Davide Alviti 2021
Davide Alviti di profilo in maglia Allianz Pallacanestro Trieste 2021 (Ciamillo-Castoria)

Davide Alviti – Step by step

Abbiamo intervistato Davide Alviti, astro nascente dell'Allianz Pallacanestro Trieste e del basket italiano, scoprendo la sua spiccata semplicità, umiltà e professionalità

Davide Alviti è una persona, oltre che un giocatore, che dimostra ben più dei 24 anni che la carta d’identità ci dice. La sua mentalità e il suo modo di pensare da giocatore, difatti, sono già da veterano affermato. Mossi i primi passi in Ciociaria, il numero 44 ora in maglia Allianz Pallacanestro Trieste si sta consacrando anche in LBA. Step by step, day by day, testa bassa, lavoro, lavoro e ancora lavoro sono i suoi mantra. Overtime ha avuto la possibilità di intervistarlo e di conoscerlo in tutte le sue sfaccettature, ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera e tutti i sacrifici fatti, dei quali Davide parla con orgoglio e gioia.

Davide Alviti 2020
Davide Alviti esulta in maglia Allianz Pallacanestro Trieste 2020 (Ciamillo-Castoria)

Made in Ciociaria

Davide Alviti nasce il 5 novembre 1996 ad Alatri, cittadina di neanche 28.000 abitanti in provincia di Frosinone e immersa tra le colline del basso Lazio. In questo scenario ameno, il basket è uno dei tanti sport a cui i ragazzini possono dedicare i propri pomeriggi. Tuttavia, per gli scout a caccia di giovani talenti con la palla a spicchi tra le mani, Alatri non rappresenta esattamente il bacino imprescindibile da cui attingere.

La logica conseguenza di tutto ciò è che per farsi notare non esistono tante occasioni, anzi spesso il treno da cogliere al volo passa una sola volta. Nel caso del neanche 14enne Davide, la partita della svolta avviene contro la corazzata Eurobasket Roma. Cosa avrà fatto Davide per illuminare tutti i presenti di quel pomeriggio? Avrà segnato 40 punti con tanto di canestro della vittoria? Non proprio…
Il risultato finale parla chiaro: Pallacanestro Alatri 14 – Eurobasket Roma 101. La vera notizia è che tutti i 14 punti dei ciociari sono tutti suoi.

“Mi ricordo che loro erano come un fiume in piena mentre noi poverini all’inizio speravamo almeno di avere qualche chance per giocarcela. Invece sono partiti a razzo e sono scappati subito. A quell’età una sconfitta del genere è uno di quegli schiaffi che ti mettono subito di fronte alle difficoltà della vita. Se ci ripenso oggi però capisco quanto quel KO mi sia servito. Certo, non è che immaginassi al tempo che quella partita sarebbe stato l’inizio di un lungo percorso. Anzi, pensavo soltanto che avevamo appena perso di 90, sfogandomi con mio papà in macchina…”.

Ecco, papà Giulio è da sempre il riferimento di Davide. Il primo e più critico allenatore ma anche colui che è stato disposto a tutto per consentire al figlio di esaudire i suoi sogni: “È stato lui a spingermi a giocare a basket, a consigliarmi e a sgridarmi. Ha sempre creduto in me non sapendo dove avrebbe portato a tutto questo”. Tra l’altro, Giulio, proprio nei giorni antecedenti a quella disfatta, aveva perso il lavoro. Un ulteriore molla e spinta emotiva nella crescita caratteriale di Davide.

L’Eurobasket rimane talmente impressionato dal ragazzino che in sua rappresentanza manda direttamente Marco Ravaioli (attuale coach di Vis Nova Roma) in spedizione nel frusinate per “arruolarlo”:

La loro proposta è stata immediata: ‘Vieni a giocare con noi’. Mio padre allora chiese direttamente a me, ossia a un ragazzino di 14 anni: ‘Davide, te la senti di fare questo passo?’ Ecco papà in quel momento aveva la giusta età ed esperienza per prendere la decisione più saggia. Io invece non sapevo assolutamente a cosa stessi andando incontro. E così senza pensarci troppo, risposi: ‘sì, voglio provare’”.

