Alex Schwazer
Alex Schwazer con la bandiera italiana (il Gazzettino.it)

Il caso Schwazer e la ricerca della verità

Il Dottor Doping - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare le Olimpiadi. Un viaggio nel mondo del doping dagli anni '80 a oggi.

Schwazer era l’obiettivo? Esiste un vero antidoping?
Un viaggio a ritroso nel tempo per tentare di rispondere a queste domande.

Il mio primo ricordo legato alle Olimpiadi è un albo illustrato di Paolo Ongaro “Storia delle Olimpiadi a fumetti”, edito da Mondadori, uscito in vista di Atlanta 1996 con in appendice 24 pagine col medagliere di tutte le gare. L’apoteosi per uno statisticodipendente sin dall’infanzia.

Nel mio portatile ho un file chiamato “Il caso Schwazer-Donati: la strana coppia”. L’ultimo salvataggio era del 12 agosto 2016 alle ore 21.42 e, a distanza di quattro anni e mezzo, l’ho riaperto. Dovevo dare un senso a quelle ricerche. Dovevo farlo.

Alex Schwarzer, 36enne marciatore italiano, risultato positivo al testosterone a ridosso delle Olimpiadi di Rio e condannato l’8 agosto 2016 a 8 anni di squalifica, è stato dichiarato innocente in ambito penale e il caso archiviato perchè “è stato accertato con alto grado di credibilità che i campioni di urina furono alterati”.

I guelfi e ghibellini dell’era social, in ogni caso mediatico che si rispetti, si creano in un attimo: innocentisti e colpevolisti, garantisti e giustizialisti, tifosi della seconda chance e ultras dell’essere marchiati a vita. Ecco le fazioni specifiche per Schwazer. Tuttavia, non avevo interesse nell’inserirmi in questo (non) confronto.

Di questa vicenda, umana prima che sportiva, mi colpirono alcuni spezzoni di uno speciale di 20’ di Repubblica, dove si mostravano anche i suoi allenamenti. Tutto mi sarei aspettato tranne che di provare una profonda tristezza in grado di restare viva ancora oggi. Un allora 32enne, capace di essere un campione nella propria disciplina, in preda a una psicosi totale di persecuzione, che marciava in mezzo al nulla, tra le radure del Trentino, nascondendo l’acqua in auto per timore che venisse alterata. La sua non era vita. Perchè sottoporsi a questa autotortura?

Schwazer, classe 1986, conquista tutti, appassionati e non, pure sponsor come la Kinder, con la sua immagine pulita di gentile ragazzo di montagna che domina la disciplina di massimo sforzo dell’atletica, ossia la marcia 50 km.

Il suo è un crescendo di risultati: bronzo ai mondiali di Helsinki 2005, bronzo ai mondiali di Osaka 2007. Oro olimpico, con annesso record, a Pechino 2008 e argento nella 20km agli europei di Barcellona nel 2010. Quest’ultima medaglia, quattro anni dopo, complice la squalifica per alterazione del passaporto biologico del 19enne Stanislav Emelyanov, allievo di Viktor Chegin, diverrà oro, ma, appunto, soltanto nel 2014. Cos’è accaduto nel mezzo?

Nel 2010 inizia a essere battuto da avversari inferiori, a Barcellona da una cometa come Emelyanov, e capisce che qualcosa non torna. Quel qualcosa si chiama doping e la strada per contrastare i dopati, che lo irridono nelle gare dichiarandogli la loro condizione, è quella di emularli per giocare ad “armi pari”. Nel 2012, a pochi giorni dalle Olimpiadi di Londra, viene trovato positivo all’EPO in un controllo a sorpresa della WADA (agenzia mondiale antidoping) e squalificato per 3 anni e 9 mesi.

In principio è restio a collaborare, cambia tante e troppe versioni, ci sono punti che restano oscuri ed elementi che non coincidono, e per questo non ottiene giustamente alcuno sconto di pena, ma alla fine parla.

La redenzione non è un percorso immediato.

