memphis-grizzlies-2020-2021
I nuovi Memphis Grizzlies della stagione 2020-21 (www.grizzlybearblues.com).

I Memphis Grizzlies non sbagliano spesso

La rivoluzione di due anni fa dei Memphis Grizzlies, in cui parte del roster e del front office sono stati azzerati, ha rinnovato un ambiente saturo dal Grit and Grind. Da quel momento Zach Kleiman, il nuovo GM, non ha sbagliato quasi nulla.

Non è mai facile scegliere al Draft perché, ça va sans dire, il Draft non è una scienza esatta. Lo sa bene chiunque abbia guidato una franchigia Nba. Mitch Kupchak è lo stesso che ai Lakers ha scelto Brandon Ingram e…Javaris Crittenton (chi?). Pat Riley è l’uomo di Bam Adebayo e Tyler Herro, ma anche di Michael Beasley e Waynie Simien (di nuovo: chi?). Perfino Daryl Morey credeva di aver trovato in Sam Dekker un valido aiutante per le run playoff dei Rockets

Statisticamente più una squadra è lontana dalla Lottery, meno probabilità ha di selezionare un giocatore anche solo funzionale in un contesto NBA, figurarsi futuri Hall of Famer come Manu Ginobili o Gilbert Arenas. Sbagliare è errore frequente, perché capire le qualità di chi sono traslabili nella lega più atletica del mondo e di chi no, non è esercizio di stile. Così sbagliare meno, spesso, equivale a vincere.

O almeno così diceva Brad Pitt in Moneyball.

Let them make a mistake and when your enemies make a mistakes, don’t interrupt them

Tutte le strade portano…agli Spurs

In effetti il gabinetto di guerra dei Memphis Grizzlies, guidato da Zach Kleiman, il general manager trentenne che due anni fa ha sostituito lo storico Chris Wallace, relegato ad un umile ruolo da scout, non la pensa in modo tanto diverso.

Talvolta fare ciò che è scontato paga risultati modesti e poco immediati ma a lunga andare, nel casinò che è la NBA, scommettere le proprie fiches sui numeri della roulette non è una buona idea. Meglio sedersi al tavolo del black jack e contare le carte, anche se è severamente proibito: in fin dei conti avere i numeri dalla propria parte non è mai un male.

Per questo Kleiman, la notte del Draft 2020, ha tirato fuori lo smoking dall’armadio e si è messo a giocare. 

Già nel 2019 approfittò dell’inspiegabile caduta di Brandon Clarke chiamando Sam Presti e accaparrandosi la scelta 21 dei Thunder con cui portò a casa l’atletico lungo di Gonzaga. L’ex Bulldogs è stato una pedina nevralgica nello scacchiere di Taylor Jenkins, coach alla prima esperienza su una panchina NBA dopo una vita da assistente di Budenholzer a placare eventuali risse in campo.

Non esattamente ciò che accadde al Palace of Auburn Hills di Detroit qualche anno fa.

Jenkins è un’altra intuizione di Kleiman e della sua cricca (per lo più Rich Cho, ex general manager di Portland e Charlotte, ora capo del dipartimento analytics dei Grizzlies, e Gren Grunwald, ex general manager dei Knicks, senior adviser della franchigia della città di Elvis). Cresciuto nel sistema Spurs, prima di diventare fedele scudiero di coach Bud, è stato rispettivamente assistente e head-coach degli Austin Toros, affiliata in G League dei texani. Lì, oltre ad aver conosciuto l’attuale assistente dei Grizzlies Brad Jones, ha appreso la Motion Offense, il sistema offensivo inventato dall’ex agente CIA che ha tanto dato lustro alla franchigia di San Antonio.

In un attacco di azione e reazione come quello reso celebre da Duncan e compagni, avere giocatori capaci di leggere le diverse situazioni di gioco è fondamentale, così come avere lunghi in grado di occupare efficientemente il post basso. Questo spiega l’acquisizione di Tyus Jones, secondo in NBA per AST/TO ratio (il rapporto fra assist e palle perse), e il rinnovo di Valanciunas, tredicesimo per numero di post up a partita in stagione, 5.3.

L’intera gamma di set offensivi dei Grizzlies di coach Jenkins.

Ma è in difesa che Jenkins ha dato alla squadra un’identità chiara e precisa, mantenendosi fedele ai principi del maestro Bud: non concedere il pitturato ed uscire forte sul perimetro.

Memphis ha sempre tenuto in campo uno fra Valanciunas e Dieng, difendendo drop sul PnR (ovvero mantenendo il lungo dentro l’area) e aiutando in caso di emergenza. In tal senso non c’è da stupirsi se le statistiche dei Milwaukee Bucks e dei Memphis Grizzlies siano per molti aspetti simili (l’anno scorso i Bucks sono stati la miglior difesa per percentuale concessa agli avversari in restricted area, i Grizzlies la sesta).

Alla fine ciò che è mancato alla franchigia del Tennessee, oltre ad un pizzico di esperienza, è stata variabilità difensiva e pericolosità sul perimetro.

Tasselli mancanti che Kleiman quest’anno era chiamato a colmare, ancora una volta, durante la notte del Barclays Center.