Beata gioventù. Lo stesso Alviti riconosce adesso come quella risposta, buttata lì in preda all’incoscienza/sana ingenuità adolescenziale, gli abbia cambiato la vita. Quante chance poteva avere di uscire da un ambiente così poco abituato allo sport professionistico dopo una sconfitta con scarto di 87 punti? Zero.

Nonostante tanti anni a spasso per l’Italia, Davide non dimentica le sue origini e ha a cuore la difficile realtà cestistica ciociara: “Ci sono tante realtà che purtroppo stanno morendo in quella zona, togliendo a tanti bambini e ragazzi la chance di poter coronare un sogno. Mi rendo conto che (tralasciando le difficoltà causate dalla pandemia) se avessi adesso 12-13 anni, non avrei avuto l’opportunità di spiccare il volo e magari sarei rimasto ad Alatri, con quel sogno inespresso”.

Non fuit in solo Roma peracta die

Ovviamente non basta la semplice chiamata da un top team romano per agguantare il successo. Davide decide di frequentare i primi tre anni di scuola superiore nella sua città nativa, impostando perciò la propria routine a ritmi forsennati: “All’inizio è stata davvero dura. Mi svegliavo alle 6.30, andavo a scuola, poi mio papà, proprio perché era disoccupato, mi veniva a prendere e mi portava a Roma [il percorso da Alatri a Roma si percorre in macchina in circa 90’, traffico permettendo, n.d.r.]. Lui mi preparava i panini per il pranzo e io mangiavo mentre guidava. Poi mi aspettava per tutto il giorno e la sera tornavamo ad Alatri”.

Crescendo di livello e mettendosi in mostra, Davide sfrutta le sue qualità e l’affiliazione tra l’Eurobasket e la Virtus Roma per allenarsi con la prima squadra giallorossa. Una fortuna incredibile visto che in quegli anni, precisamente dalla parte finale della stagione 2012-2013 al 2015, la rappresentante della Capitale in LBA era al massimo splendore della propria storia recente: “Ho vissuto dalla panchina gli ultimi anni belli della Virtus e c’era veramente tanto seguito nei confronti di quella squadra. In quel periodo lì ero ancora un po’ incosciente e vedevo tutto come un divertimento”. Ma non vedendo mai il campo in partite ufficiali, i sacrifici richiesti erano ancora parecchio ingombranti: “In pratica, ero sballottolato a destra e a manca e non mi rendevo bene conto di cosa stessi facendo”.

Non potendosi più permettere tre ore di viaggio al giorno con questo ritmo, Davide decide a 17 anni di trasferirsi a Roma e completare lì il liceo: “Dopo la scuola e aver mangiato roba congelata che mi preparava prima mia madre, andavo ad allenarmi prima con le giovanili di Eurobasket, poi con la Serie A della Virtus, poi l’allenatore della B di Eurobasket mi veniva a prendere, cenavo al volo e andavo a fare l’ultimo allenamento di giornata, in programma alle 21. Andavo a dormire di solito a mezzanotte ogni giorno. La mia vita era un frullatore a quei tempi”.

Tra i tanti sforzi però anche qualche soddisfazione. Una delle tante? Quella di poter assistere da vicino all’esplosione definitiva di Gigi Datome, proprio colui che ha definito recentemente Alviti un “Datome giovane”:

Ho un’immagine ben impressa di Gigi che ai tempi aveva ancora i capelli molto lunghi. Lui era solito restare a tirare dopo l’allenamento e io restavo quei due minuti in tribuna con mio padre prima di scappare ad un altro allenamento. Mi rimase impresso il fatto che facesse SEMPRE canestro. Io allora, che non riuscivo a capire come fosse possibile, facevo: ‘Papà, ma come fa a far sempre canestro?’, e lui cercava di spiegarmi la parabola che dava alla palla, il posizionamento delle gambe, la spinta giusta. Per me quelle cose ai tempi sembravano astrofisica [ride n.d.r.]. Con gli anni ho capito che tutta questa roba avrei dovuto impararla anche io…”

Dal purgatorio al paradiso

Trovandosi le porte momentaneamente sbarrate in Serie A, Alviti decide di fare un passo indietro scendendo in A2, precisamente a Mantova. Anche qui però non riesce a ritagliarsi il suo spazio, entrando sul parquet solo per alcuni brevi e insignificanti scampoli di partita. In tanti in una situazione del genere avrebbero avuto dubbi sul proprio futuro e si sarebbero fatti più di qualche domanda.