Schwazer rende alla procura di Bolzano dichiarazioni in merito al doping dei marciatori russi, si ripete alla procura antidoping del CONI e viene sentito anche dalla RUSADA (agenzia antidoping russa) come testimone per le ammissioni dei loro atleti. Si, lo so, scrivere agenzia antidoping, seguito dal termine russa, è un gran ossimoro, ma sarà solo il primo di tanti.

Il gran maestro della marcia russa viene sospeso e messo sotto indagine persino della RUSADA, causa 18 allievi risultati positivi (tra i quali Kirdjapkin oro nella 50km a Londra). Escluso dalla delegazione degli europei del 2014, è comunque presente a bordo strada durante le gare.
Il suo nome? Viktor Chegin.
A fine anno, la WADA, dopo le accuse mosse dal documentario “I segreti del doping: come la Russia fabbrica i propri campioni” dell’emittente tedesca Ard, basato sulle rivelazioni di Vitaly Stepanov per 3 anni dirigente RUSADA, istituisce una commissione diretta da Dick Pound, primo presidente della WADA dal 1999 al 2007.

Una delle principali accuse è che Liliya Shobukhova, autrice della seconda prestazione all-time nella maratona, avesse pagato 450.000 euro per risultare pulita e partecipare a Londra 2012.

Alex Schwazer conferenza positività 2012
Alex Schwazer nella conferenza stampa del 2012

Il 9 novembre 2015, dopo 11 mesi di indagine, pubblica un rapporto che conferma i sospetti e teme che questa pratica di doping e insabbiamenti, col supporto dell’FSB (ex KGB), non sia circoscritta alla sola ARAF (federazione di atletica russa). Tuttavia non può indagare. L’ARAF viene esclusa con effetto immediato da qualsiasi competizione e tutte le attività del laboratorio WADA di Mosca sono sospese insieme alla RUSADA. In pratica, la Russia non ha più una NADO (organizzazione nazionale antidoping) operativa.

Il doping di stato russo

In contemporanea, in Francia, viene arrestato l’ex presidente della IAAF (federazione internazionale di atletica) Lamine Diack, con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro, per aver accettato una tangente di 1 milione di euro dall’ARAF per nascondere i risultati positivi di almeno sei atleti russi. Diack, che aveva preso il posto di Primo Nebiolo nel 1999, è stato a capo della IAAF sino ad agosto 2015, e ha coperto una serie di federazioni nazionali (Kenya, per esempio) in uno schema di connivenza col supporto del dottor Gabriel Dollé, direttore del dipartimento antidoping della IAAF, e Valentin Balakhnichev, tesoriere IAAF e presidente ARAF dal 1991 al 2014. Il denaro veniva estorto in cambio di protezione per gli atleti sospetti, ritardi nei test, silenzi e riutilizzato per mantenere il proprio tenore di vita e per le elezioni in Senegal.

Il 18 giugno 2020 viene condannato dal tribunale di Parigi a 4 anni di carcere, suo figlio Papa Massata, responsabile del marketing della IAAF, a 5 anni, 1 milione di multa e viene spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, mentre Balakhnichev e Dollé rispettivamente a 3 e 2 anni. La famiglia Diack è ancora sotto indagine per pagamenti di 2 milioni di dollari che la Black Tidings, società di consulenza, avrebbe disposto nei loro confronti nello stesso periodo di assegnazione a Tokyo dei Giochi del 2020.

Pound, nel suo secondo rapporto del 2016, afferma: “La corruzione non può essere attribuita a un piccolo numero di criminali. Era incorporata nell’organizzazione.”

Il 19 maggio, la WADA nomina Richard McLaren, professore canadese specializzato in giustizia sportiva (fu a capo dell’inchiesta BALCO), per condurre un’indagine sulle Olimpiadi invernali di Sochi 2014. Dopo due mesi di ricerche, dichiara che “oltre ogni ragionevole dubbio la Russia, Il Ministero dello Sport, il Servizio di sicurezza federale (FSB) e il laboratorio accreditato dalla WADA a Mosca, avevano operato almeno dal 2011 per la protezione dei concorrenti russi drogati. Un sistema di sicurezza voluto e diretto dallo Stato dopo lo scarso numero di medaglie alle precedenti Olimpiadi invernali”. La Russia, a Vancouver 2010, era giunta undicesima con 15 medaglie (3 ori), mentre a Sochi si era piazzata al primo posto con 33 medaglie (13 ori).

