Step Back – Storia dei New Jersey Nets finalisti NBA

Nel 2002 e nel 2003 i New Jersey Nets prendono parte all'atto finale della stagione, senza troppa fortuna. Vent'anni dopo la storia potrebbe ripetersi, con un altro epilogo.

I Brooklyn Nets sono la squadra più chiacchierata dell’intera NBA. Quando nell’estate del 2019 Kevin Durant e Kyrie Irving hanno unito le forze e scelto di firmare per loro, i riflettori del mondo professionistico – americano ma non solo – hanno illuminato il più popoloso dei cinque distretti di New York. E cambiato la percezione attorno alla franchigia: i Nets sarebbero stati una squadra da titolo.

L’assenza annunciata di KD nel suo primo anno di contratto e i molteplici infortuni di Irving hanno però fatto sì che al Barclays Center andasse in scena una versione della squadra sostanzialmente identica alla precedente, con ancora Dinwiddie e LeVert a vestire i panni dei leader tecnici. L’interruzione della stagione a marzo a causa della pandemia da COVID-19 ha poi sospeso e diluito l’attesa traghettandola attraverso la parentesi anonima della bolla di Orlando fino all’alba del campionato 2020/2021, non senza novità.

La principale, in panchina: Steve Nash. Nominato capo allenatore in estate dopo il licenziamento di Kenny Atkinson del 7 marzo, il canadese è ritenuto dal proprietario Jo Tsai come la figura più indicata per far diventare i Nets una contender in tempi brevi. Per accelerare i tempi del processo il due volte MVP NBA viene circondato di uno staff di altissimo livello (il più costoso di sempre in termini di ingaggi) per la sua prima esperienza da head coach mentre la dirigenza monitora con attenzione la situazione di Harden, che ritiene concluso il suo periodo a Houston.

Steve Nash
Nash il giorno della sua presentazione (Brooklyn Eagle)

Quando si alza la prima palla a due stagionale, tutta l’NBA muore dalla voglia di vedere i nuovi Brooklyn Nets. Durant, Irving e Nash più tutto il contorno potrebbero bastare e avanzare per soddisfare la fame di curiosità e interesse di media e appassionati. Ma il bello deve ancora venire, perché dopo settimane di rumors, indizi e smentite il 14 gennaio i Nets acquisiscono via trade James Harden, con cui si forma quindi il trio di super-star chiamate a prendersi l’anello.

Per la prima volta dal 2012, anno dell’ambizioso trasferimento a New York, la franchigia può dire di avere tutte le carte in regola per sedersi al tavolo delle pretendenti al titolo. E provare a chiudere un periodo di astinenza dal palcoscenico delle Finals NBA che risale addirittura ai primi anni del nuovo millennio, quando Jason Kidd era di casa nel New Jersey e la squadra dello stato, i New Jersey Nets, era una delle più iconiche della lega.

Cambio di cultura

Il roster che nella stagione 2001/2002 accede all’ultimo atto dei playoff nasce nell’estate di nemmeno dodici mesi prima. E viene plasmato dalle sapienti mani del General Manager Rod Thorn, che pesca il jolly in grado di rivoluzionare i destini della franchigia.

“Durante la stagione fai delle valutazioni e cerchi di capire cosa fare per migliorare. Eravamo una pessima squadra in difesa, a rimbalzo, non avevamo chimica. Jason Kidd faceva alla grande tutto ciò che noi facevamo male.”

Nel maggio del 2001 avviene il primo contatto con Jerry Colangelo, GM dei Suns, il quale da par suo non nasconde l’interesse verso Staphon Marbury, stella macina-punti di quei derelitti New Jersey Nets ma decisamente non un leader. Kidd è reduce da un anno travagliato sotto il sole di Phoenix. È stato arrestato per aver aggredito la moglie Joumana e pur evitando la prigione è stato costretto a frequentare un corso che lo aiutasse a tenere a bada la propria ira. La franchigia non vuole più vedere accompagnata la propria immagine alla sua e ha intenzione di liberarsene.
Alla fine di giugno lo scambio va in porto.

