Michael Jordan – The Last Swing

Il 6 Ottobre 1993 Michael Jordan annunciò il suo primo ritiro dalla NBA per tentare una carriera professionistica nel baseball. Una carriera breve ma incredibilmente intensa, sui cui spesso sono stati emessi giudizi troppo severi.

Sono ormai passati oltre 27 anni dal 6 ottobre 1993. In quel giorno, in una delle conferenze stampa più famose nella storia dello sport, Michael Jordan comunicò al mondo la clamorosa decisione di ritirarsi dai Chicago Bulls e dal basket professionistico.

La notizia in realtà era già esplosa il giorno prima al Comiskey Park, nel corso di Gara 1 delle finali dell’American League tra i Chicago White Sox e i Toronto Blue Jays. Quella sera, Jordan era stato invitato a effettuare il lancio inaugurale ed era poi salito a guardare la partita da un box privato. Ma in qualche modo, il rumor di un possibile ritiro di MJ dal mondo del basket trapelò tra i giornalisti presenti allo stadio e in un attimo si scatenò il finimondo. Tutti si precipitarono a cercare di parlare con Jordan, che fu costretto a scappare a casa a metà del settimo inning rimandando ogni conferma alla conferenza stampa prevista per il giorno successivo.

La domanda che gli oltre trecento giornalisti presenti al Berto Center la mattina dopo avevano in testa era: perché? Perché il più grande giocatore del pianeta ha scelto di mollare, meno di quattro mesi dopo aver condotto i Bulls al terzo campionato consecutivo? Perché rinunciare a essere il migliore nel proprio sport proprio all’apice della carriera? 

Jordan si presentò sul palco al fianco della (ex) moglie Juanita e accompagnato da compagni e dirigenti per spiegare le ragioni della sua decisione. “Non credo di sentire più dentro di me lo stesso desiderio di sfida, la stessa voglia di competizione – disse MJ – Dal punto di vista individuale ho raggiunto ogni obiettivo che mi ero prefissato”.

In realtà, come ha poi confermato il giornalista Mark Vancil in The Last Dance, Jordan aveva iniziato a pensare di abbandonare il basket già durante l’estate del 1992, stanco dell’estenuante routine quotidiana e di tutto il circo mediatico che si era creato attorno alla sua persona. Mike non poteva andare da nessuna parte senza essere sommerso da migliaia di fan e questa continua pressione lo stava logorando. 

La parola ‘ritiro’ per me significa che a partire da oggi sarò libero di fare quello che voglio” dichiarò MJ ai giornalisti. Qualche mese più tardi, il mondo avrebbe scoperto che quello che Michael voleva era giocare a baseball

Jordan non lo disse subito, ma in seguito confermò che era stato soprattutto il trauma della morte del padre, ucciso pochi mesi prima da due giovani rapinatori mentre dormiva in macchina nei pressi dell’uscita autostradale di Lumberton in North Carolina, a spingerlo in quella direzione. Il baseball era infatti lo sport preferito di James Jordan, il quale pensava che il figlio potesse seguire le orme di Deion Sanders e Bo Jackson, ex-stelle della NFL che avevano avuto successo anche nelle rispettive carriere sul diamante. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso furono probabilmente le oltraggiose speculazioni di alcuni giornalisti, che tentarono di mettere in relazione la morte del padre con alcuni suoi presunti debiti di gioco. Ma soprattutto, dopo anni passati sotto le luci della ribalta, MJ voleva tornare ad essere ‘uno dei tanti’ e questo non sarebbe mai stato possibile se avesse continuato a giocare a basket.

E fu così che Michael Jordan, che all’epoca aveva 31 anni e non giocava a baseball dai tempi del liceo, il 7 febbraio 1994 appose la sua firma su un contratto che lo legava ai Chicago White Sox della MLB (franchigia anch’essa di proprietà di Reinsdorf), che lo invitarono allo spring training che sarebbe cominciato da lì a qualche settimana.

Il suo successo nel mondo del baseball è stato limitato, ma His Airness ha comunque trovato il modo di lasciare il segno anche nella storia di questo sport.

