Kobe

Pubblicato da Andrea Cassini il

Secondo alcune visioni del mondo, il tempo è una linea retta che corre dall’inizio alla fine, dalla vita alla morte. Secondo altre invece è un cerchio che si ripete sempre uguale a se stesso. Secondo altre ancora, è una spirale infinita. Alcuni, però, sostengono che il tempo sia piuttosto simile a un piano composto da innumerevoli punti: ciascun punto è un istante della nostra vita, e ogni istante accade nel medesimo momento – ogni cosa è già accaduta e già scritta, ogni azione ha già scatenato la sua reazione, ogni nostra scelta è in realtà già stata consumata. Il tempo è un’illusione, forse, perché non siamo in grado di saltare a piacimento tra questi punti e dobbiamo tracciare linee immaginarie per collegarli: ore, giorni, anni. Eppure, ci sono attimi in cui il velo sembra cadere. Quando siamo su un aereo che decolla, per esempio, quella sensazione di vuoto, di galleggiare tra la pressione che ci schiaccia dall’alto e il motore che ci spinge dal basso. O quando un regista sale sul palco per ricevere un Premio Oscar, e la platea attende in silenzio, come sotto incantesimo, che pronunci la prima sillaba del suo discorso. Oppure quando la frenesia di una partita, dove si deve agire d’istinto e di memoria meccanica, s’interrompe e ci lascia da soli, alle prese con la nostra mente pensante. Un tennista che si rigira la pallina tra le dita prima di servire il match point, e in un attimo si loda per ogni vincente, si incolpa per ogni rovescio finito in rete e cerca di rievocare la sensazione tattile e motoria di un gesto provato milioni di volte in allenamento. Un cestista che palleggia sulla linea del tiro libero, prima a testa bassa e poi con gli occhi al ferro, mille tic e rituali per evitare di pensare troppo, di distrarsi e di sbagliare quello che dovrebbe essere il tiro più facile del basket. Il cronometro, in effetti, è fermo. È una bolla fuori dalla partita, e che tuttavia ne fa parte. Sarebbe facile dire che in quei momenti il tempo si è fermato, ma la realtà è più sfumata dei beceri cliché. Forse in quei momenti il tempo svela la sua natura e ci permette di vedere ogni punto, ogni scena della nostra vita svolgersi nel medesimo istante, dall’inizio alla fine. Il 13 aprile 2016  Kobe Bryant è in lunetta per segnare quelli che saranno i punti 59 e 60 della sua memorabile partita d’addio al basket. Il suo sguardo è concentrato, fisso sul secondo ferro come insegnano al minibasket, ma chissà cosa vede davvero, quale scena sta scorrendo sullo schermo dei suoi occhi.

Los Angeles, 22 gennaio 2006

I Lakers hanno la canotta bianca, il vestito della domenica quando si gioca in casa a Los Angeles, ma nei primi minuti della partita contro Toronto gli spalti sono semivuoti: un po’ perché allo Staples ci sono molte altre cose divertenti da fare, e un po’ perché i Lakers della stagione 2005/2006 non sono un granché come spettacolo. In una delle primissime azioni, Kwame Brown prende un rimbalzo offensivo, non si accorge di essere solo e invece di tirare s’incarta nel pitturato: poi chiede il fallo. I Raptors propongono una difesa a zona morbida come il burro, Kobe prova ad attaccarla come dice il manuale e si mette a fare il pendolo sulla linea di fondo, ma non gli arriva mai palla al momento giusto. “Flat as a pancake”: così i commentatori della tv locale descrivono l’avvio di partita dei Lakers. Quando il tuo secondo violino è Smush Parker è inevitabile che Bryant si metta in proprio, zona o non zona, come del resto ha fatto per tutta la stagione. Contro Dallas aveva segnato 62 punti in tre quarti. Coach Jackson gli aveva chiesto se voleva rientrare per arrivare a 70, ma lui aveva sorpreso tutti rifiutando. “Li segnerò un’altra volta”.