La WADA indica la RUSADA come non conforme al Codice mondiale antidoping e raccomanda di escludere gli atleti russi da Rio 2016, ma il CIO respinge la richiesta e autorizza 278 atleti, su 389 aventi diritto, a partecipare. Il 9 dicembre 2016, McLaren pubblica la seconda parte del suo rapporto dove afferma che dal 2011 al 2015, più di 1.000 concorrenti russi in vari sport, comprese discipline paralimpiche, hanno beneficiato della copertura.

Il 9 dicembre 2019, la WADA bandisce la Russia dai principali eventi sportivi internazionali per quattro anni, con l’accusa di manomissione di rapporti relativi al doping, tuttavia, il TAS (tribunale arbitrale dello sport) di Losanna dimezza la squalifica, estromettendola da Tokyo 2020 (ora 2021) e Pechino 2022, lasciando però agli alteti mai sanzionati per doping l’opportunità di partecipare sotto la bandiera neutra.  Ancora oggi la Russia e Putin negano l’impianto accusatorio, quindi perchè non premiare la loro collaborazione con uno sconto di pena del 50%?

Chi gioca un ruolo cruciale nello scoperchiare questo vaso di Pandora?
Nel 2017, il documentario “Icarus” di Bryan Fogel, vince l’Oscar nella relativa sezione. Tre anni prima, il regista americano, grande appassionato di ciclismo, aveva preso parte alla Haute Route, competizione definita il Tour de France degli amatori, dove si affrontano in una settimana tutte salite della Grand Boucle. Arrivato 14esimo su 300 partecipanti, resta stupito dal ritmo di chi lo ha battutto e si domanda come abbiano fatto. Un altro quesito ritorna a premere: come ha fatto Lance Armstrong, con oltre 500 controlli sostenuti, a non venire mai beccato? Si pone l’obiettivo di dimostrare che l’antidoping non funziona utilizzando sè stesso come cavia.

Per una serie di circostanze finisce in contatto con Grigory Rodchenkov, chimico ex mezzofondista, e soprattutto direttore del laboratorio WADA di Mosca che diventerà, oltre che suo amico e supporto medico in questa idea, il testimone chiave del caso Russia, una volta rifugiatosi da Fogel in America.

É un percorso fatto di pillole, campioni di urine congelati per i futuri controlli e iniezioni quotidiane nelle cosce e nel sedere perchè doparsi non è qualcosa che si improvvisa un giorno e di certo non quello prima della gara. No, doparsi è uno piano scientifico strutturato (tranne se sei Riccardo Riccò, ma è un altro discorso) che richiede conoscenze, capacità e professionalità, oltre al non rispetto di sè stessi prima ancora che degli altri.

Per il resto, non volendo spoilerarvi nulla, vi suggerisco la visione su Netflix, aggiungendo soltanto che Nikita Kamaev, ex direttore della RUSADA, che stava progettando la pubblicazione di un libro per raccontare il doping russo dal 1987 ai giorni nostri, è improvvisamente morto nel febbraio 2016.

Rodchenkov e Fogel Icarus
Rodchenkov e Fogel nel documentario Icarus, su Netflix

Il caso Armstrong

Ritorniamo a Schwazer. Con chi si mise in contatto per assumere l’EPO tra il 2010 e il 2012? Con Michele Ferrari, medico laureatosi all’Università di Ferrara nel 1978, allievo del professor Francesco Conconi, e passato alla storia come il medico di Armstrong e della US Postal, tra i tanti atleti e le squadre seguite.

“L’EPO non è pericoloso, è l’abuso che lo è. È anche pericoloso bere 10 litri di succo d’arancia”, commentava nel 1994. Ma in cosa consiste l’eritropoietina? É un ormone prodotto dai reni che, a sua volta, regola la produzione dei globuli rossi. Esiste anche una versione sintetica somministrata ai soggetti affetti da insufficienza renale e ai pazienti sottoposti a chemioterapia. Io non dovetti ricorre a questo farmaco, mi fermai soltanto alle emotrasfusioni senza però cimentarmi in nessuna gara. La scienza avanza nelle cure per i malati e i medici sportivi sfruttano questi progressi, mentre le case farmaceutiche producono farmaci in eccesso traendo enormi profitti dal commercio generato da chi li acquista per scopo non medicinale.  