Onestamente nella mia carriera non ho mai pensato che non sarei riuscito a diventare un giocatore. Nel periodo di difficoltà a Mantova ho cercato di fare delle critiche ricevute un’autostima per dare il 200% e dimostrare che si stavano sbagliando a non farmi giocare. Alla fine di quell’annata, feci un resoconto con mio padre e gli dissi: ‘Questo è un altro anno buttato’. Lui, ancora una volta pazientemente, mi rispose che non avevo buttato proprio niente e che anzi, mi ero confrontato con gente di un certo livello. Inoltre, mi ha ricordato che ero entrato nel mondo del professionismo. In quel momento avevo capito che chi ti sta dietro gerarchicamente nel campo lavorativo cerca di prenderti continuamente. Ecco, se tu ti fermi, lui ti prende”.

Un ragionamento del genere, da parte di un ragazzo fino a quel momento ben lontano dall’aver avuto un ruolo rilevante in squadre di alto livello, fa impressione. E non è un caso infatti che a Tortona, la successiva tappa del suo viaggio dietro la palla a spicchi, arrivino spazio e soddisfazioni. Gioca 16’ a partita, segna 4.9 punti, si toglie il sassolino dalla scarpa battendo Mantova negli ottavi di finale di playoff e inizia a scalare rapidamente la montagna del “purgatorio”: “La svolta probabilmente c’è stata a Tortona a ottobre/novembre 2016 quando coach Demis Cavina mi fa giocare principalmente da 3. Quel suo input ha accelerato il mio percorso di crescita che è stato comunque molto graduale”.

Davide Alviti 2017
Davide Alviti in maglia Orsi Tortona 2017 (Ciamillo-Castoria)

L’attuale allenatore della Reale Mutua Torino decide di portarsi dietro il giovane Alviti anche ad Imola, squadra in cui il ciociaro diventa titolare inamovibile: le sue medie dicono 29 minuti di impiego, 12.3 punti e 5.7 rimbalzi e ingresso sfiorato nel club del “50-40-90” (64% nel tiro da due, 40% da tre e 89% ai liberi). Dopo una stagione così positiva, Treviso sceglie di puntare forte su di lui. L’obiettivo dei veneti è la promozione in serie A e per cercare di portare a termine la missione la De’Longhi riesce a firmare un tale David Logan a stagione in corso. Alviti ricorda ancora oggi quei giorni febbrili di febbraio del 2019:

Quando la società stava prendendo Logan, tutti noi ci guardavamo chiedendoci: ‘Ma è davvero quel Logan? Il Logan di Sassari?’. Alla fine, non arrivarono smentite e quindi scoprimmo che era proprio vero… in squadra avevamo Amedeo Tessitori che era stato suo compagno a Sassari e non faceva altro che dirci quanto era forte! Mi ricordo poi il primo allenamento con Logan: dopo esserci salutati, iniziammo il riscaldamento e ovviamente tutti lo guardammo quasi sbigottiti. Anche perché penso non abbia sbagliato un tiro in tutto l’intero allenamento… in generale, David è una persona che sta molto sulle sue ma veramente d’oro, un professionista esemplare”.

Davide Alviti David Logan
Davide Alviti scherza con Matteo Chillo e David Logan nella prima partita da ex contro la De’Longhi Treviso nella Eurosport Supercoppa 2020 (Ciamillo-Castoria)

Trieste vuol dire fiducia

Trascinati anche da quel Logan, Treviso fa incetta di trofei in A2 e vola in LBA decidendo di confermare gran parte del roster (incluso Alviti) che aveva conquistato la promozione. Nel biennio veneto, Davide tiene fede alla sua crescita progressiva. Con coach Menetti consolida il suo ruolo da specialista in uscita dalla panchina e innalza ulteriormente la sua efficienza. Nei 15’ spesi mediamente sul parquet, Alviti lavora in uscita dai blocchi per innescare il suo mortifero tiro da tre punti (sfiora il 48% di realizzazione) e da specialista difensivo contro le guardie-ali realizzatrici avversarie.

