Romeo Sacchetti Italia
Coach "Meo" Sacchetti (foto FIBA.com)

Meo Sacchetti – Da Mosca a Tokyo

Meo Sacchetti è pronto a guidarci verso un sogno olimpico che manca alla nostra Italbasket da 17 anni e che lui ha coronato con l'argento ben 41 primavere fa.

Il 1980 è un anno complicato dal punto di vista nazionale e internazionale. Nel nostro Paese si vivono ancora gli ultimi strascichi degli anni di Piombo mentre nel resto del globo la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica è a livelli rimarchevoli. Con un clima mondiale di questo tipo, è inevitabile che tutto ciò si riverberi anche sullo sport, a maggior ragione considerando che in quell’anno le Olimpiadi sono previste in una delle città più geopoliticamente importanti del pianeta: Mosca.

A tal proposito, gli Stati Uniti decidono di boicottare la rassegna a cinque cerchi per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Faranno loro eco altre 64 nazioni, tra cui Canada, Germania Ovest e Cina. 15 Paesi, invece, seppur optando per la partecipazione, mostrano la loro avversione alla politica sovietica esibendosi sotto la bandiera del CIO (Comitato Olimpico Internazionale).

In questo scenario (si spera) irripetibile, anche il torneo di pallacanestro ne risulta influenzato. L’assenza degli Stati Uniti, vincitori a Montreal 1976 e memori della “vittoria rubata” di Monaco 1972, è pesantissima e di conseguenza solo due squadre si presentano come candidate numero uno e due per le medaglie più prestigiose: Jugoslavia e Unione Sovietica. Tutte le altre dieci partecipanti sembrano poter ambire ad un bronzo, non di più. Tra queste c’è anche la Nazionale italiana, arrivata a Mosca a seguito di un torneo preolimpico lungo e faticoso.

Dopo aver fatto fuori nella prima fase Olanda, Bulgaria e Germania Ovest, gli azzurri guidati da Pierluigi Marzorati, Dino Meneghin e Renato Villalta staccano il pass olimpico perdendo una sola ininfluente partita contro Israele. Insomma, pronostico rispettato, vista la qualità sopraffina degli interpreti.

È la sesta partecipazione consecutiva dell’Italbasket alle Olimpiadi. In passato, il miglior risultato raggiunto è stato il quarto posto, ottenuto in due occasioni, a Roma 1960 e Monaco 1972. A Mosca gli uomini di coach Sandro Gamba si presentano senza niente da perdere. Jugoslavi e sovietici non sembrano alla portata ma contro Spagna, Brasile e Australia si potrebbe battagliare per il gradino più basso del podio.

Tra i 12 azzurri partecipanti al 10° torneo cestistico olimpico c’è anche un ragazzone di quasi 2 metri, tale Romeo Sacchetti, cresciuto prima ad Altamura e poi tra Novara, Asti e Torino. Meo è figlio di genitori di origine bellunese, espatriati in Romania e di ritorno nel Bel Paese proprio quando il quartogenito stava per venire al mondo. Mamma Caterina e papà Pietro (passato a miglior vita appena sei mesi dopo la nascita del pargolo nel 1953) si sono rifugiati in Puglia dopo l’irrigidimento del regime sovietico nell’Europa dell’Est che avrebbe causato loro, se i Sachet avessero deciso di restare in Transilvania, la perdita della cittadinanza italiana.

In quell’Italia del 1980 con quel tipo di star, all’uomo baffuto spetta un ruolo prettamente difensivo, dato l’originale combo fisicità-velocità di piedi che gli permette di marcare sia le ali più possenti sia i piccoli più rapidi.

L’avventura a Mosca nel gruppo C inizia per gli azzurri prima con un successo facile per 92-77 contro la Svezia e poi con un KO contro l’Australia (77-84) di Ian Davies, colui che poi vincerà il premio come miglior marcatore della competizione e autore di 33 punti contro la nostra Nazionale. Coach Gamba ha provato a fermarlo pescando dal mazzo la carta Sacchetti ma la scelta non ha dato i risultati sperati.

Nell’ultima gara del gruppo C, l’Italia deve assolutamente battere Cuba e sperare che l’Australia non prevalga sulla Svezia per più di 15 punti. Detto fatto: gli Aussie vincono solo per 64-55 e vengono eliminati mentre gli Azzurri, grazie a un Villalta super da 22 punti, scappano via nel finale e battono i centramericani con il punteggio di 79-72. L’Italia passa al turno successivo assieme proprio ai cubani, seppur prendendosi qualche spavento in più del previsto.