Vi ricordate di Filippo Simeoni? Nel 2003 confessa di essersi dopato per un decennio, avvalendosi dei servigi di Ferrari e diviene testimone nel processo di Bologna che vede il dottore condannato, poi prescritto nel grado successivo, per truffa sportiva. Ferrari è un amico di lunga data e un fidato consigliere di me e del team USPS. Non mi ha mai suggerito, prescritto o fornito farmaci per migliorare le prestazioni”, questa fu l’analisi di Armstrong del primo verdetto.

Simeoni ha infranto il murò dell’omerta, è considerato dal gruppo un infame e deve pagare e voi, infatti, lo ricorderete solo per quello che accadde al Tour de France 2004. Nella terz’ultima tappa, con l’edizione ormai vinta dal texano, scatta al 30esimo chilometro per raggiungere una fuga, ma la maglia gialla si getta al suo inseguimento. Non si era mai visto qualcosa del genere. I due agganciano la testa della corsa, però il gruppo, con la maglia gialla tra di loro, deve andare a recuperarli. “Mi fermo solo se si ferma Simeoni”, sentenzia il vincitore di sette Tour dicendo di agire da capo del gruppo, in nome delle regole non scritte del ciclismo, perchè “Simeoni vuole distruggere lo sport che lo paga” e gli mima il gesto della chiusura lampo sulle labbra.

Ah, già, l’italiano aveva anche accusato il dominatore della Tour di essere dopato da sempre. Nel 2012 la USADA (agenzia antidoping americana), avvalendosi di Simeoni tra i testimoni chiave, revoca ad Armstrong tutti i titoli conseguiti, lo bandisce a vita da qualsiasi disciplina e inibisce Ferrari a vita dall’esercizio della professione in ambito sportivo.

I segreti devono restare tali il più a lungo possibile. Come ci è voluta una decade in questo caso a stelle e strisce, altrettanto in quello dei rivali della guerra fredda c’era chi sapeva da ben prima del 2014.

Nel mentre prosegue il processo Schwazer. Il 18 giugno 2013 il gip di Bolzano pone sotto sequestro il materiale informatico, a casa e in FIDAL, del dottor Giuseppe Fischetto, finito sotto inchiesta per favoreggiamento nella sua positività, come da accuse del marciatore. “Vabbè, una rottura di palle perché negli hard disk ci sono anche tante cose internazionali confidenziali. Spero non ci siano fughe di notizie perché succede un casino. Metti che vengono fuori i dati dei russi… Sai sono nella commissione della IAAF”, le sue parole in una telefonata intercettata.

Lance Armstrong Tour de France
Lance Armstrong trionfante in maglia Us Postal

Nel 2012 era stato inviato in Russia da Dollè, direttore antidoping IAAF condannato, in qualità di responsabile dell’antidoping ai mondiali di marcia. “Son preoccupato per il materiale informatico, di tutta un’attività internazionale riservata. Sto crucco deve morí ammazzato. Devono incularsi la Kostner. Diack mi ha chiamato per espimere sostegno“. Un signore sostenuto, a quanto dice, da un altrettanto impeccabile signore. Chi controllerà Schwazer nel suo ritorno alle gare del 2016? Giuseppe Fischetto.

Roma 1987, il salto truccato

Il controllo a sorpresa, che portò a rilevare la prima positività di Schwazer, fu anche suggerito da Alessandro Donati, bandiera dell’antidoping e consulente WADA. Ma chi è Alessandro, detto Sandro, Donati? Discreto mezzofondista, dal 1977 al 1987 è  un tecnico federale prima dello sprint, poi del mezzofondo dal 1981 al 1984 e, infine, di nuovo dello sprint al posto del suo maestro Carlo Vittori (allenatore di Mennea), sino al suo allontamento dalla FIDAL.  

