Toto Forray 2018
[Ciamillo-Castoria]

Toto Forray – Qualcuno vuole essere Robin

Toto Forray è l'anima dell'Aquila Basket Trento da oltre dieci anni. Overtime ha intervistato e raccontato il più atipico dei numeri 10

Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli?
Tutti col numero 10 sulla schiena
e poi sbagliamo i rigori…
Ti sei accorta anche tu
che in questo mondo di eroi
nessuno vuole essere Robin?

È il 29 giugno 1986. Il caldo picchia forte a Buenos Aires, ma tutti gli argentini si abbracciano l’uno con l’altro per le strade della città, incuranti del sudore grondante e letteralmente impazziti dalla gioia. E come biasimarli: Jorge Luis Burruchaga ha segnato il gol del 3-2 a sette minuti dal triplice fischio della finale del Mondiale, contro la Germania Ovest. È il colpo del ko, per i tedeschi. L’Albiceleste è campione del Mondo per la seconda volta nella sua storia. Lo diventa prendendosi una rivincita sulle grandi potenze europee, avendo battuto anche il Belgio in semifinale e soprattutto l’Inghilterra ai quarti. Una partita, quest’ultima, dalla posta in palio altissima. I sudamericani scendono in campo soprattutto per difendere l’orgoglio di una nazione che un paio d’anni prima aveva perso il controllo sulle isole Falkland proprio in favore degli inglesi.

Il riscatto sportivo del popolo argentino porta la firma dell’hombre del pueblo per eccellenza; la calligrafia è quella de La Mano de Dios. Che oltre alla firma di mano mancina a scavalcare il portiere inglese, in quella stessa partita scriverà la storia del calcio segnando anche il gol del secolo dopo aver dribblato mezza Inghilterra, compresa la Regina Elisabetta e le guardie reali di Buckingham Palace.

In quel lontano pomeriggio di fine giugno di trentacinque anni fa, a Martinez, comune della provincia di Buenos Aires, Andres Pablo Forray compie il suo 101° giorno di vita. Ancora non può rendersi conto che il 1986 è proprio un bell’anno per venire al mondo, nel suo paese. Quella coppa alzata dalla Selección all’EstadioAtzeca di Città del Messico fa scattare infatti una scintilla nel cuore di ogni cittadino argentino; una scintilla innescata dalla fantasia, dall’estro e dalla voglia di vivere senza guardare in faccia a niente e nessuno di colui che tutti chiamano El Pibe de Oro.
Diego Armando Maradona si erge a simbolo della rinascita di un popolo ferito e umiliato dal recente passato di crisi sotto la dittatura militare, ma che ora ha la consapevolezza di ciò che vuole diventare nel prossimo futuro: forte, libero e passionale come il suo numero 10.

Toto Forray Dedica 2017
Toto Forray con la dedica dopo un canestro, stagione 2018/19 [Ciamillo-Castoria]

El Diez atipico

Il 10. Numero considerato perfetto sin dai tempi di Pitagora e che proprio nel mondo del calcio trova forse la sua sublimazione massima. È la maglietta più ambita, perché solitamente è destinata ad essere indossata dal più bravo col pallone tra i piedi. O tra le mani, perché a casa Forray lo sport che va per la maggiore è il basket. I tre fratelli maschi Matias, Adrian e Andrés passano infatti i loro pomeriggi nella palestra del Club Banco Provincia, società della quale papà Esteban è dirigente. Crescendo, si renderanno conto di non avere il talento dei grandi numeri 10, ma per potersi meritare quel numero sulla loro schiena sono pronti a tutto. Ce lo rivela il più piccolo dei tre, Andrés, oggi chiamato da tutti Toto. Furono proprio i due fratelli maggiori a iniziare a chiamarlo così da piccolo: Andrés… Poi Andrecito… E infine Toto.