Nella scorsa estate, è la giovane e rampante Allianz Pallacanestro Trieste a volerlo ardentemente. Inutile dire che anche in terra giuliana, Davide rende il proprio gioco ancora più concreto. Per coach Dalmasson è una certezza nei suoi quasi 23’ minuto di impiego a partita: “Trieste per me vuol dire fiducia. Mi permettono di giocare e soprattutto di sbagliare”. In termini di punti realizzati, la sua produzione raddoppia (11.2 punti di media e un high di 24 contro Pesaro) e anche le percentuali restano super (da tre punti soprattutto, viaggia con i 47%). Tuttavia, Alviti ha fatto il salto di qualità in tutto quello che il boxscore nemmeno mostra. Senza cali di concentrazione sulle due metà campo, la sua annata assomiglia clamorosamente a quella di un giocatore navigato e pronto a prendere sempre la giusta decisione in campo.

Da 6 anni lavoro ogni estate per alzare l’asticella. Non è che mi aspettassi questo salto di qualità. Il punto è che dovevo farlo per giocare a questi livelli e perché faccio e ho fatto dei sacrifici. In generale poi io mi sento in colpa con me stesso se non dovessi lavorare. Perciò, questo step deve avvenire perché ci lavoro e spendo il mio tempo per far sì che accada”.

Un altro manifesto della lucidità di Alviti lo si ritrova quando parla dei giocatori che ha incrociato sui parquet di Serie A. Tanti sono forti, tanti lo hanno impressionato ma soprattutto “ho cercato e cerco di prendere un po’ tutto da tutti. Studio ad esempio il rilascio e il gioco in post-basso di Datome, la difesa di Hines, la lettura del gioco di Rodriguez, i passaggi di Teodosic, la capacità di vedere opportunità quando è senza palla di Weems. E potrei continuare con qualunque altro giocatore”.

Italia mia

Le sue importanti prestazioni, ovviamente, non passano sottotraccia agli occhi della Nazionale. Lo scorso novembre Davide è stato convocato per la prima volta a giocare in rappresentanza dell’Italbasket. All’emozione del momento, vi è anche da aggiungere che il classe 1996 non è mai passato per le giovanili Azzurre. Questo per rimarcare quanto si sia davvero dovuto conquistare i riflettori partendo dalle retrovie.

La prima partita con quella canotta così prestigiosa Alviti la gioca nella bolla di Tallinn il 30 novembre. Il suo debutto ufficiale avviene a 3 minuti e 23 dal termine del quarto di apertura: “Di solito cerco di azzerare qualsiasi cosa dalla testa e dal corpo quando scendo in campo. Così è stato anche con la Nazionale e lì per lì è stato tutto come una partita normale. Ma prima e dopo è stato un putiferio di emozioni! [ride, n.d.r.] Non so neanche descriverlo adesso ed è stata una roba che non ho mai lontanamente provato prima. Anche alla chiamata dopo dello scorso febbraio è stata la stessa cosa: stesse emozioni, stesse sensazioni bellissime e indescrivibili. Durante il giorno poi portarsi addosso quei colori pesava tantissimo perché pensavi a tutti quelli che ci sono stati prima di te. In quel momento ti rendi conto della fortuna che hai ad indossare quella maglietta”.

Davide Alviti Italia 2021
Davide Alviti con la Nazionale Azzurra dopo un tiro da tre punti 2021 (Ciamillo-Castoria)

Questo tipo di esperienze poi, sono ancora più belle se condivise. A tal proposito, il gruppo protagonista sia a Tallinn che a Perm ha decisamente lasciato bei ricordi in lui:

Essendo in una bolla in entrambe le finestre con la Nazionale, l’unica cosa che potevamo fare era stare insieme e forse è anche per quello che avevamo legato così tanto. Mangiavamo assieme, pullman assieme, stavamo sempre assieme h 24 per 4-5 giorni. Mi ricordo poi l’ultima sera di Perm, dopo che avevamo perso con la Macedonia, ci siamo seduti al tavolo dell’albergo e abbiamo cominciato a raccontarci cazzate e a ridere per metabolizzare un po’la sconfitta. Ecco questo per me rende proprio il senso del gruppo. Eravamo tutti incazzati ma allo stesso tempo eravamo assieme”.

