Joel Embiid Copertina
(Foto di Jesse D. Garrabrant - Getty Images)

Joel Embiid – La mia vita è un film

Articolo di Giorgio Mascitelli, dalla nostra community Facebook Overtime

I swear to God, my life is a movie.
It’s a movie
Joel Embiid col padre
Joel Embiid, da piccolissimo, in compagnia del padre

Yaoundé, Cameroon. È da qui che inizia il film di Joel Embiid.

Nato dall’unione dell’ufficiale Thomas Embiid e di sua moglie Christine, Joel fino all’età di 15 anni non sa nemmeno cosa voglia dire giocare a basket.

La sua vita è scandita dai regimi ‘militari’ dati dalla madre nell’istruzione scolastica: sveglia, mangiare, andare a scuola dalle 7 alle 17, correre a casa, fare un riposino, cenare, studiare fino alla mezzanotte. Repeat again..

E così Joel non ha nemmeno il tempo per interessarsi ad altro, niente deve distrarlo…nemmeno lo sport.

Trust in your dreams

C’è una generazione di fenomeni che però cattura l’attenzione di Joel Embiid e del Cameroon intero. È la Gold Generation camerunense del calcio degli inizi anni 2000. La squadra capace di vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi di Sydney 2000 e di conquistare la Coppa D’Africa sia nel 2000 che nel 2002.

Camerun Nazionale calcio
Il Camerun medaglia d’oro alle Olimpiadi di Syndey 2000

Samuel Eto’o è uno degli emblemi della Gold Generation, che a suon di prestazioni ammalia i tifosi del Cameroon tra i quali c’è Joel, che a nemmeno 8 anni sogna di diventare un calciatore. Ma ancora una volta è il rigore e l’impegno per la scuola a prevalere nella famiglia Embiid.

Non c’è spazio per lo sport, non c’è spazio per le distrazioni. Ma ormai era nata una scintilla in Joel. La scintilla di una passione sportiva. È così che allora iniziò a ribellarsi al ‘sistema’ impostogli dai suoi genitori.

Dopo che usciva da scuola e prima che sua madre rientrasse a casa, aveva trovato una finestra di 1 ora in cui poteva trascorrere il tempo per giocare a pallone. Per non farsi scoprire però, correva a casa a sistemare cartella, libri e penne sul tavolo da cucina in modo da far credere a mamma Christine che stesse studiando, per poi correre al campo di calcio nelle vicinanze.
Fu talmente studiato a tavolino il suo piano di ‘evasione’ che era riuscito a riconoscere anche il rumore dell’auto di sua madre che arrivava per strada; e se anche si fosse trovato troppo lontano da sentire il rumore, chiunque dei suoi amici che avesse individuato l’auto aveva il compito di correre da lui per dirgli: “Joel! Joelll! Tua madre sta arrivando, fratello! Corri!”. Una volta ricevuto il segnale si precipitava a casa, nascondeva le scarpe da gioco e si sedeva al tavolo da cucina in posizione di concentrazione totale nello studio. 25 secondi era il tempo necessario a Joel per far sì che sua madre una volta rientrata in casa lo trovasse intento negli studi.

Il primo assaggio di basket per Joel Embiid, fu quando nel 2009 vide la sua prima partita di pallacanestro. Era una partita delle Finals NBA.

Lakers vs Magic. Kobe vs Howard.

Kobe Bryant e Dwight Howard
Kobe e Dwight (foto di Nathaniel S. Butler – Getty Images)

Joel rimase talmente abbagliato dai movimenti sul parquet dei giocatori e dal movimento della retina ad ogni canestro, che in lui scoppiò una nuova scintilla. Era proprio quello lo sport che avrebbe voluto fare. Il basket l’aveva stregato.

Ma ancora una volta a infrangere i suoi sogni furono i genitori. Nonostante le ripetute suppliche di Joel, fu laconica la risposta di suo padre:

Nessuno gioca a basket in Cameroon. Puoi giocare a pallavolo

Trust in the U.S.A.

