Kai Jones che esulta nel 2021.
Kai Jones che esulta dopo la vittoria di quest'anno dei suoi Texas Longhorns contro l'Oklahoma State di Cade Cunningham (www.texassports.com).

L’ultimo salto di Kai Jones

Kai Jones potrebbe essere il prospetto più difficile da decifrare del prossimo Draft.

Buona parte di coloro che si sono avvicinati al gioco inventato dal dottor Naismith più di un secolo fa, lo ha fatto fin dagli albori della propria esistenza. Che sia a scuola, al parco o nel cortile di casa, la maggioranza di chi dopo ha speso gran parte del proprio tempo insieme alla palla a spicchi, ha iniziato fin da quando ha memoria del primo canestro. Ma esistono le eccezioni e, per quanto atipiche, non riguardano soltanto chi del basket non ne ha fatto la propria professione.

Kai Jones è una di queste. 

Nato a Nassau, la capitale delle celebri, più per le spiagge che per i cestisti, isole Bahamas, appena il giovane ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo dello sport, è stato immediatamente indirizzato verso la disciplina nazionale, ovvero l’atletica leggera. E, stando ai risultati ottenuti fino al 2016, il futuro era più che roseo per il connazionale di leggende come Chris Brown, medaglia d’oro ai giochi olimpici di Londra 2012 nei 400m piani, o Tonique Williams-Darling, altra medaglia d’oro nei 400m piani, stavolta ai giochi olimpici di Atene 2004.

Jones si era specializzato nel salto in lungo. Date le lunghe leve, gli veniva facile sbaragliarsi della concorrenza nelle competizioni locali e, dopo il trasferimento negli Stati Uniti insieme alla famiglia, era pronto ad affacciarsi sulla scena internazionale. Ma, quando fra i quattordici e i quindici anni crebbe talmente tanto che la statura, dall’essere per lui un vantaggio, divenne un ostacolo, dovette fermarsi. Così, per la prima volta da quando era nato, gli venne consigliato di provare a giocare a basket

Ancora inesperto e sgraziato ma già dotato di una struttura fisica da far invidia (6’9”), nel 2017, tornato nel frattempo a Nassau per motivi personali, partecipò per la prima volta ad un camp, il “Basketball Without Borders”, a cui fra l’altro si presentarono altri prospetti di questa classe Draft (Kofi Cokburn di Illinois per citarne uno).

Jones contribuì in modo così decisivo alla vittoria della sua squadra, che venne consigliato dal suo allenatore nella competizione, l’ex campione NBA Sasha Vujacic, di concentrarsi sugli aspetti più tecnici del gioco per poter ambire ad una carriera da professionista.

Il passo successivo fu quindi trasferirsi definitivamente negli USA per rifinire al meglio i propri fondamentali, come suggeritogli dal fidato amico DeAndre Ayton, e, dopo aver frequentato la Orlando Prep School e la Brewster Academy, rimanere a giocare lì anche a livello collegiale.

Jones si era ormai fatto un nome, tanto da figurare anche all’ottantottesimo posto della ESPN 100, e pertanto diverse università di prestigio (Stanford, Arizona, Oregon) furono ben felici di offrirgli una borsa di studio, anche per via degli ottimi risultati conseguiti in ambito accademico. Fra queste anche Texas, che, anche grazie alla tradizione di lunghi NBA che avevano frequentato con successo l’ateneo di Austin (Turner, Thompson, Bamba), fu la scelta del ragazzo

Kai era entusiasta e felice, così come gli scout NBA che avevano cerchiato il suo nome in rosso. Ancora qualche altro salto e gli si sarebbero spalancate le porte della NBA .

First step

Ciò che lo convinse ad indossare la maglia vestita da autentiche leggende come Kevin Durant o LaMarcus Aldridge, furono le parole di stime dall’ormai ex allenatore dei Longhorns (e futuro coach di Marquette) Shaka Smart, il quale ha più volte dichiarato come Jones sia probabilmente il giocatore con la più alta etica del lavoro con cui abbia mai lavorato. 