Nelle 4 gare giocate con l’Italia Davide è stato in grado di progredire e migliorare partita dopo partita, specialmente a Perm, quando i migliori momenti della squadra sono coincisi col suo minutaggio. La sua duttilità e la sua rapidità di piedi, infatti, lo rendono un jolly adattabile a qualsiasi situazione e a qualsiasi contesto. Chissà se avrà opportunità di vestire di nuovo quella canotta anche in futuro. Di sicuro, la onorerà al meglio come ha fatto con i suoi compagni nelle ultime uscite.

Tra presente e futuro

Ma com’è Davide Alviti fuori dal campo? “Sono sicuramente molto diverso rispetto a quando gioco. Sono una persona molto tranquilla, socievole e che si prende la vita e tutta la routine con molta calma. Ecco, l’opposto di quando sono in campo [ride, n.d.r]. Mi piace in generale curare me stesso, mangiare bene, essere super organizzato e comunque molto focalizzato sulla mia carriera anche fuori dal parquet”.

Alla fine, la sua ricetta è sempre la stessa da oltre dieci anni e probabilmente sarà la stesso nel prosieguo della carriera. A tal proposito, riguardo al suo futuro Davide ha un grande sogno nel cassetto mai rivelato (e che mai divulgherà se non nel momento della sua realizzazione) a nessuno eccetto papà, mamma e fratello. Questa scelta particolare è legata alla scaramanzia? “Assolutamente no. La scaramanzia non mi hai portato a niente [ride, n.d.r]. I primi tempi a Mantova e Tortona, usavo gli stessi calzini, le stesse mutande, gli stessi scaldamuscoli e non mi hanno mai dato i risultati sperati…”.

Mantenendo quindi la curiosità sul futuro a lungo termine, Alviti, in suo perfetto stile, ha già organizzato e sta pianificando tutto il lavoro tecnico e mentale da svolgere soprattutto individualmente nella sua Allianz: “Quando sono venuto a Trieste nello scorso agosto, sapevo che qui c’era e c’è Marco Legovich come terzo allenatore e che lui è molto bravo sul lavoro individuale. In effetti, ho provato sulla mia pelle che è proprio così. Con lui ho creato un rapporto che porta a migliorarmi e a migliorarsi, poiché anche lui è un coach giovane che sta provando ad emergere. Marco lavora in maniera diversa, cerca di instaurare un rapporto diretto con il giocatore e questo mi aiuta a leggere determinate situazioni e a lavorarci individualmente.

In pratica, dopo ogni partita mi manda le clip di cose che ho fatto bene e cose che ho fatto male. Poi quando torniamo in settimana, ci lavoriamo sopra. Stiamo poi prendendo molte statistiche sulle sessioni di tiro (di ogni genere) fatte in allenamento per poter valutare i progressi. Voglio comunque migliorare su ogni aspetto, specialmente quelli che mi vengono più difficili come il ball-handling, il palleggio arresto e tiro dalla media e la gestione del pick and roll. Ma tutto parte dalla fiducia che mi sta dando Trieste permettendomi anche in allenamento di sbagliare, di forzare e di crescere e trasportare poi tutto il frutto del lavoro in partita”.

Nulla è lasciato al caso. Neanche un singolo dettaglio. Per Davide è sempre stato così dalle prime sgambettate ad Alatri. Ora la semina quotidiana non smette di dare frutti e, come si suol dire, sky is the limit. In conclusione, facciamo noi gli scaramantici e non pronostichiamo dove Alviti potrebbe arrivare. Siamo certi, però, che questa sua mentalità può portarlo molto lontano. Non sapendo che tipo di traguardo potrà raggiungere, l’importante sarà allora godersi il proseguo del viaggio, tappa per tappa, girando l’Italia (e non solo?) mantenendo questa genuina umiltà e sicurezza dei propri mezzi. Ad maiora semper.

Ringraziamo Davide Alviti e l’Allianz Pallacanestro Trieste per la disponibilità

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