carlos delfino copertina
Carlos Delfino in maglia Pesaro (Giulio Ciamillo - Ciamillo Castoria)

Carlos Delfino – El curso del río

L'argentino sta vivendo una seconda giovinezza sotto la guida di Jasmin Repesa a Pesaro.

Santa Fe de la Vera Cruz potrebbe dirvi poco, in un’ipotetica programmazione di un viaggio dall’altra parte dell’Oceano. Anche Martín del Barco Centenera non dovrebbe suonarvi del troppo familiare, nonostante l’importanza dei suoi scritti nel merito delle conquiste iberiche in Sud America. I due elementi sono legati da un termine digitato, espresso a voce, solamente pensato milioni di volte in tutto il globo terracqueo, ogni giorno che il Signore manda in terra: “argentinos”.

È il 1602 e quest’esploratore spagnolo ha appena definito con quel virgolettato gli abitanti di Santa Fe, per la prima e sicuramente non ultima volta nella storia. Simbolico ed al contempo strano, considerando che nemmeno mezzo secolo più tardi dovranno spostarsi, seppur di qualche chilometro, rimanendo comunque entro i confini del medesimo territorio.

Il fatto che questa cittadina di quasi mezzo milione di abitanti sia poco chiacchierata nell’andirivieni del panorama turistico albiceleste è dovuto anche e soprattutto alla sua conformazione geografica e territoriale.

Lo spostamento accennato in precedenza, infatti, è avvenuto a cavallo tra l’inizio e la fine degli anni ’50 del XVII secolo, proprio a causa delle inondazioni e del clima insalubre sulle sponde del Paraná. Dunque, valigie in mano – o perlomeno, le antenate dei nostri trolley – e maniche alzate, 80 chilometri a sud-ovest, verso quell’Atlantico dove il corso d’acqua, nella più ciclica delle narrazioni, sfocia.

E un fiume nasce, scorre e termina il suo cammino incessante. E ancora, giorno dopo giorno, nei secoli. Incontra ostacoli, ma non ha paura di attraversarli; la sua forza è tutt’altro che recondita, perché è privo di coscienza, agisce d’istinto e non guarda in faccia a nessuno. Prende vita da una goccia, le sue dimensioni diventano sempre più imponenti e poi si tuffa, a capofitto in un’altra avventura. Che poi è quella di sempre, come medesime sono le forze fisiche che lo trascinano.

Gli argentinos nati sulle sponde di quel fiume, senza ceste di vimini né una Lupa, ma con il sangue bollente nelle vene, sono diversi. Il Paraná che bagna Santa Fe ha dato i natali a calciatori come Ezequiel Lavezzi, Rubén Ayala ed Ignacio Scocco. Li ha dati ad un pugile leggendario come Gregorio Peralta. Se ci spostiamo di qualche click più a sud nelle mappe digitali, si iniziano ad incontrare i mostri sacri di Rosario, Lionel Messi ed Ernesto Che Guevara su tutti. È sotto uno di quei tramonti al Colgante, però, che è nata una goccia destinata a non arrestarsi.

Sorgente

È il 1982. Viene al mondo nell’estate in cui la Guerra delle Falkland incontra un fine, lieto solo per l’interruzione nella conta dei morti giornalieri. L’estate dell’Argentina di Diego Armando Maradona, che dovrà aspettare altri quattro anni per alzare al cielo la Coppa del Mondo e la mano sinistra contro gli odiati inglesi, l’estate della presentazione del Commodore 64. È il 29 agosto, il giorno dell’ultimo concerto a pagamento di quattro ragazzi di Liverpool e della scoperta di Faraday sull’induzione elettromagnetica. Tre anni prima, nella stessa città – ma a novembre -, è nato Andrés Marcelo Nocioni, che ritroverà in un’estate greca. Precedenti importanti, il fiume dovrà avere argini resistenti.

E fin dall’inizio è così. Carlos Delfino cresce letteralmente con il pallone tra le mani, dopo che nonno Carlos Felipe – l’omonimia non è un caso, visto che l’ultimo arrivato rappresenta la quinta generazione di Carlos della famiglia – decide di costruirgli un canestro in cortile: di giorno si allena lì, di notte attende che gli altri si addormentino per schiacciare in un miglior amico a forma di cerchio in camera sua. Muove i primi passi cestistici al Club Atlético Rivadavia Juniors, per poi crescere lontano 135 chilometri da casa, al Club Deportivo Libertad de Sunchales. La maturazione definitiva sopraggiunge con un ritorno a Santa Fe, questa volta al Club Atlético Unión. Poi l’high school, il salto in America? No.