Fino all’intervallo era una partita normale, con i Raptors che conducevano rilassati di dieci punti. Poi Kobe mette una tripla, due triple, la terza è un puro heat check in transizione ma entra anche quella. E il suo sguardo cambia. Locked on. Si fissa su un punto che le telecamere non riescono a decifrare. Una finta, due finte, Mo Peterson non abbocca ma dopo la terza finta Kobe tira lo stesso, e segna. Un jab step, il difensore vola via, un’altra tripla a bersaglio. L’unico assist è un tiro che non prende nemmeno il ferro e finisce tra le mani di Chris Mihm. In 12 minuti Kobe accende il pigro pubblico dello Staples come gli spettatori di un concerto. Il suo gioco è ritmo, ha flow – quello che gli era sempre mancato nel rap, dove aveva cercato di raccontare storie che non conosceva e che non poteva inventare, non perché fosse carente in fantasia, ma perché tutta la sua immaginazione era impegnata a edificare, rinsaldare e cesellare un mondo ideale dove il basket era l’unica cosa che contava, e lui era il giocatore perfetto. Il suo credo era semplice: se investi tutto quello che hai in un sogno, alla fine il sogno si deforma in realtà per pura forza bruta. Forse, mentre segna il libero del nuovo career high con 6 minuti sul cronometro dell’ultimo quarto, davanti ai suoi occhi scorrono come diapositive tutte le merlature del suo castello immaginario, ma stavolta è tanto concreto che sente quasi l’odore del cemento. Intanto, chi sta guardando la partita in tv chiama amici e parenti. Loro invece sentono odore di storia.

La tripla dei 70 punti la lancia per aria così come viene, gambe e busto fuori equilibrio, ma tanto sa già che entrerà. L’ha già visto. Un altro jumper, sorpassa Elgin Baylor a quota 72, i Raptors sono stati superati di una dozzina di punti e iniziano a incattivirsi, raddoppiano Bryant a metà campo, lo Staples è rovente, eppure sul campo l’atmosfera ha qualcosa di storto. Le telecamere seguono lo sguardo di Kobe, ma lo sguardo di Kobe è ancora fisso su un punto sospeso nel vuoto. Non cerca mai quello dei compagni e i compagni non cercano il suo. Gli passano la palla, quello sì: sembra l’unico modo per comunicare con Bryant, l’unico linguaggio che conosce. Regala un’occhiata soltanto a Sasha Vujacic e al fidato Brian Shaw in panchina. Per il resto, Bryant è solo. Frainteso, perché la sua presunta spocchia era soltanto il risultato delle alte aspettative che riponeva negli altri e della condotta impossibile che pretendeva da se stesso, ma solo. Gli 81 punti sono il trionfo di una certa immagine di Kobe Bryant, lo showboat e la shot-happy guard di cui parlava Shaq, proprio negli anni della rifondazione Lakers in cui gli si chiedeva di fare da mentore ai giovani, e in cui la stampa coniava il termine di “facilitatore” pur di non descrivere come “leader” o “playmaker” quella nuova versione di Kobe che si sforzava di coinvolgere gli altri ma poi finiva ogni volta sulla sua isola privata. Gli 81 punti sono un punto di non ritorno, un cambio di paradigma, il momento in cui dire: “Ok, ho dimostrato di essere il miglior realizzatore di sempre dopo Wilt. Ora possiamo passare ad altro”. I 100 punti restano lassù, inviolabili, ma Kobe supera la seconda miglior prestazione realizzativa di sempre, che apparteneva sempre a Wilt, toccando quota 79 con due tiri liberi, a un minuto e 47 dalla fine. Forse, mentre palleggia a cavallo della linea bianca, sta già vedendo quello che succederà – quello che è già successo e succede in ogni istante – negli anni successivi.

Pechino, 24 agosto 2008

La finale contro la Spagna è tiratissima e Kobe si gode ogni momento. Comincia subito con un assist per la tripla di Melo, ed esulta come se l’avesse segnata lui. Quando è il momento di tornare in panchina a rifiatare lo fa volentieri, esce dal campo di corsa, si siede fra Jason Kidd e LeBron James e iniziano a chiacchierare fitto, tre scienziati del gioco che discutono della partita. Quella nazionale è il suo Dream Team, ne è orgoglioso e ogni volta che i giornalisti lanciano l’esca lui non si risparmia in paragoni con la squadra del 1992. E il motivo non è che Kobe entra in quella squadra da MVP in carica, da osservato speciale, da giocatore migliore del mondo. Il motivo è che quella, per certi versi, è la squadra che ha sempre voluto: quella del suo castello immaginario dove si gioca il basket perfetto, un basket che non esiste, perché frutto dell’idealizzazione delle prodezze di papà Joe in Italia, dove spadroneggiava sulle difese come un supereroe, miste al culto di Magic, Larry e Michael ammirati su videocassetta. Forse, nel torneo olimpico e nel confronto con squadre da tutto il mondo Kobe ha ritrovato un po’ di quell’aria cosmopolita che gli era familiare: gli ricorda quell’infanzia europea che l’ha segnato più di quanto si immagini, che l’ha imbevuto di cultura ma certe volte l’ha reso un corpo estraneo alla città di Philadelphia e agli angoli più spiccatamente americani del sistema NBA.

