Kareem Abdul-Jabbar vs Parish
Kareem Abdul-Jabbar vs Robert Parish (Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)

Kareem Abdul-Jabbar. Basketball Renaissance

La vita eccezionale, letteralmente parlando, di Kareem Abdul Jabbar, tra pallacanestro, musica jazz, letteratura e storia afroamericana.

Da Miles Davis ho preso lo stile, Coltrane mi ha insegnato lo scopo.

Sulle spalle dei giganti, Kareem Abdul-Jabbar

Kareem Abdul-Jabbar nasce Ferdinand Lewis Alcindor jr. a New York il 16 aprile 1947 e nella sua vita è sempre stato un uomo eccezionale. Letteralmente parlando.

Non solo nel senso più meramente enfatico del termine ma nel senso che, nel novero dei massimi campioni NBA di ieri e di oggi e degli sportivi più famosi, Jabbar rappresenta un’assoluta eccezione, appunto. Un’anomalia data da un mix di aspetti tecnici, caratteriali e umani del tutto inaspettato che nulla hanno a che vedere con la volontà di dominanza o la sete di vittorie che caratterizzano alcuni altri noti vincenti.

Jabbar più che a una stella conclamata assomiglia a una silenziosa goccia che batte sulla roccia ed erode l’avversario con una costanza da amanuense. Anno dopo anno. Canestro dopo canestro, giocata essenziale dopo giocata essenziale. Punto dopo punto.

Con silenziosa introversione Kareem cura il proprio corpo e il proprio cervello come un tempio, coltivando la temperanza attraverso tutto il tempo passato da professionista nella NBA, vincendo il primo e l’ultimo titolo a distanza di diciassette anni e diventando il primo marcatore della storia della Lega pur con una media punti tutto sommato “abbastanza umana” di 24.6 a partita. Una cifra che diventa impressionante, per continuità di rendimento, se spalmata sulle venti stagioni in carriera. Questo senza mai essere un accumulatore seriale di cifre e statistiche.

Kareem Abdul-Jabbar è stato in grado di fondersi – quasi celandosi – nella propria stessa iconica azione e giocare, come direbbe il poeta Giorgio Caproni, ad “asparire” in essa con un gioco di apparizione e sparizione che delinea alcuni dettagli ben precisi del proprio carattere. 

Da una lato c’è una lotta interiore di difficile risoluzione tra il proprio talento esuberante e la personalità schiva. Dall’altro lato una meticolosità così assidua che lo porta a perfezionare il gancio cielo così a lungo e così a fondo da diventare il singolo “signature moves” più riconosciuto, citato e immarcabile della storia del gioco, tanto da divenire pressoché irriproducibile. Un movimento unico quanto la sua personalità, in grado di abbracciare aspetti complementari dell’esperienza umana, mentali e fisici. Proprio come un vero uomo universale del rinascimento italiano, di vitruviana memoria.

A Kind of B…asketball

Quasi come nel caso di un vero uomo rinascimentale i primi passi di Lew si perdono per le strade di Harlem, novella Firenze quattrocentesca, intrecciando spunti intellettuali e sportivi in ambiti apparentemente distanti tra loro come letteratura, musica e basket. Proprio qui, infatti, compie la propria educazione sentimental-culturale raccogliendo gli ultimi afflati di quel movimento di autodeterminazione afroamericano chiamato Harlem Renaissance.

Il giovane Lew cresce con il mito del musicista Duke Ellington e delle orchestre di Jazz, dello scrittore W.E.B. Du Bois e dei Rens, la prima squadra di pallacanestro professionistica composta, posseduta e stipendiata da afroamericani.

Tra gli anni ‘20 e ‘40 del secolo scorso, infatti, nei fumosi casinò e night club del quartiere newyorkese non è raro che le occasioni di intrattenimento e gli eventi sociali siano determinati da molti incontri di pallacanestro, con relativo accompagnamento di orchestre e gruppi jazz a esibirsi prima e dopo le partite. 