Siamo andati in Columbia di proposito per vederlo prima di ingaggiarlo. Giocavano contro il Brasile dove spiccava la presenza di Tiago Splitter, centro che successivamente giocò negli Spurs con Manu.

Parole e musica di Gaetano Gebbia, che se ne innamora durante uno degli innumerevoli capitoli della rivalità tra Argentina e Brasile. Dopo un’amichevole cestistica U21 lo porta sulla sponda calabrese dello Stretto a pochi giorni dal primo Natale del nuovo millennio. A Reggio Calabria trova i connazionali Montecchia, Gianella e Palladino, ma non l’uscente Manu Ginobili, spostatosi in direzione Bologna – alla Virtus di Ettore Messina – nell’estate precedente. Se la sua prima stagione è di assestamento, la seconda è un exploit a cui dar continuità. Sotto la guida di Tonino Zorzi – maestro, tra gli altri, di Frank Vitucci -, ottiene un rendimento da 13.5 punti, 5.1 rimbalzi e 1.7 assist di media, oltre ai 2.6 palloni recuperati a partita.

Carlos Delfino e Jasmin Repesa
Carlos Delfino e Jasmin Repesa alle Final Four di Eurolega 2004 (Agenzia Ciamillo-Castoria/G.Ciamillo)

La Viola gli ha fatto accarezzare il campionato italiano, ma Carlos Delfino ha ambizioni diverse da un tuffo nel Mediterraneo con lo sguardo su Messina. In particolare, c’è una squadra che può fargli valicare i confini nazionali, essendo una delle quattro italiane presenti in Eurolega, assieme a Siena, Treviso e Virtus Bologna: si tratta della Fortitudo, dove le cose non iniziano però nel migliore dei modi.

Qualche sconfitta di troppo, infatti, fa terminare l’avventura sulla panchina della Effe a Matteo Boniciolli – che tornerà ad allenare sulla sponda Fortitudo di Basket City nel 2015 -, con il conseguente arrivo di Jasmin Repesa. È una squadra piena di talento, che a dei punti fermi come Gianluca Basile e Jack Galanda ha aggiunto l’eccentrico Gianmarco Pozzecco. Delfino conclude la stagione come quinto miglior marcatore della squadra in Serie A e secondo in Eurolega, ma soprattutto inizia a viaggiare su binari competitivi ben più ambiziosi.

Se nel Vecchio Continente la cavalcata della Effe si arresta alle Top-16 – eliminata nel girone della Mens Sana di Turkcan e Alphonso Ford -, in campionato il sogno Scudetto si spegne solo di fronte alla corazzata Treviso di Ettore Messina: da sesta classificata, la Fortitudo elimina Trieste, Cantù e la Virtus Roma di Myers, ma cade per 3-1 nella rivincita della finale della stagione precedente. Carlos incappa in una serata da luci ed ombre, quel 17 giugno 2003 al Paladozza: 0/6 da tre, ma 8 rimbalzi e 16 di valutazione. Non molla di un centimetro.

La possibilità di redimersi arriva nella stagione successiva, ma le delusioni non sono destinate a terminare. Dal punto di vista realizzativo, Delfino rimane il secondo marcatore – e primo per rimbalzi, 6 a partita – dei suoi in campo europeo, terzo in Italia. La Fortitudo si è portata a casa in cabina di regia Miloš Vujanić, ex leader del Partizan di Belgrado, che porta sulle spalle i suoi fino ad un’altra finale Scudetto. Questa volta l’ultimo ostacolo non è più la Benetton – sconfitta in semifinale proprio dalla Fortitudo -, bensì Siena, che non ha pietà: 80-70, 75-68 ed un sonoro 92-63 scrivono la fine dei sogni di Delfino e compagni. È il secondo matchpoint nazionale sciupato per l’argentino, che vede sfumare anche il sogno Eurolega: dopo aver sconfitto la stessa Siena in una semifinale al cardiopalma, il Maccabi Tel-Aviv di Anthony Parker e Sarunas Jasikevicius trionfa davanti al pubblico israeliano. 118-74.