Non credo che sia una persona facile. Deve essere il classico rompiscatole, se preferite rompicoglioni, che seppur dalla parte della ragione, finisce per stare antipatico a tutti. “É un uomo comune, onesto, appassionato, ben certo dei suoi valori, che un giorno, senza cercarlo né volerlo, si trova ad affrontare i più potenti, ad essere l’unico che si oppone a quelli che vogliono inquinare la qualità della vita del suo piccolo mondo, quelli per i quali ogni singolo mezzo è lecito per far prevalere i propri interessi, il proprio profitto”, dice di lui Gianni Minà in una prefazione.

L’ultima gara in programma ai Mondiali di atletica di Roma 1987, in uno Stadio Olimpico gremito, è la finale del salto in lungo. Giovanni Evangelisti, già bronzo Olimpico a Los Angeles 1984, si aggiudica incredulo, all’ultimo salto, il bronzo con 8.38 metri. Incredulo perchè, nel filmato che si trova su youtube, si può constatare come si rialzi dalla sabbia e, prima con un braccio, poi con due, si congedi dal pubblico non soddisfatto, salvo poi stupirsi nel leggere quella misura.

Gli ufficiali di gara, Ajello e Maggiari, avevano ricevuto indicazione di farlo salire sul podio e ci avevano provato sin dal principio. Era stato tutto allestito per confezionare l’8.38 al primo salto dell’intera finale, ma Evangelisti aveva fatto nullo. Il saltatore è all’oscuro di tutto, mentre chi non lo è Donati. Il tecnico, che era stato informato dai giudici stessi del loro piano, il giorno dopo denuncia il fatto ai carabinieri, ma i testimoni negano e le indagini si chiudono. Non si scoraggia e, tramite i video forniti dalla RAI, riesce a dimostrare la truffa. I giudici avevano misurato la distanza prima del salto collocando il prisma ottico,  durante una pausa per una premiazione, nel punto di interesse. E se qualcuno avesse superato questo salto? Beh, come si può allungare si può accorciare ed è quello che accadde al cubano Jefferson.

Dal 1991, nell’edizione successiva di Tokyo, dove Mike Powell salterà 8.95 (attuale record mondiale), verrà collocata, lungo il lato della buca a favore di telecamere e pubblico, una tavola riportante il progressivo dei metri.

La FIDAL, nella figura del presidente Nebiolo, imputò da subito la responsabilità alla Seiko per un errore dei loro macchinari, scagionò i giudici, che anzi vennero promossi con la qualifica internazionale e licenziò Donati perchè aveva infamato il buon nome dell’atletica italiana. É la prima e unica volta in cui una medaglia nell’atletica viene riassegnata non per doping. Nebiolo, a due anni di distanza, si dimette dalla carica FIDAL, ma resta presidente della IAAF sino alla sua morte nel 1999. Di lui, Livio Berruti, ha detto: “Purtroppo è la morte che ha allontanato Nebiolo dallo sport e non un movimento dall’interno del mondo sportivo stesso per difendere regole fondamentali come rispetto, giustizia e imparzialità”.

L’ultimo salto di Evangelisti visibile al sesto minuto

L’era Conconi

Nel 1989, Donati, pubblica “Campioni senza valore”, edito da Ponte alle grazie, libro inchiesta sulle pratiche doping della FIDAL. Fu al centro di un caso editoriale: dopo l’esaurimento della prima edizione, non venne più ristampato. C’è chi dice che le copie vennero comprate dalla federazione per toglierlo dalla circolazione, chi sostiene che l’editore venne pagato per fermarsi alla prima tiratura, ma è possibile reperirlo in formato pdf in rete. É un testo che descrive accuratamente il fenomeno in corso e anche l’evoluzione che avrebbe avuto.

Uno dei protagonisti è Francesco Conconi, direttore del centro studi biomedici applicati allo sport dell’Università di Ferrara, della quale sarà anche rettore, che dal 1980 svolge l’attività consulente per diverse federazioni sportive italiane (atletica, ciclismo, sci di fondo, canottaggio e nuoto). É stato, almeno sulla carta, una delle autorità mondiali dell’antidoping: membro della commissione medica del CIO, presidente della commissione antidoping dell’UCI (unione ciclistica internazionale), membro della commissione antidoping del CONI.