Lo scetticismo iniziale

Gli inizi di Jordan con mazza e guantone vengono accolti con molti pregiudizi. Un General Manager della MLB, rimasto anonimo, dichiara: “È incredibilmente arrogante che Jordan creda di poter venire a giocare in Major League. Servono almeno quindici anni di allenamento per imparare i fondamenti del gioco e questo tizio (sic) pensa di poter entrare tra i professionisti da un giorno all’altro solo perché è una superstar in un altro sport”.

Non era certo l’unico a pensarla in questo modo. Molti ritenevano che l’ex-stella della NBA stesse togliendo un posto in campo a giocatori che lo avrebbero meritato molto più di lui. “So benissimo che non comincerò a sparare fuoricampo dal primo giorno di allenamento e che sarà una sfida molto difficile – rispose MJ – ma questo non mi spaventa. Se dimostrerò di saper giocare avrò un posto in squadra, altrimenti non voglio elemosine di alcun tipo.” Eppure non tutti sembravano volergli concedere il tempo di provare il suo valore. Sul numero di marzo, Sports Illustrated pubblicò un articolo intitolato Err Jordan che metteva in dubbio la sanità mentale dei dirigenti dei White Sox e derideva i primi approcci di MJ con mazza e guantone. I redattori della rivista calcarono ulteriormente la mano titolando in copertina: Bag It, Michael. Jordan and the White Sox Are Embarassing Baseball (Lascia perdere Michael. Jordan e i White Sox stanno imbarazzando il baseball).

MJ gradì il giusto la cosa (“Hanno deciso di giudicarmi senza cercare di capire quali fossero le mie motivazioni”) e da quel giorno si rifiutò per sempre di parlare con i giornalisti di Sports Illustrated, determinato a provare a loro e a tutti gli altri critici che si stavano sbagliando di grosso.

L’arrivo ai Birmingham Barons

Jordan non aveva alcuna intenzione di gettare la spugna alle prime difficoltà. Intanto, terminato lo spring training, i White Sox dovevano decidere a quale squadra affiliata assegnare il loro nuovo rookie. Nel baseball infatti è consuetudine, anche per le prime scelte provenienti dal draft, passare un tempo più o meno limitato a svilupparsi nelle leghe minori (denominate in livello crescente A, Double-A e Triple-A) prima di poter debuttare in Major League. I Birmingham Barons furono subito identificati come la scelta migliore, grazie soprattutto alle moderne strutture dell’Hoover Metropolitan Stadium, il nuovo stadio che aveva aperto i battenti nel 1988.

Un’altra cosa che favoriva i Barons era l’avere un manager molto rispettato e abituato ad avere a che fare con le luci delle ribalta. Terry “Tito” Francona era stato MVP delle College World Series e prima scelta al draft MLB del 1980, a cui aveva fatto seguire una rispettabile carriera tra Montreal, Chicago (Cubs), Cincinnati Cleveland e Milwaukee. Francona, allora trentaquattrenne e a soli quattro anni di distanza dal suo ritiro come giocatore, aveva appena concluso il suo primo anno come manager dei Barons.

Il 31 marzo arrivò l’annuncio ufficiale che Jordan sarebbe stato mandato a Birmingham e la notizia si diffuse rapidamente. “Ricordo bene quella mattina – affermò in seguito Francona – Ci stavamo preparando all’inizio della stagione, che si sarebbe aperta il 7 aprile. Ogni giorno alle 7:30 avevamo un incontro dello staff, per preparare l’allenamento e parlare dei giocatori. Quella mattina ero particolarmente stanco e ascoltavo a malapena. Poi qualcuno disse che Michael sarebbe venuto a Birmingham e mi resi conto che il mio mondo era appena stato messo sottosopra”.

