Davion Mitchell Baylor 2021
Davion Mitchell con la maglia dei Bears, stagione 2020-21 (www.sicem365.com)

Davion Mitchell non si ferma più

Il compagno di squadra di Jared Butler è uno dei segreti della stagione di Baylor.

La carriera collegiale di Davion Mitchell non è iniziata nel migliore dei modi. Nonostante nel 2017 fosse una delle migliori guardie in uscita dall’high school, l’annata da freshman ad Auburn fu un vero disastro.

Limitato dalla presenza nel roster dei Tigers dei più affermati Bryce Brown e Jared Harper, la stagione di esordio sembrava il preludio a un sicuro fallimento. Le statistiche di quell’anno parlano da sé: 3.7 punti, 1.9 assist e 1.1 rimbalzi in appena 17.1 minuti di utilizzo. Davion decise così di cambiare aria, volendosi trasferire in programmi che gli avrebbero garantito un maggior numero di minuti e di opportunità. Eppure quasi nessuno si fece avanti. 

St.John’s si mostrò interessata, così come Ohio State, ma alla fine virarono su altri transfers. Davion visitò Georgia State ma anche quella volta si concluse in un nulla di fatto. Improvvisamente apparve Baylor, anche grazie all’amicizia che intercorreva fra il coach di una prep school in Georgia con cui Mitchell aveva lavorato e il director of player development dell’università di Waco Jared Nuness.

I Bears erano alla ricerca di guardie dopo il ritiro di Jake Lindsey (figlio dell’attuale executive degli Utah Jazz, Dennis Lindsey) e il loro obiettivo Tyler Harris aveva deciso di accasarsi a Memphis. Così pensarono al piccolo Davion, consci dei successi passati avuti con point guard minute come Pierre Jackson o Manu LeComte.

Manu LeComte all’esordio con la maglia dei Bears contro Oral Roberts mise a segno 11 assist, il massimo nei 2 anni trascorsi a Waco.

In ogni caso per Mitchell voleva dire fermarsi un anno e vivere una condizione che avrebbe minato ancor di più la sua autostima dopo il disastroso inizio in Alabama. Una scelta difficile che avrebbe potuto sancire la definitiva parola fine sulla sua breve carriera.

“Everyone has a plan until you get punched in the face”

Mitchell lavorò in palestra durante tutta la stagione da redshirt. Erano tanti gli aspetti del suo gioco in cui il nativo di Hinesville doveva migliorare, innanzitutto il tiro dall’arco.

Per una combo guard di appena 188 cm è fondamentale contare su un buon tiro, sia dal palleggio che in catch and shoot, e le percentuali di Mitchell nell’anno da freshman erano tutt’altro che rassicuranti (28% su 1.5 triple a partita). Ma ciò che non è mai mancato al compagno di reparto di Jared Butler è la volontà di migliorarsi. Incominciarono così sessioni di allenamento massacranti, alle 4 del mattino nel bel mezzo dell’inverno texano, dove non si faceva che tirare, tirare e tirare. E quando non era in palestra, era in sala video a guardare filmati di Curry e Morant, nel tentativo di carpire i segreti di autentici maestri dell’arte del playmaking.

I sacrifici quella stagione furono molteplici ma ben presto vennero ripagati. L’anno da sophomore è stato quello dell’ascesa di Baylor come una delle migliori difese della Nazione e parte dei meriti sono stati proprio di Mitchell. Le qualità da difensore dell’ex Liberty County si conoscevano fin dai tempi dell’high school ma le perplessità sul suo impatto in NCAA erano più che legittime.

I dubbi del 2018-19 sono stati tutti spazzati via. L’anno scorso Mitchell ha imbrigliato qualsiasi point guard del college basket, esaltandosi nei matchup più complessi e difficili, come dimostrano le sfide contro il nostro Nico Mannion (tenuto a 3/14 dal campo), il candidato al rookie dell’anno Tyrese Haliburton (fermato a 6 punti, 2/12 dal campo e 6 palle perse) e la backup point guard dei Cavs Devon Dotson (solo 9 punti nella prima sfida di Baylor contro Kansas, l’unica partita dell’anno in cui il sophomore dei Jayhawks non è andato in doppia cifra).

Gli highlights della sfida di Baylor contro l’Arizona del nostro Nico Mannion.