Si sa: se c’è una zona del mondo nella quale i soprannomi tendono a prendere il sopravvento sul nome di battesimo delle persone, quella è il Sud America. Vale lo stesso discorso per Andrés Forray, che da 30 anni a questa parte è per tutti Toto. E poco importa se da 18 anni si è stabilito in Italia: il soprannome resta, così come restano ben piantate le sue radici.

“Nell’estate del 2003 avevo ricevuto un’offerta da una squadra di Serie B argentina fuori Buenos Aires, ma quando è arrivata la proposta di un club italiano di Serie A non potevo proprio tirarmi indietro. La Serie A in quegli anni poi era fortissima! Basti pensare che dall’altra parte dello Stretto fino a poco tempo prima ci giocavano Ginobili, Delfino, Montecchia e prima ancora Hugo Sconochini… Quattro miei connazionali che l’estate seguente han vinto l’oro olimpico ad Atene. Per questo non ho esitato a trasferirmi in Italia.”

Lo Stretto di cui parla Toto naturalmente è quello di Messina. La città sicula dista in linea d’aria 12 km da Reggio Calabria, quella piazza che ha lanciato i sopracitati campioni della Generaccion Dorada. Toto sogna di fare il loro stesso percorso, anche se è consapevole di non avere né le loro doti atletiche né il loro talento naturale. Fa appena in tempo ad assaggiare la Serie A, esordendo contro Teramo il 15 aprile 2004. 3 minuti in campo con la maglia numero 10, a fianco – tra gli altri – del compagno di squadra Matt Bonner, The Red Rocket, giocatore di culto che lascerà l’Italia quella stessa estate per dare il là a una fortunata carriera NBA.
Sempre nell’estate del 2004, la Pallacanestro Messina purtroppo fallisce e scompare dal panorama professionistico nazionale, ripartendo dai dilettanti.

Matt Bonner Messina 2004
Matt Bonner con la maglia di Messina, vestita nella stagione 2003/04

“Tornai in Argentina per 4/5 mesi dopo il fallimento di Messina. Facevo fatica a trovare una nuova squadra, per cui fino a fine ottobre sono rimasto a Buenos Aires. Ho quindi vissuto “da casa” la vittoria della Generaccion Dorada alle Olimpiadi. Sempre nella capitale, nel 2002, avevo visto la finale del Mondiale persa contro la Jugoslavia in uno di quei bar sport in cui la gente, per una volta, si era radunata per il basket quasi con lo stesso trasporto; non era scontato e mi fece capire che la Selección di pallacanestro stava costruendo qualcosa di speciale.”

L’Italia però è ancora nel destino e negli obiettivi di Toto Forray. Quando la Virtus Padova gli propone di tornare in Italia, il diciottenne argentino non ci pensa su troppo e accetta. Anche se dovrà ripartire dalla C2, sa che avrà la possibilità di giocare tanti minuti crescendo come playmaker, quello che poi sarà il suo ruolo per il resto della carriera. Toto in quegli anni vede la sua crescita fisica arrestarsi intorno ai 187 cm d’altezza e sa che, non avendo un tiro mortifero da fuori, deve puntare tutto sulle sue qualità innate: quelle del leader carismatico che trasmette sicurezza e coraggio ai compagni.

Toto Forray comincia così a formarsi come il più atipico dei numeri 10. Poca fantasia e tanta sostanza. Bando al fioretto, meglio la sciabola. E dove non può arrivare col talento, ci arriva con il lavoro. Sporco, il più delle volte. Ma poco importa: Toto è abituato sin da bambino, da quando si sbucciava le ginocchia sui campetti di Buenos Aires, a lottare per conquistare quella palla e a difenderla dalle mani veloci dei fratelli più grandi. Sa che non sarà mai Maradona, ma a quel Diez ci tiene tantissimo.