Rod Thorn Presentazione Jason Kidd
Il General Manager dei Nets Rod Thorn durante la presentazione di Jason Kidd (brooklynnetsfrance.com)

Dopo aver appreso la notizia in compagnia della famiglia in coda a un drive-thru Taco Bell di Phoenix, Kidd sbarca a East Rutherford, luogo ameno situato a ridosso dell’uscita dell’autostrada (la New Jersey Route 120). Il suo arrivo ai Nets è decisivo per rivoltare come un guanto la cultura di una squadra depressa, reduce da tre mancate partecipazioni alla post-season e da appena 26 partite vinte nella stagione precedente.

La sua leadership innata si manifesta sin da subito, come ricorda Richard Jefferson, all’epoca un rookie nella prima stagione di Kidd ai Nets: “Durante una cena prima dell’inizio del training camp ci disse che saremmo andati ai playoff. E diffuse una certa serenità nella stanza. Pensammo ‘Wow. Non dovremmo dirlo a troppe persone, giusto?'”. Facendo seguire alle parole i fatti, allenamento dopo allenamento, quella mentalità si propaga e contagia i componenti di un roster giovane e rampante, com’è quello che Byron Scott allena per il secondo anno in fila.

Ne fa parte Kenyon Martin, ala esplosiva chiamata con la prima scelta assoluta al Draft del 2000, che alza ulteriormente l’asticella del suo rendimento dopo l’ottimo anno da rookie. E le matricole Jason Collins e Richard Jefferson, preziose in uscita dalla panchina. Kerry Kittles, Keith Van Horn e Lucious Harris completano il gruppo di personaggi in cerca d’autore che vedono finalmente nelle idee semplici e chiare di coach Scott e nell’infinita creatività di Kidd i loro spiriti guida.

“Era un nuovo inizio per tutti”, racconta Kittles, di ritorno in quella stagione da un problema al ginocchio. “Rientravamo da degli infortuni e ripartivamo da zero. Eravamo eccitati”.

Jason Kidd
Jason Kidd con la maglia dei New Jersey Nets (Noah K. Murray/The Star-Ledger)

Quei New Jersey Nets vincono sette delle prime otto partite e per tutta la stagione si mantengono ai vertici della Eastern Conference. Non danno mai l’impressione di dominare in senso stretto, ma nella metà campo offensiva – in cui all’attacco a difesa schierata si predilige correre, correre e ancora correre (9° Pace di tutta la NBA all’epoca) sulla spinta di Kidd, offrono spettacolo. È lì che nasce il cosidetto Flying Circus, che definisce i voli sopra il ferro di Martin, Jefferson e chiunque si trovi in scia del numero 5 lanciato in contropiede. Una Lob City un decennio prima di Chris Paul e dei Clippers, in sostanza; e anche per questo i Nets diventano una delle squadre più divertenti della lega.

In più, senza dubbio, sono una delle più toste a cui segnare, in virtù di una difesa d’elite che recupera palloni da rimbalzo o grazie alle mani veloci dei suoi interpreti migliori. È proprio nella sua metà campo che Byron Scott costruisce le fortune di un gruppo solidissimo (a fine stagione sarà la miglior difesa per punti su 100 possessi), capace di chiudere col record di 52 vinte e 30 perse – il quinto di tutta la Lega -, ribaltando il 26-56 di un anno prima: uno dei più grandi turn-around della storia.

Oltre le attese

I New Jersey Nets viaggiano sulle ali di un entusiasmo incontrollabile. Dentro e fuori dal campo. Per la prima partita della stagione, il debutto di Jason Kidd il 30 ottobre 2001, i tifosi presenti alla Continental Airlines Arena erano 8749, meno della metà. “Quella sera Michael Jordan giocava con Washington contro i New York Knicks e gli Yankees erano nelle World Series. Avevamo parecchia concorrenza”, ricorda il nativo di San Francisco. Ma non passò molto tempo prima che le poltroncine del palazzetto di East Rutherford iniziassero a riempirsi di partita in partita culminando nella serie di sold-out che accompagneranno la squadra nella cavalcata verso le Finals.