..I ain’t never had nobody show me all the things that you done showed me
And the special way I feel when you hold me
We gone always be together baby that’s what you told me
And I believe it (Cause I ain’t never had nobody do me like u)..
Bow Wow – Like You ft. Ciara

Canticchiando hip-hop americano tra i corridoi di scuola (nonostante la totale inesperienza della lingua inglese) e iniziando a frequentare un campetto di basket immedesimandosi in Kobe Bryant, Embiid si lasciò completamente trasportare ed influenzare dalla cultura americana.

A 16 anni arrivò la svolta.

Ogni anno il professionista NBA Luc Mbah a Moute, al tempo in forza ai Milwuakee Bucks, organizzava nella sua città natale di Yaoundé un camp estivo di basket, per scovare nuovi talenti camerunensi da lanciare nel mondo della palla a spicchi. Joel Embiid fu invitato a parteciparvi, ma data la sua completa inesperienza nel gioco, fu chiamato semplicemente per i suoi 210cm circa.
Il primo giorno, preso dall’ansia, Joel non si presentò.

Il secondo giorno, nella sua prima partita giocata, schiacciò in testa ad un avversario.

Prima partita. Schiacciata. In testa ad un avversario.

La sua prestazione venne notata e in poco tempo fu invitato al Basketball Without Borders camp in South Africa. Due mesi dopo era su un aereo diretto in Florida, USA.

Come in un film, dove in un breve lasso di tempo ci si può trovare da una parte all’altra del mondo, così Embiid in poco meno di 3 mesi si trovò catapultato in una nuova realtà ad inseguire finalmente un sogno. Gli Stati Uniti d’America lo stavano aspettando.

Joel Embiid Montverde
Alla Montverde High School (Joel Embiid Twitter)

Grazie quindi all’intuito e all’aiuto di Mbah a Moute, Joel approda alla Montverde High School, una prestigiosa scuola superiore statunitense della Florida dalla quale usciranno molti giocatori sbarcati poi nella NBA, vedi Ben Simmons (futuro compagno di squadra ) e D’Angelo Russell. Il ragazzo proveniente dal Cameroon però era totalmente terrorizzato da quella nuova esperienza che si apprestava a vivere. Arrivava in America senza conoscere l’inglese, non conosceva una sola persona, non capiva veramente la cultura tranne che per la musica hip-hop che tanto gli piaceva cantare tra i corridoi della scuola di Yaoundé. Era approdato negli Stati Uniti perché volevano che giocasse a basket, quello sport che a malapena aveva iniziato a praticare solo 3 mesi prima.

Joel sapeva solo schiacciare. Niente fondamentali. Nessun movimento in post. 0 assoluto. Era solo un ragazzo alto, esile e debole.

In un film o opera letteraria che si rispetti, è più che fondamentale la peripeteia: il rovesciamento improvviso (in senso positivo o negativo) delle sorti del protagonista, come conseguenza naturale delle circostanze. È una svolta improvvisa nello sviluppo della trama, usata per stupire il lettore o per mantenerne vivo l’interesse.
Ed è proprio quello che avviene nella vita di Joel Embiid.

Al primo allenamento nella high school, si fece prendere dal panico e dall’ansia, com’era successo al camp estivo in Africa. Scese in campo talmente spaesato che fu cacciato dalla palestra dall’allenatore e schernito dai suoi compagni di squadra. Era come vivere nelle pellicole sui liceali americani, dove il più debole veniva deriso dai ragazzi in gamba della scuola.

Joel allora non fece altro che richiudersi nella stanza del suo dormitorio e piangere. Pianse pensando a cosa diavolo ci facesse lì. A basket non sapeva giocare. Che senso aveva restare in America?

Assorto nei suoi pensieri e accompagnato dall’immancabile hip-hop americano nelle cuffie, in Joel si accese però l’ennesima scintilla della sua vita. Ripensò a quei ragazzi che lo avevano preso in giro per la sua pessima figura sul parquet e si decise a dimostrare a loro e a tutti quelli che avevano dubitato di lui che poteva farcela. Iniziò a motivarsi. Ogni volta che qualcuno gli avrebbe detto di non essere in grado di fare qualcosa, lui lo avrebbe preso come una spinta emotiva per dimostrare che quel qualcuno si sbagliava.
Capì in fretta che la via per il successo passava esclusivamente dal sacrificio e dal lavoro in palestra. Era scattata in lui la Mamba Mentality. La mentalità di quel giocatore che nel 2009 lo aveva stregato davanti allo schermo durante la sua prima partita mai vista di pallacanestro.