Qualsiasi voce statistica era in aumento rispetto all’annata ad Auburn. Punti, assist, rimbalzi, rubate: tutto. Ma la spada di Damocle del tiro da 3 punti costituiva ancora un ostacolo troppo grande per le ambizioni NBA di Davion, consapevole che il suo 32% dall’arco non era sufficiente a convincere gli executives delle franchigie a spendere una scelta al Draft su di lui. Ancora una volta sapeva in cosa migliorare e gli serviva soltanto altro tempo per poterci arrivare.

La definitiva consacrazione

Quest’anno Davion Mitchell ha finalmente aggiunto al suo gioco l’ultimo tassello mancante, tirando con il 47.2% da 3 su 4.7 triple a partita, in un mix di tiri sia dal palleggio che in catch and shoot.

La capacità di giocare sia on che off the ball ha permesso a Baylor, insieme all’altra stella dei Bears Jared Butler, di avere probabilmente il backcourt più pericoloso della Nazione. I due si scambiano continuamente i ruoli, alternandosi nella conduzione del gioco e mandando in confusione le difese avversarie. 

Lontano dalla palla può sia agire da spot up shooter che da tagliante. Spesso quest’anno le difese lo hanno marcato negandogli la ricezione e ciò gli ha permesso più volte di sorprendere il diretto avversario in backdoor, rubando due punti facili in lay up. Nonostante la taglia infatti (è alto solo 188 cm) ha una struttura e una esplosività tale da poter finire al ferro in qualsiasi situazione (50/77, 64.9%), potendo contare anche su una certa creatività nel pitturato.

Forse ciò che quest’anno ha più sorpreso gli scout è stata la sua creazione dal palleggio. Davion Mitchell ha infatti dimostrato di saper creare vantaggio in quasi ogni situazione di gioco, che sia un pick and roll o un isolamento, aumentando drasticamente l’efficienza (64.3% di true shooting, primo in Big 12). Il ball handling è sensibilmente migliorato e la capacità di esplodere andando indifferentemente sia a destra che a sinistra lo rendono un attaccante difficilmente prevedibile. Inoltre la crescita nelle letture (106 assist quest’anno) lo hanno reso meno monotono rispetto al passato, quando difficilmente era in grado di vedere opzioni meno banali per i compagni.

Off Night

Ad ogni modo la specialità della casa resta la difesa, sopratutto sulla palla. Red Bakamus, uno degli assistant coach di Baylor che più lavora con Mitchell, gli ha dato proprio per questo motivo un particolare soprannome,“Off Night”, data la capacità di Mitchell di costringere i giocatori che marca ad una giornata “off”.

D’altronde, quest’anno Davion ha ulteriormente innalzato il livello delle sue prestazioni nella propria metà campo (3.7 steal % e 0.9 block %), costringendo gli avversari più volte a commettere palle perse e falli in attacco. L’unico problema in ottica NBA resta l’altezza; per quanto sia un difensore élite in ambito collegiale, in NBA potrebbe soffrire la fisicità delle point guard moderne, che potrebbero più volte puntarlo in post per sfruttare il vantaggio in centimetri.

In questo senso ciò che potrebbe rassicurare gli executives è la sua etica del lavoro.

Mitchell è descritto da chiunque come un instancabile lavoratore, sempre pronto ad allenarsi o guardare filmati per capire pregi e difetti degli avversari e del suo gioco. Di solito scommettere su un’attitudine del genere è sempre sinonimo di successo, come insegnano i vari VanVleet e Dort, e non dovrebbe stupire una sua eventuale ascesa nelle board dei front office NBA dopo le consuete interviste pre Draft. Del resto la motivazione è la base del successo.

A questo punto è lecito chiedersi fin dove lontano potrà spingersi.

L’età non è dalla sua parte, per molti GM a 22 anni sei già vecchio per valere una scelta al primo giro, ma Davion Mitchell ha già dimostrato di non arrendersi alle prime difficoltà, continuando a credere in sé stesso anche quando nessuno lo faceva più. Probabilmente la notte del Draft non sentiremo chiamare il suo nome prima della scelta numero 20 e a quell’ora pochi saranno ancora svegli ad ascoltare Silver pronunciare i nomi dei futuri giocatori della lega.

Ecco, se qualcuno dovesse ancora essere sveglio, fate attenzione a Davion Mitchell, perché lui non si ferma più.

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