Toto Forray Tuffo 2020
Toto Forray si tuffa sulla palla vagante anticipando Davide Alviti

Forse a Padova credevano che il ragazzo dovesse ancora farsi le ossa; invece quelle di Toto Forray sono già robuste, pronte ad affrontare palcoscenici di livello più alto. A notarlo nel 2005 è la JesoloSanDonà, società di Serie C1. Tre anni dopo, quando Toto Forray saluta il Veneto, la società è arrivata alla Serie A Dilettanti (B1). Due promozioni ottenute, con tanto di Coppa Italia di Serie B2 alzata nel 2008. Che il ragazzo sia un trascinatore è lampante. Pur senza rubare l’occhio, la sua presenza in campo e in spogliatoio è un plus per i compagni, che ne seguono l’esempio.
Di Toto Forray s’innamora anche la Pallacanestro Forlì. Dal 2008 al 2011 la città romagnola diventa la nuova casa dell’argentino, che si innamora a sua volta dell’ambiente. E non solo…

“Mia moglie Alessandra l’ho conosciuta proprio a Forlì; siamo sposati dal 2015. Nel mio quotidiano insieme a lei, italianissima, cerco di tenere viva la mia parte argentina. Ad esempio, prepariamo tutte le mattine il mate, tipico infuso molto popolare nel mio paese… E ora anche qui in casa è una malattia! Ai miei due figli, Samuel e Celeste, cerco di trasmettere tante piccole cose con cui sono cresciuto io e che corroborano il legame con la mia terra. Voglio che i miei figli siano consapevoli che il loro papà è cresciuto da un’altra parte. Penso sia bello trasmettergli parte di quelle che sono le mie radici.”

Toto Forray Forlì 2010
Toto Forray si alza da 3 punti in maglia Pallacanestro Forlì, stagione 2010/11 [Ciamillo-Castoria]

Soy argentino, es un sentimento, no puedo parar…
Uno dei cori che si sente più spesso sulle tribune degli stadi, quando gioca l’Albiceleste. Non si può spiegare e non si può interrompere, un modo di essere. Un sentimento. Lo si prova e basta. Per questo Toto fatica a spiegare qualcosa che, a parole, non è definibile. Semmai, lo può definire la luce che brilla nei suoi occhi mentre afferma con orgoglio: “Tifo Racing, Racing de Avallaneda!”. Il suo cuore pulsa forte per l’Academia – che tra l’altro presenta gli stessi colori sociali della bandiera argentina, bianco e celeste – da quando Toto è bambino. Quel bambino si è fatto uomo in Italia, ma vive ancora a Buenos Aires.

“Anche in Italia seguo il calcio. In questo paese c’è una passione enorme, ma non a livello viscerale come in Argentina. Simpatizzo Napoli, per ovvi motivi, ma è l’Inter la squadra alla quale mi sono affezionato di più. Durante i miei anni in Italia hanno vestito nero-azzurro tanti campioni e miei connazionali: Hernan Crespo, Julio Cruz, poi Walter Samuel, Cambiasso, Veron… El Principe Diego Milito che ha iniziato e concluso la carriera al Racing… E ovviamente il capitano.”

Javier Adelmar Zanetti è uno dei pochissimi sportivi che può ritenersi rispettato e amato a livello universale e non solo da Toto Forray. In Argentina, in Italia e nel mondo intero, gli appassionati di sport lo ammirano per il modo nel quale ha interpretato il professionismo ai più alti livelli. Anche il più sfegatato e accanito tifoso milanista riconosce la grandezza di Javier, e allo stesso modo tutti gli interisti stimano enormemente Paolo Maldini. Personaggi inattaccabili, vere e proprie bandiere delle rispettive squadre, ambasciatori dei più sani valori dello sport dentro e fuori dal rettangolo di gioco. 

Forse potrà suonare esagerato come paragone, ma a partire dal 22 Febbraio 2011 Toto Forray è stato il cestista della Serie A che si è maggiormente avvicinato alla figura del leggendario numero 4 nerazzurro. Quella sera di oltre dieci anni fa, Toto prese il treno da Forlì, destinazione Trento. Ad accoglierlo alla stazione trovò Michael Robinson, team manager di quel nuovo club al quale – ancora non lo poteva sapere – col passare degli anni si legherà indissolubilmente.