Per la prima volta da anni i tifosi si sentono finalmente orgogliosi della squadra e possono ostentarlo senza timori, anche nel perenne confronto coi cugini di New York. Quelli aldilà dell’Hudson, i più ricchi e famosi, decisamente i più glamour, circondati dalle luci di Times Square e con le star del cinema in prima fila al Madison Square Garden. Tutt’altra roba rispetto al paesaggio suburbano, grigio e periferico, tipico di quella parte di New Jersey. Ma in quegli anni i Knicks sono in pieno rinnovamento dopo l’era-Ewing e i Nets fanno di tutto per evidenziare il primato cittadino.

“All’epoca la rivalità era accesa. Ma non perché i Knicks fossero forti”, ricorda ad anni di distanza Richard Jefferson. “Principalmente perché facevano schifo. Quando eravamo al Garden c’era una sola squadra in campo, ed erano i Nets”.

Byron Scott Jason Kidd
Coach Byron Scott e Jason Kidd (Sports Illustrated)

Sospinta da una sicurezza granitica nei propri mezzi New Jersey si presenta ad aprile per disputare quelli che diventeranno dei playoff storici. Superando nell’ordine Indiana, Charlotte e Boston i Nets si dimostrano senza dubbio la miglior squadra della Eastern Conference e impongono la propria supremazia sin dalla serie di primo turno.

“Guardavo i pronostici prima dell’inizio della stagione e nessuno scommetteva su di noi. In molti non ci davano neppure ai playoff, al massimo con la testa di serie numero 8”, dirà Byron Scott al termine di Gara-6 della Finale di Conference vinta sul parquet di Boston per 4-2. “Bisogna dare grande merito a questi ragazzi, perché hanno creduto in me, nel mio staff e nel nostro sistema senza esitazione”.

Follow my lead

La strada che porterà i New Jersey Nets a sfidare i Los Angeles Lakers per l’anello nei playoff 2002 è disseminata da continue dimostrazioni di talento e leadership, durezza mentale e tenacia da parte di Jason Kidd. Esibizioni che si rivelano più uniche che rare a certe latitudini cestistiche. Ad esempio, quello che il General Manager Rob Thorn a posteriori definisce il momento-spartiacque per i destini dei Nets è la Gara-5 di primo turno contro gli Indiana Pacers, in cui il playmaker domina e con 31 punti, 8 rimbalzi e 7 assist trascina i suoi tra le acque burrascose di un doppio overtime che avrebbe potuto fermare sul nascere la crescita di quella squadra.

Una guida in campo e una guida anche fuori Kidd, come in occasione della Gara-3 di secondo turno contro gli Charlotte Hornets quando si apre il sopracciglio dopo una testata involontaria con David Wesley e necessita di diversi punti di sutura. Partita finita? Nemmeno per sogno.

“Entro in spogliatoio e lo vedo sdraiato su un tavolo con l’occhio completamente chiuso”, ha raccontato Rod Thorn. “Mi chiedevo come potesse giocare. Invece gli applicano i punti e torna in campo. Mi ricordo che il giorno di riposo prima della gara successiva l’occhio era così gonfio da riuscire a malapena a vedere. Ma decise di giocare Gara-4, giocò alla grande e vincemmo”.

Jason Kidd Boston Celtics
Jason Kidd durante la serie contro i Boston Celtics (Ezra Shaw/ Getty Images)

Se i tifosi nostalgici di quella versione dei Nets hanno negli occhi gli atteggiamenti, la faccia tosta e il carisma di Kidd non saranno da meno anche gli appassionati di Boston, seppur con sentimenti differenti. Perché il “two-two” mostrato al caldissimo pubblico biancoverde con le due dita di ogni mano alzate per indicare il pareggio nella serie di Finale di Conference contro i Celtics è uno dei momenti più iconici del suo periodo in New Jersey. Kidd, bersagliato per tutta la gara e ricoperto dai fischi dei fan (che gli dedicano cori legati al caso di violenza sulla moglie), si lascia andare a fine partita a un gesto liberatorio e sfrontato al tempo stesso: “Ero un po’ stanco di essere umile. Siamo a un punto in questa serie in cui probabilmente non ci sopportiamo a vicenda. Ed è giusto sia così”.

