Bill Bradley – Veni, vidi, vici

Pubblicato da Luca Picco il

Nell’opera letteraria “Vite parallele” del biografo e storico greco Plutarco un capitolo è dedicato alle imprese belliche di Caio Giulio Cesare il quale, nell’annunciare a Roma la straordinaria rapidità della spedizione militare con cui il 2 agosto del 47 a.C. contro l’esercito di Farnace II del Ponto a Zela, nel Ponto, la veloce e implacabile vittoria, scrive al suo amico Marzio tre sole parole latine: veni, vidi, vici.

Venni, vidi, vinsi. Dal modo secco e dall’apparente facilità con cui il protagonista arriva sul campo, si guarda in giro, pensa e valuta la situazione e poi conclude con poche e semplici mosse la battaglia ottenendo una sonante vittoria, può generare una sorta di parallelismo e collegamento mentale con le imprese di un giocatore che nella vita ha ottenuto molto, certamente lavorando tanto e sodo, anche grazie ai propri indubbi mezzi atletici e intellettuali.

La facilità e la velocità di pensiero assoluta, unita a quella predisposizione alla pallacanestro che c’entra poco con l’altezza ma riguarda più il saper stare in campo e saper sfruttare le proprie caratteristiche uniche, lo hanno reso un rivoluzionario e un protagonista della pallacanestro europea di fine anni sessanta e successivamente dell’NBA. Vincendo ovunque sia andato.

Non possiede una tecnica stilisticamente perfetta, carica il tiro con la spalla destra più bassa, il suo arresto e tiro avviene con le ginocchia leggermente divaricate ma tutto questo non inficia minimamente sulle altre cose che è in grado di compiere in campo, un mix perfetto di efficacia e altruismo al servizio della propria squadra.

Sto parlando di William Warren “Bill” Bradley, classe ‘43, di Crystal City, Missouri, piccola cittadina situata all’interno dell’area metropolitana di St. Louis. Una laurea in tasca ottenuta a Princeton e una propria personale fototessera nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

28 DICEMBRE Bill Bradley contro Jim Boeheim e Frank Nicoletti di Syracuse al Madison Square Garden. I 36 punti di Bradley hanno portato Princeton in semifinale con i Michigan Wolverines. (Crediti | di John Duprey / NY Daily News Archive via Getty Images)

Oggi Bradley compie gli anni e sono settantasette. Ha una lunga storia di successi, sia come giocatore di basket sia come politico e diplomatico.
È l’unico, assieme a Manu Ginobili, ad aver vinto il massimo campionato europeo per squadre in Europa, negli Stati Uniti e una medaglia Olimpica.
È l’unico, e su questo neanche Ginobili può competere, ad aver vinto il massimo campionato europeo per squadre in Europa, negli Stati Uniti, una medaglia Olimpica, aver ottenuto la prestigiosa borsa di studio “Rhodes Scholarships” presso l’Università di Oxford ed essere stato Senatore dello stato del New Jersey, ala democratica.
Non si tratta quindi di un tipo ordinario, questo lo si è già capito, bensì di una personalità eclettica e intrigante per il quale l’attività agonistica sportiva è solamente uno dei vertici di un poligono immaginario che rappresenta l’area dei suoi molteplici interessi.

Princeton, Bradley’s hope pass

Già ai tempi della high school viene considerato come uno dei migliori giocatori del Paese e sceglie inizialmente l’Università di Duke nel 1961 per proseguire gli studi, ma un piede rottoin seguito a una caduta accidentale durante un incontro di baseball gli fa fare dietrofront e dopo aver rifiutato circa 75 offerte di borse di studio da parte di College con una grande o media tradizione sportiva sceglie Princeton, senza borsa di studio, che sicuramente non
rientra nel novero delle Università famose per i risultati legati allo sport. Poco male, lì può approfondire gli studi diplomatici, che tanto lo appassionano. Princeton negli anni sessanta è un brillante calderone di menti pronte ad entrare nell’immaginario collettivo di specialisti e non, in grado di fare breccia non solo nell’ambito culturale e scientifico ma anche su un pubblico generalista.
Sono gli anni in cui insegna il matematico John Nash (a dire il vero all’inizio del periodo più buio della sua vita come drammaticamente descritto nel film A beautiful mind) e prima di lui sono passati Albert Einstein e Richard Feynman, i due fisici che forse più di tutti sono entrati nella cultura pop novecentesca. Uno, violinista autodidatta dalla linguaccia facile, e l’altro, suonatore di bongo che amava dipingere e ritratte a matita corpi e nudi femminili, ma entrambi geni assoluti col vizietto dei premi nobel. In un ambiente così stimolante e ricco di brio la personalità e il talento di Bradley non tardano a emergere.