Senza telefoni cellulari, per non parlare di internet e dei social media, la notizia dell’arrivo di Jordan a Birmingham si diffuse attraverso mezzi più tradizionali: giornali, televisione e radio. “Non credetti che Jordan sarebbe venuto da noi finché non lo vidi di persona – disse Curtis Bloom, allora come oggi il commentatore radiofonico per le partite dei Barons – Pensavo: state cercando di dirmi che il più grande atleta del mondo salirà su un aereo e verrà in Alabama per giocare a baseball?“.

Le prime conseguenze dell’arrivo di Jordan in città non tardarono a manifestarsi. “Quando mi sono presentato il giorno dopo in ufficio, fuori dalla porta c’era una fila interminabile di gente che voleva comprare biglietti, magliette, cappellini, merchandising, qualsiasi cosa – disse Jonathan Nelson, che nel 1994 era responsabile per la vendita dei biglietti ed è oggi Presidente e General Manager del club – Avevamo sei linee telefoniche ed erano tutte bloccate. In un giorno abbiamo venduto più season tickets che in tutta l’annata precedente, avremmo potuto triplicare il prezzo e vendere comunque lo stesso numero di biglietti. Era la fine del mondo così come lo conoscevamo”.

Erano soltanto i primi sassolini di quella che sarebbe diventata una vera e propria valanga. I baroni divennero in breve tempo un’attrazione nazionale e l’interesse per le imprese nel baseball di Jordan si diffuse in tutto il Paese. Nella stagione 1994 i Barons stabilirono il record assoluto di presenze attirando all’Hoover Met 467.867 persone e spingendo gli spettatori della Southern League oltre quota 2,5 milioni

“Scherzo spesso sul fatto che Michael abbia fatto guadagnare un sacco di soldi non solo ai Barons, ma a tutte le squadre della Southern League – affermò Bill Hardikoff, all’epoca il General Manager della squadra – Sia che fossimo a Nashville, Orlando, Jacksonville o Memphis, tutti in quell’anno hanno stabilito i loro record di spettatori”. 

I Barons dell’anno precedente, il 1993, erano stati una squadra ricca di talento, con il seconda base Ray Durham, il terza base Ron Coomer, il battitore designato Olmedo Saenz e il lanciatore James Baldwin tutti destinati a lunghe carriere nella Major League. La squadra aveva chiuso la stagione con un record di 78 vittorie e 64 sconfitte e la conquista del decimo titolo della Southern League nella storia della franchigia. Il roster del 1994 era meno promettente ma vantava comunque diversi validi giocatori, tra cui il veterano mancino Scott Tedder e gli altri due outfielder Kerry Valrie e Kevin Coughlin, che si sarebbero divisi con Jordan le partenze in campo tra gli esterni.

La presenza di Jordan costituì ovviamente motivo di eccitazione anche per i giocatori, galvanizzati dalla presenza nello spogliatoio di una così grande star e dall’attenzione che avrebbe portato a tutta la squadra. “Ogni volta che scendevamo in campo sembrava Gara 7 delle World Series – disse Tedder – Ovunque andassimo gli stadi erano pieni e la gente era letteralmente impazzita, ci sentivamo come delle rock star. Una volta, a Chattanooga, il nostro autobus era circondato da così tante persone che non riuscivamo a uscire dal parcheggio e abbiamo dovuto attendere l’intervento della polizia. È stata una vera figata”.

Anche i media non furono da meno. Il giorno della prima partita di Jordan nel 1994 allo stadio si presentarono circa 150 giornalisti, tra cui diversi provenienti dal Giappone (all’epoca i Barons erano di proprietà della Suntory Limited, una multinazionale nipponica del settore alimentare) e da altri paesi esteri. Erano talmente tanti che i Barons, abituati ad ospitare giusto un paio di reporter del giornale locale (il Birmingham Post-Herald), non sapevano proprio dove farli stare e allestirono una specie di sala stampa provvisoria in uno dei magazzini dell’Hoover Met. Nel corso dell’anno molti editorialisti dei principali quotidiani nazionali facevano occasionalmente un salto per le partite più importanti, mentre i cronisti della NBA erano quasi regolarmente in città per seguire i progressi della loro ex-superstar.

