Blake Griffin schiacciata 2011
Blake Griffin in schiacciata (Kevork Djansezian/Getty Images)

Starting over – Blake Griffin

Dopo una carriera costellata di infortuni, per Blake Griffin si sono aperte le porte dei Brooklyn Nets. Una nuova opportunità per un giocatore che, negli anni di Lob City, ha incantato l'intera NBA.

32 anni oggi e l’occasione perfetta per ripartire. Blake Griffin, dopo essere stato accostato a numerosissime squadre all’interno della lega, ha scelto i Brooklyn Nets. Quando gli hanno chiesto di spiegarne il motivo, ha risposto in maniera semplice e diretta: giocarsi concretamente la possibilità di vincere un titolo, in un contesto creato appositamente per quello. Dietro questa motivazione, però, c’è molto di più. C’è la voglia di riscatto di un giocatore che ha subito una lunga serie di infortuni, che hanno limitato una carriera caricata di aspettative sin dai tempi del college, unita al desiderio di ripartire in un ambiente di eccellenza, dove far valere il proprio talento, dopo tre anni senza ambizioni vissuti nei bassifondi della classifica con Detroit. E c’è, ancora una volta, la capacità di reinventarsi, abbandonando il ruolo di superstar per abbracciare quello di role player.

Il contratto che ha firmato con i Nets, 1,2 milioni di dollari fino a fine stagione, lo porterà a giocare molti meno minuti rispetto ai 35 di media degli anni dei Clippers e dei primi anni di Motor City, ma il suo contributo in attacco potrà far molto comodo alla squadra di Steve Nash. In una carriera di alti e bassi come quella di Blake Griffin, l’aria frizzante che si respira a Brooklyn può essere quella giusta per raggiungere quelle vette a cui il ragazzo dell’Oklahoma sembrava destinato sin dai suoi scoppiettanti inizi.

On the rise: Oklahoma family

A casa Griffin il basket è una passione di famiglia. Tommy Griffin, ex centro della Northwest Oklahoma State University, è l’allenatore dei suoi due figli, il maggiore Taylor e il piccolo Blake, nella Oklahoma Christian School di Edmond, sobborgo nord di OKC. La carriera di Blake alla high school dal 2003 al 2007 è pressoché perfetta: i suoi Saints perdono sole sei partite in quattro anni, portandosi a casa quattro campionati statali consecutivi.

La squadra vola, spinta dai fratelli Griffin, con Taylor che viene nominato Oklahoma Player of the Year nel 2004-2005, titolo poi conferito al giovane Blake due anni dopo. Nell’anno da junior, durante la finale per il titolo contro la Washington High School, Blake mette a referto 22 punti, 9 rimbalzi e 6 stoppate, coronando una stagione da 21,7 punti, 12,5 rimbalzi e 4,9 assist di media. L’anno da senior si chiude a 26,8 punti, 15,1 rimbalzi, 4,9 assist e 2,9 stoppate di media a partita, numeri che gli valgono il titolo di MVP del torneo per il secondo anno consecutivo.

Blake Griffin Taylor Griffin Oklahoma 2008
Blake Griffin e Taylor Griffin a Oklahoma (Nick Laham/Getty Images)

Il coach di Oklahoma University Jeff Capel è incredulo quando scopre che il tanto acclamato Blake Griffin è determinato a giocare per i suoi Sooners. Lo straripante dominio fisico degli anni del liceo porta Blake sui taccuini delle più grandi università del paese, come UNC, Duke e Kansas, che bussano con insistenza alla sua porta. Ma, si sa, il basket in casa Griffin è prima di tutto un family business e il prestigio di questi college non può, per Blake, essere paragonato all’istintivo entusiasmo di giocare di nuovo con suo fratello Taylor, che due anni prima si era accasato proprio a Oklahoma University.

Negli anni del college Griffin si impone come uno dei migliori prospetti, grazie al fisico possente che gli consente di giocare tanto come power forward che come centro e di risultare pressoché inarrestabile sotto canestro per qualsiasi difensore. Le sue poderose schiacciate spopolano su YouTube e iniziano a definire la sua identità di giocatore, nonostante già nei Sooners si inizi a vedere che Griffin può essere molto di più: sa passare bene la palla e può guidare senza problemi la transizione.