I Rens, a differenza dei più famosi Harlem Globetrotters, che a dispetto del nome sono originari di Chicago, diventano un simbolo della gente afroamericana della Grande Mela che prova ad alzare la testa con dignità. Il loro stile di gioco è fatto della stessa pasta del movimento culturale coevo: intelligenza, frizzantezza, pochissimi palleggi, passaggi veloci e rapidi tagli a canestro. Lontano dal sensazionalismo e dell’esibizionismo fine a se stesso della squadra dei Globetrotters.

Per tutta la vita, sia agli occhi del giovane Alcindor Jr. sia a quelli del maturo Kareem Abdul-Jabbar, non lascia certo indifferente il sogno di un nuovo modello di uomo afroamericano, colto, professionale e orgoglioso delle proprie origini, lontano dagli stereotipi creati su misura dai bianchi e per i bianchi. Un uomo risvegliato e consapevole, insomma, il frutto delle lotte contro i pregiudizi e il razzismo che negli anni precedenti sono state portate avanti sia nei campi improvvisati di pallacanestro che per le strade di tutte le città degli Stati Uniti.

Un’utopia che superi la questione del Razzismo con la R maiuscola ma anche degli innumerevoli razzismi, altrettanto sottili e pervasivi. Kareem Abdul-Jabbar sottolinea un aspetto della propria giovinezza legata allo shock di apprendere che i problemi di integrazione non avvengono solo tra le comunità bianche e afroamericane, ma anche all’interno delle stesse comunità nere e ispaniche e sono basati sugli stessi pregiudizi e sulle stesse meccaniche di pensiero che la classe dominante ha con quelle subalterne. I neri di Harlem si sentono diversi da quelli del sud degli Stati Uniti, che si ritengono differenti dai neri dei Caraibi e del Trinidad. E questi, a loro volta, diversi dai neri d’Africa.

Il brano “So What” di Miles Davis, tratta da Kind Of Blue (1959)

Basketball & games: his favourite things?

Come il musicista John Coltrane, sua fonte di ispirazione, anche Jabbar è sempre stato condizionato da una spiazzante indecifrabilità, data dalla propria introversione. Un aspetto caratteriale che lo accompagna per tutta la carriera cestistica, fin dalla sua esperienza alla corte di Coach Wooden a UCLA.

Essere un alto e allampanato ragazzo di due metri e venti scarsi non lo aiuta. Ovunque vada,  anche dal punto di vista visivo e percettivo, è sempre al centro dell’attenzione. La gravità esercitata sugli sguardi delle persone è inevitabile e se aggiungiamo anche il fatto che è un talento naturale della pallacanestro quasi senza precedenti, questo complica ulteriormente le cose.

Uno dei leit motiv della sua complessa personalità è il fatto che vorrebbe sempre essere altrove. Anche fisicamente e anche lontano dalla pallacanestro, in un corpo più basso, più “normale”. Forse in un jazz club newyorkese e forse tra i banchi di scuola, come insegnante di storia americana in una high school di Harlem. Sicuramente in un luogo dove il proprio corpo, il proprio talento e la propria curiosità intellettuale siano in pace con loro stessi.

Al minuto 1:26 Jabbar diventa il giocatore con più punti all’attivo della storia dell’NBA e sembra dire “Sì ok, va bene, ho alzato le mani, ho applaudito il pubblico come è prassi consolidata in questi casi. Ora basta però…

Un linguaggio del corpo che ricorda molto da vicino la reazione di Olajuwon al primo titolo NBA vinto con gli Houston Rockets nel ‘94, quasi dieci anni dopo il record superato da Jabbar. 

Guardare Hakeem che cerca dentro di sé la concentrazione e il silenzio necessari per cogliere, quanto più possibile, la pienezza del momento è a tratti commovente.

