Donovan Mitchell – Lead, don’t follow

Pubblicato da Leandro Nesi il

Quando si pensa a Donovan Mitchell e alla sua carriera NBA, viene in mente una delle migliaia di illustrazioni disegnate da Schulz, il “papà” di Charlie Brown, dove c’è raffigurato Snoopy in versione capo boyscout. Dietro di lui, l’amico volatile Woodstock insieme ad altri tre uccellini. Sulla vignetta, diventata poster, una scritta: Lead, don’t follow. 

Come vorrei vedere Mitchell (Art by Schulz)

Entrato nella lega in punta di piedi, con una scelta a fine lottery, Donovan Mitchell si è preso ben presto una comparison mica da ridere, quella con una delle migliori shooting-guard che abbiano mai giocato: Dwyane Wade. Fisicamente il confronto ci poteva stare: Dwyane più alto di almeno 10 centimetri, ma entrambi con fisici muscolosi, potenti, velocissimi soprattutto nei primi tre passi, con un’esplosività da urlo.

Mitchell è arrivato in NBA e, dal primo giorno, è stato il leading scorer dei Jazz. Da subito è stato caricato di responsabilità da parte di un front office, un allenatore e dei compagni che gli hanno dato enorme fiducia, come testimoniano i tanti tiri decisivi che coach Snyder pronti-via gli ha affidato. Poco importa che molti se non praticamente tutti quei tiri, il primo anno, siano usciti.

Due esempi su tutti: due potenziali game winners contro Miami in poco più di un mese. Nel primo una tripla aperta sbagliata. 

Nell’altro, un raddoppio di Spoelstra aveva costretto Donovan ad un tiro ai limiti dell’impossibile, tanto che la domanda che in molti si erano fatti era: “ma non la poteva passare?” Risposta: “No”.

Coach Snyder voleva che quel tiro, o meglio quel tipo di tiri li prendesse lui per formarsi caratterialmente, per capire una di quelle frasi mantra per alcuni sportivi:

Ever tried, ever failed. No matter, try again. Fail Again. Fail better”.

Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò ancora, fallirò meglio. 

Il tatuaggio sul braccio di Stan Wawrinka (Photo by Scott Barbour/Getty Images)

Un roster su misura

Quest’anno nello Utah c’è stata un’inversione di rotta sul roster, pensata per favorire l’ultimo step che manca a Donovan per essere quello di cui i Jazz hanno bisogno per arrivare in fondo: via Favors e Rubio, dentro Mike Conley e Bogdan Bogdanovic.

L’idea di base è stata quella di eliminare il doppio lungo (Gobert + Favors) e aprire il campo per Mitchell e le sue penetrazioni, con l’aggiunta di un eccellente giocatore perimetrale come Bogdanovic. Non dovendo dividere l’area con Favors, Rudy Gobert sarebbe stato più libero di prendere velocità dopo il blocco sulla palla. Anche perchè nelle ricezioni in movimento, lanciato a canestro, è pressochè inarrestabile.

I downsides

Non essendoci più Favors, con Gobert out Utah è andata spesso in difficoltà difensiva e, in parte, anche offensiva. Favors aveva sviluppato un’ottima intesa con Joe Ingles nei pick and roll, colonna portante del gioco offensivo del secondo quintetto Jazz. Oggi, né Tony Bradley né Ed Davis hanno saputo riempire il buco lasciato dalla sua cessione.

Un secondo problema è legato alla presenza di Mike Conley. Ad oggi, Mike sta disputando senza dubbio la sua peggior stagione in carriera da ogni punto di vista, dalla fiducia alle percentuali dal campo, dagli assist alle palle perse. In parte, la sua sofferenza è proprio dovuta a Mitchell: i due non solo hanno bisogno di tanta palla in mano, ma Mitchell è giocatore molto poco pericoloso se non ha il pallone. Quando Conley ha il pallone il difensore di Donovan può staccarsi e aiutare a centro area, complicando la vita dell’ex Grizzlies, di Gobert nel pick and roll e della circolazione di palla conseguente.

Non è un caso se con Conley fuori per infortunio i Jazz siano decollati nei risultati (anche se il calendario facile ha aiutato, e molto).

L'abbraccio di un nuovo ruolo

Nella stagioni in corso Mitchell ha toccato molte più volte la palla (75 contro 58 in media) e tenendola per più tempo (7 secondi contro 4 e mezzo di media). Per semplificare, è passato dall’avere il pallone quanto Buddy Hield ad averlo come Bradley Beal e Kemba Walker.

Ha cominciato a guidare l’attacco e non ad esserne parte. 