Bill Bradley | 7 Dic. 1964 su Sports Illustrated Magazine

Al college colleziona oltre 30 punti di media a partita e un record di ben 57 tiri liberi segnati consecutivamente. E dire che avrebbe anche potuto segnare dal campo molto di più, sia al tempo del college sia in tutta la carriera trascorsa tra i due continenti, ma Bradley ha sempre seguito percorsi mentali tutti suoi.

Bradley’s hope passes” è l’espressione coniata dal suo coach per definire gli assist che venivano insistentemente e generosamente offerti dal campione a compagni di squadra nettamente meno dotati. La leggenda narra che in una partita contro Wichita State i suoi compagni di squadra lo spingono a prendersi qualche tiro in più, ripassandogli sistematicamente il pallone. Una vena molto democratica evidentemente la deve avere anche quando gioca e non solo in ambito politico.

Nell’ottobre del ‘64, scelto all’unanimità, è nella rosa della nazionale olimpica statunitense, come unico undergraduate , per le Olimpiadi estive di Tokyo, in cui risulta essere uno dei principali artefici della conquista del sesto oro olimpico consecutivo degli Usa. Finisce la competizione come secondo miglior realizzatore della squadra con circa dieci punti di media a partita, dietro solo a Jerry Shipp, e sbagliando un solo tiro libero su 24 tentativi.

Bill alle olimpiadi di Tokyo del 1964. 14 ottobre prima di una partita - Richard Meek/Sports Illustrated via Getty Images

Durante l’anno da senior ha già acquisito lo status di giocatore di livello superiore, tanto da scomodare anche il futuro premio pulitzer John McPhee nel dedicargli un intero articolo sul New Yorker, pubblicato nel gennaio del 1965, in cui decanta la tecnica di passaggio di Bradley.

Il materiale originario dell’articolo successivamente confluisce in un libro intitolato “A Sense of Where You Are”, pubblicato di lì a poco. Letteralmente lo si potrebbe tradurre con un poco musicale Un senso del dove sei. Ma, traduzione a parte, il nocciolo della questione si concentra sulla straordinaria capacità di Bradley di trovare traiettorie inedite dove far confluire i passaggi indirizzati ai propri compagni di squadra.

Ha infatti una visione periferica fuori dal comune, a 195 gradi, che è molto di più rispetto a un normale essere umano. Non pago, si allena anche con dei cartoncini fissati alla base degli occhiali in modo tale da non cadere in tentazione di guardare il pallone mentre corre su e giù per il campo. Il suo ball handling ovviamente ringrazia.

Comunque, grazie a questo “vantaggio” naturale che gli è stato dato in dono riesce a vedere effettivamente oltre il normale e di conseguenza a cogliere la percezione (sense) delle posizioni e direzioni in campo dei propri compagni (where you are) per servirli e assisterli.

Il 1965 è l’anno della tigre, non nel senso del calendario cinese in cui risulta essere l’anno dello shé, ovvero del serpente, ma nel senso che è l’anno dei Tigers di Princeton.

Il docufilm sulla strabiliante stagione 64-65 delle Tigri di Princeton è stato realizzato dall’Alumni Council of Princeton University.

Nella sua ultima stagione con Princeton, come capitano della squadra, porta la propria squadra fino alle final four NCAA. Vengono sconfitti in semifinale ma durante la partita per il terzo posto contro Wichita State Bradley segna 58 punti (e con 17 rimbalzi).

Grazie a quella prestazione viene nominato MVP del torneo, nonostante Princeton non abbia né vinto la competizione né raggiunto la finale assoluta di quel pazzo March MadnessQuesto è solo un esempio di che tipo di attrattiva può esercitare un giocatore come lui sugli spettatori.

Dopo essersi laureato con lode, con una tesi su Harry S. Truman e la sua campagna per diventare senatore durante le presidenziali del 1940 che hanno visto trionfare Franklin D. Roosevelt per la terza volta consecutiva, Bradley viene scelto dai New York Knicks come scelta territoriale al Draft del 1965.