La seconda fase vede sfidarsi le prime due squadre di ognuno dei tre gironi preliminari. Al fianco degli Azzurri e dei cubani, dal gruppo A provengono Unione Sovietica e Brasile, dal gruppo B Jugoslavia e Spagna. Passano alla finale per l’oro la prima e la seconda classificata di questo gironcino mentre la terza e la quarta si contenderanno la medaglia di bronzo. L’Italia comincia affrontando la Jugoslavia e la sfida va secondo pronostico: 102-81 per il gruppo guidato da Kicanovic e Dalipagic. Comunque sia, non tutto è da buttare in questo KO. Infatti, oltre ai suoi soliti leader, gli azzurri hanno avuto un ottimo apporto proprio da Meo Sacchetti, autore di 14 punti e il collante perfetto da mettere accanto al play Marzorati e ai lunghi Villalta e Meneghin.  

Nella partita successiva contro l’altra grande corazzata, l’Unione Sovietica, Gamba si affida ancora al suo numero 4, relegandogli il difficile compito di marcare la stella Sergey Belov, definito dallo stesso Meo Sacchetti nel suo libro “Il mio basket”, edito da Add, come “più americano che russo, con fondamentali cristallini, una velocità d’esecuzione e un’intelligenza tattica che era vent’anni avanti a tutti”.

Meo Sacchetti Mosca 1980
Meo Saccheti (maglia bianca numero 4) insegue sui blocchi Sergey Belov (uomo con la palla e sosia di Mike D’Antoni), il quale ha una mano davanti agli occhi di Dino Meneghin – Mosca 1980 (roseto.com)

Meo se la cava bene contro Belov, lo limita a 20 punti segnati e gli impedisce di lasciare la sua classica impronta sul match. L’Italia, sorprendendo addetti ai lavori e non, gioca una partita eccezionale soprattutto in difesa e resta avanti nel punteggio per l’intero match. Una palla rubata e un bel canestro di Marzorati mettono la cera lacca su una vittoria inaspettata per 87-85. Meo Sacchetti, decisivo anche in attacco con 13 punti a referto, è ormai un pezzo fondamentale della squadra a tutti gli effetti.

Ma all’Italia non basta la vittoria storica contro l’URSS per assicurarsi la finalissima. Nella partita successiva, infatti, il Brasile scatena la furia di Oscar Schmidt (di punti ne sigla, per i suoi standard, “solo” 33) e gli Azzurri cedono per 90-77. Dopo aver battuto, seppur a fatica, la Spagna, l’Italia ora deve sperare in un KO dei verdeoro contro la già qualificata Jugoslavia. Quest’ultima, nonostante giochi una partita svogliata e ce la metta tutta per tenere in vita gli avversari, la porta a casa (96-95) grazie a due liberi di Delibasic. Mezza squadra italiana presente sugli spalti inizia a festeggiare quest’inaspettato risultato che si tramuterà 24 ore dopo in una medaglia d’argento al collo (l’86-77 della finale vinta dalla Jugoslavia nasconde un equilibrio mai esistito realmente durante i 40 minuti).

Dal parquet alla panchina

Aldilà delle esperienze vittoriose con la maglia della Nazionale (da annotare anche il fantastico oro all’Europeo di Nantes nel 1983 conquistato dagli Azzurri senza perdere un singolo match), Meo Sacchetti nel 1984 si consacra a Varese, realizzando il sogno di un bambino cresciuto ammirando la Ignis schiacciasassi conquistatrice di sei Scudetti e cinque Euroleghe durante gli anni ’70.

Da cotanti successi, tuttavia, derivano altrettante aspettative: inizialmente il rapporto tra Meo e il focoso pubblico di Masnago non è idilliaco (vari cori e striscioni condannano gli acquisti del nuovo patron Toto Bulgheroni) ma sarà solo questione di tempo. La piazza piano piano si innamora di lui, della sua grinta e del suo fortissimo attaccamento alla maglia, tanto che il 24 gennaio 2019 il consiglio comunale varesino lo ha eletto cittadino onorario.

Meo Sacchetti Varese
Meo Sacchetti in palleggio con la sua maglia numero 14 di Varese (pallacanestrovarese.it)

È un peccato, però, che una bandiera del genere non abbia mai regalato al suo popolo neanche un trofeo. Sacchetti ha giocato in totale quattro finali (due di Coppa Italia, una di coppa Korac e una Scudetto) con i biancorossi, tutte terminate con un KO. La più difficile da mandare giù è stata sicuramente quella del 1990 contro Pesaro, quando Varese ha sciupato la chance di ritornare sul trono d’Italia dopo 12 anni. La Scavolini conquista Gara-1, i Ranger rispondono in Gara-2 ma perdono Meo per colpa di un infortunio al ginocchio, venendo perciò sconfitti nelle successive partite.