Quasi sempre il più piccolo in campo, spesso non il più rapido o il più prestante fisicamente. Ma decisamente intelligente, astuto e dotato di mestiere come pochi nella storia del gioco. Così per tutta la sua carriera, e gli anni trascorsi ai Nets non fanno eccezione, Jason Kidd ha mostrato come controllare una partita e indirizzare i destini di una squadra. “Penso non ci sia mai stato un giocatore in grado di dominare senza segnare come faceva lui”, le parole, sempre azzeccate di Richard Jefferson. “Era un playmaker che teneva una media di poco più di 10 punti a partita, ma sapevi che se lo facevi incazzare rendeva la vita di tutti un vero inferno”.

A bocca asciutta

La prima partecipazione alla Finale NBA è giustamente accolta come un momento storico per la franchigia, che però si trova davanti una squadra, un allenatore e dei giocatori pronti allo stesso modo a scrivere la propria, di storia. I Los Angeles Lakers reduci da due titoli consecutivi e a caccia del three-peat non sono proprio l’avversario che vorresti per il tuo debutto alle Finals NBA. Seppur logorati all’interno dalla storyline legata alla lotta di potere tra Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, i Lakers fanno i Lakers e impongono un prezzo altissimo ai giovani debuttanti in termini di talento puro e abitudine a certi palcoscenici.

Lo sweep che i Nets vorrebbero tanto evitare arriverà puntuale in Gara-4. Non si assiste a un no-contest perché di una cosa si può star certi: come nei tre atti precedenti della serie i New Jersey Nets lottano su ogni possesso ma sono semplicemente inferiori ai gialloviola.

Richard Jefferson
Richard Jefferson durante le Finali del 2002 (Jed Jacobsohn/Getty Images)

“Shaq è il giocatore più dominante che abbia mai visto. Non so cosa si possa fare contro di lui”. Questo il tenore delle dichiarazioni di Byron Scott al termine di ognuna delle quattro partite in cui O’Neal colleziona numeri impressionanti: New Jersey prova a opporre la propria difesa e marcature varie facendogli solamente il solletico.

La squadra accumula comunque esperienza dopo aver frequentato l’aria rarefatta dell’ultimo atto di una stagione NBA. E tolte le prestazioni di Jason Kidd, che ovviamente non sorprendono, i Nets possono “consolarsi” con la convinzione di aver trovato la spalla perfetta per la propria stella più brillante: Kenyon Martin. Grazie a dei playoff convincenti, una finale da 22 punti di media e un paio di gare oltre i 30, K-Mart si candida come Fattore-X in vista della stagione successiva, in cui New Jersey conta di riprovare l’assalto al titolo.

Un’altra chance

Del gruppo che a sorpresa disputa l’ultimo atto della stagione 2001/2002 viene confermato gran parte dello zoccolo duro. Marcare Shaquille O’Neal non è un dilemma appannaggio dei soli New Jersey Nets, piuttosto è un problema per chiunque in NBA, ma è certo che le quattro gare contro i Lakers hanno evidenziato la necessità per New Jersey di rinforzare il reparto lunghi con una presenza di peso. Rod Thorn, intascato il premio di Dirigente dell’Anno per aver portato a East Rutherford Jason Kidd l’anno prima, riprova il colpo e organizza con Philadelphia lo scambio con cui manda ai 76ers Keith Van Horn per Dikembe Mutombo.

È un colpaccio, altro che colpo. Byron Scott si trova così a disporre di una front line formata da un difensore clamoroso come il congolese e dal sempre più crescente Kenyon Martin. In più, Richard Jefferson si guadagna con merito un posto in quintetto dopo l’ottimo lavoro in uscita dalla panchina nell’anno da rookie; giocherà 80 partite in stagione regolare segnando 15.5 punti di media col 50% dal campo. Dopo Kidd e Martin, i New Jersey Nets trovano la terza freccia nel proprio arco.