Come nell’annata precedente, però, non ha intenzione di rimanere negli argini prestabiliti. Il futuro è già scritto, vista la chiamata alla 25esima scelta nel Draft 2003 da parte dei Detroit Pistons (primo argentino ad essere selezionato al primo turno), ma il suo desiderio di lasciare un segno a Bologna va ben oltre il progredire naturale degli eventi. Eppure, c’è sempre qualcosa che lo ostacola. Ha bisogno di aria di casa per inebriare i sensi, immergersi in un battesimo di vittoria nel suo Giordano a strisce verticali, bianche e celesti.

Alveo

Il ballottaggio per l’assegnazione delle Olimpiadi del 2004 aveva visto una corsa a cinque contendenti. Alla fine, con 32 preferenze, si decise di fare un tuffo nel passato, con il ritorno Atene, 108 anni dopo la prima edizione dei Giochi Olimpici moderni. Le altre pretendenti erano Roma, Città del Capo, Stoccolma e Buenos Aires. Il Paraná, superate Santa Fe e Rosario, bagna anche il territorio che circonda la capitale.

L’Olympic Indoor Hall della città greca, invece, non ha corsi d’acqua nelle vicinanze. Eppure quella spedizione olimpica fu la rigenerazione ideale per Carlitos: dopo due finali perse, bisognava agguantare l’eccezione per confermare la regola di un famoso detto. Tra l’altro, gli sceneggiatori avevano previsto tutto nel più minuzioso dei dettagli. In semifinale, a cadere sono gli Stati Uniti di Larry Brown, proprio colui che l’aveva scelto l’anno prima per portarlo Oltreoceano e che incontrerà nuovamente nella sua seconda vita italiana.

Superati gli USA con una prova stoica, in finale bisognava oltrepassare l’ostacolo tricolore, con Pozzecco e Basile agli ordini di Charlie Recalcati. Il “non c’è due senza tre” toccò ai suoi compagni di squadra in maglia Fortitudo, mentre l’alloro si posava sulla sua cabeza. Non era più il testone di una volta, o forse sì. Conta il giusto, il Mediterraneo ellenico si era comunque tinto di un oro albiceleste. E poco importa se in quella Nazionale di campioni fosse “solo” il giovane pronto ad imparare: ogni goccia, anche la più piccola, aiuta il fiume a scorrere.

Delfino, Nocioni, Gutierrez, Scola e Sconochini
La Generación Dorada premiata ad Atene 2004, da Carlos Delfino a Hugo Sconochini (Olympic Channel)

Come accennato in precedenza, era arrivato il momento del grande salto. Quattro anni dopo il volo dal Sud America all’Europa, Carlos Delfino strappa il biglietto di ritorno, con l’aeroplano che vira in direzione Detroit. Ma quella Lega tanto sognata da piccolo, l’inizio del capitolo più avvincente nel romanzo di un cestista, si rivela ben presto un qualcosa di effimero, passeggero, da cui trarre insegnamento solo in parte. Nelle sue prime tre stagioni in NBA, infatti, viene relegato ad un ruolo da comprimario nelle rotazioni di Larry Brown prima e Flip Saunders poi.

Sembrano lontane le battaglie per gli Scudetti ed il tetto d’Europa a Bologna, eppure temporalmente sono dietro l’angolo. Nella seconda annata a Motor City gioca appena 10.7 minuti a gara, il dato più basso dell’intera carriera, e nel 2007 viene scambiato in direzione Toronto, dove trova il connazionale e vecchio compagno di sfide italiane Jorge Garbajosa. I Raptors non saranno l’unica avventura in comune dei due, visto l’approdo nell’estate successiva a Mosca, dove il Khimki garantisce loro un’Eurocup grazie alla quale rimettersi in gioco e, soprattutto, svariati milioni in tasca.

Il ritorno in NBA è però assicurato ed avviene nell’agosto 2009, ai Milwaukee Bucks. Gioca – e bene -, conquistandosi quella fiducia persa per strada nelle prime uscite a stelle e strisce. Emerge come uno degli elementi migliori nella serie di playoff persa contro Atlanta al primo turno e nell’anno successivo aggiorna il suo record personale di punti (30) nelle sfide contro New York e Sacramento.