Difatti, senza quest’ultima, l’ex saltatore in lungo si sarebbe arreso dinanzi alle prime avversità incontrate, circostanze piuttosto frequenti nel suo primo anno al college.

Nonostante le buone premesse, infatti, gli esordi al Frank Erwin Center furono caratterizzati da molti “DNP” e pochissimi sprazzi di partita in cui, fatta eccezione per qualche manciata di punti (appena 3.6 media), poche volte il giovane prospetto si rese protagonista. 

Il coraggio non gli mancava ma i numeri erano tutt’altro che entusiasmanti. Seppur il potenziale di un 6’11” capace di correre il campo in un batter d’occhio, schiacciare ad altezze proibitive e arrestarsi sulla linea dei tre punti intrigava pressoché qualsiasi scout, quel 29.2% da 3 su a malapena 0.9 tentativi a gara, unito ad un misero 63.6% dalla lunetta, lasciava più dubbi che certezze. E di certo lo scarso minutaggio non aiutava a peronare la sua causa.

Le abilità da rim runner di Kai Jones sono sempre state lampanti.

Se si aggiunge inoltre che gli emissari dei FO della Lega avevano depennato dalla lista degli attributi quel “feel for the game” che difficilmente i numeri riescono a identificare, diviene evidente che Jones avesse bisogno di altro tempo ad Austin prima di affacciarsi al professionismo, anche se era altrettanto chiaro che, con i giusti accorgimenti, il ragazzo sarebbe potuto diventare uno dei principali sophomore da tenere d’occhio durante la stagione seguente.

Second step

All’indomani della scorsa annata NCAA, gli occhi degli scout che seguivano i Longhorns, più che sullo stesso Kai, erano concentrati sul giovane Greg Brown III, freshman in arrivo dalla vicina Vanderbilt High School, anch’essa situata ad Austin. Ma man mano che la BIG 12 proseguiva, gli analisti delle varie franchigie si accorsero che il principale prospetto di coach Smart era, piuttosto che l’atletico ma disordinato texano, proprio il lungo bahamense.

Quest’anno Jones, rispetto l’annata precedente, è migliorato in qualsiasi statistica, diventando un giocatore più efficiente e continuo, pur continuando ad uscire dalla panchina, condizione che gli è valsa il premio di 6° uomo dell’anno in BIG 12. Oltre al minutaggio aumentato (22.8 minuti di media), il centro è passato dal 59.6% al 64.2% da due su un maggior numero di tentativi (4.2 rispetto agli 1.9 dell’anno prima) e dai 3.6 punti di media dell’anno prima agli attuali 8.8, frutto non solo del maggior tempo passato in campo ma, come già detto, di una complessiva maggior produttività (Jones è passato da 13 punti a 22.3 su 100 possessi). 

Per Jones non è mai stato un problema salire al di sopra del ferro.

La grande differenza, però, è avvenuta al tiro: quelle che prime erano soltanto flebili speranze, sono diventate piacevoli conferme. Jones è così diventato un unicum all’interno dello stesso panorama collegiale: un giocatore di 6’11” con un’apertura alare di 7’2” che corre il campo come un velocista dei 400m e tira come i migliori shooter NBA, come testimoniano il 38.2% da 3 e il 69% ai liberi. 

E pensare che l’attacco non è dove Kai Jones dà il meglio di sé!

Ciò che infatti rende il ragazzo così speciale è prevalentemente legato a quanto mostrato nella propria metà campo. 

Jones, potendo contare su una velocità di piedi ed una coordinazione a dir poco impressionante per un giocatore di tale statura, è capace di marcare qualsiasi giocatore della squadra avversaria, avendo anche uno straordinario timing per i matchup più complessi. Inoltre, pur giocando da relativamente poco tempo, ha imparato a conoscere i diversi meccanismi che contraddistinguono una buona difesa di squadra, diventando consapevole su quando aiutare e quando no (2.1 di STL% e 4.2 di BLK%).