Al minuto 4:26 Hakeem sembra dire “Lasciatemi solo per favore, solamente un istante. Poi arrivo a festeggiare come tutti…

Entrambe le personalità, piuttosto schive e inclini all’interiorizzazione, hanno in comune non a caso la ricerca nel percorso religioso e nella fede islamica di quella consapevolezza che altrove evidentemente non trovano. Di sicuro non solo nel basket inteso come attività totalizzante, ma anche in esperienze correlate che possono essere ottenute solo ascoltandosi e guardandosi molto in profondità dentro di sé. Tutto questo al di fuori dell’ostentazione, della caciara, del vociare dissennato e delle urla di gioia irrefrenabile.

Non vorrei prendere una colossale cantonata ma potrei giurare che entrambi, in quel momento, per contrastare il frastuono del momento e per cogliere appieno l’evento, stiano pregando o stiano desiderando, in un tempo congelato dentro le lore menti, l’estasi di un solo istante per entrare in rapporto diretto con l’ambito divino del creato.

Il brano “My favourite things” di John Coltrane, tratta dall’omonimo album del 1961

Un giocatore come Earvin Johnson, dalla personalità totalmente antitetica a quella di Jabbar, arriva anche a “rimproverarlo” privatamente per la maniera con cui si rapporta con il pubblico in generale e i suoi tifosi in particolare. Magic ricorda infatti in “Il Basket Eravamo Noi” come due fan siano rimasti positivamente impressionati da un proprio gesto di naturale gentilezza fatto durante un incontro con il pubblico tanto da ricordarlo anche a distanza di anni. Così invece non è stato nel caso di Jabbar che tratta i due tifosi con timido sprezzo. Pagandone le conseguenze. 

Jabbar, in questo caso, confessa al compagno di squadra di come gli stessi tifosi gli abbiano rinfacciato il modo brusco con cui si è rivolto loro, non capacitandosene.

Risulta evidente che i due modi di “darsi” non sono identici. Magic accoglie, sorride ed estroflette il suo entusiasmo, Kareem Abdul-Jabbar, invece, riflette. Uno dona sorrisi, l’altro libri. Il primo arriva subito dal punto di vista emotivo, il secondo compie un giro un po’ più contorto. Ma arriva se si sa aspettare.

Basketball: a love supreme?

Per molte persone, anche dotate di grandi capacità, non è così scontato trovare la propria strada e il proprio equilibrio. L’illusione che vocazione (la chiamata che si avverte interiormente) e talento (le capacità che si possiedono) vadano necessariamente di pari passo è appunto una fantasia, una stortura, un grande inganno collettivo.

Soprattutto negli ultimi decenni, l’orientamente al risultato in moltissimi campi degli ambiti umani ha prodotto danni e incomprensioni piuttosto evidenti. Come nella vita quotidiana anche nello sport e nel basket questa tensione ha generato una folle rincorsa al risultato e al giudizio basato esclusivamente sul numero di vittorie o su quanto effettivamente un giocatore abbia “monetizzato” e concretizzato il talento dato in dono da madre natura. Valutazione che porta a ironizzare, di conseguenza, su quanti abbiamo sprecato le proprie capacità o le abbiano disperse e non sfruttate, a nostro giudizio, fino in fondo. 

L’ossessione per il talento provoca sensi di colpa nelle persone che sentono di non averne o, al contrario, provoca un senso di responsabilità schiacciante per coloro che ne possiedono uno notevole ma non nell’ambito che desiderano e che non sentono nelle proprie corde.

Jabbar, da sempre, ha un approccio più cerebrale che passionale al suo lavoro di cestista, avvertendo e percependo la propria vocazione come non completamente allineata con il proprio talento sul campo da pallacanestro.

L’idea che una vita dotata di senso sia sempre basata sui talenti da non sprecare è una inquietante suggestione sociale, che non ha alcun collegamento concreto con la realtà quotidiana e la nostra vita interiore, se non come input indotto dall’esterno e indottrinato.