Tutto prosegue liscio, senza intoppi. Sembra fin troppo strano, per lui che nel corso degli anni aveva incontrato pochi picchi e tanti scivolamenti, specialmente nei momenti decisivi, quelli che segnano l’impatto di un professionista ad alti livelli. È passato a Houston, dove ottiene una certa regolarità uscendo dalla panchina. Gioca con James Harden, difficile far male con uno come il Barba sulla stessa metà campo del parquet. Poi, però, arriva Gara-4 nella serie di playoff contro gli Oklahoma City Thunder.

OKC è sul 3-0, ma il Toyota Center spinge i suoi per evitare lo sweep. A circa tre minuti dal termine del terzo quarto, sul +7 per i Rockets, Carlos ruba palla a Sefolosha e parte in contropiede. Tra lui ed il canestro c’è solo Kevin Durant, un bell’impedimento verso la foce. Ma salta più in alto del prodotto di Texas University e gli regala un poster da appendere in hotel. Sarebbe tutto così facile.

L’istantanea della gloria e la causa del declino

Non c’è spazio per i convenevoli. Carlos Delfino si è appena preso in dote l’amore di una città intera, con gesti come questo che entrano nell’anticamera dei ricordi dei tifosi: avviene in ogni latitudine del mondo, figuriamoci in NBA. Quello che sarebbe potuto essere il primo passo verso un’ulteriore nuova vita in maglia Rockets, però, si rivela nient’altro che una sorgente prosciugata.

La verità è che ero già infortunato, ma prima dei playoff in Nba non dici mai che cosa hai davvero. Nella caduta dopo la schiacciata, mi sono reso conto che mi ero fatto male. Camminando non sentivo alcun dolore, il problema c’era quando provavo a spingere. In conferenza stampa scherzando dissi: “Vabbe’, se questa dovesse essere l’ultima giocata della mia carriera, sarà pur sempre una schiacciata su Durant”. Ridevo.

Racconta così al Corriere della Sera, anni dopo l’infortunio che segnerà l’addio ai palcoscenici a stelle e strisce. Sembra proprio che l’assioma sia stato messo in discussione: il fiume non risorgerà, si è tuffato a capofitto senza un nuovo punto di partenza. Quello che era un dolore al piede da poco diventa un calvario infinito, con ben sei interventi andati a vuoto. Dopo il quarto, il campanello d’allarme che inizia a rimbombare, lasciando un eco disarmonico: “Mollo”. Ma una tesi come quella del nativo di Santa Fe non è fatta per essere smentito: il fiume si rigenera, prima o poi.

Foce

Nella nostra – o meglio, sua – storia, il “prima” ha location e timing ben precisi. È il 2016 e Carlitos non ha ancora una squadra. Il professor Sandro Giannini l’ha miracolosamente rimesso in sesto, grazie ad un intervento all’avanguardia, ma non ha ancora avuto modo di testare quel piede destro in un palcoscenico che rispetti le aspettative della vigilia.

Il 26 giugno l’Argentina si sta giocando la finale della Copa América Centenario contro il Cile campione in carica. Carlos è davanti alla tv, come milioni di suoi connazionali, pronto ad esultare per un gol, magari del suo quasi compaesano Lionel Messi: li dividono un lustro e 173 km. No, próxima vez: la stessa Pulga e Biglia sbagliano nella lotteria dei rigori ed il MetLife Stadium si tinge per la Roja. Ma a Carlos del calcio importa relativamente, così come al CT della Nazionale cestistica Sergio Hernandez:

A me del calcio non frega nulla. Che ne diresti di venire in ritiro con la Nazionale?

Non se lo fa ripetere due volte, e la stessa risposta affermativa proviene da Luis Scola e Manu Ginobili. 12 anni dopo Atene, l’Albiceleste ci riprova a Rio de Janeiro. In casa dei brasiliani, gli avversari da dove tutto è cominciato prima di imbarcarsi verso la Calabria. Il suo rendimento è diametralmente opposto a quello di Pechino 2008 e dei Mondiali 2010 in Turchia – 20.6 punti, 4.7 rimbalzi e 2.8 assist -, ma anche qui importa il giusto. Luis Scola, Manu Ginobili, Andrés Nocioni e Carlos Delfino: si chiude un’era.