Il lavoro sodo di Joel iniziava a portare i propri frutti e così il ragazzo venuto dal Cameroon iniziò a migliorare considerevolmente nei movimenti all’interno del pitturato. Ma ancora una volta, si ritrovava vittima di una grossa lacuna: non sapeva tirare.
Durante la sua carriera scolastica alla Montverde High School, Embiid ebbe la fortuna di avere come compagno di squadra Michael Frazier II. Era uno dei migliori tiratori della squadra, capace di infilare ben 11 triple in una partita di campionato.

Joel capì subito che avrebbe dovuto lavorare con lui se voleva migliorare le sue percentuali al tiro. Le sessioni di allenamento con Frazier II divennero un massacro totale per Embiid. Senza fondamentali e senza tecnica di tiro, si accorse ben presto di non poter competere contro uno specialista come Michael. Ma proprio questo senso di inferiorità, lo motivò a lavorare ancora più sodo per poter arrivare un giorno ad essere lui il vincitore della shooting drills contro Frazier II. Una sera, mentre Joel si stava rilassando, gli venne in mente di provare a cercare su YouTube qualche video che lo potesse aiutare a migliorare nella sua tecnica di tiro a canestro. Entrò nella casella di ricerca e iniziò a digitare:

HOW TO SHOOT 3 POINTERS.

No, non lo convinceva.

HOW TO SHOOT GOOD FORM.

No, nemmeno questa ricerca andava bene.

Poi gli venne un’idea. Digitò sulla tastiera e cercò:

WHITE PEOPLE SHOOTING 3 POINTERS.

Embiid, anche se consapevole che si trattasse solo di uno stereotipo, vedeva nei ragazzi bianchi la tecnica perfetta del tiro da 3 punti. Il modo in cui piegavano il gomito, le gambe, il rilascio perfetto della palla. Se c’era un modo in cui doveva imparare a tirare, allora doveva essere tale e quale a quello dei ragazzi bianchi che vedeva nel video.

Joel iniziò a fare progressi, ed insieme al suo compagno Michael dopo l’allenamento di squadra, si allenavano per ore in sessioni di tiro uno contro l’altro. Embiid memore dei video studiati su YouTube si sforzava di ripetere il movimento dei ragazzi bianchi, e a poco a poco riuscì a diventare competitivo. A poco a poco riuscì a competere contro Frazier II.

Con una pericolosità dal perimetro aggiunta al suo bagaglio tecnico e una capacità sempre più consolidata di muoversi sotto canestro grazie alle sue doti fisiche, Embiid iniziò a diventare immarcabile per i suoi avversari.

Chiuderà così la sua carriera accademica da senior con 13 punti, 9,7 rimbalzi e 1,9 stoppate di media alla guida di una squadra capace di vincere il campionato statale della Florida.

Trust the Process

Kansas University.

Considerata come uno dei programmi di basket universitari più prestigiosi del paese, Kansas oltre a detenere record su record nel torneo NCAA, ha visto passare nelle palestre e nei corridoi del proprio istituto gente come James Naismith (fondatore della pallacanestro e primo allenatore dei Jayhawks), futuri Hall of Famer come Phog Allen, Larry Brown, Roy Williams e l’attuale head coach Bill Self, Gregg Popovich come assistant-coach nel 1986-87, molti giocatori professionisti di rilievo, tra cui Clyde Lovellette, Wilt Chamberlain, Jo Jo White, Paul Pierce, Nick Collison, solo per citarne alcuni.

Joel non conosceva nulla dei college americani. Non sapeva cosa fosse la famosa March Madness, e soprattutto non sapeva quali fossero le migliori squadre del paese.

Nel 2012 arrivò la prestigiosa chiamata e Joel decise di accettarla semplicemente perché il suo mentore Mbah a Moute gli disse: “Kansas è la migliore. Dovresti andarci.” Fine.

Non ha per nulla pensato se fosse effettivamente la scelta giusta per crescere o se ci fosse un’altra opportunità più adatta a lui. Se Luc gli ha consigliato di andare lì, allora per Joel era la scelta da fare ad occhi chiusi.