Dai tempi della nascita della BAA (1947) e anche durante la successiva fusione BAA/NBA una regola molto particolare in vigore fino al draft in questione è quella che permette alle franchigie professionistiche la possibilità di selezionare un giocatore eleggibile, al di fuori del classico conteggio gerarchico delle scelte, proveniente da un’Università nel raggio geografico di 50 miglia.

Questo per incentivare la tifoseria a seguire il proprio beniamino anche nel passaggio ai Pro ed evitare la tradizionale dispersione di interesse in quanto, a dispetto di quello che si possa credere, il circuito collegiale NCAA è stato per lungo periodo del ‘900 di gran lunga più seguito rispetto alle varie leghe che si sono succedute e sovrapposte (BAA, NBA, ABA). Anche Paul Arizin e Oscar Robertson per esempio sono stati scelti con la stessa meccanica rispettivamente dai Philadelphia Warriors e dai Cincinnati Royals, per lo stesso motivo, avendo frequentato le locali università. Alla stessa maniera Bradley proveniente da Princeton, New Jersey, ha la possibilità di andare a pochi chilometri dal luogo dove ha trascorso gli ultimi anni di studio e di vita.

Tuttavia anziché calcare i campi dell’NBA sceglie nuovamente di seguire la propria vocazione che in questo caso lo conduce un pò più lontano: in Europa e più precisamente ad Oxford avendo ottenuto una borsa di studio in Politics, Philosophy, and Economics (PPE).

Milano, life on the run
Alle Universiadi di Budapest, nel 1965, a cui Bradley partecipa come membro del team USA conquistando la medaglia d’oro, viene avvicinato da Cesare Rubini e dai dirigenti della Simmenthal Milano che lo vogliono come americano in Coppa Campioni. Solamente dodici partite, intervallate da sessioni di studio matto e disperatissimo di Leopardiana memoria, per dimostrare di essere un vero fenomeno anche in Europa. Bradley non tradisce le attese e con 14 punti segnati nella finale delle prime final four di sempre, il primo aprile del ‘66 al Palazzo dello Sport di Bologna contro lo Slavia Praga, guida l’Olimpia Milano alla vittoria 77-72 nella prima rassegna iridata per squadre di club della propria storia, spezzando l’egemonia sovietica/madrilena.

Bradley con la maglia dell’Olimpia Milano (Crediti | museodelbasket-milano.it)

Condotti dal Principe Rubini insieme a Bradley c’è l’altro americano Thoren e poi gli italiani Masini, Vianello, Riminucci, Iellini, Pieri, tutti futuri Hall of Famer.
Non facciamoci trarre in inganno dal suo tabellino in finale. In 12 partite Bradley colleziona qualcosa come 26,5 punti a partita con un picco di 42 in trasferta contro Mechelen. Tanta roba. Considerando anche lo stile di vita che lo porta a stare quasi tutta la settimana seduto a studiare per poi volare ogni martedì dallo Oxfordshire, in Inghilterra, in giro per tutta l’Europa al seguito della squadra milanese. Durante l’unico allenamento settimanale con i compagni di squadra a cui riesce ad aderire, si fa riconoscere per la propria meticolosa serie di esercizi da sette posizioni differenti. 7 canestri su 11 tentativi da ogni punto prefissato è l’obiettivo minimo per dichiarare concluso l’allenamento.
Ogni volta.

Il 1°aprile del 1965 la Simmenthal Milano conquista la 1° Coppa dei Campioni della sua storia

Per i tifosi dell’Olimpia Milano inoltre il numero 15 da allora è sempre stato associato a nomi esotici e altisonanti. Storicamente verrà quasi sempre assegnato a un americano, qualche esempio: Steve Chubin, Mike Sylvester, John Gianelli ed Earl Cureton.

Nella cabala il 15 è la somma delle lettere che formano la parola ebraica hod la gloria , che è l’ottava sephirot. Nel Libro dei sogni o “La Smorfia” il numero 15 è il ragazzo. Bradley è il primo a indossarlo nell’Olimpia ed è stato di buon auspicio, i risultati si sono visti.
Un ragazzo che marcia in direzione della gloria, e Milano è solo una tappa.

