Russell Westbrook- Why not to everything

Pubblicato da Davide Piasentini il

I only dunk on people

Nel 2015, Russell Westbrook rispose così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva il perchè non partecipasse mai alla gara delle schiacciate dell’All Star Game. A Russ non piacciono le cose finte, autoreferenziali, costruite con il solo scopo di intrattenere persone che sono troppo superficiali per cogliere la bellezza del gioco nelle sue piccole cose.

Non ha bisogno della gara delle schiacciate, Russell Westbrook, per volare al ferro ed incendiare di passione tutta l’arena. Lui schiaccia solo sulle persone. In faccia, in testa. Senza pietà.

With No Regard For Human Life.

Eppure, l’impetuosa pallacanestro di Brodie non è sempre stata così consapevole e personale. Nato a Long Beach, ma cresciuto a sud-ovest di Los Angeles, tra Hawthorne e Lawndale, Westbrook trascorre gran parte della sua adolescenza nei playground a giocare a basket. I suoi preferiti sono Rowley Park, il campetto vicino casa, e il meraviglioso Jesse Owens Park, a un paio di miglia dal Forum di Inglewood, la casa dello “Showtime” di Kareem e Magic.

Assieme a Russ c’è sempre il suo migliore amico. Si chiama Khelcey Barrs e vive dall’altra parte della strada rispetto a casa sua. I due sono inseparabili e tra i banchi del liceo condividono lo stesso sogno. Quello di giocare nella squadra di basket di UCLA. Khelcey viene considerato molto più forte di Russell dagli scout universitari. Di lui si parla un gran bene, tanto che la borsa di studio per UCLA sembra una pura formalità. Westbrook, invece, attira su di sé solamente college di secondo piano.

Russ e Khelcey sono un corpo e un’anima sola. Quello che succede in un pomeriggio di maggio del 2004 sfugge ad ogni logica. Durante una partitella, l’ennesima della giornata, Khelcey si ferma improvvisamente. Cade a terra e, dopo poche ore, muore. Il suo cuore si è bloccato così, mentre correva in contropiede verso il canestro avversario. Russell, che ha assistito a tutto quanto, non riesce a crederci. Inizialmente non riesce ad accettare di aver perso in questo modo il suo migliore amico.

Lo spazio di qualche giorno e, poi, la reazione. A 16 anni, Brodie riflette sulla fugacità della vita ed inizia un viaggio interiore sconosciuto per molti ragazzi della sua età. La delicatezza di ogni momento, la provvisorietà del presente e l’illusione della paura. Russ non teme di andare in profondità perchè, dopo la morte di Khelcey, ha capito che nella vita non va dato nulla per scontato.

Non c’è tempo per dubitare di sé stessi. Semplicemente non ce n’è.

Decide di caratterizzare la sua pallacanestro e la sua vita allo stesso modo. Fissa il suo mantra esistenziale. Una domanda che è di per sé già una risposta.

Why not?

Russell cambia radicalmente il suo approccio. Non vuole più porsi alcun limite. Nel basket, nella vita, in ogni cosa. “Why not to everything”. Si allenerà più duramente degli altri. Giocherà con più agonismo degli altri, come se non ci fosse un domani. Lo farà per sé stesso e per Khelcey. Scenderà in campo per entrambi e non potrà mai scendere sotto il 100% a livello di intensità e fuoco competitivo.

Russ inizia a prendere ogni cosa sul personale. Non lo fa per presunzione o per qualche delirio d’onnipotenza ma perchè solamente in questo modo riesce a dare tutto, a spingersi oltre i propri limiti. La sua clamorosa etica del lavoro si fonda su questi valori.

Ricordo tutto quello che mi è successo. Stare seduto in panchina alla high school. Stare seduto in panchina al college. Mi ricordo tutto. Non lo dimenticherò mai ed è questo che mi spinge a lavorare duramente, più di tutti gli altri, ogni giorno”.

Westbrook, infatti, non parte in quintetto fino al suo anno da junior al liceo. All’università il percorso è molto simile. Dopo essersi conquistato una borsa di studio a UCLA ed aver realizzato il suo sogno e quello di Khelcey, Russ impiega una stagione per conquistare Coach Ben Howland, che si innamora della sua difesa straripante e della sua aggressività sul parquet. Da sophomore, Westbrook si prende un posto in quintetto ai danni dell’infortunato Darren Collison, e forma una coppia splendida con Kevin Love.

Dopo essere stato eliminato alle Final Four 2008 dalla Memphis di Derrick Rose, Russell si dichiara eleggibile per il Draft NBA, rinunciando agli ultimi due anni di college.

"The Big O" Oscar Robertson e Russell Westbrook

Sam Presti lo sceglie alla numero 4 assoluta per i nuovissimi Oklahoma City Thunder. Il resto è storia. “The greatest dinasty that never was” con Kevin Durant e James Harden e quella maledetta finale di conference persa contro Golden State nel 2016, dopo essere stati in vantaggio sul 3-1, sono i punti più alti a livello di squadra delle sue 11 stagioni con i Thunder.

Dopo la partenza di KD nell’estate del 2016, Russ sceglie di restare a OKC e in molti ironizzano sul fatto che il suo essere un mangiapalloni accumulatore di statistiche possa andare decisamente fuori controllo.

Tutti scherzano e qualcuno lo prende pure allegramente per il culo. Lui no. Lui prende tutto dannatamente sul serio.

Il 9 aprile 2017 al Pepsi Center di Denver chiude la partita con 50 punti, 10 assist e 16 rimbalzi, oltre a segnare il canestro decisivo. OKC vince al supplementare. Russell registra la 42esima tripla doppia stagionale, superando il record di “the Big O” Oscar Robertson. Vince anche il premio di Most Valuable Player.

Chiuderà la regular season con una tripla doppia di media. Lo farà anche la stagione successiva e quella dopo ancora.

Una tripla doppia di media per tre anni di fila. Leggendario.

Ogni notte giocando la sua pallacanestro, non quella di qualcun altro. Ogni notte, Russ vive e muore con le sue idee. Autentico, sempre e comunque.

Dopo tre operazioni al ginocchio dalle quali è tornato il doppio più forte di quanto era prima di farsi male. Sempre il primo ad arrivare al campo di allenamento e l’ultimo ad andarsene. Ogni santissimo giorno.
Senza fare o dire mai nulla in pubblico per arruffianarsi la gente e creare facile consenso attorno a sé.

Uno vero. What u see is what u get.

Sul parquet sempre concentrato. Ogni partita senza eccezioni.
Una macchina da pallacanestro senza eguali nella storia del gioco.

Un ragazzo che spinge ogni secondo sull’acceleratore con tutta l’energia e tutta la voglia che ogni allenatore vorrebbe sempre vedere in fondo all’anima dei propri giocatori. Spesso prende fiato in difesa ma è talmente forte e trascinante in attacco che no, non puoi rimproverargli proprio nulla.

Per arrivare dove è arrivato, Brodie è passato esclusivamente attraverso il lavoro. Nessuna scorciatoia per gente come lui.

Si dice spesso, forse erroneamente, che Russell Westbrook si ama o si odia. Non mi nascondo: io faccio parte della prima categoria. Ieri, oggi e domani. Lo sarò sempre perchè, in fondo al cuore lo so, uno come lui non ci sarà mai più. I numeri spesso ti portano lontano dalle emozioni.

Non questa volta.


(Racconto tratto dall’episodio 7 del podcast “Love For The Game“).


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019). Scrive di NBA per La Gazzetta dello Sport.