Dall’altra parte c’è il suo compagno preferito ai Lakers, Pau Gasol, e i due si cercano per tutta la partita con virile ma amichevole rivalità. Kobe però dispensa generosi sguardi, cenni e incitamenti anche ai compagni. Dispensa anche passaggi, che è la cosa più importante. Quando riceve sul perimetro e batte il difensore sul primo passo, affonda subito con la sua classica zingarata nel pitturato, ma è facile intuire che aveva in mente fin da subito una soluzione diversa dal tiro. Anziché chiudersi verso il ferro, si muove a lunghe falcate per aprire il migliore angolo di passaggio. Lo scarico che ama di più è Melo, ma ci sono anche i tagli di James e Wade, o magari un lob per Howard che sgomita sotto canestro. In caso di necessità, va benissimo anche riaprire l’azione e lasciare che siano Chris Paul o Jason Kidd a decidere il da farsi. E poi in panchina c’è Mike Krzyzewski, l’unico coach per cui Kobe avrebbe accettato di andare al college. Per uno di alte pretese come Bryant, questa è la squadra ideale. L’unica che rispetta i suoi folli criteri in materia di dedizione, professionalità, freddezza e talento. Quando Kobe dà il buon esempio con le solite ore extra di allenamento sul campo e in sala pesi, James e Wade lo imitano subito per non essere da meno. Bryant sorride quando gioca con loro, sa che può fidarsi. Nell’ultimo quarto, con la Spagna che tenta la rimonta, è il momento di prendersi il ruolo da protagonista, ma non è il gesto stucchevole di un attore che gigioneggia con i riflettori: è il culmine di una filosofia di squadra. Fa una finta su Rudy Fernandez, che l’aveva sfidato con irriverenza e con una schiacciata da highlights. Tira da tre, segna e istiga l’avversario ad allungare il braccio commettendo il quinto fallo. Mentre Fernandez torna in panchina immusonito, Kobe zittisce i tifosi spagnoli con l’indice davanti alla bocca. È il tifo europeo che tanto gli mancava. È l’immagine che il pubblico cinese si aspettava da lui, e Kobe accetta volentieri di fare la parte del cattivo, di sfoderare il morso del Mamba: se Jordan fu l’ambasciatore del basket nel mondo, la Cina ha imparato ad amare l’NBA qualche anno più tardi e per loro l’uomo di riferimento è, e sarà sempre, Kobe.

Mentre va in lunetta per il libero che chiuderà il gioco da quattro punti e consegnerà a Team USA un affidabile vantaggio sulla strada per la medaglia d’oro, forse Kobe sta vedendo le immagini di un’altra squadra: non più la squadra ideale, non più la squadra perfetta, ma quella che gli insegnerà – che gli ha già insegnato – che la squadra perfetta non esiste, e che va bene anche accettare gli sbagli.

Los Angeles, 17 giugno 2010

All’inizio del secondo ciclo come allenatore dei Lakers, nei consueti regali letterari di fine anno Phil Jackson aveva donato a Kobe il libro di Malcolm Gladwell Blink: The Power of Thinking without Thinking. Un messaggio mirato, neanche troppo velato, per un giocatore la cui tendenza all’overthinking, all’overanalyzing era tanto pronunciata da danneggiarlo. Nei primi minuti di gara 7 delle Finals 2010, però, Kobe non sembra dare prova di avere imparato la lezione di Malcolm Gladwell. Al primo possesso i Celtics lo raddoppiano e lo spingono in angolo, lui prova a tirare comunque in avvitamento e prende il lato del tabellone. I verdi continueranno a raddoppiarlo, a triplicarlo, a inseguirlo con le cattive maniere su ogni blocco perché il gameplan di Doc Rivers è: facciamoci battere da tutti, ma non da lui. E Kobe, anziché reagire d’istinto, anziché seguire il flow, anziché imitare Ron Artest che guidato dalla sua sana incoscienza sta disputando una partita da capolavoro, si macera nel dubbio, si lambicca il cervello alla ricerca di una soluzione che non esiste. Lo Staples è un pandemonio, ma nella sua testa dev’esserci un baccano ancora più insostenibile. C’era grande tensione a Los Angeles prima di gara 7, lo spogliatoio dei Lakers era schiacciato dall’aspettativa perché l’anello dell’anno prima non era stato sufficiente. I Celtics erano un banco di prova ben diverso dagli Orlando Magic, e c’era da vendicare la sconfitta del 2008. Kobe sentiva che gli mancava ancora una vittoria prima di liberarsi definitivamente del peso che aveva sul petto, prima di sentirsi soddisfatto della propria carriera.