New York, The Sense of Where You Are
Capiamoci. New York a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70 del novecento è più di una metropoli. Converge in sé istanze politiche, sociali, sportive, letterarie e artistiche uniche al mondo. Harlem, Queens, Soho, Manhattan, Greenwich Village, allora come ora sono senza dubbio un crogiolo di persone e culture, di differenze e talenti, in grado di ispirare e rimanere nel cuore di chiunque.
Durante quel decennio però, dal punto di vista sportivo, accade una cosa ulteriore e che ha dell’incredibile. Accade che quasi contemporaneamente e quasi assimilando il talento che la città di New York sta inglobando con moto centripeto in vari settori della società, i Knickerbockers vincono due titoli NBA, i “Miracle Mets”, i Jets del Super Bowl III e gli Yankees entrano nella leggenda delle rispettive discipline dominando e divertendo.
Lo sport, nelle sue molteplici forme, diventa un elemento da condividere e un collante per la popolazione autoctona che permane tuttora. Peccato che un insieme di vittorie sportive così concentrate geograficamente e temporalmente non è mai più stato replicato. Quello che è stato però entra di diritto negli annali.
La Grande Mela sembra il posto perfetto per uno con l’ambizione e con il talento di Bradley, perché come dice Dan Peterson “Se vuoi fare qualcosa di grande in America, devi farlo a New York City”.
Bradley abbandona gli studi ad Oxford due mesi prima della conclusione, nell’Aprile del 1967, ed entra nelle “Air Force Reserves ” servendo gli Stati Uniti d’America per sei mesi.
Solo l’anno successivo dopo aver superato ulteriori esami speciali ottiene il riconoscimento accademico definitivo.
Dopo questa ennesima esperienza extra cestistica può finalmente solcare i campi della pallacanestro del massimo campionato americano. Il debutto nell’NBA avviene contro i Detroit Pistons durante un freddo giorno di dicembre
del 1967 non senza aspettative da parte di tifosi, stampa e società, comprese quelle dei suoi compagni di squadra.

Bradley esordisce contro i Detroit Pistons.

“Dollar Bill”, come viene soprannominato dopo aver firmato un faraonico contratto di 500.000 dollari, ha allora 23 anni ma sembra aver vissuto già due vite, per densità di esperienze accumulate. Questo di certo fa storcere il naso all’interno dello spogliatoio a più di una persona ma il motivo di tale esborso di denaro per uno come lui non tarda a vedersi giustificato. Familiarizza prima di tutto con il suo alter ego (ed ex avversario ai tempi delle sfide NCAA al vertice con Michigan) Cazzie Russell. Bradley, giocatore veloce e intelligente, un bianco di buona famiglia che si è già imposto nel circuito della Ivy League e in Europa; l’altro, lento e potente, nero e proveniente dalle zone a sud di Chicago. Incarnano un equilibrio di opposti all’interno della squadra perfettamente bilanciato da Red Holzman.
Poi si guadagna il rispetto di Willis Reed, il capitano, di Walt Frazier, la mente glamour, di Dave DeBusschere, un personaggio che quando arriva a New York da giocatore ha già esordito nella MLB con i Chicago White Sox e già militato nei Detroit Pistons nel ruolo sia di giocatore che di allenatore e successivamente di Dick Barnett, di Jerry Lucas e della Perla Earl Monroe.
E infine di lui, il futuro Maestro Zen Phil Jackson, uno che al giorno d’oggi conta 13 anelli di campione NBA guadagnati sul campo, giocando e allenando, e che non ha bisogno di presentazioni.
Talento, classe, carisma, forza e soprattutto intelligenza, tutto riversato su un campo di pallacanestro. In men che non si dica questa squadra si guadagna l’appellativo di  “the smartest team in the world” e, con alterne vicende e avvicendamenti di roster, vincono i due titoli del 1970 e del 1973.

Willis Reed torna in campo dopo l’infortunio al Madison Square Garden per Gara 7 delle finali NBA del 1970. (Crediti | New York Post).

