaylen si arresta da tre e lascia andare la bomba. Questa è una soluzione che oggi Brown tenta (e segna) con ragionevole regolarità, mentre come detto non più di un anno fa aveva la sola via del ferro in testa. Ora attacca con calma, porta il difensore dove crede di avere maggior vantaggio, cambia ritmo di corsa, si ferma sul posto ma tenendo sempre il palleggio vivo e decide come colpire rispetto alla scelta del diretto marcatore, se con un jumper dal midrange o attaccando il ferro dopo un crossover.

Questa capacità tutta nuova e sviluppata al massimo di decidere cosa fare è figlia di quanto oggi Brown capisca meglio quello che succede attorno a lui, di come sia migliorato nei fondamentali e di come, ritornando all’inizio, il Gioco sembri rallentato rispetto al suo decision-making.

I numeri aiutano a capire quanto non soltanto quanto sia migliorato rispetto a quel talento fisico e atletico con spiccata propensione difensiva del giorno 0, ma quanto ormai Brown sia un giocatore davvero forte: dal midrange è oggi addirittura più efficiente di uno specialista come Gordon Hayward. Tira infatti con un incredibile 51.4% dai 2 ai 5 metri. L’anno scorso, dalla stessa distanza, tirava con il 42%.

Nei tiri liberi, cruciali per un giocatore che comunque nasce per attaccare il ferro, è passato dal 65% della passata stagione al 74% della stagione in corso.

Un’analisi dei filmati aiuta invece a capire quanto sia migliorato nei fondamentali: il ball handling era sotto average e motivo quasi di preoccupazione fra gli scout NBA. Oggi per essere nominalmente il terzo/quarto violino di Boston è nettamente sopra la media, in linea con tante solide star della Lega. La mano sinistra, con cui anche soltanto un anno fa era impossibile tirasse, oggi è usata in maniera eccellente per appoggiare al ferro attaccando dopo il crossover o per la preparazione dell’arresto e tiro. 

Tutti questi miglioramenti sono conseguenza dell’intelligenza di Brown e della sua volontà di migliorarsi, di capire il Gioco e di sforzarsi di analizzare quali fossero gli errori che serialmente commetteva. Il famoso rallentamento rende molto più semplice e fluida la sua pallacanestro e molto meno frequenti gli errori di gioventù.

C’è un altro punto importante, quasi cruciale: l’aspetto caratteriale [di cui si trova un approfondimento nel podcast Love For The Game, realizzato con Davide Piasentini]. Jaylen è un ragazzo intelligente che vuole dare l’impressione di essere sicuro di sé. Proprio per questo fin dal suo ingresso nella Lega lo si vedeva attaccare il ferro con (eccessiva) costanza: eseguiva molto semplicemente quello che riusciva a fare meglio senza avventurarsi nei suoi limiti o negli aspetti ancora da costruire o sviluppare.

Destrutturare quella sicurezza e costruirne di nuove lo sta migliorando a vista d’occhio.

Allo stesso modo, se vogliamo, la sua sicurezza è la sua più grande debolezza in difesa. È evidentemente un giocatore che fiero delle proprie capacità nella metà campo difensiva, e ne ha ogni ragione: quando però viene battuto tende a “rimanere con la testa” all’azione precedente, rischiando spesso di essere bucato anche nell’azione successiva. È una debolezza su cui ha la necessità primaria di lavorare, perché se non esiste il difensore perfetto che non fa mai segnare l’avversario, può e deve esserci il difensore che non regala mai un possesso all’attaccante. É questione di concentrazione, di focus. Abbondantemente nelle sue corde.

I margini di miglioramento sono quindi evidenti e in aspetti ben inquadrati: la concentrazione in difesa, il non abbassare la testa in attacco, il cercare soluzioni comode e profittevoli quando chiamato a fare una scelta.

Dove invece Brown deve migliorare tanto è nel coinvolgimento dei compagni. Passa poco e male il pallone mentre proprio capire quando scaricare potrebbe ulteriormente aprirgli la via del canestro. I suoi 2.4 assist a partita testimoniano come raramente, una volta messa palla per terra, individui un compagno aperto. Eppure, proprio per il suo gioco nel midrange e nel pitturato Brown tende a far collassare tanto la difesa su di lui quindi la prima parte è eseguita nel migliore dei modi. Quella palla non viene scaricata non per egoismo, ma per mancanza della lucidità necessaria e della visione necessaria. Il Gioco non è ancora rallentato abbastanza al punto da fargli cogliere quelle finestre spazio-temporali in cui affidare il pallone ad un compagno smarcato. Quanto fatto vedere in questa prima parte di anno fa ben sperare e anzi, fa quasi venir voglia di scommettere che il prossimo anno Jaylen chiuderà la stagione attorno ai 5 assist di media.

I Boston Celtics, Danny Ainge e Brad Stevens hanno mostrato enorme fiducia verso Jaylen: la terza scelta prima, minuti importanti poi, il rinnovo da 115 milioni di dollari come ultimo tassello. Un attestato di stima, considerato che nei Celtics e nel ruolo di Brown gioca Tatum, il go to guy in the making dei biancoverdi. La scommessa di Ainge e Stevens è che non solo i due riusciranno a convivere, ma anche che riusciranno a vincere. Insieme. 

Dovessero davvero riuscire è altamente probabile che gli onori della cronaca li prenderà Jason, quello talentuoso, quello dei tiri impossibili e che riempirà i boxscore alla voce punti con i suoi canestri, anche decisivi. Non è però difficile immaginare che, davvero Boston dovesse vincere, gran parte del merito andrà attribuito al two-way player con la numero 7, il ragazzo che è tanto migliorato in attacco e tanto orgoglioso della sua difesa.

Già. 

L’orgoglio. 

Alla fine, a Boston, è ancora e sempre questione di Pride.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.