In principio porta al successo il mezzofondo italiano con l’utilizzo dell’emotrasfusione, una pratica vietata dalla legge italiana e poi dal CIO soltanto dal 1985. Qualche mese prima della gara prescelta, per migliorare le prestazioni, si preleva il sangue dell’atleta e lo si inietta in prossimità dell’evento. In merito all’emodoping ha fornito diverse versioni, prima negando di praticarlo, poi dicendo che era innocuo, infine giustificandolo: “Ho sperimentato in un’ epoca in cui non era proibito, ma da quando è stato vietato ho smesso”. Il suo atleta di punta è Alberto Cova, primo nella storia dei 10000 metri in grado di aggiudicarsi Europei (Atene 1982), Mondiali (Helsinki 1983) e Olimpiadi (Los Angeles 1984), eguagliato soltanto 28 anni dopo da Mo Farah. L’azzurro ammette, già dal primo successo, di fare ricorso a tale espediente. 

Nel 1981 aveva proposto il suo metodo anche a Donati, illustrandogli che avrebbe potuto far guadagnare 30-40 secondi sui 10.000 metri, 15-20 secondi sui 5000 metri e 3-5 secondi sui 1500 metri, però lui e i suoi atleti si erano rifiutati. Ma la metamorfosi è immediata, l’emodoping è già il passato: inizia l’era dell’epodoping.

Viene nominato nella commissione medica del CIO dal principe Alexandre De Mérode che non era laureato in medicina, ma gliene fece avere una honoris causa dall’Università di Ferrara. Si fa finanziare uno studio per elaborare un test antidoping efficace per rintracciare l’epo. Nel 1993 a Lillehammer, nel secondo simposio internazionale sul doping, illustra i risultati della sua ricerca, ottenuti somministrando EPO, per uso scientifico, a 23 atleti amatoriali per indagarne gli effetti. In realtà, i soggetti della sperimentazione non erano affatto amatori, ma un gruppo di atleti di livello internazionale. Il test non vedrà mai la luce, nonostante i finanziamenti del CONI e del CIO, ma l’Italia ai Giochi Olimpici Invernali di Lillehammer 1994 conquista 20 medaglie (7 ori, 5 argenti e 8 bronzi), piazzandosi quarta nel medagliere finale, laddove, soltanto due edizioni prima ad Calgary 1988, ne aveva raccolte la miseria di 5. Non vi ricorda nulla?

La 31enne Manuela Di Centa è la regina della competizione salendo sul podio (2 ori, 2 argenti e 1 bronzo) in ogni gara disputata e, nel 2003, poco dopo la sentenza del processo Conconi che la vede coinvolta, viene scelta come vice presidente del CONI.

Manuela di Centa
Manuela Di Centa con al collo le medaglie di Lillehammer 1994 (Fisi)

Nel frattempo Donati, a capo del settore di ricerca e sperimentazione del CONI dal 1990 sino al 2006, elabora nel febbraio 1994 un dossier sulla diffusione dell’EPO nel ciclismo e il ruolo chiave del Centro di Ferrara, ma sparisce nel nulla o per la precisione in un cassetto di una specifica scrivania. Spunta fuori soltanto nell’ottobre 1996, dopo che il co-autore ne rivela l’esistenza in un’intervista alla Gazzetta che fa scalpore, Mario Pescante presidente del CONI ne nega l’esistenza, salvo poi ricordarsene dopo un interessamento politico nella vicenda.

Nel 2000, la Procura di Ferrara, indica in Conconi e Pescante (Segretario generale del CONI dal 1973 al 1993 e poi presidente) i promotori dell’organizzazione criminale, ma il fatto è andato in prescrizione. Pescante si era dimesso nel 1998 dalla presidenza del CONI a causa della vicenda che aveva portato alla chiusura del laboratorio dell’Acquacetosa dove, tra l’altro, nel 1997 la lunghista Di Terlizzi, allenata da Donati, venne trovata positiva alla caffeina, salvo poi venir assolta per evidente manipolazione delle provette emersa nelle controanalisi esterne. A volte le coincidenze. Pescante nel 2001 diventa sotto segretario allo Sport, nel 2006 supervisore dei Giochi invernali di Torino e dal 2009 al 2012 vice presidente del CIO.