Di quella squadra conserviamo anche ricordi e testimonianze nostrane. Sandro Gamba le riassume nel suo libro “ Il mio basket” tratteggiando alcuni aspetti ludici di quei Knickerbockers che riportano i giocatori dalla eterea dimensione mitica a quella umana. Nel 1970 Gamba mentre è negli States per un tour conoscitivo e cestistico sia dell’universo collegiale della NCAA sia dei professionisti, è invitato proprio da Bradley, che ricordiamo ha giocato per lui a Milano qualche anno prima quando era vice di Rubini, a seguire le finals NBA facendo la spola tra New York e Los Angeles.
All’aeroporto, complice una ruota forata dell’aereo, assiste a una gara sui carrelli portabagagli tra Dave Stallworth e Cazzie Russell, vinta al fotofinish proprio da quest’ultimo. (N.B. Lo dico per gli annali se a qualcuno interessa questo tipo di statistiche)

Da sinistra, DeBusschere, Frazier, Reed, Jackson e Bradley Campioni NBA 1973 (Crediti | georgekalinsky.com)

Questo per evidenziare come da una situazione di avversità apparentemente negativa ci sono modi per cementare lo spirito e la chimica di una squadra vincente che vanno al di là della mera pallacanestro giocata e l’allenatore Holzman ne aveva uno tutto suo. Non essendo un grande tattico (a detta di Gamba) tiene coesa la squadra con le giuste motivazioni e pochi banali fondamentali. Bradley in un sistema di gioco dove si predilige il semplicissimo “pass the ball to the open man” va completamente a nozze e complice la facilità con cui si inserisce all’interno degli spogliatoi diventa l’uomo di riferimento necessario grazie al proprio carisma per trasformare un gruppo di persone in una squadra fisicamente generosa e mentalmente solida.
L’NBA alla fine del suo percorso cestistico decide di onorarlo con l’onorificenza più alta possibile con l’introduzione nella Hall of Fame nel 1982. Due anni dopo i Knicks ritirarono anche la sua maglia numero 24. Gli unici altri prima di lui, Reed, Frazier e DeBusschere, hanno ottenuto lo stesso riconoscimento e sono tutti membri di quella squadra tosta e divertente che, guidata da Holzman, ha portato New York City al centro della pallacanestro nazionale.

America, We Can All Do Better
Mentre calca il parquet NBA come giocatore professionista, Bradley si sta allo stesso tempo anche preparando per una seconda carriera, quella politica, in quanto i suoi molteplici studi e la sua indole lo fanno eccellere nell’ambito sociale.
Insegna ad Harlem, parla molto con uomini d’affari, studenti, politici e con la stampa. Si da da fare, come ha sempre fatto, e ottiene i primi consensi. Il suo percorso politico è stato quasi tutto all’interno del Partito Democratico sebbene, come pensatore indipendente, in un’unica occasione rompe questa posizione appoggiando un presidente repubblicano, Ronald Reagan, solo su alcune questioni.
Nel 1977 quindi, una volta ritiratosi dal basket giocato, corre per il Senato degli Stati Uniti nel New Jersey. Batte il suo rivale, il conservatore Jeffrey Bell, con il 56% dei voti e nel 1984, riottiene la nomina con il 65% dei voti.

Bradley con Al Gore (Crediti | Bostonglobe)

Successivamente, dopo essersi ritirato dal Senato, decide di candidarsi per la nomina democratica a presidente nella campagna del 2000, contro Al Gore, che è allora vice-presidente degli Stati Uniti. Nel marzo dello stesso anno, vedendo il supporto che Gore ottiene all’interno del partito, decide di ritirarsi dalla gara.
Nel gennaio del 2008 Bradley offre sostegno pubblico a Barack Obama, condividendone ideali e visione a lungo termine.
Ad oggi, Bradley è considerato un progressista tra gli intellettuali americani, una posizione che ha ottenuto partendo da molto lontano, fin da ragazzo sui campi di basket di tutto il mondo e nel passaggio all’età adulta confrontandosi con le idee di pensatori liberi e affrancati.
Ogni aspetto, ogni sfaccettatura del proprio carattere e ogni scelta effettuata hanno avuto uno specifico senso per un uomo che ha la fortuna e la capacità di avere una visione sulla vita a 195° e che, come un antico imperatore romano, è arrivato, ha visto e ha vinto.


Luca Picco

Luca Picco

Frequentatore silenzioso delle deep minors friulane. Illuminato sulla via della pallacanestro da Mike Iuzzolino e Sergej Bazarevič ma eclissato subito dopo, quando ha capito che avrebbe dovuto correre e addirittura saltare. Recentemente ha coronato il suo sogno di quando era bambino, diventando una figurina di basket.