È un peccato anche che la carriera da giocatore di Sachet sia terminata con un brutto infortunio, probabilmente il peggiore che un cestista possa accusare: rottura del tendine d’Achille, in data 6 novembre 1991. Dopo 564 partite disputate e 7.194 punti segnati in 19 stagioni di LBA, Meo chiude così una porta per aprire un portone, quello di una nuova avventura, egualmente lunga e piena di soddisfazioni.

Anche per l’esperienza da allenatore, Sacchetti parte dalle serie minori e dal “suo” Piemonte, in cui mette in risalto la propria abilità nel trasformare gruppi underdog in dolci sorprese. Le avventure iniziali in giacca e cravatta sono all’Auxilium Torino (prima da vice del grande Giuseppe “Dido” Guerrieri e poi da capo dal 1996 al 1998 in B Eccellenza), alla CR Asti (guidata dalla C2 alla B2) e a Castelletto Ticino (nel mezzo ci sono state due brevi avventure a Bergamo e Fabriano).

Nella stagione 2006-07, trascorsa da Meo sulla panchina della squadra attualmente con sede a Novara e ai tempi neopromossa in LegaDue, riesce a portare in Italia una guardia allora 25enne molto talentuosa ma fortemente debilitata dal morbo di Chron, un’infiammazione cronica intestinale che rende anormali dieta e recupero delle energie. Il “magrolino” si chiama Drake, o meglio “ManDrake”, Diener, uomo che ha calcato le stesse orme del Meo Sacchetti allenatore anche a Capo D’Orlando, a Sassari e a Cremona nell’annata 2017-18, l’ultima prima di scrivere la parola fine alla carriera da giocatore.

Meo Sacchetti Drake Diener 2007
Meo Sacchetti abbracciato da Drake Diener ai tempi di Capo D’Orlando (Ciamillo-Castoria) 2007

Drake e il cugino Travis sono l’esempio più famoso e ben riuscito dello stile “sacchettiano” di pallacanestro denominato run&gun, tutto spettacolo, transizione, tiro da tre punti, difesa aggressiva sulle linee di passaggio e ritmo altissimo:

“Ho sempre adottato questa filosofia perché mi metto nei panni di chi guarda: chi assiste a una partita di calcio, per esempio, si diverte di più a vedere uno spettacolare 3-2 di un risicato 1-0. Ma il mio è anche un semplice calcolo aritmetico: più volte tiri e più punti fai anche con percentuali non elevatissime”. (da “Il mio basket”)

Semplice, logico, lineare. Condivisibile o meno, è innegabile che Meo con la sua pallacanestro sia riuscito a scrivere pagine di storia della palla a spicchi in Italia.

Oltre alle bellissime cavalcate nelle serie minori, non basterebbero un mare di parole per descrivere cosa sia stato Sacchetti per la Sardegna e per Sassari. Dopo averla guidata nell’annata 2009-10 alla promozione in Serie A, Meo vince sull’isola una Supercoppa (2014), due Coppe Italia (2014 e 2015) e uno Scudetto, anzi lo Scudetto, datato 2014-15, spesso associato come importanza al titolo conquistato dai “cugini” del calcio del Cagliari nel 1970.

Il successo della Dinamo è andato ben oltre i confini del parquet: è stato un messaggio che la Sardegna manda al mondo del basket (se non addirittura dello sport) di altissimo livello, come a dire “ci siamo anche noi”. E anche con Pozzecco, allenato da Meo a Capo D’Orlando nella lontana annata 2007-08, la Dinamo ha battuto lo stesso sentiero tracciato da Sacchetti, promuovendo, pur con le dovute differenze, il medesimo stile di gioco divertente e coriaceo in cui l’intera isola si rispecchia.

meo sacchetti sassari 2015
Meo Sacchetti riceve i complimenti dall’allora presidente della LegaBasket Ferdinando Marino per lo Scudetto appena conquistato con la Dinamo Sassari (Ciamillo-Castoria) 2015

Lasciata Sassari a novembre 2015 dopo un inizio di stagione complicato (4-3 in campionato e 0-5 in Eurolega), il viaggio di Meo Sacchetti sulle panchine italiane continua a Brindisi, dove in un anno pieno di alti e bassi sfiora l’obiettivo playoff chiudendo nono. Causa anche il drastico taglio del budget in vista della stagione 2017-18, il coach si sposta dalla Puglia alla Vanoli Cremona, una realtà, l’ennesima, portata a traguardi insperati come la vittoria della Coppa Italia 2019, le successive semifinali Scudetto e la splendida cavalcata dello scorso anno a marca Ethan Happ, l’ultima “scoperta”, cronologicamente parlando, targata Sacchetti. Alla Fortitudo poi non è andato tutto secondo i piani e l’esonero a inizio dicembre 2020 ha lasciato l’amaro in bocca per un amore mai totalmente sbocciato.