Come farà poi con i Clippers in NBA, Griffin contribuisce a mettere Oklahoma University on the map a livello cestistico, dopo che per anni il nome dei Sooners era stato associato più al football che alla palla a spicchi. E proprio come sarà con i Clippers, anche il suo primo anno di college è segnato dagli infortuni, che si susseguono uno dopo l’altro (distorsione al legamento mediale del ginocchio sinistro e infortunio al ginocchio destro al rientro dopo due mesi di stop) e che lo tengono per diverso tempo lontano dal campo. Nonostante questo, viene inserito nell’All-Rookie team della Big 12 e tutti lo danno ormai come pronto per il grande salto.

Blake, però, sente il bisogno di trovare continuità a livello fisico per poter maturare ancora e per questo decide di rimanere un altro anno a OU. Tanto più che questo gli consente di giocare ancora una volta insieme a Taylor, giunto al senior year. Con i suoi 22,7 punti, 14,4 rimbalzi e 2,3 assist a partita, il minore dei fratelli Griffin è un All-America First Team che guida Oklahoma University oltre le più rosee aspettative, fino al torneo NCAA.

Con un record di 27-5 la squadra ottiene la testa di serie numero 2, uscendo sconfitta solo dai Tar Heels di North Carolina nella finale del South Regional. In NCAA e in Big 12 Blake è il leader per rimbalzi e in quest’ultima guida la classifica anche per punti. Mette a referto 30 doppie doppie (secondo all-time solo a David Robinson con 31) e si porta a casa tutti i sei premi di National Player of the Year disponibili.

Jumping high: Lob City

Il suo nome diventa ben presto uno dei più chiacchierati e infatti, al draft del 2009, i Los Angeles Clippers lo chiamano con la prima scelta assoluta. I primi due anni in California sono l’uno l’opposto dell’altro, eppure entrambi facce di quella stessa medaglia che è stata la carriera di Blake Griffin. La lega è in trepidante attesa del suo esordio, dopo che nella Summer League ha incantato con il suo arsenale offensivo: la sua esplosività e la disarmante facilità con cui arriva al ferro gli sono valse il titolo di MVP. Nell’ultima partita di preseason, però, si procura una frattura da stress al ginocchio sinistro, che dovrebbe tenerlo lontano dal campo solo per qualche mese, ma che finisce per lasciarlo fuori tutto l’anno.

Il primo di tanti gravi infortuni non gli impedisce però di tornare in campo nel 2010 e disputare quella che il New York Times annovera tra le 15 migliori rookie season all-time, chiusa a 22,5 punti, 12,1 rimbalzi e 3,8 assist di media. La striscia di 27 doppie doppie consecutive è la più lunga per un esordiente dal 1968 e il nuovo record di punti per un rookie ai Clippers lo fissa lui il 17 gennaio, mettendone a referto 47 contro i malcapitati Pacers. È Rookie of the Year all’unanimità, per la prima volta dopo il 1989-1990 di David Robinson.

La NBA gongola davanti a un giocatore così spettacolare e gli costruisce intorno una narrativa ben precisa. A definirlo sono le sue schiacciate, il suo essere un saltatore stellare in grado di far divertire la gente grazie a un atletismo spropositato. Il momento più iconico di quella narrazione è probabilmente lo Slam Dunk Contest del 2011. La giocata che gli assicura la vittoria è un teatrino in pieno stile All-Star, con Baron Davis che gli passa la palla seduto sulla decappottabile che Griffin sorvola per schiacciare a canestro, con tanto di coro gospel come colonna sonora dell’acrobazia. Il modo in cui la lega vuole presentarlo sta però un po’ stretto al giovane Blake, quasi a disagio nel siparietto dell’All Star Game, anche perché è un giocatore molto più concreto di come vogliono venderlo.

Blake Griffin Slam Dunk Contest 2011
Blake Griffin allo Slam Dunk Contest 2011 (Kevork Djansezian/Getty Images)

Nonostante la strepitosa stagione e l’attenzione mediatica che si crea intorno a lui, i Clippers sono ancora la parte sventurata di Los Angeles. È sempre stato così, tanto più agli inizi degli anni ’10 del ventunesimo secolo, quando i Lakers sono la seconda squadra più titolata della lega, mentre i Clips hanno solo quattro presenze ai playoff all’attivo dalla loro fondazione nel 1984. Chiamare Griffin con la prima scelta è una dichiarazione d’intenti: la franchigia vuole costruire un futuro vincente, ritagliarsi il proprio spazio ai piani alti della lega.