Le prime partite

Jordan in realtà non giocò la prima partita stagionale dei Barons, perché nello stesso giorno aveva accettato di partecipare al Windy City Classic, una partita di esibizione tra i White Sox e i Cubs disputata al Wrigley Field in cui chiuse con un 2 su 5 e due RBI (run batted hits, ossia punti battuti a casa).MJ però entrò regolarmente nel lineup (la formazione di partenza) per la seconda partita dei Barons, alle ore 20 dell’8 aprile, di fronte a una folla di 10.359 persone. Alla sua prima apparizione, con il n° 45 sulle spalle (il suo vecchio numero alla Laney High School), Michael venne eliminato al volo dallo starter dei Chattanooga Lookouts, John Courtright, per poi chiudere la serata con un mesto 0 su 3. I Barons furono sconfitti per 10 a 3 e la folla di cui sopra tornò a casa un po’ delusa.Anche la seconda gara si concluse senza battute valide, ma nella terza partita MJ mise a segno il primo hit della sua carriera sul diamante, un singolo nel terzo inning contro Joe Ganote dei Xnoxville Smokies Fleer. Da lì in poi ebbe una striscia positiva di tredici partite che lo portò ad avere una rispettabilissima media battuta di .327.Nonostante il brillante inizio Jordan si mantenne sempre umile, consapevole di essere entrato a far parte di un mondo per lui completamente nuovo. Nel corso di una delle prime conferenze stampa, alla domanda su come stesse gestendo il rapporto con i suoi nuovi compagni di squadra MJ rispose: “So di essere più vecchio di molti di questi ragazzi. In certi casi mi sento come il loro fratello maggiore e cerco di dire loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, per esempio nel gestire i rapporti con i media. In altri mi sento come il loro fratellino, perché mi stanno insegnando a giocare a baseball”.

Vivere con Jordan

All’inizio della stagione Jordan soggiornò in una camera d’albergo al The Wynfrey, poi affittò una casa a Greystone con cinque camere da letto, quattro bagni e un campo da basket in giardino, che costava circa 4.000 dollari al mese di affitto. Ma quando era con la squadra Jordan non voleva un trattamento diverso dagli altri. “Ovviamente, quando è arrivato tutti erano in soggezione – ammise Tedder – ma dopo le prime settimane era già diventato solo un altro compagno di squadra. Si era integrato perfettamente nel gruppo e lavorava sodo per cercare di migliorare il suo gioco”.

A Jordan piaceva passare le serate all’A.J.’s, un bar sportivo a Five Points South di proprietà dell’ex running back della NFL Alonzo Highsmith, e in una sala da biliardo dove lui e Charles Barkley (cresciuto nella vicina Leeds) giocavano spesso. MJ frequentava saltuariamente anche il Sammy’s, un topless club sulla Valley Avenue. “Circa metà del pubblico guardava le ragazze, l’altra metà guardava lui” ammise il manager del nightclub. Nei giorni passati a Birmingham Jordan ha costruito rapporti di sincera amicizia con molti dei suoi compagni di squadra e quelli che hanno passato del tempo con lui nel 1994 si sono spesso stupiti per quanto fosse ‘avvicinabile’. Michael volle immergersi a fondo nello stile di vita delle minors, comprese le sfide a carte e ai giochi da tavolo (in particolare lo Yahtzee) nel corso delle lunghe trasferte in pullman.

Il Jordan Cruiser

Già, il pullman. Quando seppe che la maggior parte delle trasferte della squadra sarebbero state effettuate in autobus, MJ disse che non sarebbe stato un problema a patto che si fosse trattato di un modello di lusso. I Barons acquistarono così un nuovo mezzo del valore di circa 350.000 dollari, di (orrendo) colore verde opaco e con una vistosa striscia rosa (altrettanto orrenda) lungo la fiancata, prontamente ribattezzato dalla stampa Jordan Cruiser.

