Allen Iverson – Army of one

Pubblicato da Roberto Gennari il

So I’ll never say die, I’m never untrue
I’m never so high as when I’m with you
And there isn’t a fire, that I wouldn’t walk through
My army of one is going to fight for you

Raccontare Allen Iverson è impossibile, perché tutto quello che c’è da dire su Allen Iverson è già stato raccontato da qualcuno che l’ha fatto prima di me e soprattutto meglio di me. Non è possibile farlo per cifre, perché tra i trenta punti della partita d’esordio e i 13 della sua ultima apparizione in maglia Sixers sappiamo già tutto.

Non è nemmeno possibile farlo per aneddoti  perché tutti noi che amiamo la palla a spicchi abbiamo scolpiti nella mente il crossover a Michael Jordan nell’anno da rookie, AI che solleva il Maurice Podoloff Trophy, la camminata con cui scavalca Tyronn Lue nelle Finals del 2001, la conferenza stampa talkin’about practice, il premio di MVP dell’All-Star Game e where’s my coach? sappiamo già tutto. Serve un’altra chiave di lettura, chiamiamola intimistica se credete. Raccontare Allen Ezail Iverson attraverso quello che ha scaturito in una generazione di appassionati di basket.

Stupore.

Uno scricciolo di un metro e ottantatré (misurato con le scarpe, com’era in voga all’epoca) per accreditati 74 chili non può vincere in questa lega di colossi. Non può farlo, perché se sei un metro e ottanta o giù di lì ti portano in post basso anche in C gold e non c’è mismatch che tenga, se anche in attacco superi il tuo marcatore arriva il lungone in aiuto e sono dolori. Figurarsi vincere quattro titoli come miglior realizzatore NBA, figurarsi diventare il faro di una città che era orfana di grandi campioni dall’addio di Charles Barkley e che era precipitata a un misero 18-64 prima dell’arrivo del numero 3 da Georgetown. Una scelta che ad alcuni fece quasi storcere la bocca, un po’ perché c’era Marcus Camby che all’epoca sembrava molto più NBA-ready, se non altro per la prestanza fisica, un po’ per certe cattive frequentazioni del figlio di Ann Iverson, che sembravano poterne minare la capacità di restare focused on basketball, al netto del talento che era parso da subito a tutti abbastanza palese – ma non era così scontato che i quattro mesi trascorsi in galera a diciassette anni avrebbero contribuito a mettere insieme una durezza mentale senza pari. Auspicabile sì, ma non scontato. Così come non era scontato che Iverson avrebbe scelto il basket: in fondo, nel 1993 vinse l’Associated Press Award come High School Player of the Year della Virginia nel basket ma anche nel football americano. Federico Buffa riportava su di lui una battuta divertente, ma forse vera solo in parte: Iverson scelse di giocare a basket anziché a football perché nel basket non era obbligato a passare la palla. Ma alla fine, col senno di poi, ventiquattro anni dopo, leggiamo quello che Allen è riuscito a fare in NBA, spesso solo contro tutti: un esercito di una sola persona che ha giocato 11 all-star game consecutivi, ha vinto il titolo di MVP nel 2001, quando ha guidato la Lega sia per punti che per palle rubate, impresa peraltro bissata l’anno successivo. La prima impressione che si ha, guardando Iverson nei suoi pantaloncini oversize e poi leggendo le nude cifre che è stato capace di mettere insieme, è quella di stupore. Come può un uomo così gracile aver saputo fare quello che ha fatto, combattendo notte dopo notte contro i più forti giocatori di basket al mondo?

Meraviglia.

Sono giunto a una conclusione di cui voglio mettervi a parte: si può anche non amare Iverson – anche se personalmente non so bene come ciò possa essere possibile – ma è impossibile negare che sia stato uno dei giocatori che più ci ha fatti restare a bocca aperta, ci ha regalato quel fremito sotto pelle che ci accompagna quando abbiamo la sensazione che qualcosa di spettacolare stia per succedere. Diventiamo sordi e impermeabili dietro al noioso e stucchevole ritornello di chi ci ripete che con lui non si sarebbe mai potuto vincere il titolo, che alla lunga vincere è la sola cosa di cui ci si ricorda, e lo diventiamo per un fatto che è personale e insieme squisitamente tecnico. Possiamo anche staccare Allen dal suo background, possiamo non sapere niente di lui e di tutto quello che ha dovuto attraversare, nella vita e nel basket, per arrivare dove è arrivato, e pertanto astrarci da quella categoria dei beautiful losers che rende certi giocatori degni di essere amati forse anche al di sopra dei loro effettivi meriti cestistici. Possiamo farlo. Eppure, vedendo Iverson sul parquet, vederlo tuffarsi su ogni pallone in difesa, o buttarsi dentro l’area incurante dei contatti, vederlo andare al ferro o arrestarsi dietro l’arco per una tripla, ci restituisce quel senso di autentica meraviglia che ci fa diventare come il colonnello Aureliano Buendìa che da bambino va a conoscere il ghiaccio. Gli highlight delle migliori giocate di Iverson sono uno dei video di basket che ho guardato più spesso su YouTube, il DVD che lo racconta quello che più ho consumato. Aver potuto vedere all’opera un giocatore simile mi ha trasmesso la stessa sensazione che avevo avuto da bambino la prima volta che ho letto un fumetto di Spider-Man, che all’epoca si chiamava L’Uomo Ragno: ogni volta che lo vedevo arrampicarsi su una parete  o volteggiare tra i grattacieli, mi chiedevo: “ma come fa?” E la stessa cosa mi è capitata guardando Iverson sul rettangolo di gioco. Vederlo fare cose che non avrebbe potuto fare, con quel fisico così normale paragonato ai giganti della NBA, mi ha restituito quel sense of wonder che è, sostanzialmente, alla base di tutta la letteratura fantascientifica mondiale, in lui trasposto sul campo da basket.