Ma quando rientra in campo nell’ultimo quarto di gioco, dopo un breve riposo in panchina, i Celtics sono avanti e Kobe ha collezionato appena 13 punti con 20 tiri. La partita, a dire il vero, è tecnicamente bruttissima. Per fare la differenza bisogna abbassarsi al livello di ciò che accade in campo, ma Kobe ha ancora in mente la sua pallacanestro ideale e prova a piegare la partita al suo volere. Il risultato è l’ennesimo tiro forzato e sbagliato, seguito da una banale palla persa a metà campo e da un superficiale fallo in difesa.

Kobe ha lo sguardo fisso su un punto lontano. Cerca ancora di decifrare un codice impenetrabile. Ma stavolta qualcosa cambia, non è da solo, i compagni lo cercano e lui si lascia cercare, anche se non sono quelli del Dream Team a stelle e strisce, e si lascia guidare dal coach anche se in panchina non c’è Mike Krzyzewski. Dal libro che gli ha regalato Phil Jackson forse non ha imparato a smettere di pensare troppo, ma adesso sa che con un po’ d’aiuto può evitare di impantanarsi tra le pieghe della mente. Ha accettato che si può sbagliare, che anche gli altri possono sbagliare, ma che lavorando insieme si può sopperire ai rispettivi sbagli. Comincia a difendere forte, bassissimo sulle ginocchia. L’immagine di gara 7 è Kobe in marcatura su Rondo, gli lascia due metri di spazio sul perimetro e arretra fino alla linea del tiro libero, lo sfida a tirare con le braccia spalancate e poi, quando i Celtics avviano l’attacco, si stacca ulteriormente per agire da libero. È ovunque. Corre più di tutti. Si sporca le mani e si sbuccia le ginocchia, svetta a rimbalzo in mezzo ai lunghi, ne prende 15, e in attacco accetta di fare da esca e serve prima Gasol e poi Artest, per la tripla che scaverà il solco decisivo. I suoi unici due assist della serata. I più importanti. I Lakers vincono l’ultimo quarto e la partita con l’energia fisica e la difesa. Kobe adesso sente il flow, anche se è sincopato, lento, per niente armonico. Il raddoppio tarda ad arrivare e lui mette una tripla, un altro morso del Mamba. Poi entra a spallate nel pitturato e si guadagna i liberi del +5, a pochi secondi dalla sirena. Li segna entrambi. Chissà quali immagini scorrono sullo schermo dei suoi occhi, in questo momento. Quali istanti già accaduti ma ancora da vivere sta osservando. Forse sono gli stessi del 13 aprile 2016, mentre segna il punto numero 60 della sua ultima partita, nello stesso luogo, lo Staples, ma in un punto diverso nel piano piatto del tempo. Per la prima volta mette il naso fuori dal castello, ora che ha rifinito ogni mattone e appeso gli stendardi al soffitto, e scopre che ci sono altri mondi, innumerevoli, meno perfetti ma non meno belli. Mondi dove non esiste soltanto quel genere di fiducia che conosceva lui, quella da conquistare con la forza ma che poi si spegne al primo soffio di vento; fuori dal castello la fiducia va chiesta con gentilezza e una volta ricevuta durerà per sempre, a condizione di essere disposti a concederla prima agli altri, a scatola chiusa. Forse, se si concentra, Kobe riesce anche a vedere quanti anni e quanti giorni gli saranno concessi per esplorare tutti quei nuovi mondi, e la cifra che legge in rosso sul cronometro, proprio sopra il tabellone, gli sta bene, la accetta. Perché è un tempo che è già passato  che gli ha già insegnato ogni cosa e che gli ha permesso di fare tanto, tantissimo, anche se sembra poco, troppo poco.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass