Try again – John Starks, il ninja di New York

Alcuni mesi fa, mentre facevo compagnia a mio figlio di 7 anni intento a scoprire l’epica calcistica nascosta tra le gesta di Holly & Benji, un turbamento mi ha attraversato. Com’è possibile, mi sono chiesto, che Holly, da sempre apparsomi come un noiosissimo e stucchevolmente talentuoso ragazzotto, un predestinato dalla narrativa priva di spessore o di chiaroscuro, sia agli occhi di mio figlio un eroe da supportare incondizionatamente? Da lì, il passo è stato breve, fino a chiedersi: cos’è che ci porta a reagire in modi del tutto differenti di fronte a un modello sportivo? Quale la variabile che ci guida, nel fatidico momento di dover scegliere per chi tifare?

Queste domande mi hanno accompagnato mentre, più o meno nello stesso periodo, ho dovuto fare i conti con le celebrazioni dinastiche del Re guardando The Last Dance. Più scorrevano le immagini e più mi chiedevo: perché, nel processo emulativo tipico della gioventù, non mi aveva mai nemmeno sfiorato l’idea di voler essere like Mike?

Perché invece ci si può sentire attratti da quelli che, con felicissimo paradosso, qualcuno in letteratura ha definito beautiful losers? E quale forma di devoto accanimento si sviluppa, quando si prende coscienza che la sconfitta diventerà parte integrante della stessa narrazione?

Sono interrogativi ineludibili, quasi fondativi, se come il sottoscritto siete diventati tifosi dei Knicks nella primavera del 1994. Fino a diventare forma di epica, se lo siete diventati per merito di un fenomeno di nome John Starks. Un uomo straordinario, grazie al quale, dopo qualche flirt tra diverse franchigie, ho finalmente capito cosa significasse soffrire, letteralmente, per amore di una squadra.

See I got heart Like John Starks / Hitting mad sparks / Pass me the mic, and I’ll be rocking the whole park

[Beastie Boys, Get it together]

John Starks è stato, per larghi tratti, la quintessenza dell’underdog: pedigree plebeo, bassa reputazione, ma carattere e tenacia in grado di sgretolare qualsiasi difficoltà, fino a conseguire successi inaspettati. La sua parabola è, per portata simbolica prima ancora che per curriculum, legata a doppio filo al ciclo che i Knicks aprirono nei primi anni ’90 – un ciclo conclusosi nel 1999, con il secondo arrivo, e la seconda sconfitta, nelle Finals NBA. Da qualche mese Starks non faceva già più parte di quel roster, profondamente rinnovato nel biennio precedente. Ma di quella squadra, Starks rappresentava lo spirito indomito, la cazzutaggine senza pari. Credo di non esagerare, se affermo che di quel team John fosse il leader de facto, forse più dello stesso Pat Ewing. Di certo, Starks sembrava essere, in quegli anni, il figlio prediletto del Madison, per senso di attaccamento, identità e talento sportivo. “He was the Knicks”, avrebbe detto Spike Lee anni dopo.

E come figlio prediletto, John ha mostrato in modo intenso e doloroso grandezze e limiti di questa storia, in cui l’agonismo furioso fa i conti con un senso di sconfitta che sa di inevitabile, lo scintillio della battaglia fa da preludio alla cronaca di una morte annunciata, l’ascesa pare quasi trovare senso solo nella caduta.

La storia di John Starks è quindi paradigmatica, e la si può raccontare – come lui stesso ha fatto nella sua autobiografia – solo alla luce di questa incessante dicotomia, un rise and fall dai movimenti fulminei, capaci di coesistere quasi nello stesso spazio. Due lati della stessa medaglia agonistica, ambedue iconicizzati nell’immaginario popolare; il primo, reso celebre da una semplice, granitica espressione, la più esaltante che possa essere concepita su un parquet: “The dunk”; l’altro, giacché i numeri sono sempre più brutali delle parole, da una sibillina formula aritmetica: 2/18.

Feast or Famine, festa o carestia, così lo chiama Riley, suo coach e mentore. Tesi e antitesi: figlio della più antica delle dicotomie, Starks sapeva essere luce accecante e buio pesto, a volte anche nella stessa gara. E sapeva più di chiunque altro come questo equilibrio precario fosse frutto della sua biografia, e che non avrebbe potuto esprimere se stesso in nessun altro modo se non attraverso questa chiave.

Sintesi (Try again.)

Le cronache wikipediane descrivono Starks come uno dei migliori “undrafted” della storia della Lega, e questa medaglia sul campo ci dà il primo indizio della sua parabola sportiva.

John Starks viene da Tulsa, nel cuore dell’Oklahoma, dove nasce il 10 agosto del 1965. La carta d’identità cestistica reciterà per tutta la vita “shooting guard”, 195 cm scarsi di altezza dichiarati. La sua carriera giovanile è tutt’altro che memorabile: cambia ben quattro college locali nel giro di quattro anni, tra furti, cannabis, irrequietezza e prestazioni che lasciano pressoché indifferente l’intero mondo degli scout. Siamo lontani dal clamore che accompagna i migliori prospetti del paese, John è semplicemente uno dei tanti, e non può certo stupire se il draft del 1988, anno conclusivo della sua sgangherata carriera accademica, non vede la sua chiamata da nessuna delle squadre della Lega.

Riesce tuttavia a ottenere un posto a roster dai Golden State Warriors, in piena rinascita grazie al TMC, che porterà proprio Mitch Richmond ad esser nominato Rookie of the Year 1989. Starks finirà la stagione infortunato, 36 partite a referto, un gruzzolo di 4 punti di media in tasca e la quasi certa retrocessione nel purgatorio delle leghe minori. E negli anni ’90, di leghe minori c’era di che sbizzarrirsi: CBA, WBL, USBL, mille acronimi e una sola regola, passare appena possibile al piano di sopra. John passerà due anni in the middle of nowhere, lungo rotte secondarie, sceneggiature di suburbia periferiche, cementando forza d’animo e passione. Non smette di crederci, continua a studiare in vhs i movimenti dei grandi del gioco. Ha una sincera ammirazione per Jordan, lo seziona, ogni movimento, ogni sua abitudine in campo, cercando di carpirne, non avendone il talento, almeno la forza mentale, lo spirito agonistico.

Non si arrende, Starks. Crede, in se stesso e nei suoi gesti. Crede, perché senza non si esiste. Continuerà a farlo, anche nel momento peggiore della sua carriera sportiva, qualche anno dopo. Ever tried. Ever failed. No matter. Try again., ci corre incontro, il mantra spesso citato di Samuel Beckett. Testardo, emotivo, motivato, John scrive la sua storia fuori dai circoli letterari che contano, ma è lì che tutto troverà senso, quando sarà il momento.

E il momento arriverà presto, perché nell’estate del 1990 Starks partecipa al camp dei New York Knicks. Sta per essere tagliato, lo sa, ha giocato male, e allora compie il gesto più tipicamente da John Starks che riesce a concepire, si butta all’impazzata per schiacciare in faccia a Pat Ewing, il re della Mela, il nostro caro leader, vuole uscire col botto Starks, non sa concepire altra ipotesi, ma Ewing è un gigante, e il botto John lo fa davvero, ginocchio slogato e pubblico incredulo, ma è la sua fortuna, i Knicks lo mettono a roster come infortunato e da lì non si muoverà per otto anni, e saranno anni di amore incondizionato e incendiario.

Il primo anno è un preludio, ma nel 1991 arriva al Garden mister Pat Riley, e si comincia a fare sul serio. Ciò che ha fatto Riley dopo il 1995 può essere più o meno rimosso dalla memoria collettiva, perlomeno se avete il cuore blu- arancio; lasciare la propria squadra via fax è gesto che neppure il peggior Nolan dovrebbe subire; ma a Riley si deve eterna gratitudine non solo per aver valorizzato e creduto in Starks più di chiunque altro, ma soprattutto per aver plasmato e condotto un gruppo di guerrieri, una falange dura come il granito, nasty, finalmente degna della mitopoiesi che solo una città-mondo come New York può cucirti addosso. Perché, diciamocelo pure, tifare New York nei primi anni ’90 era una sensazione impagabile: altri vincevano (i Bulls, e basta), altri erano giovani e cool (i Magic, gli Hornets, Seattle), altri stavano nel salotto buono (Rockets, Spurs, Jazz); ma i Knicks avevano trovato la loro strada, un’identità specchio finalmente della sua nation, una città cautamente ottimista dopo gli anni del declino, prima che l’11 settembre chiudesse un’epoca. Non a caso, le migliori sfide di quegli anni, oltre che con Chicago, sortirono fuori dalla rivalità con un altro team di duri e puri, gli Indiana Pacers, dove anche la classe infinita di Reggie Miller poggiava sull’agonismo sua e dei suoi compagni.

Per coincidenza anagrafica, ebbi la fortuna di avvicinarmi a questo mondo negli anni fondativi della mia adolescenza, a cavallo tra il 1993 e il 1994; nello stesso periodo in cui cominciavo a ruminare con foga tutto ciò che riguardava la pallacanestro, entrarono nella mia vita i Beastie Boys. Ascoltando “Ill communication” capii due o tre cose sulle contaminazioni, sull’ironia come stile di vita e soprattutto su New York. Fu un’epifania scintillante, avevo trovato una colonna sonora di epica urbana, decenni di musica mescolati in un technicolor che portava con sé tutte le suggestioni dei 5 boroughs. Mi sembrava l’unico posto al mondo dove avrei voluto vivere. E i Knicks erano l’unica squadra che avrei voluto tifare. Presuntuosi, ricchi, incompetenti, inconcludenti: a vederci da fuori, probabilmente ci saremmo descritti così, come poi magari abbiamo fatto noi stessi, negli anni a venire. Ma da fuori, non avremmo avuto l’onore e il privilegio di toccare con mano un team unico, una sorta di monolite coeso e ignorante, rude boys fino al midollo: Pat era il nostro faro, umbratile e leader forse più di quanto avrebbe voluto; Oak era la pietra angolare della difesa, Derek Harper e il giovane Greg Anthony dispensavano fosforo e saggezza; l’enigmatico Charles Smith arrotondava con efficienza; il compianto Anthony Mason dalla panca portava rimbalzi e cattiveria; e poi c’era lui, John Starks, presto definito il Ninja dalla stampa, mastino nella nostra metà campo e trascinatore in attacco, una sorta di 3&D atipico, perché alle numerose bombe (tuttora recordman di triple di franchigia, fu il primo nella Lega a segnare più di 200 tiri dall’arco in una stagione, ma badate bene: fino al ’92, praticamente il Nostro non sapeva tirare, e si smazzò allenamenti infiniti, giusto per ricordare al mondo di quale etica del lavoro stiamo parlando) accompagnava sovente avanzate in penetrazione fulminee e letali, come si confà a un animale da campetto. Una scintilla, un motore perpetuo, la certezza scientifica di una termodinamica instancabile e priva di qualsiasi senso del dubbio. No matter. Try again. Come potevi non amare un simile esempio di tenacia umana?

Tesi. (Try again. Fail again. Fail better.)

Nel 1992 Starks fece suo il ruolo di guardia titolare, ponendosi con continuità tra i migliori scorer della squadra. Ma più ancora, era in difesa che Starks dava il meglio di sé. Fu inserito nell’All-Defensive Second Team del 1993, ma il miglior premio rimaneva la stima guadagnata dai rivali. In primis, quella di Sua Maestà MJ. Fu contro di lui che John fece la sua prima apparizione con la canotta di NY, nel 1990. “Mi chiamerai Mr. Jordan, dopo stasera”, si sentì dire. “Vedremo”, ribattè John. Da quel momento, ben pochi nella Lega seppero limitare MJ come lui – fermarlo, era una bestemmia solo pensarlo, e John amava ripeterlo ai media. Jordan rispettava Starks, la sua tenacia, la sua sfrontatezza. “Starks una volta era un cocky, ma adesso ha trasformato questa presunzione in sicurezza”. E ancora: “Non ricordo quando fosse in CBA; so che adesso è qui”. A fugare ogni dubbio: “John è il migliore di tutti nel marcarmi”.

Nelle sfide con i Bulls, e con Jordan in particolare, si può ravvisare molto dell’indole di Starks. Rispettoso, ma mai prono verso colui che pur sapeva essere superiore. Dava l’anima, per sé e per la squadra, fino a sembrare presuntuoso. Una hybris quasi priva di senno, e non è un caso se spesso gli highlights di quelle sfide ritraggano John quasi spiritato, gli occhi iniettati di agonismo, lo sguardo beffardo accentuato da un baffetto quasi chicano. I New York Knicks erano una squadra in missione, quella di destituire il Re e di prendersi la Eastern Conference; e come una vera falange, credevano unicamente in se stessi, affratellati dallo stesso spirito. Ogni gesto, ogni sforzo era teso a quello scopo. Una sorta di trance agonistica perenne, capace di portare a casa 60 vittorie e il primato ad est, nel 1993.

With all these trials and tribulations, yo, I’ve been aected / And to top it o, Starks got ejected

[A Tribe Called Quest, 8 Million Stories]

Emotivo, irascibile, senza filtri: Starks non conosce compromessi, “non si può dividere il Buono dal Cattivo”, per usare le parole di Jeff Van Gundy, allora assistente di Riley. Starks letteralmente prende fuoco quando gioca; spesso finisce per perdere il controllo, o rimane schiavo di giornate in cui non la mette nemmeno nella vasca. Celeberrima la sua espulsione, proprio in quell’anno, nella serie contro Indiana, quando cade vittima del trash talking di Reggie Miller; i due si detestano, il Ninja soffre la tracotanza talentuosa della guardia californiana, finché non affonda, dopo l’ennesima provocazione, una testata all’indirizzo del rivale. Ewing è furioso, John non ha ancora imparato a mantenere la calma; e questo è delittuoso, mai mettere a repentaglio la sicurezza e l’integrità della falange. Tanta tenacity e poca sagacity, chiosa l’icona Walt Frazier. Ma qualsiasi defaillance sembra messa in secondo piano, perché le cronache non avrebbero mai ignorato la dedizione ossessiva che il ragazzo being from nowhere stava mostrando alla sua gente e ai suoi compagni.

Già sconfitti da Chicago l’anno prima, nel 1993 i Knicks hanno il vantaggio del campo e l’occasione di accedere alle Finals. Ritrovano i campioni in carica nella Finale di Conference. Sarà la prima di una serie di amare delusioni: sopra 2-0, saranno eliminati in 6 partite. Il Re non sarà destituito; chiuderà anzi con 32 di media nella serie, e la chiara dimostrazione che persino il suo status di umano potesse essere messo in dubbio. Ma per tre giorni, sembrò davvero che New York fosse la squadra migliore al mondo, in grado, facendo leva solo sui propri dettami agonistici, di piegare chiunque al proprio volere. In gara 1, Starks piazza quattro bombe su quattro nei dodici finali. E in gara 2, si consegna alla devozione sempiterna del Garden – se mai ancora ci fosse stato bisogno di un suo gesto per donargli amore incondizionato. 

Se ogni beautiful loser consegna al mondo almeno un capolavoro irripetibile, quello di Starks vede la luce sul palcoscenico più scintillante. Sopra di 3 a un minuto dal termine, Starks e Ewing orchestrano un pick and roll come veri partners in crime: è vero, BJ Armstrong viene spinto oltre il lecito, ma Starks sa che il marcatore lo avrebbe comunque lasciato scivolare sul fondo, dato che l’aiuto portato da Horace Grant avrebbe scoraggiato anche un marine. È qui che Starks compie il suo gesto iconoclasta e liberatorio: un volo icaresco verso il canestro, contro le gerarchie che il parquet aveva decretato, contro gli anni passati nel purgatorio delle periferie, contro persino la stessa ragionevolezza e le leggi della fisica. Stacca da terra prima che Grant e lo stesso Jordan possano contrastarlo, e schiaccia con violenza seconda solo al tripudio del Madison, spettatore incredulo di un’estasi infinita. Gesto, pubblico, antagonista: la sceneggiatura è così perfetta da sublimare la bellezza atletica del momento, che ci racconta molto del dinamismo dello Starks giocatore. Si osservi il lieve caracollare davanti al marcatore, il fulmineo scatto verso destra: un pendolo, una molla, un controllo del corpo da manuale sportivo. Una risultante senza scarti di forza fisica e tenuta mentale, in grado di accendersi e di trovare linfa dal calore della sfida.

New York aveva trovato il suo idolo, e Starks aveva dato senso alla sua stessa biografia. “The dunk” sarebbe rimasta immortalata come uno dei momenti più iconici del basket anni ’90: pur effimero dal punto di vista dei successi, il gesto di Starks rimane a distanza di decenni l’immagine di un ciclo sportivo e del suo giocatore simbolo.

Antitesi. (Better again. Or better worse. Fail worse again. Still worse again.)

Stagione 1993-94. Il Re si ritira, il trono è vacante. Grande è la confusione sotto il cielo della Lega, e i Knicks consolidano il proprio ruolo di contender. Starks riceve anche la sua prima e unica convocazione all’All Star Game, a rimarcare che il cammino verso l’elite della Lega è ormai compiuto e riconosciuto. Adidas lo mette sotto contratto, e gli regala uno spot memorabile, “You seen John?”, tra gospel e boroughs, tutti lo cercano e lui chiuso in palestra, scintilla workaholic.

Nei playoffs, sconta i postumi di un infortunio al ginocchio, ritrova lo starting five solo nel corso della Semifinale di Conference. I Knicks eliminano finalmente i Bulls dopo 7 faticosissime gare, e poi Indiana dopo un altro 4-3. Il Ninja parte male, forse il ginocchio è dolorante, o forse sente troppo la pressione: la mette con il 35% contro Chicago, e anche contro Indiana tira maluccio la carretta fino a gara 5. Gara 6 però è il suo proscenio: 26 punti, 7/11 dal campo e un sontuoso 5/6 da 3, 6 assist e 3 rubate portano i Knicks fuori da baratro, per poi resistere all’urto dei Pacers al Madison. Dopo venti anni New York è alle Finals, contro gli Houston Rockets dell’immenso Hakeem Olajuwon.

L’estate del 1994 è stata per chi scrive l’ultima che si sarebbe potuta dire spensierata per molti anni a venire. Avrei sperimentato per un tempo a me parso infinito il lungo e accidentato travaglio chiamato adolescenza. Mi appare quindi quasi come ineluttabile far coincidere quel momento biografico con una delle peggiori delusioni sportive che abbia provato nella vita – peraltro in differita, giacché al tempo non era esattamente semplice avere notizie dall’America in tempi rapidi. Assieme ad altri passaggi strettamente autobiografici, Gara 7 delle Finals 1994 ha sempre simboleggiato per il giovane fan che ero non solo la delusione di un’aspettativa frustrata; ma anche, per un senso di autostima già al tempo scintillante, una sorta di certificazione di dovuto fallimento. Era come se i peggiori nodi fossero venuti al pettine; anzi, più ancora – qui la memoria si fa essa stessa emotività – come se il mito fondativo del mio essere tifoso dei Knicks avesse già trovato ragione di esistere nell’essere sconfitti a un passo dal traguardo, dopo un match point annullato in gara 6, e dopo, infine, una disfatta senza appello. Per una biografia già vissuta sotto il senso di una certa inadeguatezza, fu persino normale fare i conti con quella Gara 7.

Si capirà a questo punto perché la celebre prestazione di Starks in quella gara, un desolante 2/18 dal campo – compreso un terrificante 0/11 da 3 – abbia rappresentato il momento più alto di empatia con il mio idolo. Gara 7 è passata alla storia come il suo fallimento, il suo personale meltdown: sul palcoscenico più alto, John Starks ha sciorinato la peggiore, e più dannosa prestazione della vita. Né più, né meno.

Rivedendo i filmati della partita, appare chiaro come John entri via via in una spirale di paura; emerge chiaramente che quella sarà una di quelle serate. La sua è un’agonia lunga un intero match. I primi tiri sbattono sul ferro, poi arriva un air ball, John scuote la testa nei time out, si incaponisce nel tentativo di sbloccarsi. Sembra vivere un duello con se stesso, come a voler dimostrare che è quello, il momento in cui deve celebrarsi il suo riscatto, arriverà, è solo questione di tempo. Tutta la sua carriera è stata così, in fin dei conti. Deve essere la sua serata. Ma la gara arriva al capolinea, senza che Starks abbia nemmeno iniziato a entrare in ritmo. 

Molti – anche all’interno dello spogliatoio – addossarono le colpe a coach Riley per non aver sostituito il suo “pupillo” nel corso della gara con l’esperto Rolando Blackman, cui Starks aveva tolto due anni prima il posto da titolare. L’allenatore ha sempre sostenuto di voler difendere l’uomo che comunque, a detta di tutti, aveva portato New York fino a quel punto: tesi più che fondata, dato che, a confronto, la serie di Ewing potè dirsi ben più mediocre, surclassato ahinoi quasi sempre dal sommo Olajuwon, già MVP e DPOY della stagione – e da lì a poco, miglior giocatore della Finale a mani basse. I punti segnati dal Ninja prima di gara 7 furono, in sequenza: 11, 19, 20, 20, 19, per finire con uno score di 27 a referto in gara 6, quando si vide fermare il tiro della vittoria dalla falange protesa in block del centro nigeriano – con fallo più che sospetto. Semplicemente, senza Starks gara 7 non sarebbe nemmeno esistita. Ma l’epica prevede certi copioni, destini da compiersi per volere divino. Le sue trame sono spesso menzognere, e quasi sempre a senso unico; e in questa storia, Gara 7 è stata l’antitesi della vocazione sportiva di John Starks, un uomo capace di arrivare letteralmente in cima dai bassifondi della pallacanestro, e di fermarsi un attimo prima della fine. E, fedele a questa stessa biografia, compiendo questo fallimento non con un solo tiro sbagliato, ma credendo ostinatamente di poter sovvertire il destino avverso, continuando incessantemente a provare a dispetto di ogni evidenza. Better again. Or better worse. Fail worse again. Still worse again. Ecco.

John Starks è stato semplicemente umano fra gli umani: ha fallito in maniera fragorosa, proprio quando l’ultimo sforzo lo avrebbe consegnato alla gloria eterna dei più grandi. Ed è esattamente in quel momento, ed è esattamente per quel momento, che ho giurato a me stesso che non avrei concepito nessun’altra forma di idolatria sportiva che non fosse basata su un semplice assunto: avere compassione di chi ti aveva offerto un sogno, fino a infrangerlo sacrificando se stesso.

Non avrei, e non ho mai più supportato nessun vincente. Avrei forse vinto, o gioito per qualche vittoria; ma nessuna vittoria avrebbe conquistato il mio cuore per l’eternità, come aveva saputo fare la sconfitta senza appello di John Starks, il suo umanissimo 2/18 in Gara 7, i suoi occhi sconsolati, la malinconia dolente che lo avrebbe accompagnato da lì in poi.

Parte della stampa e del pubblico newyorchese, ovviamente, gli gira le spalle. Troppo ghiotta l’opportunità per sfogare la frustrazione. Molti continuano a sostenerlo con riconoscenza. L’amico Spike Lee lo cerca fin sotto la doccia, la sera di Gara 7. Non riuscirà a parlarci, John non vuole vedere nessuno. Per mesi e mesi si rifiuterà, lui così attento a correggere i suoi errori nei post-partita, di rivedere il filmato della gara. Troppa amarezza, per sé e verso i tifosi.

Le annate successive raccontano di nuove delusioni e qualche soddisfazione. Jordan torna, e rimette tutti in riga. Ci saranno altre occasioni, ma New York ha perso la sua opportunità, il gruppo è nella fase calante della carriera. Nel 1995 arriva l’eliminazione nelle Semifinali di Conference ad opera di Indiana; gara 1 è quella, celeberrima, in cui Reggie Miller infila 8 punti in 10 secondi fino a rimontare lo svantaggio e vincere sul filo di lana; ma a noi fece male vedere che fu Starks a piazzare lo 0/2 decisivo ai liberi, tra una bomba e l’altra della nostra nemesi in gialloblu. Il confronto sembrò impietoso, e sembrarono lontani anni luce gli idilli di qualche anno prima. Se ne va il suo mentore Riley, a New York arriva Don Nelson, che anni prima lo aveva fatto esordire e poi tagliare a Golden State. John perde il posto da titolare a favore del carneade Hubert Davis, poi lo ritrova quando Nelson viene licenziato nel corso della stagione, chiusa con l’eliminazione, tanto per cambiare, per mano dei Bulls. Ma il rinnovamento ormai è in atto, nell’estate del 1996 arriva Allan Houston da Detroit, il ruolo di guardia titolare sarà suo. Con professionalità e spirito di squadra, John fa da chioccia al nuovo arrivato, forse il giocatore più elegante nella Lega del periodo. Vince il premio di Sesto uomo dell’anno, ed è una bella seppur magra soddisfazione.

Verrà scambiato nell’inverno del 1999 proprio con Golden State. Al suo posto, un altro giocatore destinato a prendersi il cuore del Garden grazie alla sua passionale follia: Latrell Sprewell. Sarà quest’ultimo a condurre nuovi underdogs a una sorprendente Finale partendo dall’ottavo seed. Ma saranno solo spettatori, Tim Duncan è pronto a prendersi la Lega, e da lì in poi sarà davvero un’altra storia.

John porta la valigia a spasso ancora per due o tre anni, dopo Oakland va a Chicago, poi chiude nello Utah, prima di ritirarsi, Anno Domini 2002. Da anni conduce iniziative benefiche grazie alla sua Fondazione; spesso fa capolino sugli spalti del Garden, coccolato come sempre. È un uomo pacificato, sereno. Non ha meritato l’onore di vedere il suo numero 3 pendere dai soffitti del Garden, né tantomeno quello di ultimi balli celebrativi.

Ma per molti di noi, John Starks è stato un eroe prometeico, capace di sfidare i giganti e di venirne soggiogato. Era un paria, incapace di contenere il suo tracimante temperamento, di condurre sé stesso, con istinto ferino, lungo gli algidi e monotoni percorsi della vittoria a tutti i costi, senza crolli né cedimenti, come accade ai veri, celebrati campioni. Pronto a incendiare lo spazio circostante, così come a farsi cenere. E così mi sentivo io, come spesso capita negli anni di formazione. Eravamo quelli seduti sul lato sbagliato, e John era uno di noi: ci rendeva orgogliosi, e ci faceva fottutamente divertire.

Per cui, sapete che vi dico, mettetevi comodi e datemi retta, perché quell’uomo a Chicago fa dei bei salti, come disse Eddie Murphy, è vero; ma qui siamo nella Grande Mela, sono gli anni ’90, c’è in giro della gran bella musica, e giù al Garden stasera giocano i Knicks: venite a vedere i ragazzi, venite a vedere John Starks, il più amato di tutti.

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