“Questa Procura non può esimersi dal considerare che il quadro d’assieme che è emerso è decisamente sconsolante, se si pensa che una larga parte degli sportivi seguiti dal prof. Conconi sono stati (in qualche caso sono tuttora) atleti di rango internazionale e che molti di essi, che oggi non svolgono più attività agonistica, rivestono incarichi dirigenziali o di responsabilità tecnica di rilievo nell’ambito delle federazioni sportive di appartenenza, sino a rappresentare lo sport italiano ai massimi livelli in contesti internazionali. Gli imputati hanno per alcuni anni e con assoluta continuità fiancheggiato gli atleti elencati nel capo di imputazione nella loro assunzione di eritropoietina, sostenendoli e incoraggiandoli”.

Schwazer oggi

Schwazer ha sbagliato, ha pagato, ha anche collaborato e, nel suo diritto di tornare a gareggiare, ha convinto Donati, un tempo suo detrattore, a sostenerlo dal 2015 nel progetto di andare oltre il normale monitoraggio antidoping perchè a un atleta pulito non fa piacere quando rientra un dopato.

Rinuncia alla finestra di un’ora al giorno, ovvero alla possibilità di vincolare l’arrivo dei controlli a un determinato momento, e si sottopone a uno a settimana risultando sempre negativo. Il 15 dicembre 2015 rende una deposizione al Tribunale di Bolzano in cui conferma le accuse mosse contro un medico della IAAF (Fischetto), e la federazione, proprio quel giorno, dispone un controllo a sorpresa per Schwazer previsto per l’alba di Capodanno. Del test sono responsabili Jane Boulter Davies e Yves Garneir, due testimoni intervenuti a sostegno della difesa di Fischetto, che nel giugno 2016 vengono sospesi per 6 mesi per un caso di tangenti legato al doping di stato russo.

Il primo dell’anno è l’unico giorno in cui i laboratori antidoping sono chiusi e questo permette a qualcuno di trattenere con sè la provetta per 24 ore. I controlli devono garantire, per ovvi motivi, l’anonimato del testato. Nel documento che accompagna la provetta (chain of custody form) viene indicata la città di provenienza, Racines, al posto della sola nazione e che il soggetto è un maschio che gareggia su lunghe distanze superiori a 3 chilometri. É un controllo a sorpresa, quindi alla residenza comunicata dal controllato. Racines è un comune di 4397 abitanti nel Trentino e non pullula di atleti professionisti.

A un primo test non vengono riscontrate anomalie, mentre a un secondo, disposto il 21 giugno 2016 a cinque mesi di distanza, emerge la presenza di una lieve quantità di testosterone. Che bisogno aveva di doparsi il 31 dicembre, tra un cotechino con lenticchie e un brindisi, a mesi dalla prima gara ufficiale e in quantità che sarebbero ininfluenti sulla prestazione?

L’8 maggio, Schwazer, ai Mondiali a squadre di marcia a Roma, era tornato a gareggiare vincendo l’oro nella 50km rifilando oltre tre minuti al secondo classificato Jared Tallent. Il 7 maggio alle 06.05, Nicola Maggio, giudice internazionale di marcia, aveva chiamato Donati: “Immagino la disturbo a quest’ora. Ieri sera c’era qui a cena tutte le vecchie glorie. Per cortesia, stia calmo. L’unica cosa, la prego, glielo dica ancora una volta, fino a prima della gara, possibilmente lasci vincere Tallent, mi capisce?”.

Nella sua ordinanza di 87 pagine il Gip Pelino, descrive “autoreferenziale sistema da parte di WADA e IAAF che non tollerano affatto controlli dall’esterno e anzi siano pronte a tutto per impedirlo, al punto da produrre dichiarazioni false e porre in essere frodi processuali”. Questo è quanto emerso dopo quasi 5 anni.