Scrive la psicologa Emilie Wapnick che la maggior parte delle persone non ha talenti eccezionali, ma è dotata di una multipotenzialità da districare in molteplici interessi, tra cui non riesce a scegliere. Per questo la difficoltà delle persone normali è quella di indirizzare il proprio potenziale su un campo ben preciso. Di contro, la difficoltà delle persone eccezionali (o che possiedono anche solo una capacità o una caratteristica eccezionale) è di far coincidere e far coesistere il proprio talento con la propria vocazione. Soprattutto nel caso in cui questi due aspetti non combaciano alla perfezione.

Il talento o i talenti possono fare la differenza e facilitare il percorso umano e cestistico attraverso tutta la vita e la carriera, ma non possono essere considerati il percorso stesso, filosoficamente parlando. Non sono lo scopo, ma solo il mezzo.

Per Kareem Abdul-Jabbar, infatti, ciò che conta di più è la perenne sensazione non soddisfatta di avere una chiamata, una vocazione, che vada anche al di là della pallacanestro, in cui senza dubbio eccelle vistosamente.

A scanso di equivoci, avere una vocazione non significa necessariamente qualcosa di enorme, come salvare il mondo o compiere imprese eccezionali, essere supereroi o supereroine, ma ascoltarsi e avere la libertà di fare le proprie scelte sulla base di una sensazione che è possibile sviluppare e curare: disegnare il proprio percorso personale, non seguendo la strada più dritta che porta a puntare tutto sul talento, ma scontrandosi anche con le altre parti di sé, più intime e nascoste. Ovvero anche con le parti non sostenute dal talento.

Perché, infatti, il fatto di possedere un talento dovrebbe obbligarci a svilupparlo a tutti costi anche se non è nelle nostre corde? E se la nostra vocazione, ovvero ciò che ci fa star bene, andasse in un’altra direzione, in un ambito non coperto dai talenti che possediamo? Non ci sono e non ci dovrebbero essere obblighi calati dall’alto ma solo una libera scelta individuale.

L’album di John Coltrane “A love supreme” del 1964

Jabbar lotta continuamente con quella che ritiene essere una società e una Lega basate sulla performance, in cui già allora l’atleta è costretto ad avere un’inautentica immagine pubblica, da limare costantemente a seconda dello spettatore e delle esigenze. Si tratta di un sistema che fagocita tutto e rende tutto commercializzabile e spettacolarizzabile. In special modo se si passa gran parte del proprio tempo di professionista a pochi passi dagli studios di Hollywood.

Performance deriva dal verbo to perform “eseguire” e un performer è colui che, non solo in ambito lavorativo ma in ogni momento della vita, esegue delle prestazioni sempre migliori, davanti a un pubblico sempre più esigente. In queste condizioni fare delle scelte che siano libere è molto difficile perché la nostra educazione è fondata su due pilastri ben radicati: il senso del dovere e il senso di colpa, due interpretazioni che se interpretate a in maniera distorta legano la necessità della performance al giudizio. 

Una deviazione tendenziosa rispetto al più sano senso di responsabilità

E il senso di responsabilità Kareem Abdul-Jabbar lo avverte sempre e solo verso se stesso e la propria curiosità intellettuale proprio come scrive il recente premio Nobel Peter Handke “Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me”.

Kareem Abdul-Jabbar, in a silent way

Trovi quel ticchettio, il ritmo giusto, amico, ed è fatta!” è una citazione del pianista e compositore newyorkese Fats Waller che Jabbar cerca di interiorizzare, integrandola con la propria esperienza di giocatore, cittadino e uomo di cultura. Riconoscere il proprio ritmo, il proprio stile, applicarlo sul parquet e sulle strade del mondo. Infine portarlo avanti.

Solo così si riesce a improvvisare, a resistere agli urti degli avversari e alle avversità, rimanendo però sempre fedeli a se stessi.