Rispetto.

Once I had my heroes
Once I had my dreams
But all of that is changed now
They’ve turned things inside out
The truth is not that comfortable, no

That’s when I reach for my revolver è una canzone della post-punk band Mission of Burma pubblicata nel 1981 e portata alla fama nel 1996 dall’artista inglese Moby. Giorno più giorno meno, la canzone cercava di farsi strada tra le hit (inglesi, soprattutto) mentre Iverson sudava ai training camp prestagionali coi Sixers. Quella che potete ascoltare nel video è la mia versione preferita di questo brano, che ha un background abbastanza complicato e che in questa sede è inutile spiegare. Il punto, tornando ad Allen Ezail, è che è stato sempre impermeabile a tutte le critiche che gli sono piovute addosso, principalmente perché per lui restare fedele a sé stesso non era importante, era l’unica cosa che contava. E la reazione a chi riesce a giudicare un giocatore come Iverson solo attraverso parametri come vittorie, sconfitte, anelli è istintiva. Quando sento qualcuno limitarsi a dire “Iverson non è un grande perché non ha mai vinto l’anello”, that’s when I reach for my revolver. Iverson ce l’ha detto chiaro e tondo. I don’t wanna be Jordan, I don’t wanna be Bird or Isiah, I don’t wanna be any of these guys. I want to look in the mirror and say I did it my way. E lo ha fatto, oh se lo ha fatto. Pagandone fino in fondo le conseguenze. Ma cosa ne ha avuto in cambio? L’amore incondizionato di milioni di tifosi nel mondo, che riconoscevano in lui non solo un giocatore di basket, direi piuttosto un modello, giusto o sbagliato, un’icona non tanto – o meglio, non solo – di un certo street style fatto di tatuaggi, abbigliamento oversize e rap politicamente scorretto, quanto piuttosto di un modo di giocare fatto di intensità e inventiva, cattiveria agonistica e creatività, velocità e durezza mentale, che non prevedeva altra opzione che non fosse quella di lasciare sul parquet ogni singola goccia di sudore, ogni stilla di energia, ogni briciola del proprio talento. E allora, se anche non ne avevi fatto il tuo idolo, dovevi comunque portargli rispetto.

Gratitudine.

La foto di copertina della rivista ufficiale della NBA dell’epoca, con Allen a torso nudo ma coi tatuaggi cancellati col fotoritocco. L’introduzione dell’NBA dress code, ovviamente applicato a tutti i giocatori ma in un certo senso modulato per limitare lui. Il suo disco di hip-hop che doveva vedere la luce nel 2000 e a cui David Stern chiese di modificare una parte del testo di una canzone, perché conteneva un linguaggio offensivo e violento, e che alla fine non venne pubblicato, su richiesta dello stesso Iverson, perché non esisteva, non esiste e non potrà mai esistere una versione edulcorata di Allen Ezail Iverson. Esisterà sempre questo army of one, che ha saputo venir fuori da difficoltà che molti di noi possono solo immaginare, che non era disposto ad essere un criceto in gabbia che si limitava a correre sulla ruota dello star system, ma che ne ha creato uno nuovo, plasmato a sua immagine e somiglianza, che aveva come unica opzione possibile il take it or leave it, prendere o lasciare. E ha funzionato, la cosa veramente fantastica, che gli permette ancora oggi di camminare a testa alta, è che ha funzionato. Gli ha permesso di accumulare premi individuali, di raggiungere le finali NBA con una squadra che tolto lui avrebbe faticato a raggiungere le top 16 di Eurolega, di rompere le uova nel paniere dei Lakers forse più forti di sempre, che sognavano il percorso netto nei playoff e che invece hanno visto il loro sogno infrangersi lì, sul granello di sabbia che danneggiava l’ingranaggio ben oliato, sulla variabile impazzita nel sistema altrimenti perfetto. Possiamo parlare quanto vogliamo di advanced stats, di schemi per l’attacco alla difesa schierata, di gestione della transizione offensiva, di come giocare bene un pick and roll, di quale sia un buon tiro da tre e quale no, di cosa significhi poter ridurre a matematica ed analisi ogni singolo aspetto di un gioco che è anche e sarà sempre contatti, sudore, sofferenza, imprevedibilità. Possiamo farlo e ha senso farlo, ne sono consapevole. Eppure c’è sempre quella canotta numero 3 dei Philadelphia 76ers che smuove quel qualcosa che sta lì, sopra lo stomaco e in mezzo ai polmoni, e ti ricorda che davvero, in fine e in fondo, se non c’è qualcosa che ti smuove gli istinti e le emozioni, beh, allora tutto il resto crolla come un castello di carte.

Strange infatuation seems to grace the evening tide
I’ll take it by your side
Such imagination seems to help the feeling slide
I’ll take it by your side
Instant correlation sucks and breeds a pack of lies
I’ll take it by your side
Over saturation curls the skin and tans the hide
I’ll take it by your side


Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.