Sarà questo Big Three a trascinare la squadra (insieme al solito Kerry Kittles), anche perché Mutombo dopo aver giocato le prime 16 partite ne disputerà solo 8 delle rimanenti in calendario. Tornerà ai playoff ma il suo contributo sarà minimo. Fa specie allora pensare a cosa sarebbero potuti essere i Nets con l’ex Atlanta Hawks a pieno regime considerando che chiuderanno in ogni caso la stagione con il miglior rating difensivo della NBA.
Se vuoi battere New Jersey, prova a battere la sua difesa. Ci riusciranno in pochi, specie ai playoff.

Dikembe Mutombo Nets
Il quintetto dei Nets con Dikembe Mutombo (Jennifer Pottheiser/NBAE Getty Images)

Anche perché a guidarla c’è la personificazione del concetto di intensità e atletismo, la dinamo che anima il motore quattro cilindri dei Nets in entrambe le metà campo: K-Mart.

Pur concedendo spesso chili e centimetri ai lunghi più dominanti della lega, la prima scelta assoluta del Draft del 2000 diventa la chiave della difesa di Byron Scott, perché oltre a fare la voce grossa nel pitturato è in grado di difendere su più posizioni, qualità non così diffusa nel basket di 20 anni fa: “Non ho mai temuto nulla nella pallacanestro. Non mi fa paura marcare sia i lunghi più grossi che le guardie, anche se in finale contro i Lakers Shaq fu dominante. Ma quella esperienza significò molto per me, per la mia fiducia futura”.

Per rendere ancora più chiaro cosa rappresentasse Martin per quel gruppo basta riprendere le parole di Rod Thorn, che ad anni distanza rimpiange ancora il suo mancato rinnovo di contratto: “Non siamo più stati gli stessi dopo l’addio di Kenyon. Non l’abbiamo mai rimpiazzato. Ci ha dato molto, tanto cuore, ero uno spettacolo vederlo giocare con Kidd e correre il campo. L’ho amato per quello che ha fatto”.

Kenyon Martin Jason Kidd
Kenyon Martin e Jason Kidd compagni di squadra ai Nets (NBAE/Getty Images)

Rispetto a 12 mesi prima arrivano tre vittorie in meno in regular season, una sola di distanza da quelle totali dei Detroit Pistons, primi nella Eastern Conference. In postseason il tabellone riserva i Milwaukee Bucks come avversario al primo turno. Un rivale tosto, esperto, che vanta a roster grandi veterani (Gary Payton, Toni Kukoc, Sam Cassell); a Kidd e compagni serve tempo per prenderne le misure. Tanto è vero che la serie è in parità sul 2-2 dopo la vittoria casalinga dei Bucks in Gara-4. Sarà l’ultima sconfitta dei Nets da lì fino alla prima partita di finale.

In Gara-5 e Gara-6 a East Rutherford i Nets chiudono la pratica. E nei due turni successivi spazzano via prima Boston, poi Detroit con due 4-0 perentori. It’s back-to-back Finals.

“Rispetto all’anno scorso non ci basta essere in finale”, dirà Scott nel dopo-partita di Gara-4 contro i Pistons. “Sentiamo che possiamo vincere un titolo con il gruppo che abbiamo qui. Non è stata fortuna quella di un anno fa. C’è qualcosa di speciale tra di noi“. Sulla strada che separa i Nets dall’anello ci sono i San Antonio Spurs.

Sogno sfiorato

Come i Nets gli Spurs sono una squadra con una forte vocazione difensiva (davanti proprio a NJ per punti subiti su 100 possessi) sebbene amino molto meno correre e giocare ad alto ritmo: il tema tattico della serie si muove questi binari. Ed emerge chiaro già dai primi possessi di Gara-1 in programma in Texas. Kidd spinge sull’acceleratore da rimbalzo, palla recuperata e perfino canestro subìto se questo vuol dire non giocare contro la difesa schierata di Coach Pop. Ma tra primo e secondo tempo gli Spurs prendono le misure e la loro transizione difensiva riduce all’osso le opzioni offensive dei Nets: gli ospiti tirano col 37% dal campo e senza soluzioni per un Tim Duncan enciclopedico. Vantaggio San Antonio.