La svolta definitiva arriva nel 2011, quando in città sbarca la miglior point-guard in circolazione. Chris Paul si prende la cabina di regia e, come ha sempre fatto e continua a fare tutt’ora, eleva il livello di gioco dei singoli compagni, riducendo drasticamente la distanza tra le ambizioni della squadra e la realtà. Alla prima stagione targata CP3, i Clippers tornano ai playoff per la prima volta dal 2006 e lo fanno con uno stile di gioco che incanta tifosi e addetti ai lavori. Sono veloci e spettacolari, Chris Paul alza magistrali alley oop che DeAndre Jordan e Blake Griffin chiudono con prepotenza al ferro. La squadra si guadagna l’appellativo di Lob City, affermandosi come una delle più divertenti e atletiche della lega e portando una vera e propria rivoluzione nel basket della città degli angeli.

I Clippers si costruiscono una loro identità e una loro base di fan, fatta da tifosi veri e non più solo da coloro che vogliono opporsi all’egemonia dei Lakers. Oggi c’è un’intera generazione di ragazzi e ragazze che non ha più coscienza del periodo in cui i “cugini scarsi” erano lo zimbello della lega, perché la mentalità vincente che Lob City ha saputo costruire ha un lascito enorme che continua nel presente. Se il derby di Los Angeles da qualche anno è una sfida tra contender e se i Clippers ad oggi sono una delle mete più ambite da tecnici e giocatori, il merito è in gran parte di quella Lob City che con le sue acrobazie, il suo gioco aereo e i suoi protagonisti, ha dato nuova linfa alla parte da sempre bistrattata di Los Angeles.

Blake Griffin Chris Paul Deandre Jordan 2017
Blake Griffin Chris Paul e Deandre Jordan con la maglia dei Clippers nel 2017 (Rocky Widner/NBAE via Getty Images)

Griffin è una pedina fondamentale di questo progetto. È un All-Star fisso dal 2011 al 2015, nel 2012, 2013 e 2014 è eletto nel secondo miglior quintetto NBA e i Clippers si assicurano il suo talento fino al 2017 con un contratto da 95 milioni in cinque anni. I successi, però, sono intervallati da altrettanti infortuni: si fa male al gomito, al piede e soprattutto al quadricipite, problema che nel 2016 lo costringe a saltare le due partite decisive contro i Blazers nel primo turno playoff, con i Clippers battuti 4-2 dalla squadra di Damian Lillard. Il fisico sembra presentargli il conto dei logoranti ritmi che ha tenuto nei primi quattro anni di carriera NBA, quando un terzo dei suoi canestri era frutto di una schiacciata.

Le condizioni fisiche precarie costringono Griffin a reinventarsi, anche sotto suggerimento di coach Doc Rivers, a capo della squadra dal 2013. You can’t be a dunker your whole life. “Non puoi schiacciare per tutta la vita”, gli dice l’ex Hawks.

Per avere una carriera lunga che preservi il suo fisico, Blake deve migliorare e crescere in altri aspetti del gioco. Al ragazzo l’etica lavorativa non manca e d’estate si chiude in palestra con Bob Thate, allenatore specializzato nel tiro, che nella sua carriera ha lavorato anche con Kevin Durant. Ogni giorno Blake deve tirare cinquecento jumper, che saranno considerati validi solo se Thate li giudica come “mechanically correct”. Per giorni e giorni la routine è la stessa: corpo allineato, salto verticale, palla in linea con la fronte, rilascio all’apice del salto. Finché non si mettono a segno 500 tiri che abbiano tutte queste caratteristiche si resta in palestra.

Il duro lavoro alla fine paga e Griffin si evolve in uno scorer a tutto tondo. Si sbarazza dell’etichetta secondo cui è in grado solo di schiacciare sviluppando un jumper affidabile che gli consente di stare stabilmente sopra il 50% da due e una migliore meccanica di tiro che, come egli stesso ammette, lo manda in lunetta con più fiducia e tranquillità (dal 52,1% della seconda stagione passa al 72,8% nel 2014-2015). Ha una sublime comprensione del gioco e sa anche essere un ottimo passatore: gli assist crescono fino a toccare l’apice nel 2014-2015, 5,6 di media a partita. Non è un caso che quando Chris Paul è in panchina sia lui a guidare la squadra, tant’è che alcuni lo soprannominano point-Blake.

A questo si aggiungono la sua innata forza fisica e la sua velocità, che lo rendono un attaccante di primo livello molto difficile da contenere per le difese. Se servisse una conferma dei suoi miglioramenti, nel 2014 arriva terzo nella corsa all’MVP, al termine di una stagione da 24.1 punti, 9,5 rimbalzi e 3,9 assist, con il 53% dal campo.