Ma guidare l’attacco, va da sé, non vuol dire per forza fare più punti. Il Mitchell pre infortunio di Conley segnava 20 punti a partita, gli stessi identici che ha segnato quando il playmaker si è infortunato. Quello che è diminuito però è il tempo in cui è off the ball, riuscendo così anche a nascondere la sua più grande debolezza, ovvero lo spot up: Donovan tira con un brutto 38% su 2.2 tiri in catch and shoot a partita, mentre arriva a quasi il 45% su oltre 9 tentativi dal palleggio.

Mitchell è uno di quei giocatori che può guidare un attacco proprio perché sa creare con la palla tra le mani: la combinazione di ball handling, velocità, capacità di penetrazione e tiro dal palleggio lo rende un dilemma notevole per le difese, specie se gioca il pick and roll con Gobert.

Donovan è nel miglior 20% in efficienza NBA per quanto riguarda il pick and roll e solo 2 giocatori in tutta l’NBA prendono più tiri di lui da portatori di palla nei giochi a due.

A long way to the top

Per un giocatore così, avere il campo allargato dai vari Ingles, Bogdanovic, O’Neal, vuol dire dargli la possibilità di esprimere al meglio il proprio potenziale, ma Mitchell ha ancora tanto, tantissimo su cui lavorare: ci sono 16 giocatori con una usage sopra il 30% quest’anno. Lui è uno di questi. In questi 16, fra i 16, Donovan è quattordicesimo in assist e dodicesimo per true shooting percentage dietro a LaVine e D’angelo russell, non due mostri di efficienza.

È quattordicesimo per percentuale di volte in cui va in lunetta e decimo per numero di tiri da tre che prende percentualmente il che vuol dire che prende tanti, troppi long two, intestartendosi spesso in soluzioni a bassissime percentuali. 

Ad ora, Mitchell non è ancora in grado di guidare “in solitaria” la propria squadra. Quando gioca con Gobert il net rating di Utah è +9.8, senza si scende a -5.3. Un punto focale è che Utah sembra avere a volte troppi giocatori che necessitano di palla in mano. Conley, Mitchell, Ingles. Tutti insieme hanno un net rating negativo. Ne togli uno qualunque dei tre e il net rating diventa positivo.

Il ruolo di coach Snyder

L’obiettivo di coach Snyder è capire come far convivere il proprio roster. Per ora, Conley ha giocato male e poco a causa degli infortuni ma i risultati di Mitchell pointguard potrebbero spingere coach Quinn a sperimentare un utilizzo dei due simile a quello che D’Antoni fa con Westbrook e Harden, ovvero di averne sempre almeno uno in campo facendo sì che i due giochino insieme non tantissimi minuti. Un altro spunto interessante potrebbe essere quello di andare a rubare parte del playbook di Oklahoma, che ha uno dei migliori net rating della Lega quando gioca con il quintetto con tre guardie (SGA, CP3, Schroder) più Gallo e Adams. Per farlo, però, servirebbe che Gobert diventasse più abile a passare la palla quando riceve in post alto, cosa in cui Adams quest’anno è migliorato molto, mentre il francese è rimasto deficitario palla in mano. Per quanto sia senza dubbio uno dei migliori lunghi difensivi di tutta l’NBA, la sua mancanza quasi totale di talento e skills offensive lo relega ad un giocatore difficile da avere in squadra, anche e soprattutto ai playoff. 

Guardando lontano

Donovan ha tutto per diventare una point-guard moderna e vincente, e il cammino che quest’anno ha intrapreso Utah è proprio quello di trasformarlo in pointguard, seguendo il cammino già percorso da due shooting guards trasformate negli anni in efficienti PG, come Harden e Beal.

Di quel che l’ha portato a questa fase della sua carriera se ne è parlato con Davide Piasentini nel podcast “Love for the Game” nell’episodio proprio dedicato a Mitchell.

Il lato positivo per Utah e Donovan Mitchell è che il ragazzo ha 23 anni. A quell’età, Harden era al suo primo anno a Houston, quindi nel suo primo anno da titolare. Beal scollinava per la prima volta i 20 punti a partita in carriera. Mitchell è alla sua terza stagione NBA, Harden era alla quarta, Beal alla quinta. Utah ha per le mani un potenziale fuoriclasse.

L’obiettivo è fargli fare al più presto possibile quel salto senza il quale Utah è destinata a fermarsi ai primi turni dei durissimi Playoff della Western Conference NBA.

L’obiettivo è metterlo al centro dell’attacco, rendendolo come lo Snoopy del poster.

Capo scout, con scritto chiaro in mente:

“Lead, don’t follow”.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.