El Tractor indestructible

“A Forlì mi ero sentito molto legato alla piazza e alla società. Essere stato mandato via mi ha fatto riflettere un po’, perché non me l’aspettavo… A Trento di conseguenza ho cercato di dare ancora di più, il massimo possibile per potermi meritare la conferma. Volevo andare di pari passo con la crescita della società; abbiamo quasi sempre fatto dei contratti annuali e questo mi ha spronato a guadagnarmi la riconferma di volta in volta”.

Quando Forray arriva a Trento, in città il basket gode di pochissimo appeal. Giusto qualche centinaio di fedeli tifosi si reca ogni domenica al PalaTrento a veder giocare l’Aquila in Serie A Dilettanti. La squadra dal 2010 è in mano a Maurizio Buscaglia, promettente allenatore italiano che nel maggio 2012 rilancia le ambizioni del club guadagnandosi la promozione in Legadue. Il neo presidente Luigi Longhi e il General Manager Salvatore Trainotti si mettono subito al lavoro per porre le basi di un progetto a lungo termine. Al centro del quale, insieme a Dada Pascolo, c’è Toto Forray. L’argentino diventa capitano dalla prima stagione completa (2011/12) e nel frattempo la città comincia ad accorgersi che l’Aquila è cresciuta a tal punto da spiegare le ali e spiccare il volo verso la Serie A.

Toto Forray Esulta 2013
Toto Forray festeggia la vittoria della Coppa Italia di Legadue nel 2013 [Ciamillo-Castoria]

La vittoria in Coppa Italia e la promozione in Serie A sono stati i due momenti più belli da che sono a Trento. Ancora ho i brividi a pensarci! È stato da lì che la città ha cominciato ad interessarsi per davvero al basket, venendo a vederci in massa. Dal momento del mio arrivo è stato buffo notare come la gente abbia cominciato a riconoscermi e a cambiare atteggiamento nei miei confronti. I primissimi anni ero quasi uno sconosciuto, mentre oggi in tanti mi fermano per strada. Mi sento uno di loro ed è una bella sensazione.”

Il progetto tecnico della società trentina rimane chiaro anche nella massima serie. La parola d’ordine resta continuità: Buscaglia al timone, Trainotti dietro le quinte, Longhi il punto di riferimento per tutti con la sua enorme passione. In campo, Toto rimane capitano e volto di una squadra che non vuole accontentarsi, di un’Aquila determinata ad esplorare vette sempre più alte. Non più solo quelle delle vicine Dolomiti, ma di tutta Italia. Di tutta Europa. L’Aquila sorvola l’arco alpino a partire dalla stagione 2015/16, la prima della sua storia in Eurocup. Da debuttante, la squadra raggiungerà le semifinali della seconda competizione più prestigiosa a livello continentale, sconfiggendo la favorita Olimpia Milano nel derby italiano ai quarti. La finalissima sfumerà poi di un soffio: dopo aver vinto di 6 punti il match d’andata, la Dolomiti Energia perde di 8 al ritorno.

L’amarezza è tanta, ma lo è anche la consapevolezza di poter continuare a raggiungere grandi traguardi. Toto guida i compagni con l’esempio quotidiano, dando tutto sul parquet, senza mai fermarsi, come un trattore. Soprannome, El Tractor, di quel Javier Zanetti che tanto ammira e altrettanto ricorda per caratteristiche. A partire dalle gambe, robuste come querce e perpetuamente in moto, avanti e indietro per il campo. Poi per la voglia di riconquistare il possesso, gettandosi senza esitazione alcuna sui palloni vaganti e arrivando quasi sempre prima del diretto avversario. Per come si rialza dopo un contrasto, senza fare mai una piega. Gioca duro, durissimo, ma sempre corretto. E quelle percussioni in palleggio che creano scompiglio nella difesa avversaria assomigliano tanto a quelle palla al piede di Javier… Così come il sorriso. Unisce tutti, compagni e tifosi, a tal punto da riempire il PalaTrento in decine e decine di occasioni.