Nonostante il talento e la qualità del gioco, i Clippers non riescono però ad avvicinarsi all’anello e non raggiungono nemmeno le finali di Conference. Nei momenti più importanti e decisivi della stagione, la squadra spesso manca all’appello, perdendo da avversari che non davano mai l’impressione di essere nettamente superiori. Se il picco di quel progetto è stato battere in gara 7 del primo turno playoff 2015 gli Spurs campioni NBA in carica, è anche vero che il momento più basso è stato forse quello immediatamente successivo, quando i ragazzi guidati da Doc Rivers, in vantaggio 3-1 nella serie contro i Rockets, si fanno rimontare e mancano di nuovo l’accesso alle finali di Conference.

Gli infortuni che tormentano Lob City hanno avuto un impatto consistente, che va ben oltre l’aspetto tecnico, influenzando l’umore dello spogliatoio e dei singoli giocatori. Nel caso di Griffin il problema diventa palese quando, nel gennaio 2016, dopo alcuni mesi di stop causa problemi al piede, la sua frustrazione esplode in una rissa con il magazziniere della squadra, Matias Testi. Griffin ne esce con una mano rotta e un ulteriore mese di stop, ma soprattutto quell’episodio riporta alla luce un aspetto molto discusso della sua personalità e che più di una volta l’ha visto recitare il ruolo del guastafeste fuori dai 28 metri di gioco.

Austin Rivers, ad esempio, ha rivelato che all’interno dello spogliatoio ci fossero delle questioni di leadership non risolte, affermando che “la dinamica tra Blake e Chris era strana, nessuno sapeva chi dei due fosse il leader e se qualcuno aveva qualcosa da dire al riguardo, il tutto si trasformava in una discussione. Credo che alcuni tra di noi avessero paura di rivolgersi a Blake, perché non si sapeva come avrebbe reagito.” Le scorie della lotta per la supremazia tra Paul e Griffin tornano a farsi sentire quando CP3 si rivede a Los Angeles con la maglia dei Rockets. Alla fine di un match infuocato, conclusosi con la doppia espulsione di Griffin e Ariza, Blake e Chris si beccano campo, risvegliando l’aggressività del numero 32.

Il diverbio continua anche fuori, con quattro giocatori dei Rockets, tra cui CP3, intercettati dalla sicurezza dello Staples mentre si dirigono verso lo spogliatoio dei Clippers per chiarire con le maniere forti quanto rimasto in sospeso.

Dopo questa serie di brutti episodi, Griffin ha rivelato di aver dovuto lavorare su se stesso per imparare a gestire le emozioni. La sua aggressività, tuttavia, ha inevitabilmente macchiato la sua immagine agli occhi dell’opinione pubblica e, probabilmente, dei compagni, causando malumori e incomprensioni, che a loro volta hanno destabilizzato l’equilibrio psicologico ed emotivo della squadra.

Back to Earth: Motor City

L’era di Lob City per i Clippers finisce con l’addio di Chris Paul nel 2017. La squadra era stata progettata in maniera tale che, con la partenza di CP3, sarebbe stato proprio Blake a raccoglierne il testimone, continuando così una legacy fondata stavolta attorno alle sue qualità. Nel 2017 tutto sembra far presagire questo scenario. In estate, la dirigenza inscena addirittura una finta cerimonia di ritiro della maglia numero 32 di Griffin, affinché il giocatore assapori l’idea di essere un Clipper for life e rimanga in California.

Questo effettivamente accade, con Blake che firma un’estensione contrattuale e si prende sulle spalle le responsabilità dell’attacco nella prima parte di stagione. Questo castello all’apparenza perfetto, tuttavia, dà l’impressione di poter crollare da un momento all’altro, scosso dall’idea di rebuilding che stuzzica sempre di più la dirigenza dei Clippers. Quando, a gennaio, l’ennesimo infortunio costringe Blake a un nuovo stop, l’impalcatura crolla fragorosamente. I Cippers lo scaricano ai Detroit Pistons, in una trade che sorprende tutta la lega, perché il contesto dove si ritrova a giocare è decisamente deprimente per il giocatore che Blake potrebbe continuare a essere per altri anni ancora.