La gente, però, giudica per quello che legge: in precedenza c’era una sentenza del TAS che diceva il contrario. In pochi hanno avuto la voglia e la pazienza di studiare il caso, vedere le incongruenze e porsi dei dubbi. Fa parte dell’insopportabile ipocrisia che delimita l’analisi del doping all’atleta. Storicamente nasce in sistemi di Stato, a incominciare dalla DDR, ma si pensa sempre che sia opera di un singolo per il quale, oltretutto, quando ritorna, pur con comprensibili dubbi riguardo alla sua pulizia, non è mai concessa la concreta possibilità di redenzione.

Pensateci bene: se vince è perchè si dopa ancora, mentre se perde è perchè non lo fa più, ma le persone hanno il diritto di redimersi e riacquistare la dignità dopo aver commesso degli errori. L’obiettivo di Schwazer era di cancellare questo marchio a vita di infame disonesto.

L’atleta, nel momento in cui conquista le medaglie, viene trattato come un semidio da allenatori, dirigenti, sponsor e tifosi. Tutti salgono sul suo carro. Quando si scopre che ha fatto uso di doping viene lasciato completamente solo, ripudiato in un istante. Il doparsi, tuttavia, non è mai frutto solamente di una scelta unilaterale. Dirigenti e allenatori sono altrettanto responsabili, quantomeno di omesso controllo o denuncia. Viviamo in un sistema basato sui risultati: un atleta che vince vuol dire prestigio per una federazione, il prestigio si converte nella conservazione di incarichi e ruoli dirigenziali e in maggiori finanziamenti, altrettanto le medaglie permettono allo sportivo di incrementare i propri guadagni.

Ma non è finita qua. Dietro i risultati sportivi, come abbiamo visto, ci sono anche i Governi. Tutti sono interessati ai campioni perchè sono simboli di supremazia nazionale. Un buon argomento da fornire alle persone. Pensiamo a un Paese ospitante i Giochi Olimpici: deve risultare vincente come organizzazione, ma anche come medaglie. E come si vince in un mondo pieno di doping? Ohibò, col doping. 

Infine, ci sono i tifosi che pensano di amare i campioni, ma in realtà tengono alle vittorie. Non vogliono conoscere l’idolo di turno, loro vogliono sapere che ci sia qualcuno che possa vincere. Tutto qui. Il corto circuito, dal lato dello sportivo, nasce dal credere che debba trionfare per loro, che non possono fare a meno di vederlo con una medaglia al collo, ma non è così e, anzi, se le persone davvero tenessero alla sua figura gli dovrebbero chiedere di fermarsi e di pensare alla salute.

E allora mi domando: è mai esistito un antidoping? Il Governo dello sport, come qualsiasi Governo che si rispetti, ha come scopo quello di mantenere il potere più a lungo possibile proteggendo le proprie posizioni. Se devi portare avanti contemporaneamente un business e difendere il tuo sport dal doping, il business spesso è la priorità.

Pochi sono pronti a sacrificare la propria reputazione nazionale nel tentativo di rivelare problemi mondiali. Uno di questi è Sandro Donati, un moderno Don Chisciotte, che vuole garantire che valga la pena celebrare dei campioni. Un piccolo uomo con una grande coscienza che avrebbe voluto semplicemente allenare.

“Vorrei che il CIO bandisse dai Giochi tutti gli squalificati per doping. Chi ha la fedina macchiata non deve avere più l’eleggibilità: una scelta semplice, chiara”, questo il pensiero di Michael Johnson.
“La radiazione alla prima positività? Se ci fosse stata avrei vinto tanto e non sarei caduto nella tentazione di doparmi anche io. Chi ha perso di più col doping? Io!”, la riflessione di Alex Schwazer.

Quando si va teatro si compra un biglietto e si assiste a uno spettacolo, una messa in scena con un nome e un copione ben preciso. Il rapporto tra spettatore e attore è chiaro, onesto e delimitato. Nello sport, invece, entrambe le parti fingono che tutto sia ancora reale.

Un meccanismo semplice e ingenuo come gli occhi che si consumavano su quel fumetto sulla storia delle Olimpiadi e non volevano accettare che vi fosse anche altro.

Schwazer e Donati
Sandro Donati e Alex Schwazer esultanti al traguardo dei Mondiali di Marcia Roma 2016

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