Embiid divenne quindi il nuovo centro dei Kansas Jayhawks.

Joel Embiid Kansas
Joel Embiid con la canotta di Kansas (foto di Denny Medley-USA TODAY Sports)

Il primo impatto per Joel a Kansas, non fu certo dei migliori. D’altronde, come successo a Yaoundè 6 anni prima e qualche anno dopo alla high school in Florida, i suoi esordi sono sempre stati piuttosto complicati.

A dargli il benvenuto tra le fila dei Jayhawks ci pensò Tarik Blak, allora senior della squadra. Durante un’azione di gioco, Blak prese un rimbalzo offensivo e successivamente schiacciò in testa ad Embiid con una tale forza da lasciare il fresco ventenne camerunense completamente annichilito. Il tutto avvenne davanti alla squadra femminile del Kansas, che in quel momento era seduta sugli spalti ad assistere all’allenamento, e che terminata l’azione incominciò a ridere di lui.

Per Joel fu un duro colpo. Come alla Montverde High School anche alla Kansas University gli studenti ridevano della sua inferiorità.

Il suo morale fu talmente abbattuto, che decise di andare direttamente nell’ufficio di Bill Self, head coach dei Jayhawks e autentica icona nel basket americano, per tirarsi fuori dal progetto della squadra. Non era all’altezza per competere a questi livelli. Ma Bill aveva fiducia in lui e con una semplice frase lo convinse a restare:

“Stai scherzando vero? Non puoi lasciare. Tra due anni sarai la scelta numero 1 al draft NBA”.

Joel decise di rimanere. Rimanere per competere e continuare a lottare per il suo sogno.
D’altronde l’istruzione dei suoi genitori è sempre stata quella di dare sempre il 100% in qualunque cosa si faccia ed è anche per questo che Embiid non si diede più per vinto.

Joel in America, oltre a tante speranze e desideri da realizzare, aveva con sé un DVD che gli venne spedito dal Cameroon dal suo primo allenatore di pallacanestro. Era un DVD di circa un’ora su Hakeem Olajuwon. Quel DVD fu una costante presenza in ogni singolo giorno passato negli States. Era stregato dai movimenti di The Dream. 213cm di pura poesia in movimento. Embiid non fece altro che assimilare e studiare tutto ciò che poteva da quel filmato per poi riproporlo in campo contro i suoi avversari.

Embiid chiuderà la sua stagione da matricola tra le fila dei Jayhakws con 11.2 punti, 8.1 rimbalzi e 2.6 stoppate di media in 23,1 minuti a partita, saltando però il torneo NCAA a causa di una frattura da stress alla schiena.

Ed è qui che, come un thriller cinematografico, nella vita di Embiid avviene quello che non ti aspetti.

Joel iniziò ad essere tormentato dagli infortuni, fatto che per sua fortuna non incise più di tanto nella valutazione degli scout NBA. Nel 2014 infatti si rese eleggibile al Draft NBA e nonostante un intervento chirurgico al piede destro sei giorni prima del draft, i Sixers lo chiamarono alla terza posizione assoluta.

Joel Embiid Draft 2014
La scelta n.3 al Draft 2014 (NBA.com)

In 4 anni Embiid era riuscito a passare dai campetti polverosi africani al parquet lucidato dei palazzetti americani.
Una ascesa degna di una trama da Oscar.

Ma il primo approccio nel mondo dell’NBA non fu assolutamente dei migliori. Del resto, Joel ci aveva abituati con gli inizi in salita. Difatti la sua prima stagione nei Philadelphia Sixers fu vissuta completamente in infermeria, a causa di una frattura dell’osso navicolare del piede destro che di fatto gli impedì di scendere in campo.

La delusione e il dolore di aver perso la sua rookie season, non fu però per nulla paragonabile al dolore che Joel subì il 16 Ottobre 2014. Dal Cameroon arrivò la notizia che suo fratello Arthur, di soli 13 anni, aveva perso la vita in un incidente stradale venendo investito da un camion.

In quel momento gli crollò il mondo addosso. Volò in Africa per i funerali del fratello, che non vedeva dal tempo in cui era emigrato negli Stati Uniti, e successivamente fu travolto da diverse incertezze e dubbi che lo portarono a pensare di abbandonare il basket e di ritornare alla sua terra natia.