Secondo la leggenda, Jordan avrebbe pagato il pullman di tasca sua, ma la vera storia è diversa. “In realtà Michael non pagò un centesimo per l’autobus – ha dichiarato Jim Thrasher, proprietario della Thrasher Brothers Trailways, l’azienda che vendette il mezzo ai Barons – Ma divenne una storia così bella che evitammo di smentirla, anche perché ci portò un’ottima pubblicità”.

Anche il lusso del Jordan Cruiser è stato sopravvalutato. Certo, in confronto a quello che i Barons avevano usato negli anni precedenti era sicuramente un miglioramento, ma non si trattava certo un’astronave. L’unica cosa che lo rendeva diverso dal precedente era la presenza dell’aria condizionata e di un divano a semicerchio nella parte posteriore, che era stato riservato a Michael per rilassarsi e sgranchirsi le gambe. Ma Jordan si rese presto conto che quel divano non era il sedile più comodo dell’autobus, per cui ben presto passò in una fila regolare assieme ai suoi compagni di squadra.

“Questo è probabilmente una delle cose che ho rispettato di più – disse Tedder – Avrebbe potuto volare tutto l’anno, invece ha sempre preso il pullman con noi, per viaggi che duravano anche nove, dieci ore.

La partita segreta

Per quanto avesse abbandonato le competizioni professionistiche, Jordan non aveva del tutto mollato il basket e si allenava saltuariamente nel campo del suo giardino, a volte invitando alcuni fortunati ragazzini del quartiere a fare qualche tiro assieme a lui. Anche i giocatori e lo staff dei Barons si dilettavano con la palla a spicchi e tenevano regolarmente delle partite serali in una palestra nel Rime Village, un quartiere residenziale non lontano dall’Hoover Met. Non passò molto tempo prima che Jordan venisse a sapere di queste partite e decidesse di partecipare.

“Ora posso dirlo – raccontò in seguito Francona – ma se l’avessi fatto nel 1994 avrei potuto essere licenziato. Una sera eravamo appena tornati a Birmingham dopo una trasferta e decidemmo di giocare una partita 4 contro 4: i tre allenatori più Michael contro i quattro migliori giocatori di basket del nostro roster”.

Tra quei giocatori c’era Tedder, che era stato il miglior marcatore di tutti i tempi come guardia tiratrice dell’università di Ohio Wesleyan. Poi c’erano il catcher Chris Tremie, l’outfielder Kevin Coughlin e infine Brian Givens, lanciatore di 1 metro e 98 che giocò poi anche in MLB con i Milwakee Brewers. La partita finiva a 16: un punto per ogni canestro, due per i tiri da tre.

Essendo stato una star al college, anche se si trattava di un programma di Division III, Tedder era abituato ad essere il miglior giocatore nelle partite di basket dei Barons. Con Jordan nei paraggi questo non poteva ovviamente durare, ma Tedder è riuscito a farsi valere… almeno fino a quando MJ gli ha permesso di farlo.

“Segnai tre o quattro canestri da tre punti di seguito, ma si capiva che Michael si stava trattenendo – raccontò Tedder – Quando arrivammo sul 15 a 11 per noi, con solo canestro che ci separava dalla vittoria, MJ mi disse: Ragazzo, da qui in avanti non segnerai più. La cosa successiva che mi ricordo è che non avevo più toccato palla, avevamo perso 15 a 16 e gli allenatori stavano festeggiando. Ecco quanto era competitivo. Ping-pong, carte, basket, baseball: MJ non voleva perdere a niente“.

Il resto della stagione

Se MJ restava imbattibile sul parquet, sul campo da baseball le cose andavano purtroppo diversamente. Dopo l’euforia iniziale, in poche settimane la sua media scese intorno ai .200 e ci rimase per gran parte della stagione. Mike Barnett, all’epoca allenatore dei battitori per i Barons, non ne fu sorpreso. “Continuavo ad aspettare che i lanciatori smettessero di sfidarlo con le palle veloci e cominciassero a lanciargli delle breaking ball (i lanci che non viaggiano in linea retta verso il battitore, come le palle curve) e dalla fine di aprile in poi vide solo quelle. Il problema è che lui era così competitivo cercava di colpirle tutte”.