Avere più soluzioni non vuol dire sbagliare ma avere risposte a domande altrimenti irresolubili

L’anno scorso i Memphis Grizzlies sono stati 24° in NBA per triple tentate e 23° per percentuale da tre punti. Morant, Brooks e Kyle Anderson non sono tiratori naturali, men che meno Valanciunas. Mancava uno shooter di volume ed efficienza, giocatori che nella NBA moderna costano tanto e nessuno cede, oltre che un centro capace di variare lo schema difensivo, cambiando sul PnR senza soffrire la velocità e l’esplosività delle guardie e delle ali più atletiche.

C’era un problema però: Memphis non possedeva nessuna delle prime trenta scelta dello scorso Draft. La propria pick, la 14, era finita nelle mani dei Celtics, come risultante della trade che portò Jeff Green ai Grizzlies nel lontano 2015. Ma al front office piaceva tanto quel Desmond Bane che, proprio come Clarke l’anno prima, stava precipitando nella board.

King Kleiman non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione e due seconde scelte future (2023 e 2025) e un po’ di contante sono bastati a convincere Danny Ainge a cedergli la scelta numero 30 con cui ha draftato la guardia da TCU.

Bane, che in 4 anni a Texas Christ University ha tirato 4.1 triple a partita con il 43.3%, si è immediatamente integrato negli schemi di Jenkins, risultando quel tiratore mortifero e di volume che tanto Memphis cercava. Attualmente è settimo in NBA per % da 3 punti, 45.6% su oltre 3.9 triple tentate a partita, migliore tra i rookie.

A tutto ciò Bane aggiunge la capacità di non essere un minus difensivo, potendo contare su una struttura fisica ed una motivazione tale che gli consente di tenere discretamente qualsiasi matchup perimetrale. In alcune situazioni dimostra di essere anche un buon giocatore in aiuto, rendendosi sempre conto di ciò che gli accade intorno.

L’altra steal: Xavier Tillman

L’altro colpo di Kleiman è stato scegliere Xavier Tillman alla 40, dopo esser salito nella board per prenderlo. Tillman, che proviene da un college che vanta un’ottima tradizione di lunghi come Michigan State (lo stesso di Jaren Jackson Jr.), è quel centro moderno e sottodimensionato che può marcare sia avversari più grossi in post (per quanto talvolta la differenza in centimetri si faccia sentire, come dimostrano le sfide contro Robin Lopez e DeAndre Ayton) sia avversari più piccoli sul perimetro, oltre a poter contare su una buona capacità di proteggere il ferro.

La metà campo offensiva è quella dove al momento Tillman soffre di più. Non essendo pericoloso dal perimetro (28.6% su 1.3 triple tentate a partita) e non avendo un atletismo di livello, spesso, specie in situazione di PnR, è totalmente dimenticato dagli avversari, che preferiscono raddoppiare il palleggiatore, specie se questo è Morant. L’evoluzione più grande per l’ex Spartans passa proprio dall’attacco, considerando che al college aveva fatto intravedere buone letture sugli short roll.

Aspettando Jaren

Qualcuno potrebbe sottolineare che, nonostante le lodi e gli aggiustamenti, in fin dei conti i Memphis Grizzlies di quest’anno stiano seguendo lo stesso cammino della passata stagione, mantenendosi fra l’ottavo e il decimo posto delle Western Conference ed un record intorno al 50% di vittorie. 

Ciò che qualcuno potrebbe dimenticare è che, oltre le numerose partite rinviate o giocate con a malapena otto uomini di rotazione per via del protocollo Covid e gli infortuni, ai Grizzlies ancora oggi manca il loro secondo miglior giocatore dopo Morant, indubbiamente Jaren Jackson Jr.

Il lungo ventunenne in stagione regolare stava viaggiando a 17.3 punti di media, tirando con il 59% di TS% ed il 39.3% da 3 su oltre 6.5 triple a partita, ma nella bolla aveva definitivamente dato un’accelerata al suo processo di sviluppo, mettendo a segno 25.3 punti in 36.8 minuti di utilizzo.

Gli highlights dei 33 punti di Jaren Jackson Jr contro i Blazers nella bolla di Orlando.

L’infortunio al menisco che lo tiene tutt’oggi fuori dai campi pare sia in via di risoluzione, dato che sono filtrate notizie che lo vogliono in campo appena dopo la settimana dell’All Star Game.

Vedere la squadra di Pera finalmente al completo, con le aggiunte di Bane e Tillman e i vistosi miglioramenti di Kyle Anderson, potrebbe darci visione di cosa saranno i Grizzlies del futuro, una squadra che non sbaglia tanto spesso.

Quelle montagne russe dei Sacramento Kings
I Sacramento Kings mancano la post-season da quindici anni. Finita l'epoca Divac, è iniziata l'era McNair:...
L’ultimo salto di Kai Jones
Kai Jones potrebbe essere il prospetto più difficile da decifrare del prossimo Draft.
E se Evan Mobley fosse un rebus irrisolvibile?
Evan Mobley potrebbe essere il prossimo ingranaggio perfetto della NBA.

POTREBBERO INTERESSARTI

Film Room: Zion Williamson
La stagione dei New Orleans Pelicans procede sotto traccia. Attualmente quinti nella Western Conference...
Film Room: Damian Lillard
La stagione dei Milwaukee Bucks è stata ricca di vicissitudini di vario tipo. Il primo periodo di transizione...
Film Room: Deni Avdija
Il momento di Deni Avdija presenta numerose sfide per comprendere quanto è ampio il progresso che può...

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.

Overtime

Storie a spicchi

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.