Oltre a quella incredibile semifinale europea raggiunta nel 2016, l’Aquila Basket si è superata in campionato nel biennio seguente raggiungendo due finali playoff, contro Venezia nel 2017 e Milano nel 2018. Entrambe perse, anche per via di episodi sfavorevoli. Contro la Reyer in gara 2, l’infortunio a un giocatore erculeo come Dominique Sutton cambiò l’inerzia della serie, fino a quel momento totalmente dalla parte di Trento. Contro l’Olimpia, quella stoppata che mai e poi mai ci si poteva aspettare da un giocatore squisitamente votato alla fase offensiva come Andrew Goudelock. Eppure, uno che veniva chiamato Mini Mamba nello spogliatoio nel quale si cambiava The Black Mamba, Kobe Bryant, un minimo di DNA vincente lo deve pur avere. Purtroppo per la Dolomiti Energia Trento, ha dimostrato di averlo proprio all’ultimo secondo della pivotal game.

Toto Forray Floater 2018
Toto Forray al tiro col caratteristico floater in gara 1 della Finale 2018 [Ciamillo-Castoria]

Ma l’Aquila Basket non è abituata a piangersi addosso e ogni anno lotta per tornare a giocarsi quel tipo di partite. Sin dalla prima stagione nella massima serie infatti, l’Aquila ha sempre giocato in post season. Sono cambiate diverse cose negli ultimi anni. Coach Buscaglia ha lasciato dopo nove splendidi anni, Dada Pascolo per un paio di stagioni ha vestito la canotta dell’Olimpia Milano, tanti giovani americani hanno preso il posto dei loro predecessori cercando di non farli rimpiangere… Ma c’è anche chi ha scelto di restare, da 10 anni a questa parte. Un indizio? Porta il numero 10.

Alguien quiere ser Robín

Ripartire dalla serie C2, nel 2004, dopo aver assaggiato la A. Scalare una alla volta tutte le categorie dilettantistiche, fino alla riconquista della massima serie, 10 anni dopo.
Sarebbe già così una fantastica storia di sport; lo è ancora di più se si considera ciò che ha fatto Toto Forray fino ad oggi con l’Aquila Basket Trento. In 10 anni è sempre sceso in campo a dare tutto sé stesso per la stessa maglia per 454 partite consecutive. Quattrocento-Cinquanta-Quattro. Di fila. Una leggendaria striscia che lo scorso 11 aprile purtroppo si è interrotta: Toto non ha potuto giocare il match contro Cantù a causa di una forte contusione alla gamba rimediata la settimana precedente.

“Sicuramente sono stato fortunato a non subire infortuni per così tanto tempo. Ma sono convinto che giocare sempre al massimo aiuti a non sottovalutare nessun tipo di situazione di campo. Se non giochi al massimo rischi di arrivare con meno forza, decisione o equilibrio all’impatto, e quindi farti male. Se giochi duro invece hai meno probabilità di farti male. Poi purtroppo è capitato anche a me… Me l’avete tirata in tanti! (ride, ndr)”

Toto Forray Sorride 2020
Il sorriso di Toto Forray, stagione 2020/21 [Ciamillo-Castoria]

Sorride Toto, con la serenità tipica di chi sa dare il giusto peso alle cose. A tenere aperto quel record ci teneva, ma non è la cosa più importante. Non si è mai sognato di porre i suoi obiettivi personali dinnanzi a quelli della squadra. Non ha mai portato il numero 10 sulle spalle per soddisfare il suo ego nei confronti dei compagni; anzi è sempre stato al loro servizio, mai il contrario.

Toto Forray è partito dal basso
e piano piano è arrivato in alto
lavorando come un trattore,
senza fermarsi mai,
per la sua Aquila.

Lei continua a volare, come Batman.
Lui continua a correre, come Robin.

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