Nelle difficoltà MJ iniziò ad allenarsi anche quattro, cinque volte al giorno, spesso da solo e a volte persino la sera dopo la fine delle partite. Barnett affermò di non aver mai visto in un altro giocatore la stessa etica del lavoro. “Era un esempio vivente, continuava ad allenarsi fino a farsi sanguinare le mani per le vesciche”.

Nonostante la media battuta non lo premiasse, dal punto di vista tecnico Jordan migliorava a vista d’occhio: il suo swing era più regolare e le palline che colpiva volavano sempre più dritte e veloci. “Per fare gli aggiustamenti che lui ha compiuto in pochi mesi, a molti giocatori sarebbero serviti anni – disse Barnett – Ha dimostrato una capacità di apprendere incredibile per qualcuno con così poca esperienza nel gioco”.

Anche Steve Wulf, il giornalista di Sports Illustrated che era stato autore di quell’articolo così duro nei confronti dei primi passi di MJ sul diamante, ammise in seguito di aver cambiato parere. “Sono tornato a vedere alcune partite nella seconda parte della stagione e mi sono pentito di quanto avevo scritto. Jordan era un giocatore completamente diverso rispetto a quello che avevo visto allo spring training, aveva un bello swing e colpiva bene la palla. Mi ero sbagliato: era diventato un vero giocatore di baseball.” Wulf scrisse un nuovo articolo contenente il suo mea culpa, ma la direzione di Sports Illustrator scelse di non pubblicarlo.

Finalmente, alla sua 354° apparizione al piatto, Jordan colpì il suo primo fuoricampo. Il 30 luglio, di fronte a una folla di 13.279 persone e con i Barons avanti 5 a 1 al Met contro i Carolina Mudcats, Jordan spedì una palla veloce del lanciatore avversario Kevin Rychel oltre la recinzione sinistra del campo. Arrivando in casa base Jordan indicò il cielo con un dito, per rendere omaggio al suo defunto padre. “Sono sicuro che da lassù lo ha visto” disse MJ nella conferenza stampa post-partita. La palla venne recuperata oltre la recinzione da due giovani fan, che la restituirono a Jordan in cambio di due palle da baseball da lui autografate.

Il secondo homer arrivò l’8 agosto, stavolta contro il lanciatore di Knoxville Smokies Jeff Ware, generando tre punti che aiutarono i Barons a vincere la partita per 8-6. Il terzo e ultimo fuoricampo della stagione Jordan lo batté il 20 agosto contro Glen Cullop, nel settimo inning di una vittoria per 12-4 contro i Chattanooga Lookouts.

Lo sciopero della MLB

La stagione delle minors normalmente si conclude intorno al Labor Day (il primo lunedì di settembre) e i giocatori più promettenti sono chiamati in MLB per l’ultimo mese della regular season. Il quesito sul fatto che Jordan avrebbe o meno esordito con i White Sox divenne però superfluo quando l’associazione giocatori entrò in sciopero il 12 agosto, una serrata che durò per ben 232 giorni e che portò alla cancellazione delle ultime sei settimane della regular season, dei playoff e delle World Series. A quel punto i Birmingham Barons divennero automaticamente la squadra di baseball più seguita della nazione, con la ESPN che mandò in onda diverse partite dei Barons per riempire il vuoto lasciato dalla MLB. Nonostante l’entusiasmo dei tifosi, l’annata dei baroni terminò però con un mediocre 65-74 e il quinto posto nella Southern League. Nella sua ultima partita ufficiale, una vittoria per 4-2 a Huntsville il 3 settembre, Jordan chiuse 0 su 4. Queste furono le sue statistiche complessive della stagione 1994:

  • 127 partite giocate
  • 497 apparizioni al piatto
  • 88 valide, di cui 17 doppi, 1 triplo e 3 fuoricampo
  • .202 di media battuta
  • 51 RBI
  • 30 basi rubate
  • 51 basi ball
  • 114 strike out
  • 11 errori difensivi

Terminati gli impegni con i Barons, Jordan smentì l’ipotesi che sarebbe tornato al basket e continuò a giocare nell’Arizona Fall League, dove la sua media battuta salì a .252 in 120 apparizioni al piatto. Nel febbraio successivo tornò ad allenarsi allo spring training con i White Sox.