Una compilation delle migliori difese di Kai Jones in stagione.

Last step: loading.

Ma attenzione, i margini di miglioramento del ragazzo sono ancora enormi e su ambo i lati del campo. 

Se nei due anni a Texas Jones ha appreso quanto più possibile su come si sta sul parquet di gioco, ancora oggi rimane piuttosto acerbo in termini di decision making, ignorando buona parte delle letture che un lungo moderno deve saper completare (soltanto 26 assist totali in 53 partite di college) e commettendo fin troppe volte errori superficiali che si tramutano in sanguinose palle perse (16.8% di TOV%).

Inoltre non si può ignorare l’aspetto fisico. Nonostante l’altezza, Jones risulta estremamente leggero per poter giocare stabilmente minuti da centro in un contesto NBA, pesando soltanto 98 chili. Basta pensare che anche in NCAA ha giocato spesso da PF insieme al più strutturato Jericho Sims, essendo anche coach Smart consapevole che, con quel frame, avrebbe sofferto qualsiasi avversario in post.

In più non si può escludere che l’impatto NBA possa minarne fortemente l’incisività a rimbalzo, fondamentale in cui le perplessità restano (11.8% di TRB%).

Kai Jones alla NBA Combine. Fra i prospetti presenti, Jones ha fatto registrare il 19° peso nonostante la 3° altezza.

Ultima nota dolente sono i falli. Le statistiche proiettate su 40 minuti evidenziano come Jones ne commetta una quantità eccessiva (4.7 su 40 minuti), il che preclude anche la possibilità di poterlo utilizzare per alcuni tratti delle partite. Non è soltanto una questione tecnica: talvolta il bahamense è troppo esuberante e questo spesso si tramuta in tanti fischi contro.

Controllare la foga agonistica deve essere una prerogativa sua e di qualsiasi squadra che lo drafterà.

Spiccare il volo

Stando a quanto filtra dalla NBA Combine che si sta tenendo a Chicago in questi giorni (per chi volesse essere aggiornato sulle misurazioni), Jones ha parlato con i San Antonio Spurs e si è detto piacevolmente colpito del coaching staff della franchigia dell’Alamo.

La squadra di Popovich, in cerca di un talento dal potenziale elevato da aggiungere ai tanti ottimi giocatori a roster, potrebbe essere il giusto compromesso per ambo le parti in causa. Considerando la qualità del sistema di sviluppo degli Spurs e il contesto in cui Kai ricadrebbe, il ragazzo avrebbe tutto il tempo per crescere ed affinare il proprio gioco, imparando anche da un autentico maestro della rim protection come Jakob Poetl.

Un’altra squadra che in quel range potrebbe essere interessata a scegliere il nativo di Nassau sono gli Charlotte Hornets. Zeller e Biyombo sono in scadenza e, al momento, Vernon Carey non garantisce abbastanza certezze in quel ruolo. Jones potrebbe essere una valida alternativa ai quintetti con PJ Washington da cinque e immaginare un PnR LaMelo-Kai lascia l’acquolina in bocca a tanti tifosi di Charlotte.

Occhio anche a Sacramento. Il reparto guardie, vista l’estensione di Fox e la scelta di Haliburton dello scorso anno, sembra completo e, qualora il sorprendente Richaun Holmes alzasse troppo l’asticella delle proprie pretese economiche, i Kings potrebbero fare un pensierino al prodotto di Texas, dato anche le quotazioni a picco di Marvin Bagley III (il GM Monte McNair, la scorse trade deadline, ha provato a cederlo ai Pistons in cambio di Saddiq Bey).

In fin dei conti il range di Kai Jones è molto ampio. C’è chi parla di top 10, chi di una scelta appena fuori dalla Lottery. Resta il fatto che, chiunque drafterà l’ex saltatore in lungo, dovrà fare i conti con un prospetto dall’enorme upside ma dal floor estremamente basso.

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