Ma la competizione e la voglia di dimostrare di essere in grado di dominare anche nella lega, portarono a Joel a dimenticare ben presto tutte le paure e le domande che si era portato dietro dopo la morte del fratello. Sfortunatamente per lui però l’uscita dal tunnel non era ancora vicina.
Dopo l’ennesimo intervento chirurgico al piede destro subito nell’agosto 2015, che di fatto gli precluse la possibilità di iniziare la nuova stagione, attorno ad Embiid iniziarono a crescere voci e dubbi sulla sua integrità fisica. In tutto ciò la franchigia di Philadelphia viveva uno dei momenti peggiori della propria storia. Con un record di sole 10 vittorie e 72 sconfitte, i Sixers chiudevano l’annata 2015-2016 nel peggiore dei modi.

Il clima si fece ben presto difficile ed i tifosi iniziarono a prendere di mira un incolpevole Embiid, rimproverandogli la sua assenza dal parquet, per ben due stagioni di fila, nel momento in cui la squadra ne aveva più bisogno.

Ma una storia come quella di Joel non poteva ridursi a tutto ciò.

In concomitanza con la sua assenza dal parquet, Kobe Bryant annunciò il suo ritiro al basket. Kobe Bryant, proprio quel giocatore che nel lontano 2009 fece scoccare in Joel la passione per la pallacanestro vedendolo giocare durante le Finals contro i Magic.

In occasione dell’ultima partita giocata da Kobe al Wells Fargo Center, Embiid dunque non perse l’occasione per incontrare da vicino l’idolo della sua infanzia. A fine partita si creò la possibilità di poter parlare con Bryant per pochi minuti e Joel appena lo vide, gli strinse la mano e gli disse: “So che probabilmente te lo dicono spesso, ma ho letteralmente iniziato a giocare a basket grazie a te, sette anni fa. Ogni volta che tiravo la palla al campetto, urlavo: KOBEEEE!”.

Kobe sorrise e rispose: “O.K., giovanotto. Continua lavorare. Continua a lavorare.”

Per Joel non poteva esserci una frase motivazionale più importante di quella. Il suo idolo che lo spingeva a lavorare duro nonostante Joel non avesse mai giocato ancora un minuto nella NBA.

È così che dopo 2 anni di assenza e tanti dubbi ed incertezze sulle spalle, Embiid trova l’occasione per scendere in campo per la prima volta con la canotta dei Sixers in una partita di preseason contro i Boston Celtics del 4 Ottobre 2016. Poco più tardi, il 26 ottobre, farà il suo debutto in NBA totalizzando 20 punti 7 rimbalzi e 2 stoppate nella sconfitta contro gli Oklahoma City Thunder.

L’era di Joel Embiid era finalmente iniziata.

Joel Embiid 2015
(Foto di Jesse D. Garrabrant – Getty Images)

Nonostante il suo minutaggio venga centellinato il più possibile, per evitare ennesime ricadute fisiche, Joel chiuderà la stagione da rookie con una media di 20.2 punti, 7.8 rimbalzi, 2,1 assist e 2.5 stoppate a partita che rapportata su 25 minuti di media giocati, risultò essere una media simile a quella di una certa leggenda di nome Wilt Chamberlain al suo primo anno in NBA. Diventerà inoltre il secondo rookie dei 76ers dopo Allen Iverson a realizzare almeno 20 punti in 10 partite consecutive, e nonostante a febbraio un infortunio al ginocchio sinistro gli fece saltare il resto della stagione, verrà incluso a fine anno nel primo quintetto rookie.

Joel Embiid Ben Simmons Markelle Fultz
Joel Embiid, Ben Simmons, Markelle Fultz (Foto di Jonathan Pushnik)

Al Draft NBA 2017, i Philadelphia 76ers scambiarono la loro terza scelta assoluta per la prima dei Boston Celtics, riuscendo così a scegliere il playmaker proveniente dall’Università di Washington Markelle Fultz., che aggiunto al rientro di Ben Simmons (1^ scelta assoluta al Draft 2016 ) andò a comporre insieme a Joel Embiid un trio che avrebbe dato nuove speranze di successo per i tifosi dei 76ers. Era nato il Trust the Process.