Con lo sciopero ancora in fase di stallo, i proprietari della MLB avevano messo a punto un piano per l’utilizzo di giocatori sostitutivi nel campionato del 1995. In quell’ottica, Jordan sembrava un giocatore naturale per i Sox, almeno nelle idee del presidente del club Eddie Einhorn.

“Einhorn fece pressione su di lui perché entrasse in Major League da sostituto, ma Jordan gli disse che non lo avrebbe fatto, che non sarebbe mai stato un crumiro – raccontò Barnett – A quel punto, i White Sox cominciarono a rendergli le cose difficili agli allenamenti, spostandolo dallo spogliatoio della Major League e mettendolo con i giocatori delle minors. Fu per quel motivo che MJ decise di smettere con il baseball. Se non ci fosse stato lo sciopero, credo che Michael avrebbe continuato a giocare nella stagione successiva e sono convinto che alla fine sarebbe riuscito ad arrivare nella MLB”.

I’m back

L’11 marzo iniziarono a circolare le prime voci su un possibile ritorno di Jordan sui campi della NBA. Una settimana dopo arrivò l’ormai leggendario fax ai membri dei media da parte dell’agente David Falk, che riportava solo due parole: I’m back.

Jordan giocò la prima partita della sua seconda carriera con i Chicago Bulls il 19 marzo a Indianapolis, indossando la maglia n° 45 invece della classica n° 23 e segnando 19 punti in 43 minuti. Nove giorni dopo ne mise 55 (il famoso double nickel) nella vittoria contro i New York Knicks al Madison Square Garden, la Mecca del basket. Era tornato per davvero.

Lo sciopero della MLB si concluse con un’ordinanza del tribunale il 2 aprile, in cui un giudice federale stabilì che il piano dei proprietari di utilizzare giocatori sostitutivi violava la legge sul lavoro. Ma ormai era troppo tardi: i White Sox avevano perso un potenziale outfielder, i Bulls ci guadagnarono altri tre titoli.

I giudizi finali

Molti appassionati di sport potrebbero considerare l’incursione di MJ nel mondo del baseball come il capriccio di una star e, guardando le sue statistiche, concludere che la sua esperienza sia stata un fallimento. Ma non tutti la pensano così.

Timothy Bell Kurkjian, analista di baseball per la ESPN, affermò: “Venire catapultati in Double-A, dove ci sono giocatori di alto livello e colpire più di .200, rubare 30 basi e realizzare 51 RBI per me è stata una vera e propria impresa”.

“Non guardate la sua media di battuta – aggiunse Terry Francona – Michael non giocava a baseball dai tempi del liceo e ad agosto era già in grado di sparare palline fuori dallo stadio. Aveva la velocità, la potenza e la capacità di colpire, ma soprattutto sapeva entrare nella testa dei giocatori e avrebbe trovato un modo per battere gli avversari sul monte di lancio. Altre due stagioni e sarebbe stato a roster nei White Sox, forse anche uno starter”.

Jim Patton, autore del libro Rookie che racconta l’annata di MJ ai Barons, è un po’ più scettico. “Sì, era migliorato molto, ma aveva cominciato troppo tardi. Forse Francona ha un debole per le belle storie, ma io non credo sarebbe mai arrivato in MLB“.

Una cosa è certa, quell’estate del 1994 permise a Jordan di ricaricarsi. Fu come un ritiro spirituale, l’occasione per tornare ad essere un giocatore come tutti gli altri. “Credo davvero che abbia riscoperto sé stesso, la gioia per la competizione – ha detto Phil Jackson – Michael è stato molto più sereno dopo il suo ritorno al basket, più disponibile con il suo tempo e più coinvolto con i suoi compagni”. 