Emotivamente, per Griffin, il colpo è molto duro, soprattutto perché, come spesso accade, l’operazione era avvenuta senza che lui fosse al corrente delle intenzioni della franchigia. Nonostante questo Blake, guarito dall’infortunio, si mette subito a disposizione della squadra e il primo anno e mezzo a Detroit gli regala alcune soddisfazioni.

Blake Griffin Detroit Pistons 2019
Blake Griffin ai Detroit Pistons nel 2019 (Rick Osentoski-USA TODAY Sports)

I Pistons raggiungono i playoff dopo tre anni, mentre a livello individuale il 2018-2019 è una delle annate migliori per Griffin: record di punti (24,5 di media) e ritorno all’All Star Game e nel terzo quintetto All-NBA, entrambi per la prima volta dal 2015. Negli anni di Detroit il gioco di Griffin si arricchisce anche di un’altra arma piuttosto affidabile: il tiro da tre punti. Se la percentuale realizzativa tra gli anni di Los Angeles e quelli di Detroit è pressoché la stessa (32,4% contro 34%), occorre sottolineare come nel primo caso Blake si prendesse poco più di una tripla a partita, mentre a Detroit la media schizza a 6,2 a partita.

A parità di percentuale realizzativa, il rendimento in questo fondamentale è decisamente migliorato, soprattutto se si considera il brusco passaggio da un contesto in cui i tiri partivano tutti dalle affidabili mani di JJ Redick, Chris Paul e Jamal Crawford, a uno in cui le soluzioni dalla lunga distanza gravano molto anche sulle spalle di Griffin. Gli occhi del grande pubblico, però, sono rivolti altrove, perché Detroit è una squadra che sembra brancolare nel buio, senza un progetto tecnico definito e in costante aria di rebuild. Il ginocchio sinistro che aveva tormentato Griffin sin dal college torna poi a dargli problemi, costringendolo a giocare solo 18 partite nel 2019-2020. Quest’anno gioca solo 20 partite, prima di accettare un buyout che gli consente di lasciare Detroit, in favore di un contesto dove ritrovare le motivazioni, e la scelta è ricaduta sull’ambizioso progetto dei Nets.

Starting over: Brooklyn

Il ruolo che Steve Nash gli chiederà di ricoprire non ha niente a che vedere con quanto fatto finora, poiché nei Nets dei Big Three gli saranno probabilmente concessi solo 20-25 minuti a partita. Griffin non è certo il giocatore di cui Brooklyn avrebbe bisogno per limitare i lunghi avversari come Joel Embiid o Anthony Davis: la sua modesta apertura delle braccia gli ha fatto stoppare solo due tiri nei 626 minuti giocati questa stagione e in generale la difesa non è mai stata il suo cavallo di battaglia.

In attacco, invece, il suo arrivo rende Brooklyn una squadra ancora più versatile, con tante soluzioni diverse a disposizione. Griffin potrebbe giocare da 4, suo ruolo naturale, lasciando a DeAndre Jordan il ruolo di 5, ma potrebbe anche giocare da centro in un quintetto piccolo. In entrambi i casi, le sue abilità nel playmaking e nel passaggio consentiranno ai Nets di contare su un QI cestistico molto alto, da sfruttare soprattutto quando in campo ci sarà la second unit.

Oltre a questo, i Nets potranno contare su un tiratore in più per allentare le maglie delle difese avversarie, visto che negli anni di Detroit oltre il 40% dei tiri che Griffin si è preso erano dalla lunga distanza, con una percentuale realizzativa del 34%. In un ipotetico quintetto con Irving, Durant, Harden e Joe Harris in campo, lasciare il difensore meno abile su Blake sarebbe comunque un rischio, viste anche le sue abilità di battere l’uomo in uno contro uno grazie alla sua velocità e alla forza fisica.

Se Griffin saprà adattarsi alle nuove richieste e se il fisico lo sosterrà, il suo arrivo in casa Nets potrebbe essere un tassello fondamentale per una squadra pensata con il solo obiettivo di vincere. Per Blake, i Nets sono l’occasione perfetta per togliersi di dosso quell’etichetta di giocatore finito che gli era stata appiccicata negli anni di Detroit, insieme a quell’aura di sfortuna e mediocrità da lungo tempo associata al nome dei Clippers. Tornare a lottare in una contender è la giusta ricompensa per un giocatore tormentato dagli infortuni, che ha dovuto costantemente reinventarsi, passando dall’essere un famelico attaccante del ferro a un tiratore dall’arsenale offensivo pressoché completo. Al di qua del Brooklyn Bridge ci credono: la strada verso l’alto è sempre più tracciata.

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