L’album di Miles Davis “In a silent way” del 1969

Kareem Abdul-Jabbar ha faticato molto per trovare un modo personale nel conciliare i molteplici interessi, cestistici ed extra cestistici. Ha soprattutto faticato a far dialogare la parte di sé più visibilmente talentuosa, la pallacanestro, con la parte più silenziosa e interiore; soffrendo la sproporzionata sovraesposizione mediatica, la responsabilità che questa comporta e la maniera in cui influenza il modo di essere.

Alla fine ha utilizzato il basket come vetrina e come rampa di lancio per scopi ritenuti da lui più importanti della ricerca della mera adulazione. Con la pallacanestro trova il modo di essere ispirazione per gli altri, sia come giocatore in un contesto di squadra, sia come individuo in un contesto sociale.

La sua lunga esperienza sportiva e il suo tortuoso percorso personale lo rendono consapevole che compiacere il pubblico non può essere l’atteggiamento corretto. Anche perché questo comporta aspettative sempre maggiori da parte dei tifosi. Non solo dovendo alzare sempre di più le asticelle delle proprie logoranti performance, mostrandosi sempre più competitivo, ma a lungo andare provando sulla propria pelle che le azioni sul campo non sarebbero bastate mai e il giudizio su di lui non sarebbe stato sufficientemente completo.

Jabbar rivendica quindi di continuo la propria libertà di essere poco loquace e silenzioso in uno star system dove gli atleti afroamericani devono costantemente dimostrare di essere grati dei vantaggi, della popolarità e del ritorno economico che la società garantisce loro.

Solo a carriera terminata è riuscito finalmente a riequilibrare le aspettative potendosi dedicare interamente anche a un aspetto specifico del proprio carattere: quello comunicativo e intellettuale. Facendosi portavoce di una causa ben precisa e avendo la forza di portare il fardello della speranza per gli afroamericani cercando di dare il suo contributo in una situazione sociale in cui, come dice Martin Luther King, “Essere Negro in America significa sperare contro ogni speranza.

Il peso che ha sempre portato con sé riguarda il sospetto di utilizzare energie sul versante sbagliato della propria vita. Facendo proprio un precetto del filosofo stoico Lucio Anneo Seneca comparso sul De brevitate vitae, Jabbar sembra avere il terrore di disperdere le energie mentali e fisiche rincorrendo e dando troppa importanza alla reputazione, alle chiacchiere giornalistiche, alle occupazioni effimere e alla carriera come fine a se stessa. Sembra, alla luce di queste occupazioni, che la vita sia sempre troppo breve e le occupazioni sempre troppe, con il rischio di diventare schiavi del proprio ruolo all’interno dello star system e infelici, indaffarati a portare a termine i doveri procrastinando lo studio e la ricerca interiore.

Kareem Abdul-Jabbar 1977 Milwaukee Bucks
Kareem Abdul-Jabbar nel 1977. Milwaukee Bucks contro i Boston Celtics al Boston Garden
(Fonte Dick Raphael/NBAE | Getty Images)

Ricerca che Jabbar ha finalmente intrapreso a tempo pieno solo dopo la chiusura della carriera, con la propria velocità e il proprio tempo, raggiungendo il tanto agognato benessere, il well-being, il “bene dell’essere”, in grado di armonizzare lo stato fisico e psichico con quello emotivo e intellettuale, libero di coltivare la temperanza: quel ponte personale tra la vita activa e la vita contemplativa.

A differenza di quanto si creda, infatti, la filosofia è un’attività anche fortemente operativa. Un insieme di studio e di pratiche quotidiane che hanno più a vedere con gli esercizi e la sperimentazione che con lo studio esclusivamente intellettuale. Un labirinto personale da costruire e destrutturare continuamente, come dicevano gli scienziati secenteschi della fiorentina Accademia del Cimento “provando e riprovando”.

Jabbar, da questo punto di vista, può essere paragonato a un filosofo nella maniera in cui ha applicato al proprio corpo il rigore e la durezza degli esercizi fisici e di studio sostenuti lungo la sua carriera, come ha allenato la perseveranza ideando e perfezionando il proprio movimento simbolo, quel gancio cielo che lo ha reso famoso, e come si è reinventato prima come stella NBA e poi come scrittore e intellettuale.