Terry Francona è oggi un manager con credenziali per la Hall of Fame che includono la rottura della maledizione dei Red Sox nel 2004, un secondo trofeo delle World Series conquistato tre anni dopo sempre con Boston e un altro viaggio alle Fall Classic nel 2016 con la sua attuale squadra, i Cleveland Indians.

Oltre venticinque anni dopo, Tito e Michael sono ancora in contatto. “Abbiamo significato molto l’uno per l’altro”, ha detto Francona. “Gestirlo è stata la migliore esperienza di apprendimento che abbia mai avuto. Ci ha mostrato grinta, coraggio e capacità di competere sotto pressione. Mi ha fatto diventare un allenatore migliore. In cambio, lo abbiamo fatto sentire di nuovo giovane”. 

I Barons del dopo Jordan

I Birmingham Barons tornarono in campo senza Jordan il 6 aprile 1995, battendo i Memphis Redbirds per 2 a 0. Ma fu solo l’inizio di una stagione come tutte le altre. “È stato un po’ come vedere i restanti membri dei Beatles giocare senza John Lennon – disse Nelson – Non eravamo più al centro del mondo, ma soltanto una normale squadra di baseball delle minors”.

La franchigia dei Barons risale al 1885 e a Birmingham hanno giocato vere e proprie leggende del baseball come Willie Mays, Satchel Paige, Reggie Jackson e Rollie Fingers. Ma la squadra non ha mai vissuto una stagione come il 1994. “Per quanto grandi siano stati quei campioni e il contributo che hanno dato al baseball – confermò Nelson – il giocatore più famoso nella storia dei Barons è e sarà per sempre Michael Jordan. Oggi, a quasi tre decenni di distanza, la n° 45 è ancora la maglia dei Barons più venduta di tutte”.

Le parole di MJ

In For The Love of The Game: My Story, l’autobiografia scritta con l’aiuto dell’autore sportivo Mark Vancil e pubblicata nel 1998, Jordan descriveva così la sua stagione con i Barons: “Ricordo di aver guardato in cielo di tanto in tanto e di essermi stupito di quanto la mia vita fosse cambiata. Non riesco a descrivere esattamente il senso, ma ora sembra che stessi vivendo un sogno”. 

Se abbiamo potuto assistere al secondo threepeat dei Bulls, alla stagione delle 72 vittorie e a tutti gli altri indimenticabili momenti che hanno contraddistinto la seconda carriera di MJ sul campo da basket, non è possibile dimenticare il ruolo decisivo avuto dai mesi vissuti a Birmingham con mazza e guantone in mano. Un periodo in cui Jordan si è spogliato delle vesti di imperatore del parquet per indossare quelle, molto meno ingombranti, di semplice appassionato di baseball. 

Il suo agente David Falk una volta disse: “Ci sono molti atleti che sono terrorizzati dall’idea di abbandonare lo sport per cui sono diventati famosi, perché hanno paura di perdere la loro identità. Ci vuole un incredibile coraggio per rinunciare ad essere l’indiscusso re del proprio sport per scegliere di diventare uno dei tanti in un altro”.

Ma se c’è una cosa che ormai tutti abbiamo imparato, è che Jordan non ha mai avuto paura di fallire. “Non sempre avrai successo, è una cosa con cui bisogna fare i conti. Penso di essere abbastanza forte da accettare il fallimento, ma non posso accettare di non provarci“.

Lo Sport di Domani - Chiacchierata con Flavio Tranquillo
Quattro chiacchiere con Flavio Tranquillo, per parlare del suo ultimo libro: un saggio che affronta i...

POTREBBERO INTERESSARTI

Film Room: Zion Williamson
La stagione dei New Orleans Pelicans procede sotto traccia. Attualmente quinti nella Western Conference...
Film Room: Damian Lillard
La stagione dei Milwaukee Bucks è stata ricca di vicissitudini di vario tipo. Il primo periodo di transizione...
Film Room: Deni Avdija
Il momento di Deni Avdija presenta numerose sfide per comprendere quanto è ampio il progresso che può...

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.

Overtime

Storie a spicchi

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.