Nazionale, ancora tu

Belgrado, 1 luglio 2021

Lo scenario mondiale è complicato, di nuovo. Stavolta però ciò che ha scombussolato e sconvolto i piani di tutti gli esseri umani sulla Terra è stato un maledetto e invisibile virus. Anche lo sport, ovviamente, è stato stravolto dall’avanzata terrificante del COVID-19, vedendosi costretto a una decisione storica, mai accaduta in tempi di pace: rimandare le Olimpiadi di un anno.

Comunque sia, nonostante il contesto a Tokyo sarà tutt’altro che paragonabile all’edizioni a cinque cerchi precedenti, almeno per quanto riguarda il novero delle partecipanti non dovrebbero esserci defezioni di lusso. L’Italbasket, assente alle Olimpiadi dall’argento di Atene 2004, staccherebbe il biglietto per il Giappone vincendo il torneo preolimpico di Belgrado. Dato il forfait del Senegal, la fase a gironi si restringe ad uno scontro diretto con l’insidioso Porto Rico.

Se tutto dovesse procedere come da pronostico, l’Italia incrocerebbe la seconda classificata dell’altro gruppo, composto dai padroni di casa della Serbia, Filippine e Repubblica Domenicana. Inutile dire che la finale con la quota più bassa sui bookmakers è quella che vedrebbe scontrarsi la squadra allenata da Igor Kokoskov (sì, lo stesso che ha vinto EuroBasket 2017 guidando la Slovenia di Dragic, Doncic e compagnia) e quella con a capo il nostro Meo.

L’avventura di Sacchetti sulla panchina della Nazionale è iniziata ufficialmente il 1° agosto 2017, succedendo a Ettore Messina, colui che è andato a un supplementare dal portare l’Italbasket a Rio 2016. Quel traguardo solamente sfiorato oltre quattro anni fa, gli azzurri proveranno a raggiungerlo dopo una FIBA World Cup positiva, conclusa al 7° posto e a una manciata di possessi dal far fuori la Spagna futura vincitrice.

L’impronta di Meo sulla Nazionale è stata ben visibile sin da subito: massima fiducia nei giocatori e tanta transizione, spettacolo e divertimento, in primis per chi sta in campo. Il coach, nella sua ottica, deve essere un’àncora di salvataggio, pronta ad intervenire in caso di necessità pur restando sempre dietro le quinte. La sua grandezza è proprio questa: fidarsi totalmente dei propri giocatori e al contempo fare in modo che i giocatori si fidino di lui.

Sembra scontato ma avendo a che fare con professionisti dall’ego prorompente, questi dettagli sono quelli che fanno la differenza tra il creare un’atmosfera positiva e l’andare prettamente “a fare il proprio turno di lavoro”. O più semplicemente tra il vincere e il perdere. Ecco Meo, uno che per i suoi successi è stato inserito nell’Italia Basket Hall of Fame dalla FIP e tra le 50 LBA Legends, incarna perfettamente quest’aspetto della vita, non solo della pallacanestro.

Perché, alla fine, il palmarès è bello da consultare, ammirare ed esaltare ma non è minimamente paragonabile alle emozioni e ai ricordi in grado di suscitare una vittoria (o comunque una bella figura come quella delle Olimpiadi di 41 anni fa). Ciò viene ancora più amplificato quando si parla della Nazionale. E Meo Sacchetti, proprio di maglia Azzurra e di successi, conosce perfettamente quelle sensazioni.

Ricalcare l’andamento di Mosca 1980 è (sulla carta) impossibile per l’Italbasket odierna e da Melli, Polonara e compagnia non si pretende di raggiungere l’argento. A loro si chiede di farci emozionare, di far tornar ad esultare un popolo grazie allo sport, soprattutto dopo questi mesi così difficili. Per raggiungere un obiettivo del genere, Meo Sacchetti sembra proprio essere il capobranco ideale, pronto a metterci la faccia e a inculcare un unico comandamento ai suoi giocatori: divertitevi e godetevi il momento, senza pensare a status, cognomi, passato e futuro.

A Belgrado non si partirà da favoriti e questo può solo che essere un vantaggio per gli Azzurri e per Sacchetti, chiamato all’ennesima “impresa” dalla panchina della sua lunghissima carriera.

E chi meglio di lui, abituato ad ascese di tutti i tipi, può essere il protagonista di avventure del genere? Da Mosca a (incrociando le dita) Tokyo, 41 anni dopo, con lo stesso sorriso ed entusiasmo di sempre.

In Meo we trust.

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