Trust in Joel

La fiducia della franchigia di Philadelphia nel ragazzo venuto da Yaoundè, si trasformò ben presto anche in un ricco rinnovo contrattuale. Difatti nel Ottobre 2017 Joel Embiid firmerà un quinquennale di 148 milioni di $.

E la fiducia di Joel per la franchigia della Pennsylvania non venne di certo a mancare.

Il 15 novembre 2017, allo Staples Center (guarda caso nella casa del suo idolo Kobe Bryant) Embiid si prese la scena da vera e propria star del cinema di Hollywood. Segnò un career-high di 46 punti, che divenne il massimo in carriera di un giocatore dei Philadelphia negli ultimi 11 anni, rendendolo inoltre il primo giocatore Sixers, dopo Julius Erving nel 1982, con 40 punti, sette assist e sette stoppate in una partita.

Il 18 gennaio venne nominato titolare dell’NBA All-Star Game 2018, diventando il primo giocatore di Philadelphia selezionato come titolare All-Star da Allen Iverson nella stagione 2009-10, e il primo Sixers All-Star da Jrue Holiday nel 2013. 

Il 15 marzo segnò 29 punti in una vittoria per 118-110 sui New York Knicks, diventando il primo giocatore dei Sixers a registrare 40 presenze da almeno 20 punti in una sola stagione dai tempi di Andre Iguodala nel 2007-2008.

Chiuse la stagione 2017-2018 con 63 partite giocate (fermandosi nel finale di stagione per una frattura dell’osso orbitale sinistro causata dal compagno Markelle Fultz), portando i 76ers al terzo posto nella Conference e mantenendo una media di 22,9 punti, 11 rimbalzi e 1,8 stoppate a partita. Philadelphia ritornò quindi ai Playoff NBA, passando al primo turno contro i Miami Heat e arrendendosi in cinque gare ai Boston Celtics nel secondo turno.

Embiid a fine stagione venne incluso nel secondo quintetto All-NBA e nel secondo quintetto All-Defense.

Ma Joel aveva appena iniziato.

Nella stagione successiva il 24 ottobre 2018, nella sconfitta per 123-108 contro i Milwaukee Bucks, Embiid registrò 30 punti e 19 rimbalzi diventando il primo giocatore della franchigia a raggiungere una prestazione del genere dai tempi di Charles Barkley nel lontano 1991.

Mantenendo una doppia doppia di media all’inizio della stagione, Joel divenne uno dei sette giocatori con 2.000 punti, 1.000 rimbalzi e 200 stoppate nelle sue prime 100 partite, unendosi così a una cerchia ristretta composta da atleti del calibro di: Tim Duncan, Shaquille O’Neal, Alonzo Mourning, David Robinson, Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson.

Record su record che portarono la squadra di Philadelphia a giocarsi nuovamente i Playoff, playoff che li videro poi uscire soltanto in gara 7 nel secondo turno, dopo l’incredibile tiro sulla sirena di Kawhi Leonard. Fu emblematica al termine di quella partita, l’uscita dal campo di Joel Embiid tra le lacrime. Lacrime che racchiudevano in esse tutto il cammino percorso da Joel per una serie persa nonostante prestazioni di alto livello.
Lacrime di sconfitta sì, ma anche lacrime di un ragazzo consapevole di aver dato tutto ciò che aveva per ritrovarsi lì a lottare fino all’ultimo secondo.

Ma è proprio in questi momenti di difficoltà che Embiid è riuscito a venirne fuori nel modo migliore possibile.

È successo a Yaoundè, 9 anni prima. Ne uscì con un biglietto aereo per la Florida.

È successo alla Montverde High School. Venne selezionato per giocare nei prestigiosi Kansas Jayhawks.

È successo alla Kansas University. Venne chiamato come 3^ scelta assoluta al Draft NBA.

È successo anche a Philadelphia.

Perché la vita di Joel è davvero come un film. Dove dopo ogni fallimento c’è sempre la possibilità di riscattarsi, il protagonista riesce sempre ad emergere nonostante le avversità, e alla fine a vincere è solo chi ci crede veramente.

Joel Embiid The Players Tribune
(Foto di Gullermo Hernandez Martinez – The Players Tribune)
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