D’altro canto, però, può anche essere paragonato a un musicista di una jazz band, sempre in bilico tra la libertà di improvvisazione e il rigore del pentagramma e dell’esecuzione. Ogni jazzista, come ogni giocatore di basket, suona come parte di una squadra, ascoltandosi e reagendo di conseguenza ma sempre all’interno di una partitura ben determinata o di una partita: una struttura musicale o sportiva che regge il senso di ogni singola individualità.

Non a caso in inglese suonare e giocare sono espressi dallo stesso termine to play ed è grazie al jazz che quando Kareem Abdul-Jabbar scende in campo si rende conto di essere parte di un sistema complesso tutto basato sui tempi, esattamente come in un brano musicale. Bisogna essere in grado di reagire all’istante alle scelte fatte dai propri compagni, di coordinare le azioni con quelle degli altri membri della squadra e capire quando è necessario prendere in mano la situazione. Ovvero scegliere quando interpretare il proprio assolo e quando accompagnare armonicamente quello degli altri.

Giant Steps. Giant Shoulders

Per capire la complessità, per definizione, non ci si può affidare a soluzioni facili. 

Nel caso di certi uomini sono necessari percorsi lunghi intere vite per rendersi consapevoli del proprio ruolo e scendere finalmente a patti con se stessi, le proprie famiglie, la pallacanestro e la società.

Alla fine Ferdinand Lewis Alcindor jr riesce nel suo intento perché, in fin dei conti, come in un viaggio interiore che lo porta fino al termine della notte scavando tra le viscere delle proprie contraddizioni, ha iniziato il proprio processo molto tempo prima scegliendo anche il proprio nome, abbandonando volutamente quello ricevuto da schiavo.

Kareem Abdul-Jabbar sa che il nome che si è scelto è quello di un uomo libero e ne è consapevole, con tutto quello che ciò comporta.

L’album “Giant Steps” di John Coltrane del 1960

Statura fisica a parte ora è lui il gigante sulle cui spalle ci possiamo mettere in fila per osservare e comprendere ancora meglio e con una prospettiva ancora più ampia un’ideale road map che dall’Africa arriva ai Caraibi, passando per il sud degli Stati Uniti fino ad Harlem e Los Angeles, incontrando personaggi come i musicisti Louis Armstrong e Cab Calloway, gli scrittori e attivisti Langston Hughes, W.E.B. Du Bois, Marcus Garvey, Malcom X e il dottor Martin Luther King.

Prince e Alicia Keys.

E poi guardare il nostro futuro senza rabbrividire, provando noi stessi a diventare giganti, statura fisica a parte ovviamente.

R.E.M. – King of birds
“Standing on the shoulders of giants leaves me cold”

Essere Danny Ainge(s)
Ainge wide receiver, Ainge battitore, Ainge tiratore da tre. Ainge allenatore di pallacanestro, Ainge...
Jason Collins e non solo: atletə
Oggi, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia, narriamo...
Il corpo e il volto di Bill Russell
13 anni di NBA, 11 anelli. Medal of Freedom nel 2011. Mai banale, mai scontato. Stimolo ad abbattere...

POTREBBERO INTERESSARTI

Film Room: Brandin Podziemski
Nel bel mezzo dell’attuale ricerca di alta competitività e nel recente passato, anche vittorioso,...
Film Room: Dejounte Murray
Gli Atlanta Hawks hanno deciso di tenere Dejounte Murray come perno del proprio back court. Nonostante...
Film Room: Brandon Miller
Il tentativo di uscire dalla mediocrità passa da scelte complicate, lungimiranti e consequenziali rispetto...

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.

Overtime

Storie a spicchi

Non perdere nemmeno una storia. Iscriviti alla nostra newsletter.