Scola, Nocioni, Delfino e Ginobili
Ancora voi? (Basquet Argentina)

Se restringiamo il cerchio della narrazione allo Stivale, però, ci accorgiamo che un’epoca non è ancora finita, e chissà per quanto durerà. Alla vigilia delle Olimpiadi 2016, Carlos Delfino aveva elogiato quella città che prima gli aveva permesso di mostrare il suo talento ai più, salendo i gradini più alti di una Torre immaginaria – il cui spazio per edificarla a Bologna si trova sempre -, e poi di tornare a competere per davvero, consapevole che la sorte gli aveva sottratto qualche anno in cui potersi divertire.

Così, ad un paio di settimane dal San Valentino 2019, dopo aver riallacciato le scarpe al Baskonia ed all’Auxilium Torino con più bassi che alti, Cupido colpisce ancora: Carlitos torna nella sua Fortitudo. Supera i confini, andando a calcare per la prima volta in carriera i parquet della Serie A2. Ma per Bologna, che come dice Guccini sa quel che vale, eso y más.

Carlos Delfino alla Fortitudo Bologna
Carlos Delfino a casa, col sorriso, nel 2019 (Giulia Pesino/Ciamillo-Castoria)

Con la Effe giocherà tre gare di Coppa Italia – con un’altra sconfitta in finale contro Treviso, trascinata da David Logan – e sette partite di campionato. La miglior prestazione stagionale arriva all’ultima giornata contro Roseto – 20 punti e 4/6 da tre, con 27 di valutazione, con la Fossa dei Leoni che cattura l’attenzione nel giorno del ritorno in Serie A. Beh Carlos, è finita?

Sono carico come un ragazzino, nonostante l’età. Col tempo bisogna cambiare. Ora non dipendo più dal mio fisico e devo tirare fuori tutto il bagaglio tecnico. Aiuterò i compagni non solo campo ma anche fuori, terrò il gruppo unito.

Pare che la risposta sia no: Carlos Delfino non ha intenzione di tirare il freno. Jasmin Repesa, tornato in Italia per guidare la Carpegna Prosciutto Pesaro, lo chiama a raccolta per trainare il gruppo verso la compattezza e l’unità di intenti. È abituato a navigare le acque ed il mare di Pesaro fa da cornice ad una stagione finora ricca di soddisfazioni. Basti pensare alla vittoria contro l’Openjobmetis Varese dell’amico fraterno Luis Scola, dove ha mostrato lampi di gioventù simili:

Da Luis Scola a Carlos Delfino

Oppure il testa a testa combattuto in casa dell’Olimpia Milano, la vittoria da MVP sul campo dell’Happy Casa Brindisi fino a quel momento imbattuta in campionato, con una prestazione da 24 punti, 5 rimbalzi, 8/9 dall’arco e 29 di valutazione. E poi, grazie alla vittoria sul campo della Germani Brescia, il ritorno nella Final Eight di Coppa Italia dopo 12 anni.

A proposito di Coppa Italia, la sua quattro giorni al Mediolanum Forum è stata un estratto da déjà-vù che oggettivamente si aspettavano in pochi. Insieme alla strafottenza agonistica di Justin Robinson, alla fisicità sotto canestro di Tyler Cain, alla maestria di Jasmin Repesa ed al contributo di svariati gregari – tra cui Zanotti, l’astro Drell ed il “riposato” Tambone -, Carlitos si è reso protagonista di prove da Veterano con la V maiuscola.

In particolare, ha lasciato il segno in quella che molto probabilmente verrà ricordata negli anni come una delle gare più vive, sentite ed emozionanti nella storia delle Final 8. Pesaro batte Sassari 115-110, con una prova stoica da parte di tutti gli uomini in giallo. L’argentino fa la sua degna parte, mettendo a segno 19 punti, catturando 5 rimbalzi, recuperando 4 palloni e tirando con il 42.9% dal campo su 14 tentativi totali ed il 100% dalla lunetta. A fine gara, punzecchiato da Guido Bagatta sulla sua condizione fisica, sentenzia così:

È un ragazzino che parla

Carlos Delfino è un corso d’acqua in piena, e non importa che gli anni ne abbiano scalfito la portata, in quel reticolo idrografico con svariati affluenti da altrettante parti del mondo: da Reggio Calabria a Milwaukee, da Houston ad Atene, da Mosca a Bologna. Un fiume non smette mai di scorrere impetuosamente, si tuffa tra le braccia dell’Oceano e torna a rigenerarsi. All’orizzonte c’è ancora tanto da scoprire, la foce è lontana: il Paraná stavolta si tuffa nell’Adriatico.

Carlos Delfino alla VL Pesaro
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