Se come in Gara-1 Jason Kidd tira 4/17, New Jersey non ha chance; con premesse del genere non si comincia nemmeno. È per questo che l’ex Suns approccia il secondo atto della serie col coltello tra i denti e anche l’iper-organizzata difesa texana fatica a trovare risposte di fronte al suo show. Dopo tre quarti ha 17 punti e la squadra è a +10. Ne mette altri 13 nel 4° quarto, utili per allontanare il prevedibile arrembaggio-Spurs.

Manu Ginobili Jason Kidd
Manu Ginobili e Jason Kidd durante le Finals del 2003 (nothinbutnets.com)

Nella gara in cui loro leader gioca da campione, uno status ormai riconosciutogli dall’NBA intera, tutti i New Jersey Nets rispondono presente lavorando alla grande contro Tim Duncan. Rischia quasi di scappargli nel finale, ma con merito New Jersey vince Gara-2, la prima nella sua breve storia alle Finals. “Volevamo fermare questa striscia negativa”, racconta Kidd a fine partita. “Nessuno di noi voleva perdere otto partite consecutive in finale”.

Non sarà il goal della bandiera. Perché se è vero che i Nets perdono subito il vantaggio del fattore campo cedendo in Gara-3 84-79, nel secondo match tra le mura amiche legittimano la loro presenza sul palcoscenico NBA più prestigioso andando a strappare il 2-2 nella serie, non senza qualche patema.

In una serie sul 2-2 Gara-5 è per definizione The Pivotal Game. New Jersey ha l’occasione di giocarla nuovamente davanti al pubblico amico e l’eccitazione attorno alla sfida è alle stelle. In più, le voci su un possibile addio di Jason Kidd a fine stagione (destinato secondi alcuni proprio agli Spurs) rendono l’ultima partita di Finale in programma a East Rutherford semplicemente epica.

Lo è senza dubbio la prestazione del play numero 5: 46′ sul parquet in cui segna 29 punti e fa di tutto per tenere i suoi in partita, spalleggiato anche da un ottimo Jefferson. Ma non sarà sufficiente. San Antonio non fa prigionieri, limita i Nets al 35% dal campo e con un Duncan da 29+16 lascia la Continental Airlines Arena con più di mezzo titolo in tasca.

Kenyon Martin Tim Duncan
Kenyon Martin in difesa contro Tim Duncan (Ezra Shaw/Getty Images)

Completerà l’opera all’ombra dell’Alamo. Nelle ultime due gare Kenyon Martin fa mancare il suo contributo e tira 3/23 in Gara-6: per battere quegli Spurs serviva la quasi perfezione, che ai New Jersey Nets è mancata sul più bello.

“Avevano una grande squadra”, dirà proprio Martin. “Tim Duncan faceva grandi giocate in attacco e stoppava di tutto in difesa. Devo togliermi il cappello di fronte a lui, si è meritato l’MVP delle Finals. San Antonio ha giocato di squadra ma lui li ha trascinati. Peccato perché abbiamo avuto l’opportunità di vincere”.

Nell’estate del 2003 Kidd allontana lo spettro di un addio e firma un contratto di 6 anni da 99 milioni di dollari; la squadra però non sarà più in grado di fare il salto di qualità atteso e si spingerà al massimo al secondo turno dei playoff. Seguiranno anni bui prima del trasferimento a Brooklyn nel 2012, che ha inevitabilmente rotto il legame nato tra la comunità del New Jersey intero e la squadra. Ma quasi 20 anni dopo la prima volta i “nuovi” Nets hanno la chance concreta di ripresentarsi in Finale NBA. Per poter mettere le mani su quell’anello che per due volte hanno solamente sognato.

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